• 243634 iscritti di cui 70 online

    La dimensione somatica come canale comunicativo con il neonato

    La Psicologia Clinica Perinatale persegue finalità di natura preventiva tanto come di natura più interventistica. In modo trasversale rispetto a queste due finalità, lo psicologo perinatale lavora su un piano di osservazione del quadro specifico, delle competenze genitoriali e delle dinamiche presenti (fisiologiche, socio economiche, relazionali…), tanto come un livello informativo utile a fornire ai neogenitori le informazioni (o ancora meglio) il modo per trovare le informazioni di cui necessitano e se necessario di intervento clinico psicoterapeutico.

    La cornice di appartenenza è quella che vede al centro il neonato per aiutare il quale si dovrà necessariamente lavorare con coloro che se ne prendono cura. Il neonato, ancor più dell’adulto, esprime la sua sofferenza attraverso il corpo sotto forma di sintomi fisici. Sarà successivamente, alla luce dello sviluppo del bambino che quest’ultimo esprimerà la propria sofferenza attraverso altri canali e mezzi (ad esempio con i disturbi del comportamento).

    Anche la comunicazione bambino-caregiver avviene attraverso i canali di una comunicazione corporea.

    Uno dei più grandi temi per i genitori è come poter comprendere, dare senso e significato a ciò che il bambino sta vivendo, a cosa vuole comunicare loro se la situazione è preoccupante oppure no. Un momento caratterizzante questo, spesso molto forte a livello emotivo è senza dubbio il rientro a casa subito dopo la nascita.
    In questa prospettiva, un importante contribuito che la psicologia perinatale può dare sarà:

    1. partire da un lavoro di iniziale analisi delle aspettative;
    2. valutare le risorse presenti nella coppia genitoriale sia come singoli che come coppia;
    3. stimolare l’accrescimento delle informazioni perché possano dare senso a ciò che accadrà affinchè possano aprirsi e muoversi verso la ricerca di nuove informazioni per affrontare al meglio le diverse situazioni con le quali si confronteranno.

    Tutto questo è parte integrante del momento carico di energia della costruzione e crescita della relazione tra il bambino ed i suoi genitori e allo stesso tempo nel definirsi pian piano dell’identità genitoriale di ognuno dei due genitori e di loro come coppia genitoriale.
    La natura somatica dei sintomi e della comunicazione può rendere difficile il compito genitoriale di riuscire a quantificare e definire un livello di gravità del disagio del loro piccolo bambino.

    In contesto clinico, viene fatto riferimento al Sistema di Classificazione Diagnostica 0-3 (National Center for Clinical Infant Program di Washington) per fare diagnosi in età infantile. Questo manuale diagnostico riconosce come determinante il ruolo della qualità della relazione genitore-bambino infatti legge e da senso a ciò che vede, collocando il bambino entro il contesto relazionale con il genitore. Tale relazione è considerata in un’apposita asse, determinante per poter procedere ad una valutazione del quadro clinico del bambino.

    Si è visto che la valutazione dell’attaccamento attraverso l’Adult Attachment Interview durante il terzo trimestre di gravidanza, consente di predire la qualità della relazione cogenitoriale dopo il parto (McHale, 2010). La qualità e le caratteristiche della relazione tra i genitori rappresentano senza dubbio un importante fattore contestuale per il benessere del bambino in epoca perinatale (e non solo).

    Pertanto il disagio che il bambino vive e cerca di comunicare può essere un disagio affettivo. Il bambino utilizza il canale somatico per dare volume e richiamare l’attenzione comunicando un disagio di natura emotiva che non è ancora in grado di elaborare e di esprimere in altri modi.
    La pediatria ci aiuta in questo e riconosce tali disturbi classificandoli a seconda dell’impatto che hanno sulla funzione vitale coinvolta:

    • sonno
    • alimentazione
    • escrezione
    • respirazione
    • motricità.

    In senso pratico i genitori si potranno trovare di fronte a eczemi, dolori addominali, coliche…

    I disturbi psicosomatici si possono manifestare in tre periodi: in una fase primaria già alla nascita includendo fino il primo trimestre, dal secondo trimestre di vita a circa 15-18 mesi e nella fase della prima infanzia ossia dalla seconda metà del II anno di vita fino alla metà del terzo.

    Questo spazio temporale lo possiamo considerare come lo specifico ambito di intervento della Psicologia Perinatale Clinica.

    Problematiche quali disturbi nella regolazione del sonno, alimentazione, infezioni e o disturbi intestinali e dermatologici, dopo aver appurato l’assenza di una origine organica, possono essere letti e quindi affrontati come manifestazioni somatiche di disagio relazionale.

    La vera risorsa operativa è senza dubbio un lavoro di equipè integrato in cui credo fortemente lo psicologo perinatale possa svolgere il compito di mantenere una visione d’insieme per poter leggere e dare senso e possibilità di modifica della situazione di disagio. L’equipè immaginata vede coinvolti: pediatra-neonatologo, psicologi clinici esperti in perinatalità, neuropsichiatri infantili, assistenti sociali, ostetriche).


    La dott.ssa Chiara Iazzolino è autrice dell’ebook:

    Psicologia perinatale: identità genitoriale in-formazione da diade a triade


    Bibliografia
    Cena L., Imbasciati A., Baldoni F., (2012), Prendersi cura dei bambini e dei loro genitori, Springer.
    Stern DN., (1992)., Aspetti fondamentali delle terapie genitore- bambino: i fattori comuni nei diversi approcci., In Fava-VIzzietllo G., Stern (Dalle cure materne all’interpretazione. Cortina, Milano.

    Per lasciare un commento è necessario aver effettuato il login.

    Aree riservate agli abbonati di liberamente