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    Il pianto del bambino e le emozioni dei genitori

    Tutti i bambini piangono, il pianto è universale in tutte le culture ma la durata e la frequenza cambiano e dipendono dai singoli casi.
    Il pianto è per il bambino una vera e propria modalità di comunicazione, è il suo modo per farci capire di cosa ha bisogno.
    Se pur parliamo di un comportamento naturale del bambino, questo diventa un problema per le famiglie quando va ad inficiare la loro qualità di vita.

    Perché piangono i neonati?

    I neonati piangono per svariati motivi, non essendo ancora in grado di comunicare a parole, piangere è il loro unico modo per richiamare l’attenzione quando un loro bisogno deve essere soddisfatto. Non potendo parlare, i bambini piangono.
    Un bambino può piangere per fame, per sonno, per dolore, per noia, per ricercare una forma di contatto, ma anche per scaricare la tensione e per difendersi da un eccesso di stimolazioni.
    La donna, per natura, ha una predisposizione biologica che la spinge a placare il pianto del bambino anche se il timore più grande delle neo-mamme è proprio quello di non riuscire ad interpretare il pianto del nuovo arrivato.
    Non esiste un modo universale per gestire il pianto, essendo questo di diversa natura.
    Per questo motivo il compito dello psicologo perinatale è anche quello di rassicurare i neo-genitori nel sentirsi adeguati nella gestione delle richieste del proprio figlio.
    Si procede sempre per tentativi, il pianto si placherà una volta soddisfatto il bisogno del bambino.
    Con il passare del tempo, le modalità e la frequenza del pianto del neonato mutano. Alla soglia dei 3 mesi, generalmente, il pianto tende a presentarsi con minore frequenza e durata.

    Cosa può fare lo psicologo a riguardo?

    Lo psicologo perinatale si occupa della prevenzione, del sostegno, dell’orientamento, della diagnosi e dell’intervento per le famiglie durante il periodo che comprende gravidanza, parto, nascita, allattamento e primi anni di vita.
    Generalmente, i genitori non si rivolgono allo psicologo con la specifica richiesta di voler ricevere supporto nella gestione del pianto del bambino, ma è un qualcosa che preoccupa spesso i genitori e che domandano in sede d’intervento per un’altra tematica.
    E’ sempre opportuno tranquillizzare i genitori e normalizzare il pianto del neonato, fornendo loro tutte le informazioni necessarie a riguardo.
    Prima di consigliare tecniche o adottare specifiche strategie, lo psicologo deve sempre tenere a mente l’età del bambino.

    Quando si parla di pianto, è importante che lo psicologo vada ad indagare diverse aree prima di procedere con il supporto ai neo-genitori, come:

    • L’aspettativa dei genitori;
    • Il temperamento del bambino;
    • Quanto i genitori tollerano il pianto del bambino;
    • Quale è il livello di stress dei genitori;
    • Quali sono le informazioni che i genitori hanno circa il pianto;
    • Quali tentativi di acquietamento vengono utilizzati;
    • Lo stile di accudimento;
    • La presenza o meno di un supporto familiare.

    I genitori sono spesso orientati sull’interruzione immediata del pianto del bambino piuttosto che capirne le motivazioni, questo può portare a lungo andare a creare nel bambino delle false credenze sul pianto e sull’espressione delle emozioni negative.
    Fondamentale è quindi fornire le giuste informazioni ai nei-genitori, attraverso consulenze di psico-educazione.

    Quali sono le conseguenze di un pianto represso?

    E’ sempre importante normalizzare il pianto del bambino ai neo-genitori e comprendere il loro stress, se questo viene percepito come un problema.
    Allo stesso tempo ciò che risulta importante è far comprendere loro che ad ogni pianto è connessa una richiesta specifica del bambino.
    Se il pianto viene ignorato o placato con comportamenti consolatori o che cercano di distrarre il bambino si rischia di negare lo stato emotivo del piccolo. E’ come se si cercasse di suggerirgli di non piangere, passando così l’idea che piangere è sbagliato.
    Inibendo il pianto, involontariamente si insegna al bambino che sperimentare le emozioni è dannoso e quindi è più opportuno inibirle e/o controllarle.

    In conclusione, quando un bambino piange eccessivamente senza un motivo apparente, i genitori possono sentirsi esausti e stressati. Spesso la loro frustrazione è tale da mettere in atto comportamenti disfunzionali verso i loro bambini.
    L’assistenza emotiva da parte di amici, familiari, vicini e professionisti della salute può essere utile alla coppia genitoriale.
    I genitori devono sentirsi liberi di chiedere tutto l’aiuto necessario e condividere le loro sensazioni e paure. Se si sentono frustrati, possono prendersi una pausa dal bambino che piange, lasciandolo in un luogo sicuro per qualche minuto, senza sentirsi in colpa o sbagliati per questa loro decisione.
    Per questi ed altri motivi, uno dei compiti dello psicologo perinatale è cercare di prevenire e sostenere situazioni di disagio o problematiche attraverso consulenze, seminari, video informativi (e altro) che hanno l’obiettivo di informare, formare e supportare le famiglie.

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