![]() | Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Facoltà: Psicologia Corso di laurea: Corso di Laurea in Psicologia: indirizzo Sviluppo e Sociale Cattedra: Psicologia clinica Docente: Enrico Molinari Anno accademico: 2006/2007 Tipologia tesi: Laurea V.O. |
Il mio elaborato riguarda le tecniche indirette di comunicazione ipnotica nell’opera di Milton Erickson. In questo scritto si è cercato di delineare il faticoso cammino storico compiuto dall’ipnosi da pratica magica a strumento terapeutico per la risoluzione del sintomo, fino a ad approdare al nuovo e centrale nella tesi concetto di ipnosi come forma di psicoterapia. Tra le più importanti figure che hanno contribuito allo sviluppo della disciplina ipnotica vanno ricordati Mesmer il quale elaborò la dottrina del magnetismo animale, Charcot che propose la teoria fisiologica e Bernheim che scoprì il principio ideodinamico. In seguito, l’evoluzione della disciplina ipnotica continuò con Janet il quale ideò nuovi concetti come quello di idee fisse subconscie e con Freud che introdusse il metodo delle libere associazioni. Un altro grande studioso d’ipnotismo fu Clark Hull, il cui approccio agli stati ipnotici sottolineava la centralità della figura dell’operatore e si avvaleva di tecniche standardizzate d’induzione ipnotica. Hull rappresenta anche uno degli ultimi esponenti della “Vetero Ipnosi”, cioè quel modo d’intendere gli stati ipnotici come fenomeni esito d’interventi impositivi e autoritari; in cui vi é una chiara posizione One/Down tra operatore e soggetto e che si basa su un approccio diretto alla risoluzione del sintomo, cioè una pratica che impiega metodi suggestivi diretti mirati al decondizionamento del sintomo in stato di trance. E’ in questo contesto che fa la sua comparsa Milton Erickson, il quale seppe trasformare l’ipnosi classica in una concezione nuova e creativa dei fenomeni ipnotici, che ne metteva in luce gli aspetti comunicativi, l’importanza del soggetto e la possibilità di inquadrare lo strumento ipnosi nell’approccio alla persona piuttosto che esclusivamente al sintomo. (Analizzando la biografia dell’autore emerge il quadro di una persona che ha vissuto intensamente e che ha saputo trarre dalle molteplici esperienze, spesso anche negative come la lotta contro la poliomielite, importanti insegnamenti e spunti di riflessione.) In particolare, vi sono tutta una serie di variabili relative alla vita, alle esperienze e al contesto culturale di Erickson, che gli hanno permesso di giungere ad una pratica terapeutica, in cui l’osservazione e la disposizione comunicativa rendono conto del concetto di comunicazione indiretta e mettono a fuoco come l’ipnosi si sovrapponga al concetto di comunicazione, distaccandosi così da quello di pratica impositiva e autoritaria. E’ evidente come il differente approccio allo studio e all’utilizzo della parola, centrale in questa nuova pratica terapeutica, permetta di andare a costituire il confine tra vetero e nuovo concetto d’ipnosi. Dall’esame del modo di fare terapia di Milton, ne emerge un modello di comunicazione indiretta che presenta i seguenti aspetti: in primo luogo, il soggetto viene orientato verso un concetto, anziché essere esposto alla presentazione diretta di un’idea; in secondo luogo, si comunica a più livelli, impiegando molteplici canali; infine, si attivano risorse attraverso l’evocazione di potenzialità possedute dalla persona a livello inconscio ma rimaste inutilizzate. In linea con ciò, la pratica induttiva e clinica dell’autore era indirizzata a veicolare le associazioni del cliente cioè, a guidare le associazioni del paziente affinché egli scoprisse nuove e più costruttive associazioni; dunque Erickson anziché dire apertamente tu (paziente) devi fare questo, attraverso la veicolazione della associazioni conduceva il paziente a scoprire il modo in cui egli (paziente) poteva fare. Quindi, la frattura tra la vetero e la nuova ipnosi ericksoniana si declina in un approccio che risulta evocativo e non direttivo, che si basa sul principio dell’utilizzazione, ovvero l’impiegare in modo creativo tutto ciò di cui dispone il paziente, persino le resistenze, ai fini di ottenere cambiamento e guarigione e che propone degli interventi a misura del soggetto, cioè costruisce o meglio confeziona degli approcci terapeutici tenendo conto degli schemi e della mappa del mondo del cliente. Questa capacità del terapeuta di prestare attenzione al punto di vista e alla visione che il cliente aveva sviluppato sul mondo, insieme alla capacità di comunicare al paziente di essere compreso e accettato nella sua totalità era chiamata dall’autore rapport. (Esso era inteso da Erickson come la disposizione ad adeguarsi completamente all’altro, cioè la abilità dell’operatore di far sentire al paziente che comprende la sua immagine del mondo, la rispetta e tenta d’instaurare una comunicazione all’interno di essa. Il rapport era dunque l’elemento fondamentale di un efficace relazione terapeutica). Alla luce di questi concetti, l’ipnosi viene ridefinita come uno stato di alterazione naturale della coscienza e quindi come una delle possibili declinazioni del campo di coscienza. In questo ambito i fenomeni ipnotici, la trance e il cambiamento diventano ecologici in quanto co-costruiti insieme al soggetto, il quale assume il ruolo di protagonista della propria terapia. (Tutto ciò è possibile grazie anche ad un concetto d’inconscio che riporta all’interno del soggetto la possibilità costruttiva per ridefinire e elaborare nuove associazioni più adattive, pervenendo così ad un cambiamento terapeutico.) Dalla psicoterapia elaborata da Erickson derivano dunque una vasta gamma di orientamenti; quello maggiormente considerato qui, accanto all’approccio di Palo Alto, è la derivazione di Bandler e Grinder. Essi, prendendo spunto dalla grammatica generativo trasformazionale di Chomsky, decisero di modellare il linguaggio ericksoniano e arrivarono a individuare peculiari modalità linguistiche atte a creare ambienti semantici che garantissero una non direttività e una propria particolare efficacia nella comunicazione ipnotica, tanto nell’induzione quanto nella terapia. Queste particolari modalità linguistiche estratte dai due autori andarono a delineare il Milton Model, cioè l’insieme dei modelli linguistici che Erickson utilizzava nelle sua pratica ipnotica. In seguito a questa scoperta, Bandler e Grinder strutturarono ulteriormente le loro acquisizioni e furono in grado di sviluppare il loro modello neuro-linguistico del funzionamento umano, cioè del modo in cui le parole possono agire in modo apparentemente magico sulla neurologia, sui pensieri e sui comportamenti dell’uomo. In questo modo, i due autori crearono un modello che fu chiamato “Meta Modello del linguaggio in terapia”, poi abbreviato in Meta Model. Milton Model e Meta Model sono due modelli, che rappresentano uno il negativo dell’altro e costituiscono dal punto di vista delle tecniche d’intervento i due estremi che racchiudono la struttura logica del linguaggio. Il Milton model è un modello di precisa vaghezza, che si serve di tutta una gamma di modalità comunicative, quali la mancanza di indici referenziali, le metafore, le storie e gli aneddoti, i giochi di parole, i doppi legami terapeutici e la prescrizione del paradosso per consentire al terapeuta di elaborare un linguaggio astratto e indeterminato, vale a dire di livello logico molto elevato. L’intento è quello di presentare al paziente delle strutture linguistiche ambigue, in modo che sia sollecitato a sopperire ai punti carenti di senso, elaborando lui stesso dei significati tratti dalla sua esperienza personale, attivando così una ricerca transderivazionale. Il Meta Model, al contrario, è un sofisticato strumento linguistico che risulta costituito da un insieme di domande volte a contestare le verbalizzazioni astratte del cliente e a raccogliere informazioni riguardo alla sua esperienza sotto forma di descrizioni sensorialmente fondate. La finalità è condurre il paziente a recuperare l’esperienza sensoriale che sta alla base di quelle parti del suo modello del mondo che producono risultati indesiderati, in modo che egli possa rivedere le sue mappe e crearne così di migliori. Tutto ciò richiederà l’annullamento dei principali vizi della comunicazione, ossia gli effetti indesiderati dei tre meccanismi di modellamento, cioè la cancellazione, la generalizzazione e la distorsione. In questo lavoro, si è dunque cercato di dettagliare come da personali esperienze inserite in un contesto culturale, si sono sviluppate determinate abilità che sono confluite in un concetto d’inconscio e nella personalizzazione della terapia su ogni paziente attraverso un modello di comunicazione indiretta. Ciò esita nella frattura con la vetero ipnosi e nella possibilità di proporre nuove strategie d’intervento, basate sui principi dell’utilizzazione e del cambiamento ecologico. (In tale approccio il linguaggio è ciò che declina l’offerta terapeutica al soggetto, il quale ricostruisce i propri significati e ristruttura la qualità e la quantità delle proprie associazioni in terapia, accedendo a quelle risorse prima inutilizzabili di fronte al disagio). Si sono quindi studiate le modalità comunicative del linguaggio indiretto nella terapia ericksoniana, così come analizzate dagli autori che si sono occupati di modellare e rendere replicabile questo particolare tipo di approccio. II limiti di questo lavoro stanno nell’impossibilità attuale di utilizzare in un contesto terapeutico le nozioni focalizzate; i suoi vantaggi stanno nella sensibilizzazione ad un tema d’interesse quale l’indiretto, trasversale a differenti approcci terapeutici, che è tutt’oggi argomento di approfondimento e di discussione clinica tra coloro che si occupano d’ipnosi. | |
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