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    Colloquio di lavoro: come affrontarlo al meglio

    La psicologa sociale Amy Cuddy, docente alla Business School di Harvard, è stata definita “la più alta sacerdotessa della fiducia in se stessi”. Fornisce due suggerimenti importanti per prepararsi a una delle sfide più difficili da affrontare, un colloquio di lavoro: usa le “posizioni di potere” per aumentare la tua autostima e ricorda di mostrare il tuo calore, non solo la tua competenza.

    Le prime impressioni sono sicuramente importanti. Più apprendiamo sul nostro cervello, più comprendiamo che non formiamo le nostre opinioni dopo un’attenta razionalizzazione, ma piuttosto razionalizziamo attentamente le nostre prime opinioni. Vale a dire che formiamo opinioni basate su impressioni e intuizioni iniziali e, solo allora, cerchiamo dati per supportare la nostra prima opinione. Una volta trovate abbastanza informazioni a supporto, tendiamo ad appoggiarci a questa prima impressione. Come dire che difficilmente mettiamo in discussione le nostre prime impressioni.

    Quindi, come possiamo fare una prima impressione positiva in una situazione così critica come un colloquio di lavoro?

    Secondo la dott.ssa Amy Cuddy possiamo rappresentare l’interesse dell’intervistatore ponendoci due domande:

    1. Posso rispettare questa persona?
    2. Posso fidarmi di questa persona?

    Arriviamo a rispettare un’altra persona, basandosi sulla sua saggezza, la conoscenza, la competenza, in poche parole, sulla base di fatti.
    Arriviamo a fidarci di qualcuno in base alla sua onestà, all’apertura, la capacità di ascolto, la vulnerabilità, il sincero interesse espresso per gli altri, la generosità e il calore, in poche parole sulla base delle sensazioni positive della loro personalità o presenza.

    Di solito, quando ci prepariamo per un colloquio di lavoro, spesso passiamo più tempo a dimostrare chi siamo, cercando di rispondere alla prima domanda rispetto alla seconda. Durante l’intervista vera e propria, tendiamo giocare prevalentemente le nostre “carte fattuali” più delle nostre “carte calore”.
    Di solito cerchiamo di mostrare le nostre competenze, sforzandoci di apparire adeguatamente professionali e in generale cercando di rassicurare il lato razionale dell’intervistatore.
    Anche quando potremo decidere di giocare la carta che recita: “Sono molto interessato a te e alla tua azienda”, rischiamo di farlo come un compito piuttosto che per vera curiosità (poiché lo stress e l’ansia di solito mascherano i nostri veri interessi).

    Quando rappresentiamo le nostre capacità, basandosi sui fatti, senza occuparci del lato più personale, abbiamo maggiori probabilità di ottenere una risposta negativa che in genere suona così: “grazie, è stato impressionante, ti contatteremo”, seguito da una chiamata o da una mail con un cortese riconoscimento del nostro eccezionale curriculum e vaghe scuse sul perché in realtà non abbiamo ottenuto il lavoro.

    A volte le “vaghe scuse” che riceviamo sono reali (ad esempio cambiamenti organizzativi che rendono improvvisamente disponibili candidati interni, candidati alternativi con una corrispondenza più esatta dei requisiti); tuttavia molti studi sembrano indicare che il più delle volte la vera ragione (spesso inconsapevole e di solito non espressa), la motivazione chiave per la scelta o il rifiuto di un candidato è fortemente legato all’aspetto della “fiducia”.

    Giocare le nostre carte personali

    La Cuddy, sottolinea il ruolo fondamentale del riuscire a giocare le nostre “carte calore” per riuscire a trasmettere fiducia all’intervistatore.

    Il calore è quella qualità umana che ha come ingredienti chiave la fiducia in se stessi, l’ottimismo, il sincero interesse per gli altri, passione e autenticità. Ed è anche condensato nel concetto di “presenza”. Ciò che è particolarmente importante nel concetto di “presenza” della Cuddy è che possiamo imparare ad accedervi in quanto tutti abbiamo questi tratti. 

    Quindi, ecco i due consigli:

    1. SBLOCCA LA TUA ENERGIA POSITIVA. Qualsiasi situazione stressante come un colloquio di lavoro genererà un meccanismo difensivo inconscio che influenzerà la nostra postura, il tono della voce e il grado di attenzione; per contrastare questo stress negativo, Cuddy suggerisce di usare le power poses (“posizioni di potere”). Diversi test, hanno dimostrato che possiamo sbloccare la nostra energia positiva prendendo una posizione “vincente” aperta e mantenendola per due minuti in privato, prima di andare al colloquio di lavoro. In questo modo aumentiamo la nostra sicurezza e la nostra concentrazione e tendiamo a dare i nostri migliori sorrisi, strette di mano, risposte e capacità di ascolto, in pratica a fare una buona prima impressione.

    2. ACCEDI AL TUO SÉ. In secondo luogo, dobbiamo smettere di preoccuparci dell’impressione che facciamo e spostare la nostra attenzione sull’essere noi stessi, veri, onesti, aperti e persino vulnerabili; questo è un passo chiave per liberare l’energia che può renderci felici e soddisfatti di noi stessi in primo luogo e quindi “contagiosamente attraenti” ed interessanti di conseguenza. Invece di cercare di convincere gli altri che siamo affidabili, competenti, simpatici e affidabili, dobbiamo innanzitutto imparare ad apprezzare e fidarci di noi stessi. Alcuni dei modi più utili per accedere al nostro sé autentico sono:

    • Trasforma il nervosismo in eustress. Quando ci sentiamo nervosi, piuttosto che dirci di calmarci (cosa poco o nulla efficace!), possiamo cercare di trasformare in eustress questa naturale risposta fisiologica, dicendoci che siamo entusiasti della sfida che stiamo affrontando. Questo è un modo di agire intenzionalmente sulla propria lettura soggettiva della situazione, che ci conferisce un grande potere di azione. Se cambia la nostra lettura soggettiva di una situazione inevitabilmente cambiano le nostre reazioni.
    • Vivi i tuoi valori. Ricordare a noi stessi dei nostri valori prima di una situazione stressante (per esempio scrivendoli su un foglio di carta  prima di un colloquio) può aiutarci a gestire la situazione con meno stress e più fiducia in noi stessi.
    • Prendere più spazio. Quando ci appropriamo di più spazio o creiamo più spazio intorno a noi, ci sentiamo meglio con noi stessi e tendiamo ad avere più successo (ad esempio stare in piedi, in movimento, oppure seduti con una postura diritta, guardandoci intorno, piuttosto che curvarsi su uno smartphone, senza mai alzare lo sguardo e rannicchiarsi in un piccolo angolo). Queste forme di linguaggio non verbale – quelle forti, associate all’entusiasmo, alla passione, all’intraprendenza – possono fare la differenza agli occhi di un selezionatore, potenzialmente anche più di ciò che si comunica attraverso la voce

    Conclusioni

    È importante sottolineare che, sebbene questi suggerimenti possano spesso essere efficaci “immediatamente”, la loro pratica continua può renderci più sicuri in modo sostenibile.
    In inglese il detto fa “fake it ’till you make it”, letteralmente “fingi fino a quando non lo ottieni”. Ma qui, dice Amy Cuddy, è questione di fare un passo oltre. Io non voglio dire “fingi fino a quando non lo ottieni”. Io dico “fingi fino a quando non lo diventi”», dice l’esperta. “Si tratta di farlo abbastanza a lungo da interiorizzarlo”.

    In conclusione vi propongo la visione di questa interessante conferenza (TED 2012) di Amy Cuddy, i cui contenuti, erano già presenti in un articolo del 2010, pubblicato sulla rivista specialistica Psychological Science intitolato Power Posing: Brief Nonverbal Displays Affect Neuroendocrine Levels and Risk Tolerance, cioè “Posture di potere: brevi atteggiamenti non verbali influenzano i livelli neuroendocrini e la tolleranza del rischio” che ha attirato numerose critiche dopo essere finito al centro di un grosso dibattito sui metodi di studio in psicologia sociale.

    Nel 2017, Amy Cuddy ha partecipato a una conferenza in cui per la prima volta ha riconosciuto che le “posture di potere” non provocano effetti ormonali; per quanto riguarda il “senso di potere” invece rimane convinta del suo risultato, ovvero che il linguaggio “non verbale” può a sua volta influenzare la nostra mente e il nostro modo di vedere noi stessi.

     

    Fabrizio Evandri
    Psicologo   

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