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Deficit della memoria spie dell'Alzheimer?


Pubblicato da Redazione
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Deficit della memoria spie dell'Alzheimer?

Dopo i 50 anni di età sottoporsi - anche in condizioni di normalità - a test di memoria può evidenziare precocemente la predisposizione a sviluppare la malattia di Alzheimer. Ciò unendo la valutazione con test ad un nuovo tipo di risonanza magnetica nucleare in grado di rilevare le alterazioni anatomiche a carico delle aree del cervello responsabili del funzionamento della memoria stessa, in particolare quelle microstrutturali riferibili all’ippocampo; alterazioni che risultano sempre associate ad eventuali deficit. Lo ha messo in evidenza uno studio italiano condotto presso l’IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma e pubblicato ieri su Neurology, rivista ufficiale dell’American Academy of Neurology.

Da diversi decenni è noto che gli individui sofferenti (per cause traumatiche, tossiche, infettive, etc.) di un danno anatomico a carico dell’ippocampo presentano, invariabilmente, una riduzione dell’efficienza della memoria fino ad vera e propria amnesia. Questo studio ora ha evidenziato che è proprio l’ippocampo (insieme alle vicine strutture paraippocampali) il primo ad essere aggredito dall’Alzheimer. Ciò spiega perché un deficit della memoria è il più immediato campanello d’allarme dell’insorgenza della malattia anche in soggetti relativamente anziani ed apparentemente normali. Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Roma Tor Vergata e della Fondazione Santa Lucia: Giovanni Carlesimo, Andrea Cherubini, Carlo Caltagirone e Gianfranco Spalletta.

Per arrivare ad evidenziare questa correlazione, i ricercatori hanno preso in esame 76 soggetti sani ed esenti da chiare patologie neurologiche, di età compresa tra i 20 e gli 80 anni. Questi sono stati sottoposti ad un nuovo tipo di risonanza magnetica nucleare (RMN) dell’encefalo: la diffusion tensor imaging (DTI) che consente di evidenziare alterazioni della microstruttura delle cellule nervose. Il campione studiato è stato contemporaneamente valutato con test di memoria verbale e visiva a lungo termine. Dalla valutazione congiunta, neuroradiologica e neuropsicologica, è emerso che nei soggetti al di sopra dei 50 anni le basse prestazioni ai test di memoria sono correlate a significative alterazioni microstrutturali a livello dell’ippocampo.

I risultati dello studio suggeriscono quindi che anche nei soggetti anziani con prestazioni della memoria ridotte al livello più basso della soglia di normalità – ma non clinicamente rilevanti – andrebbe accertata l’eventuale contemporaneità di alterazioni microstrutturali a carico dell’ippocampo. Il riscontro di questa associazione tra le due condizioni potrebbe essere predittiva di un’aumentata suscettibilità a sviluppare la malattia di Alzheimer. Se la valutazione periodica (per circa tre anni) dei soggetti inclusi nello studio, attualmente in corso presso la Fondazione Santa Lucia, confermerà la validità di questa metodologia, potrebbero essere sviluppate nuove e più precoci terapie farmacologiche in grado di modificare in modo significativo il decorso della patologia neurodegenerativa.

Fonte: IRCCS Fondazione Santa Lucia
http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=27149&s=3

 

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