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    Se l’herpes e l’Alzheimer si danno la mano

    In termini di prevenzione e di trattamenti non farmacologici, lo psicologo può fare moltissimo, senza dimenticare l’altro importantissimo aspetto, ovvero, il sostegno ai familiari di persone affette da demenza.

    Di sicuro c’è che l’Alzheimer, continua a fare vittime. In tutto il mondo. Circa 47 milioni, secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).
    Ma le cause dell’Alzheimer restano ancora avvolte nell’ombra.

    Da decenni gli scienziati provano a riannodarne il filo oscuro, ma invano. Persino grosse ditte farmaceutiche, come la Pfizer, hanno di recente gettato la spugna, abbandonando la ricerca di un nuovo trattamento. Negli ultimi tempi, però, la ricerca di base ha deciso di cambiare paradigma.

    Gli studiosi hanno capito che forse stavano guardando in una direzione sbagliata. E che a rendere nebulosi i ricordi di chi combatte contro questa malattia, persino quelli dei volti più cari, non è l’accumulo di placche proteiche nel cervello. Non solo, almeno. A scatenare il lento processo che in 15-20 lunghi anni porta nei malati di Alzheimer un progressivo decadimento delle facoltà cognitive e la perdita della memoria, potrebbe essere un’infezione esterna. Batterica o virale. Come quella del comune virus dell’herpes.

    L’Alzheimer è una malattia subdola, che lavora nell’ombra per molti anni prima di manifestare i primi sintomi clinici. Chi ne è colpito, infatti, spesso non lo sa. Le statistiche sulla sua diffusione sono impietose. Basti pensare che solo in Italia colpisce circa 600mila persone oltre i 60 anni di età.

    La strategia farmacologica tentata finora, basata sull’esclusiva distruzione delle placche del peptide beta amiloide non ha portato miglioramenti. Una volta che le placche si sono formate, infatti il danno è ormai prodotto. Bisognerebbe, piuttosto, agire per prevenirne la formazione.

    Sappiamo che il virus dell’herpes è in grado di dare recidive, annidandosi in forma latente in alcune cellule nervose situate fuori dal cervello, nel ganglio del nervo trigemino. In pratica, il virus si nasconde nel nervo, lasciando il proprio Dna dormiente nella cellula. Quando poi viene riattivato, in un modo che ancora non conosciamo in dettaglio, il virus, attraverso le terminazioni nervose, scende verso la bocca. La nuova ipotesi è che in questa fase possa prendere anche la strada opposta, verso il cervello, producendo danni che tendono ad accumularsi nel tempo.

    Ovviamente, l’ipotesi, al momento testata su studi condotti utilizzando modelli murini, è, appunto, un’ipotesi che avrà bisogno di numerose conferme prima di fornire risposte definitive e avere l’herpes non significa naturalmente ammalarsi inevitabilmente di Alzheimer.

    Nell’attesa che questa, ed altre nuove ipotesi sul funzionamento della malattia che è stata definita come “il male oscuro del nostro millennio” vengano testate e diano i loro frutti in termini di farmaci e speranza per milioni di malati in tutto il mondo, cosa si può fare, concretamente, per le persone che ne soffrono?

    Per quanto riguarda la prevenzione vi è sicuramente maggior consapevolezza anche da parte degli stessi anziani “sani” che iniziano spontaneamente a preoccuparsi per le proprie facoltà cognitive e desiderano impegnarsi in prima persona in programmi di fitness della mente che possono essere guidato da uno psicologo e fatto sia in piccoli gruppi di pari che su singola persona interessata.
    Questi interventi vengo fatti attraverso l’applicazione di protocolli sperimentali più o meno validati, strumenti informatici, software ed algoritmi di allenamento, CD e DVD da utilizzare addirittura per allenarsi e costruire interattive sfide generazionali nonni-nipoti.

    Per quanto riguarda invece le terapie non farmacologiche, la strada è ancora in salita. Chi dovrebbe esserne il reale utilizzatore, in primis il malato, per la natura stessa della malattia non è consapevole delle proprie mancanze e chi se ne occupa, i familiari della persona, solitamente sono ormai convinti che non ci sia più nulla da fare, non essendoci farmaci curativi per questa condizione e, spesso e volentieri, rinunciano all’idea che possa esistere qualcosa di non risolutivo ma comunque apportatore di grandi benefici.

    Le terapie non farmacologiche (TNF) consistono nell’impiego di tecniche utili a rallentare il declino cognitivo e funzionale, controllare i disturbi del comportamento e compensare le disabilità causate dalla malattia.

    Ecco alcune delle le numerose tecniche che uno psicologo può padroneggiare e proporre a famiglie, ammalati, centri di cura, strutture per anziani, progetti finanziati, cooperative ed enti del terzo settore che si occupano di terza età:

    1. la Doll Therapy: tramite l’utilizzo di una bambola da accudire, favorisce l’attivazione della memoria;
    2. la stimolazione musicale che è in grado di rievocare emozioni e reminiscenze agevolando le relazioni col presente;
    3. l’Arteterapia che va a stimolare la creatività del paziente, sperimentando diversi materiali artistici per esprimere sentimenti, pensieri, ricordi;
    4. la stimolazione cognitiva, che agisce sui disturbi comportamentali , stimolando i rapporti, le relazioni, gli incontri, creando momenti di socialità;
    5. l’approccio capacitante, che aiuta le persone con demenza a continuare a parlare, migliorandone la qualità di vita e molte altre ancora.

    Le attività di TNF sono numerose e tutte efficaci nella stimolazione sensoriale e cognitiva del paziente.

    In assenza di farmaci in grado di arrestare il deterioramento cognitivo e privi di pesanti effetti secondari sugli utilizzatori finali, dobbiamo mettere in campo ogni conoscenza e risorsa per contrastare la sofferenza, il disagio, lo stress e la perdita di qualità di vita che pazienti e familiari di malati di Alzheimer sperimentano quotidianamente.
    Una buona formazione nel campo delle terapie non farmacologiche può aiutare il professionista a proporre interventi personalizzati e mirati per ridurre il disagio della persona anziana disorientata e della sua famiglia migliorandone, al contempo, la qualità di vita.


    Articolo scritto da Annapaola Prestia
    , docente nel corso “Alzheimer: strategie di intervento e strumenti” organizzato da Obiettivo Psicologia.
    Dello stesso autore, in Ebook Academy vedi:

    Bibliografia
    De Chiara G., Piacentini R., Fabiani M., Mastrodonato A., Marcocci ME., Limongi D. et al. (2019) Recurrent herpes simplex virus-1 infection induces hallmarks of neurodegeneration and cognitive deficits in mice. PLoS Pathog 15: e1007617.
    D. Patitucci (24/03/2019). Il Fatto Quotidiano.

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