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Atenei, rischio abbandono. Il 25% lascia al primo anno


Pubblicato da Redazione
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"Noi abbiamo una strana materia prima tra le mani: la produzione riesce se la materia prima fa la sua parte. Altrimenti addio industria". Il paradosso è di Guido Fiegna, del Comitato di valutazione universitario: un po' forte, ma rende perfettamente la strettoia in cui si trovano le università italiane (e non solo). La "materia prima", è ovvio, sono gli studenti. I produttori, il sistema degli atenei.

E a una sorta di "contratto" con gli studenti gli atenei italiani stanno lavorando di fronte ai dati allarmanti che giungono dalle rilevazioni nel mondo universitario. Il 24% degli studenti universitari abbandonano il primo anno, uno su quattro. Il 20% delle matricole trascorre il primo anno di università senza dare esami. L'allarme è alto, anche se i dati sono in parziale diminuzione. La strada una sola: "Voi studenti ci mettete tutto il vostro impegno, noi atenei vi aiutiamo a capire subito qual è la vostra strada".

Si chiama orientamento, ed è la scommessa degli atenei italiani che hanno provato a "mettere a sistema" tutte le loro esperienze in un seminario di tre giorni a a Gallipoli. Il lavoro è coordinato dal rettore dell'Università di Lecce - Oronzo Limone - che dice senza mezzi termini: "Le resistenze ci sono, anche negli atenei. Ma questo è il principale investimento sul nostro futuro: aiutare i ragazzi a capire qual è la loro strada fin dalla scuola significa produrre intelligenze e innovazione per il Paese: la scommessa di modernizzazione di cui tanto si parla passa di qui".

Quella che viene fuori dalle indagini avviate dalla Conferenza dei rettori è una realtà decisamente difficile. Le università si trovano a fare i conti spesso con la necessità di affrontare veri e propri vuoti culturali dei ragazzi che arrivano dalla scuola e il risultato dell'analisi è che gli studenti hanno sempre più bisogno di essere assistiti e indirizzati.

C'è chi - l'esperimento è in Umbria - organizza corsi nei licei con noti matematici per provare a stimolare l'interesse degli studenti per gli indirizzi scienifici e arginare l'emorragia di iscritti nelle facoltà. O chi, come il Politecnico di Torino, cerca un contatto con gli studenti che si sono fermati o hanno abbandonato. O ancora chi, è il caso di Lecce, organizza campus di orientamento estivo provando a coinvolgere annche le famiglie.

Di esempi se ne potrebbero fare molti altri, le contromisure sono avviate ma la strada è ancora lunga: 47 atenei si impegnano a rilevare le lacune degli studenti che si affacciano per la prima volta nel sistema universitario, 54 organizzano corsi per farvi fronte, soltanto 23 organizzano corsi di preparazione per l'ammissione agli esami di facoltà a numero chiuso.

Uno sforzo che ha bisogno di risorse. E le risorse non ci sono. Anzi - fa notare Mario Morcellini, preside di Scienze della Comunicazione della Sapienza - "l'attenzione dlla politica alla manutenzione del nuovo sistema di studi è sempre più deludente". Con un risultato che spinge all'autocritica: "Nella strettoia gli atenei finiscono sempre più per farsi la guerra a colpi di marketing invece che aiutare i ragazzi a trovare la loro strada".

Più che un obbligo, una necessità. La spiega la psicologa Maria Luisa Pombeni, dell'Alma Mater di Bologna:"Ognuno dei nostri ragazzi ha un progetto: il sistema scolastico deve aiutarli a metterlo a fuoco". Pena un ulteriore allontanamanto di tutto il sistema Italia da molti altri Paesi europei.

Autore: Angelo Melone
Fonte: http://www.repubblica.it

 

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