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    Le parole da non dire: la comunicazione nel lutto perinatale e post natale

    “Non è possibile curare la morte, ma è possibile prendersi cura del dolore che resta”
    C. Ravaldi

    La perdita di un figlio durante la gravidanza o al termine di essa è un evento che colpisce genitori di tutto il mondo, senza differenza di età, etnia, e classe socioeconomica.

    La frequenza di aborto e morte in utero, maggiore nei paesi in via di sviluppo, resta alta anche nei paesi occidentali: studi epidemiologici nazionali e internazionali riportano tassi di incidenza per aborto spontaneo e morte intrauterina compresi tra il 15 e il 20 per cento di tutte le gravidanze.

    I genitori costretti a confrontarsi con questo evento sono molti: circa una coppia su sei perde il suo bambino nella prima metà della gravidanza, mentre per una coppia su 273, ciò accade nella seconda metà della gravidanza o subito dopo la nascita.
    Ogni esperienza di perdita in gravidanza è un vero e proprio lutto: e questo indipendentemente dall’epoca della gravidanza, dall’aver scelto o meno di interromperla o dalla presenza di patologie materne o fetali.
    I genitori che hanno perso un bambino riportano tutti, indistintamente, nei loro racconti, emozioni, vissuti esperienziali e pensieri molto simili.

    Nessun genitore è preparato alla morte del proprio bambino, neanche in caso di patologia diagnosticata in precedenza.

    Il lutto in gravidanza o dopo il parto non si differenzia dagli altri lutti per intensità, espressioni e bisogni: è un evento ad impatto traumatico e ha delle conseguenze sul benessere psicologico di genitori e familiari, con esiti che possono perdurare a lungo, da 6 mesi fino a due anni.
    A differenza degli altri eventi luttuosi, tuttavia, è ancora scarsamente riconosciuto all’esterno. Basti pensare che non esiste, in lingua italiana, un termine che indichi i genitori che perdono un figlio: molti scelgono semplicemente di definirsi “genitori orfani”.
    Nella società, spesso, prevale il bisogno di “archiviare” velocemente e negare la sofferenza che la perdita porta con sé.

    E’ opinione comune, ad esempio, ritenere che i genitori dovrebbero cercare di risolvere il lutto in poche settimane, cercando, magari un’altra gravidanza o valutando l’adozione.
    Questa difficoltà ad affrontare l’evento luttuoso si traduce spesso in un profondo senso di disagio e inadeguatezza anche da parte di chi il lutto non lo sperimenta in prima persona, ma è chiamato a condividere con i genitori quel momento. Ciò è vero sia per gli operatori sanitari (ai quali è affidato il difficile compito di comunicare la diagnosi infausta o la perdita), che per i familiari o amici che avranno il compito di accompagnare i genitori durante il ritorno alla vita quotidiana.

    La comunicazione della perdita è un evento cruciale per tutti coloro che vi prendono parte: molti genitori ricordano bene, anche a distanza di anni, le frasi utilizzate in quei momenti, con tutte le emozioni connesse, così come molti operatori sanitari ricordano la difficoltà e la sensazione di inadeguatezza/impotenza rispetto ad un compito così difficile.

    Una comunicazione non efficace ha alla base fattori di origine sociale e culturale, ma anche legati a caratteristiche individuali e ai meccanismi di difesa di chi deve effettuare la comunicazione.

    Le assunzioni di base che sono all’origine di una cattiva comunicazione di fronte ad un evento luttuoso prima o subito dopo la nascita, possono essere così identificate:

    • la negazione del lutto correlato a questo tipo di perdita (c’è di peggio….bisogna farsene una ragione…capita a tutti…);
    • la negazione del bambino come persona di cui è lecito sentire la mancanza (pensa a chi perde un figlio di 15 anni…non era un bambino, era solo un feto…);
    • la ricerca di consolazione basata su un riscatto futuro o sull’evitamento di un danno maggiore (i figli si rifanno…pensa se fosse nato malato, che disgrazia!…meglio così);
    • il rinforzo dell’aspetto razionale su quelli cognitivi ed emotivi (basta piangere, sforzati di….impegnati…).

    In momenti così delicati e fortemente traumatici ogni forma di comunicazione è, invece, importantissima, non deve essere lasciata al caso e può fare la differenza: le parole, i gesti, l’ascolto, se ben gestiti, possono essere “terapeutici”, in grado cioè di promuovere le risorse interne dei genitori, la libera espressione delle loro emozioni e di favorire la collaborazione tra gli operatori sanitari e la coppia genitoriale.

    Utili e funzionali saranno dunque tutti quegli interventi comunicativi volti a riconoscere ed identificare la perdita, definendola come tale, senza negarla; l’ascolto partecipato, empatico e non giudicante; la possibilità di concedersi dello spazio e del tempo per prendersi cura di sé e delle proprie emozioni dinanzi alla morte e alla perdita.

    Non si è mai preparati al lutto: ciò è ancor più vero quando la morte precede o segue immediatamente la nascita.
    E’ possibile, però, lavorare su di sé e sulle proprie emozioni, credenze e difese, quando è necessario accompagnare, in qualsiasi veste (operatori sanitari, amici, parenti), chi un lutto perinatale o post natale lo vive in prima persona.
    Consapevoli che ciò che si comunica, o, al contrario, non si comunica, incide sul vissuto del genitore in lutto e potrebbe aiutarlo ad “attraversare” il suo dolore, elaborarlo ed integrarlo nel suo vissuto individuale.

    “Le parole sono finestre, oppure muri”
    B.M. Rosenberg

    Bibliografia
    Verardo A.R., Lauretti G. “Riparare il trauma infantile”, Giovanni Fioriti Editore
    Ravaldi C. “La morte inattesa” – Assistenza e sostegno psicologico nel lutto in gravidanza e dopo il parto” – Ciao Lapo Onlus, Ipertesto Edizioni
    Ravaldi C. “Piccoli principi” – Perdere un bambino in gravidanza e dopo la nascita. Le parole dei genitori e degli specialisti in psicologia del lutto perinatale – Ciao Lapo Onlus
    Ciao Lapo Onlus, opuscolo “Attraversare il lutto”, www.ciaolapo.it


    Articolo scritto dalla dott.ssa Rossella Caserta del team didattico del Master in psicologia perinatale, organizzato da Obiettivo Psicologia.

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