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    Maternità: una trasformazione dell’identità della donna

    La maternità è quell’esperienza travolgente che, determina una trasformazione dell’identità della donna, delle sue abitudini e dei suoi ruoli nei contesti sociali di appartenenza.
    È un’esperienza tanto appagante quanto annichilente, in un vortice continuo di sentimenti ambivalenti e di per sé destabilizzanti: ciò accade perchè nell’istante in cui la maternità reale si scontra con quella immaginata, le fantasie romantiche vengono smentite dalle difficoltà emotive, fisiche, relazionali e logistiche associate a questo periodo.

    La vita dei bambini, soprattutto dei neonati, dipende dalla mamma costantemente e la responsabilità del proprio bambino diviene un pensiero insistente nella testa della donna:

    • Allattamento al seno o latte artificiale?
    • Allattamento a richiesta o a orari fissi?
    • Nido o babysitter?
    • Lettino o Lettone?
    • Cotone o ciniglia?
    • Pannolino lavabile o usa e getta?
    • Pediatra privato o pubblico?
    • Svezzamento classico o auto-svezzamento?

    Decisioni che vengono date per scontate ma che sono prese ogni giorno, ininterrottamente; decisioni cariche emotivamente perché prese per un’altra persona che non può scegliere per sé e di cui ci si sente responsabili.
    Questi pensieri costanti contribuiscono a produrre un sovraccarico mentale nella mamma, caratterizzato da un flusso continuo di pensieri riguardanti le cose da fare, le situazioni da gestire, i problemi da risolvere, le scadenze da ricordare, le decisioni da prendere.

    Per “carico mentale” si intende il pensiero e la gestione di tutto ciò che ha a che fare con vita familiare, casa e bambini, strettamente correlato al contesto culturale di appartenenza: recenti dati ISTAT dimostrano che c’è un’enorme disuguaglianza nella distribuzione delle responsabilità tra i coniugi e ciò comporta grande stress emotivo e fisico per la donna, che arriva a convivere in un continuo stato di ipervigilanza e ad esserne, a lungo termine, sopraffatta.

    Dobbiamo anche riconoscere che non tutti gli aspetti più complessi dell’”essere mamma” sono strettamente legati alla crescita del proprio figlio:

    dal punto di vista fisico, nei primi mesi dal parto, il corpo femminile si ritrova in un periodo di riassestamento delle normali funzioni corporee, con costanti variazioni ormonali che provocano importanti sbalzi umorali e fisiologici.
    Durante i brevi cicli di sonno del proprio bimbo è necessario che la mamma trovi il tempo per riposare e ricaricare anche le proprie energie.
    Inoltre in questa fase, la donna si ritrova a fare i conti con la mancanza di libido e a subire disagi nella gestione del proprio corpo, che soffre le trasformazioni legate al post parto e all’allattamento.
    In ultimo, in questa fase, la mamma è impegnata a scoprire “come” il proprio corpo può essere un potente veicolo per trasmettere amore, calore e cura.

    – dal punto di vista personale la neo-mamma, subisce profondi cambiamenti, perdendo repentinamente lo stato interessante e di accudimento da parte degli altri e, mentre cerca di tenere al sicuro e amato quella piccola creatura che cresce fra le sue braccia, si ritrova a ridefinire la propria identità e i propri ruoli, cercando di ritrovare tempo per sé e per far fronte ai bisogni personali non soddisfatti. Molte sono le aspettative nei suoi confronti e questo può provocare alti livelli di ansia prestazionale.

    – numerose sono anche le difficoltà legate al proprio ruolo lavorativo:

    “E mentre vado penso a quando torno e mentre torno penso a quando andrò”

    recita una canzone; senza conoscerne il tema questi versi fanno pensare allo stato d’animo quotidiano di una mamma lavoratrice persa in un paradosso chiamato “conciliazione famiglia-lavoro”, un’esigenza per le mamme moderne raggiunta e perduta ogni giorno, fra sensi di colpa, ansia da separazione e stress mentale.
    Dati ISTAT indicano che, per favorire una conciliazione, 6 donne su 10 sono costrette a ridurre il proprio orario di lavoro e 2 donne su 10 lo hanno cambiato.

    In ultimo, dal punto di vista relazionale, le fatiche di questo periodo possono essere legate alle difficoltà di mantenere le amicizie e la vita sociale.
    Nella vita di coppia spesso emergono sentimenti di rabbia nei confronti del proprio partner per mancato aiuto o mancata comprensione e/o sensazione di sentirsi trascurati.
    Altra esigenza che può emergere in questo periodo è quella di gestire i rapporti con i parenti, concordando regole e tempi e arginando eventuali eccessi di invadenza.

    Tutti questi fattori rappresentano un rischio per fenomeni di Depressione Post Parto (che fonti ministeriali quantificano in una percentuale fra il 10% e il 15% della popolazione), e di Maternity Blues (che coinvolge circa il 70-80% della popolazione).

    Un proverbio africano recita “Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”.

    In quest’ottica, “l’agire educativo” è responsabilità di una comunità che si prende cura INSIEME del bambino. Eppure nella nostra epoca le madri si ritrovano spesso sole a dover crescere il proprio figlio; molte sarebbero le considerazioni rispetto a ciò che non funziona nel sistema di welfare familiare, che ai giorni nostri condivide un messaggio diametralmente opposto al proverbio africano: per far crescere un villaggio ci vogliono bambini.

    E, in queste circostanze di solitudine, la comunità con cui più facilmente le mamme possono interfacciarsi è quella dei social media, che nella maggior parte dei casi, non rappresenta immagini realistiche della maternità, mostrando neo mamme completamente curate, riposate e felici.

    In un contesto in cui è necessario migliorare la rete di supporto alle neomamme e tutelarne il benessere e la salute mentale, è contingente chiedersi qual è il ruolo dello psicologo e in quali aspetti la sua figura possa essere supportiva alla comunità di mamme.
    In questo stato di vulnerabilità la mamma ha bisogno di rassicurazione per poter accudire il proprio bambino con serenità.
    Necessita di supporto emotivo per essere meno severa con se stessa, di psicoeducazione per proseguire un allattamento e un accudimento sicuro, di prevenzione per individuare stati di ansia, rabbia, paura o tristezza e anticipare crisi emotive che potrebbero degenerare in stati depressivi o disturbi; ha inoltre bisogno di affiancamento per individuare strategie per una divisione più equa del carico di lavoro e di occasioni di empowerment in cui riconoscersi capaci e meritevoli.

    E allora da dove ripartire per dare un supporto alle mamme?

    Offrendo occasioni in cui possano uscire dall’isolamento, momenti di scambio e confronto, di sollievo, di relazione e collaborazione. Momenti di ricostruzione di una piccola comunità di mamme per le mamme, in cui la mediazione di un professionista psicologo possa valorizzare il potenziale di ciascuna e il senso di reciprocità del gruppo.


    Articolo scritto dalla dott.ssa Ylenia Iorillo, tutor nel “Master Breve online in Psicologia Perinatale”, organizzato da Obiettivo Psicologia.


    Bibliografia

    – Buzyn, E. (2019). Ce la faccio?: Il carico mentale delle mamme, riconoscerlo e condividerlo. Giunti.
    – Clit E. (2020) “Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano”. Laterza.
    – Istat “Conciliazione TRA LAVORO E FAMIGLIA | ANNO 2018”, novembre 2019
    – Marcoli, A. (2011). La rabbia delle mamme. Edizioni Mondadori.
    – Marshall F. (2005) “Mamma in blu”, Salani.
    – Milgrom, J., Martin, P. R., & Negri, L. M. (2003). Depressione postnatale. Ricerca, prevenzione e strategie di intervento psicologico (Vol. 1). Edizioni Erickson.
    – Righetti, P. L., & Casadin, D. (2005). Sostegno psicologico in gravidanza, Edizioni Scientifiche Ma. Gi, Roma.
    – Save the children (2020) “Le equilibriste. La maternità in Italia 2020”.
    – Trinchero, M. (2008). La solitudine delle madri. Edizioni scientifiche Ma. Gi.
    – Vegetti Finzi, S. (2017). L’ospite più atteso.

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