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    Il lavoro flessibile «precarizza» anche la vita privata

    Rassegnato alla realtà e alla forma contrattuale con cui è tenuto a svolgere il suo lavoro ma soddisfatto dell’autonomia a disposizione e dell’ambiente in cui opera, affronta con difficoltà i costi della vita privata, a stento riesce a risparmiare parte del reddito, nutre poca fiducia nei sindacati e reti pubbliche o private di sostegno al lavoratore ma ricorrere al sostegno economico del partner e soprattutto della famiglia, rincuorato dal confronto con amici e coetanei, che lo fanno sentire sulla loro «stessa barca».

    Questo è l’identikit del lavoratore precario, tracciato nella ricerca «Lavorare da precari – effetti psico-sociali della flessibilità occupazionale», realizzata dal Centro studi e formazione sociale «Emanuela Zancan» in collaborazione con la facoltà di Psicologia, dipartimento di Scienze dell’Educazione, dell’Università di Bologna in cinque regioni italiane (Abruzzo, Emilia-Romagna, Marche, Puglia e Veneto), su un campione di età compresa tra i 24 e i 36 anni, con età media di 31 anni e leggera prevalenza di donne.

    Ovviamente, elemento principale per la ricerca, gli intervistati sono tutti lavoratori precari: si tratta prevalentemente di collaborazioni coordinate e continuative o contratti a progetto (42%), contratti a tempo determinato o interinali (28%), liberi professionisti che hanno aperto partita Iva (11%), collaborazione occasionale (2%), altre forme di contratto (15%), contratto a tempo indeterminato part-time (2%).

    Dallo studio emerge un atteggiamento negativo rispetto alla propria condizione di lavoro flessibile. Ad essere vissuto in modo problematico dagli intervistati non è soltanto il reddito percepito ma la forma contrattuale di lavoro in sé, vista come una «strada obbligata», di fronte alla quale non ci sono grandi margini negoziali. E se la maggioranza boccia la recente riforma del mercato del lavoro, a prevalere è un atteggiamento generale di accettazione e di rassegnazione alla realtà, con la preoccupazione di riuscire, nonostante le difficoltà, a far valere i propri diritti. E la sfiducia verso il lavoro flessibile è testimoniata anche dalle ambizioni future: per gli intervistati perde attrattiva il lavoro in proprio, mentre aumenta la richiesta di lavoro dipendente. Toni più positivi, invece, rispetto alle condizioni concrete in cui si trovano ad operare: valore dei contenuti del lavoro svolto, discrezionalità operativa, coerenza con esperienze accumulate. Ma i toni positivi sfumano quando i lavoratori precari si riferiscono alle loro condizioni di vita personali. La qualità della loro vita sembra infatti fortemente segnata dal tipo di contratto lavorativo a cui sono legati, come se a una precarietà del lavoro corrispondesse una «precarizzazione della vita privata».

    La flessibilità incide criticamente sul riuscire ad andare a vivere da soli, sposarsi o convivere col partner, fare figli, gestire le spese quotidiane e per il tempo libero, affrontare investimenti o spese più grandi, trovare un equilibrio tra lavoro e altre attività personali, organizzare la propria vita sociale. Sogni di indipendenza e autonomia lasciano così il posto a contributi economici dei propri genitori, oppure sostegni «indiretti» come garanzie per ottenere, ad esempio, un mutuo, fino ad arrivare alla possibilità di rimanere in casa con i propri genitori. Connotazione negativa anche per sulle «reti di sostegno» all’occupazione, dai servizi pubblici o privati fino alle strutture sindacali.

    Fonte: http://www.lasicilia.it

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