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    Bambini rintanati tra le mura di casa, passano il loro tempo sulla consolle

    Marco gioca spesso da solo. E tra le mura di casa. Recentemente si è fatto acquistare una consolle di ultima generazione, quella che sta spopolando tra i suoi coetanei e costa 129 euro. Ogni tanto sfida suo padre o qualche amico.

    Marco potrebbe essere uno dei bambini – o delle bambine – torinesi con meno di dodici anni fotografati dalle statistiche. Che mostrano due tendenze consolidate: i bambini giocano soli, e quasi mai lo fanno lontano da casa. E pensare che secondo Legambiente Torino è il paradiso dei bambini: la città che offre loro più strutture, più possibilità e più verde. Premesse che autorizzerebbero a raccontare una metropoli sfruttata a fondo. Invece sembra il contrario. Il 90 per cento dei piccoli sotto i dodici anni, secondo l’Istat, gioca quasi soltanto in casa.

    Il più delle volte in solitudine (44 per cento), al massimo con un genitore. Se è fortunato si trova circondato da fratelli e cugini. Ancor più raramente da qualche vicino di casa. Quasi mai da un amico. In ogni caso ben presto abbandona le costruzioni, i disegni e le automobili per imbracciare la tastiera di un videogioco. Difficile scorgere tendenze omogenee. Come spiega Erica Sclavo, docente di Psicologia dell’infanzia alla facoltà di Scienze della formazione, «le differenze di genere hanno un ruolo determinante». Fino a 5 anni si viaggia su orizzonti confrontabili, dove regnano il disegno, poi automobili e costruzioni da un lato, bambole e peluche dall’altro.

    È subito dopo che emergono le fratture: i maschi virano drasticamente sui videogiochi, mentre le loro coetanee restano affezionate a bambole e disegni. Resta il fatto che, tra 4 e 10 anni, il 65 per cento dei bambini e il 39 delle bambine possiede e utilizza videogiochi. Stesso discorso per un bambino ogni quattro tra 3 e 5 anni.

    Una conferma indiretta arriva da chi vende giocattoli. Armando Iom, responsabile delle vendite di un grande negozio in corso Traiano, ha pochi dubbi: «Le consolle vanno letteralmente a ruba. Insieme con i loro giochi sono di gran lunga gli articoli più venduti». Seguono le bambole, i robot, i Gormiti, le Vinx, le intramontabili Barbie. E, nelle retrovie, qualche inossidabile totem, come i Lego, «che sono tornati a galla dopo anni di magra».Servirebbe capire se il tipo di giocattoli acquistati incida sulla qualità dello svago. Sembrerebbe di sì. «Si sta perdendo l’abitudine al gioco collettivo – racconta Maria Carla Rizzolo, responsabile dei Centri cultura per il gioco di Torino -.

    Le abitazioni sono piccole, gli spazi risicati, e rendono difficile riunire più bambini. In più i genitori non si fidano a lasciarli uscire, anche se c’è un amico che abita a pochi passi». Vincono le diffidenze, a quanto pare. «Non solo: predomina la tendenza a restringere gli spazi di creatività – insiste la Rizzolo -. Anche i parchi giochi sono strutturati, con attrezzi che si possono utilizzare soltanto in un modo.

    Il gioco collettivo, invece, presuppone che s’inventi sul momento, ci si metta d’accordo, si stabiliscano insieme le regole. Oggi, se mettiamo un gruppo di bambini in uno spazio vuoto è probabile che restino interdetti e ci chiedano: “E ora, a cosa giochiamo?”».
    Difficile combinare i tasselli, quando anche la vita dei più piccoli è frenesia pura: spazi e tempi sono compressi da un’agenda d’impegni fitta quanto quella di un manager. Scuola fino a metà pomeriggio, poi calcio, volley, danza, musica. Ogni brandello di tempo viene saturato, quasi mai un pomeriggio libero. «È vero, i ragazzi oggi sono impegnati – confessa Marta Leddi, madre di una bimba di 8 anni -.

    E faticano a frequentarsi dopo le lezioni. Ad esempio, mia figlia va a scuola vicino a casa dei miei genitori. Questione di comodità: tuttavia è vero che abita lontano dalle sue compagne e finisce per frequentare poco i bambini che vivono nel nostro condominio perché torniamo a casa che è già sera». Le fa eco Ines Mari, mamma di un bimbo di 11 anni: «Mio figlio gioca a calcio e a tennis. È impegnato quattro sere la settimana, e il sabato ha la partita. Però, nonostante tutto, a casa nostra bazzicano spesso i suoi amici: stanno un po’ insieme, giocano alla Play Station. Mai più di un’ora: è la regola che mio marito ed io abbiamo imposto».

    Articolo di Andrea Rossi, tratto da: http://www.lastampa.it/redazione/default.asp

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