Caso clinico: "Depressione e narcisismo: il caso clinico di Max"


 

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Depressione e narcisismo: il caso clinico di Max


Pubblicato da Roberto Pasanisi
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Depressione e narcisismo: il caso clinico di Max Il paziente, che chiameremo Max, di circa 35 anni, si mostrava subito come una persona di elevato livello intellettuale e culturale: figlio unico, single, con lavoro fisso stipendiato ma con più alte ambizioni, specie nel settore culturale, di carattere assertivo, portato alla comunicazione (benché si definisca introverso), ha una vita sociale, relazionale ed affettiva piuttosto articolata, a tratti disordinata. A volte viene in seduta con un umore nettamente più basso del solito, e tende in queste occasioni a ritornare ossessivamente alla sua adolescenza, ed in particolare ad alcuni episodii - uno specialmente -, che egli definisce "traumatico". Il paziente aveva probabilmente 14 anni e proveniva da una situazione di prolungato stress nell'ambiente scolastico. In realtà aveva studiato privatamente fino all'età di 12 anni, avendo contatti solo solo molto rari ed occasionali con i suoi coetanei, e comunque in presenza della madre; a 13 anni l'inserimento nell'ambito scolastico era stato nel complesso del tutto soddisfacente, tanto che tutt'ora il paziente ne ha un gradevole ricordo. L'anno successivo, però, si era determinato un parziale disadattamento, parallelamente a risultati scolastici non negativi, ma lontani dalle aspettative del paziente. Il disadattamento nelle relazioni interpersonali, diminuito dopo i primi tempi, seppure solo relativamente, si esplicava così: il paziente era vittima di motteggi e prese in giro (alle quali non reagiva) che, pur non essendo il paziente nella classe né l'unico né il principale oggetto dell'ironia dei compagni, lo prostravano profondamente, anche perché lo facevano sentire poco stimato. Dunque, il paziente, a quell'età, andava al mare assieme alla madre, ad una signora amica della madre ed al figlio, che doveva avere forse 9-11 anni. Un giorno, al momento del pagamento del biglietto, veniva fissato negli occhi con aria di sfida e di ironia dal ragazzino (forse undicenne e figlio del gestore) che stava al botteghino. Successivamente, si recava in sala col figlio della signora per giocare al biliardino: si sentiva intimidito e depresso e, per così dire, un oggetto agli occhi degli altri. In effetti si percepiva isolato e diverso, accompagnandosi soltanto al figlio della singora, molto più piccolo di lui. Il ragazzino del lido si inseriva con fare prepotente ed arrogante al biliardino: dopo una parte sostanzialmente oscura nel ricordo del paziente (tranne questo: il figlio della signora ricordava al paziente di inserire la "mazzarella" nel biliardino per non far terminare il gioco, ed il ragazzino gli diceva qualcosa come: "Adesso gli stati chiedendo troppo"), a un certo punto il ragazzino diceva al paziente (alludendo al figlio della signora): "E cch'è? 'na chiavica comm'a tte?" ("E che è? una chiavica come te?"), fissandolo poi negli occhi con aria di sfida, di sprezzo e d'ironia. .. [CONTINUA]

 

Il caso clinico completo è visualizzabile solo dai partecipanti con Liberamente attiva

 


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