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    Dalla patologia alla creatività: l’arteterapia

    L’arteterapia è una forma di intervento che, mediante il canale artistico/espressivo, si propone di perseguire scopi terapeutici, consentendo alla persona di dar voce alle emozioni e alle sensazioni che non riesce a verbalizzare.
     
    Le attività possono coinvolgere varie dimensioni:  dalla musica al teatro, dalla danza alla pittura o alla narrazione di storie.  
    Ciò che accomuna le diverse modalità è che tutte stimolano il processo creativo  migliorando i livelli di benessere e di qualità della vita, poiché esso innesca l’elaborazione di vissuti dolorosi o difficoltà quotidiane. 
     
    Questo non presuppone alcuna competenza o attitudine artistica degli utenti; difatti non si osserva la qualità estetica del prodotto finale ma l’obiettivo è quello di spronare la manifestazione della propria interiorità: tale metodo consente semplicemente di attivare quelle risorse di cui già disponiamo ma che, per qualche ragione, sono state represse.  
     
    Inoltre l’arteterapia offre il vantaggio di eludere le difese della coscienza: nella sua immediatezza propone scenari assolutamente autentici, laddove le parole potrebbero invece occultare o distorcere il disagio. 
     
    Da un punto di vista strutturale, l’arteterapia richiede le stesse regole di un qualsiasi setting terapeutico, ovvero si determinano uno spazio ed un tempo definiti in cui il paziente può esternare i suoi sentimenti. Tuttavia l’ambiente è dotato di materiali quali matite, carta, colori, strumenti, giochi o qualsiasi oggetto che possa facilitare la libera espressione dell’individuo.
     
    Tale pratica è stata introdotta negli Stati Uniti intorno agli anni ’50, articolandosi in due principali orientamenti proposti rispettivamente da Margaret Naumburg ed Edith Kramer.
     
    La Naumburg riteneva più efficaci le immagini rispetto alle parole e pertanto usava la comunicazione simbolica prodotta dai pazienti per interpretare il loro inconscio, secondo l’ottica teorica freudiana. La Kramer invece credeva nel potere curativo dell’arte che, scevro da ogni valutazione, è in grado di agire quale strumento terapeutico.
     
    D’altronde già in passato l’arte era stata considerata come fonte di ristoro per chi soffriva di disturbi mentali: gli antichi greci ricorrevano alla catarsi per ritrovare il loro equilibrio mentre i romani confidavano nelle potenzialità lenitive della letteratura e della musica per superare la sofferenza.
     
    Nel Rinascimento ha avuto luogo una rivalutazione dell’artista, inteso come persona estremamente sensibile il cui talento lo preservava dalle insidie della follia, proiettandolo in una realtà immaginaria e fantasiosa. Lo stesso Vincent van Gogh ha prodotto la maggior parte dei suoi lavori mentre si trovava rinchiuso in un ospedale psichiatrico, pervenendo ad una collezione ricchissima in pochi anni. 
     
    Attualmente l’arteterapia può essere applicata per fini riabilitativi, sia in casi di handicap fisici (per favorire un contatto proficuo con la propria corporeità) sia in presenza di patologie psichiche, per realizzare un aumento della consapevolezza di sé.
     
    Il lavoro deve essere guidato da una figura specializzata, in alcuni casi può essere necessario cooperare con altre figure professionali all’interno di un’équipe che contempli diverse competenze, poiché talvolta la valenza curativa del progetto artistico rappresenta un coadiuvante per la guarigione ma non si esaurisce con essa.
     
    E’ possibile operare anche a livello preventivo, ricorrendo a questa tecnica durante le normali fasi di cambiamento nel corso della vita, così da agevolare anche la promozione del benessere e non solamente la cura della malattia. 
     
    D’altronde, come diceva Pablo Picasso, “l’arte lava via dall’anima la polvere della vita quotidiana”. 
     

    Bibliografia
    Giusti E. , Piombo I. (2003). “Arteterapie e Counseling espressivo”. Ed. Aspic
    Kramer E. (1977). “Arte come terapia nell’infanzia”. Ed. La Nuova Italia.
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