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    Quando il sacrificio di un eroe risveglia i valori dimenticati

    La forza perturbante di un atto eroico così unico, salvare un altro essere umano sacrificando la propria vita, è riuscita a scuotere migliaia di coscienze intorpidite, peggio, sclerotizzate. Perchè ci sono giorni che sembrano uguali a tutti gli altri ma poi succede che qualcuno, l’eroe «per caso» ma anche la donna della porta accanto riescano a smuovere monumenti di egoismo, di ipocrisia, di rassegnazione. Che siamo noi, ingessati nelle nostre miserie quotidiane.

    «La brutalizzazione progressiva del mondo ci ha portato a un tale grado di insensibilità – spiega la psicologa Chiara Camerani, presidente del Centro Europeo di Psicologia Investigazione Criminologia – che occorrono una rilevante escalation di violenza o atti particolarmente drammatici come questo per scuoterci dalla nostra indifferenza attribuita alla presunta impotenza». Come dire alla violenza ci abbiamo, ormai fatto il callo. Guerre, stragi, ingiustizie: ci siamo abituati all’orrore? «Questa guerra che ci ricorda di essere capaci di atti aggressivi e brutali, giusta o meno che sia, ci ha reso coscienti attraverso il sacrificio di Nicola Calipari di essere capaci anche di atti eroici e di pace.

    E così il sacrificio di chi antepone ai beni supremi come la famiglia e la vita un valore ideale come la patria e la responsabilità civile – prosegue la dott. Camerani – libera la coscienza popolare dalla sensazione di trovarsi, indipendentemente dal ruolo assunto dall’Italia, nel mezzo di una guerra ingiusta, come sono tutte le guerre». Risveglia anche i valori? «L’atto di un uomo ma anche il sacrificio dei carabinieri di Nassirya richiamano a volari assopiti dalla quotidianeità, anestetizzati dal benessere, televisione ecc. Così la manifestazione pubblica di condivisione del lutto e dei valori diventa una liberazione simbolica, il raggiungimento di ciò a cui tutti vorremmo tendere: l’ideale, il senso di appartenenza, la fiducia nella bontà degli altri». Ma stiamo parlando di un uomo, che ha sempre lavorato nell’anonimato pur facendo cose grandiose e dunque sconosciuto ai più.

    Ha un significato questo? «Il fatto che fosse una persona normale nello svolgimento delle proprie funzioni facilita l’identificazione e rafforza il senso di condivisione». Cosa dobbiamo augurarci affinchè questa condivisione non si esaurisca con il tempo? «Un gesto del genere costituisce l’esempio e la speranza che i limiti imposti da guerre e meschinità si possano superare. Il limite è superato da un eroe e con esso da tutti. Come i primi che si lanciavano dalle trincee dando coraggio agli altri». Ci sono anche tante donne-coraggio, tante vedove di uomini delle forze dell’ordine, come la Schifani o la Coletta, che hanno scosso le coscienze civili? «Sono già eroine nel quotidiano, quando aspettano a casa il loro uomo, il televisore acceso con la paura di sentire certe notizie. Diciamo che quella forza interiore così coivolgente per gli altri, nel momento del lutto, ha solo il modo di mostrarsi».

    Articolo scritto da Natalia Poggi
    Tratto da http://www.iltempo.it

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