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    Mindful eating: insegnare a mangiare con consapevolezza

    La mindful eating, rappresenta oggi, un esempio di approccio innovativo, riconosciuto e validato nel trattamento dei disturbi alimentari; deriva dalla mindfulness e consiste nell’insegnare alle persone a mangiare con consapevolezza, con intenzione e attenzione.

    Avere un disturbo dell’ alimentazione o della nutrizione è un po’ come attendere di cominciare finalmente a vivere.
    La scarsa autostima, il senso di inadeguatezza e l’incapacità di mettersi al centro della propria vita sono le sue caratteristiche principali.

    Il problema con il cibo porta a non funzionare al meglio, protegge dalle delusioni, dall’affrontare autenticamente gli altri e la vita in generale. Favorisce il tirarsi indietro, a volte, fino al punto di diventare spettatori della propria vita piuttosto che protagonisti. È un po’ come stare in sala d’attesa per il proprio turno: il momento in cui si possa finalmente cominciare a vivere.

    Quando il disagio è profondo, però, si corre il rischio di attendere per molto, troppo tempo fino a compromettere seriamente la qualità delle proprie relazioni, del proprio lavoro, della propria vita. E quell’attesa rischia di rimanere tale, portando con sé conseguenze sul piano psicologico, sociale e fisico.

    Il problema col cibo può essere visto lungo un continuum: un estremo può riguardare una iperfagia, un mangiare smodato e irregolare, l’estremo opposto può riguardare un’anoressia o una bulimia.
    Questo implica lavorare attraverso un approccio multidisciplinare su queste problematiche dove, nei casi più complessi, risulta necessario l’intervento della struttura specializzata, mentre, in altri casi, la presa in carico può avvenire nello studio privato del professionista.

    Spesso, infatti, nella stanza del terapeuta la persona non porta solo i disturbi più noti ma sintomatologie, condotte e stili alimentari variegati che ne mettono a rischio la salute. Qualsiasi sia l’intensità del malessere è comunque da considerare la punta di un iceberg, una sintomatologia che nasconde un disagio più profondo.
    È il linguaggio utilizzato dalla persona che soffre per esprimere qualcosa che dentro di sé non sta funzionando come dovrebbe.

    Tutti hanno bisogno di essere aiutati professionalmente: sia la persona affetta da un DAN vero e proprio (disturbo dell’alimentazione e della nutrizione, secondo la nuova definizione – DSM 5 ), sia la persona che manifesta una sintomatologia subclinica, fonte ugualmente di sofferenza e necessitante di attenzione.
    La capacità di aiutare la persona a stare meglio passa attraverso qualità umane e professionali.

    Nel primo caso ci riferiamo ad una buona capacità di ascolto, di empatia e di vicinanza umana, nel secondo alla competenza data dall’esperienza e da una formazione specifica. I problemi legati alla sfera alimentare, inquadrati all’interno della prospettiva bio psico sociale, sono da leggersi come conseguenza dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali.

    Un professionista della salute può intercettare questa tipologia di richiesta che, in ultima analisi, possiamo riconoscere nel suo carattere sociale e culturale e saper dare una risposta, riuscendo a favorire strategie di cambiamento per aiutare la persona a migliorare il proprio stile di vita e i suoi comportamenti. Diagnosi e interventi precoci contribuiscono a ridurre la gravità e la durata del problema e questo determina l’importanza di saper affrontare efficacemente questa problematica specifica.

    A tal proposito le ricerche evidenziano come il sovrappeso in età evolutiva, nella maggioranza delle situazioni, possa precedere l’esordio di un disturbo del comportamento alimentare.

    C’è un gran fermento intorno ai possibili trattamenti di questa difficile e articolata popolazione clinica.
    Nell’ultimo decennio c’è stata una profonda evoluzione dei concetti di alimentazione e dei disturbi connessi a squilibri nutrizionali e questo in parte giustifica la crescente domanda di formazione in questo ambito.

    Grazie ad una formazione specifica si apprendono nuove tecniche, strumenti e protocolli di intervento, utili per la propria pratica professionale. Quando parliamo di DAN parliamo di un mondo variegato e complesso. Parliamo di cura ma anche di prevenzione, di diagnosi nosografiche ma anche di obesità e sovrappeso, parliamo di frequenti migrazioni trans diagnostiche da un quadro clinico all’altro in differenti fasi della vita.

    In un settore clinico così complesso è importante conoscere e continuare ad apprendere modelli di intervento strutturati e rigorosi che possano essere studiati dai clinici e facilmente utilizzati.

    Un esempio di approccio innovativo, riconosciuto e validato, è la mindful eating.
    La mindful eating deriva dalla mindfulness, una pratica meditativa. Affonda le sue radici nelle pratiche meditative della tradizione buddista, ma non fa riferimento a nessuna forma di spiritualità specifica, è areligiosa. Jon Kabat-Zinn, biologo statunitense, ha sviluppato questo metodo in occidente.

    La definizione che Jon Kabat-Zinn dà della mindfulness è:

    “la mindfulness è la consapevolezza che emerge dal porre attenzione, intenzionalmente, nel momento presente, e in modo non giudicante, alle cose così come sono”.

    Applicando i principi della mindfulness all’atto del mangiare possiamo insegnare alle persone a mangiare con consapevolezza, con intenzione e attenzione; ad esplorare il cibo attraverso i cinque sensi.

    Dare la giusta importanza al cibo e al modo in cui ci si relaziona con esso è una competenza utile, qualsiasi sia il disturbo alimentare di cui la persona soffre. Acquisire tale competenza può favorire quella consapevolezza di sé utile a far uscire il nostro paziente dalla sala d’attesa per cominciare, finalmente, a vivere meglio.


    Articolo scritto dalla dott.ssa Maria Cristina Orlando, docente nel corso “Lavorare come Psicologo del Comportamento Alimentare: tecniche di Counseling Psicologico e di Mindful Eating”, organizzato da Obiettivo Psicologia

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