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    Il destino di una preposizione semplice: “Persona disabile, persona con disabilità”

    Chi non è addetto ai lavori, non troverebbe alcuna differenza nelle parole sopra citate “Persona disabile, Persona con disabilità”: il riferimento è ad una persona che presenta un disturbo fisico o mentale che comporta una difficoltà di tipo motorio o psichico. Rosenberg, psicologo statunitense, diceva che:

    “Le parole sono finestre, oppure muri”

    L’attribuzione di un nome comporta il passaggio di un significato e della cultura che ad essa è correlata. È come una specie di cartello che indica il passaggio verso una strada piuttosto che un’altra…vi siete mai trovati ad un bivio e avete dovuto scegliere? Le strade portano a vissuti diversi, a esperienze diverse e a sentirsi diversi.

    Quando parliamo di persona disabile, spesso dimentichiamo che parliamo anzitutto di una persona e poi della sua disabilità…ma nella stessa definizione utilizzata “persona disabile”, si delinea l’insieme, la totalità della persona e non il fatto che la persona abbia una disabilità.
    La persona non è disabile, la persona ha una disabilità. C’è una bella differenza tra essere e avere, non trovate? Una preposizione semplice cambia il destino e la cultura che viene trasmessa con il nome ad una persona con disabilità.

    Cosa è dunque la disabilità?
    La disabilità secondo la definizione che viene data dall’ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health) Classificazione internazionale del funzionamento della disabilità e della salute (testo che riporta la classificazione delle disabilità per l’ OMS), è “una difficoltà nel funzionamento a livello fisico, personale o sociale, in uno o più domini principali di vita, che una persona con una condizione di salute prova nell’interazione con i fattori contestuali”.

    Secondo il modello bio psico sociale, la disabilità non è considerata una malattia, come veniva concepita dal precedente modello medico, bensì una condizione di vita, una condizione che può risultare dalla relazione complessa tra più fattori ambientali e culturali. Ognuno di noi può essere in un momento della vita persona con disabilità.

    Facciamo un esempio pratico: io porto gli occhiali. Il mio deficit è quello della miopia. Senza occhiali io non vedo a un palmo dal mio naso.
    Bene, gli occhiali sono il mio sostegno. Senza di essi non sarei in grado di svolgere le attività quotidiane, banalmente alzarmi dal letto e andare in cucina.
    Io ho un deficit, la mia menomazione, senza sostegno potrebbe divenire un handicap, laddove fossi privata di sostegno e l’ambiente contribuirebbe a tale mancanza.

    Cosa si potrebbe fare per consentire, dunque, alla menomazione di rimanere tale e di non trasformarsi in una condizione di disabilità?
    Il tema si affronta alla radice: culturalmente si dovrebbero venire a creare dei percorsi che favoriscano sia le persone con disabilità sia le persone che non hanno disabilità, così non si percepirebbe alcuna differenza. Ciò che risulta necessario è un cambio di pensiero, da integrativo a inclusivo.

    Facciamo un esempio

    Una persona con una disabilità motoria, utilizza una carrozzina perché ha un deficit motorio. La carrozzina è il suo sostegno.
    Se una persona con carrozzina vuole prendere l’autobus, deve attendere quello che ha la pedana (non tutti ne sono dotati) e quindi può scegliere soltanto alcune mete poiché altre le sono precluse.
    Il deficit diventa disabilità, laddove i fattori personali si uniscono a fattori contestuali: la libertà di movimento viene ostacolata dalla mancanza di mezzi idonei (con accesso alle carrozzine).
    È in questa situazione che il deficit diviene disabilità, laddove l’ambiente di appartenenza non consente di poter godere dei propri diritti.
    Cambiando il pensiero e promuovendo il cambiamento della cultura si potrebbero progettare, per esempio, mezzi che possano favorire l’accesso a tutte le persone con disabilità e non. Questo significa inclusione.

    L’inclusione si può promuovere dalle più piccole cose alle più grandi, a partire da come le cose vengono chiamate, poiché questo ne costituisce la via di accesso al pensiero e, quindi, al cambiamento e alla crescita come persone e come popolo.
    Diamo dunque il giusto valore alle parole ed in particolare a quella preposizione semplice che può essere, davvero, motivo di grande cambiamento e crescita!

    Autore: Dott.ssa Laura Berrone

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