![]() | Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza Facoltà: Psicologia Corso di laurea: Psicologia clinica e di comunità Cattedra: Psicologia della memoria Docente: Clelia Rossi-Arnaud Anno accademico: 2003-2004 Tipologia tesi: Laurea V.O. |
| Una delle più accettate definizioni di memoria autobiografica è quella di Brewer (1986), il quale parla essenzialmente di “memoria per le informazioni legate al sé”. In effetti, ognuno di noi possiede ricordi relativi al proprio passato: episodi occorsi, esperienze di successo o di delusione, memorie di periodi di stabilità o di improvvise situazioni di crisi e cambiamento, insieme a ricordi delle opinioni e credenze che caratterizzavano momenti diversi del nostro passato. Certo, la struttura dei ricordi che costituiscono materiale per la memoria autobiografica è alquanto complessa e interconnessa; si tratta di situazioni in cui il materiale da rievocare fa riferimento al soggetto il quale solitamente assume il ruolo del protagonista. Data questa particolare condizione, si verifica una sorta di permeabilità tra il sistema che rievoca (il soggetto in quanto attivante un processo di recupero mestico) e il materiale da rievocare (il soggetto in quanto protagonista degli episodi ricordati). E’ possibile allora che molte delle trasformazioni che il materiale subisce siano dovute a questa particolare condizione che caratterizza il rapporto tra oggetto del ricordo e il processo attivato. Insomma, le persone rileggerebbero il proprio passato alla luce della condizione e dello stato del sé in cui la rievocazione avviene. Proprio la complessità dell’argomento ne ha fatto l’oggetto di numerose ricerche. Intendo cominciare questo mio lavoro inquadrando il tema della memoria autobiografica nel contesto più ampio degli studi sulla memoria, partendo dal prorompente sviluppo delle metodologie sperimentali (con Ebbinghaus) per arrivare al recupero dell’attenzione per le metodologie di tipo osservativo e per la validità ecologica dei risultati raggiunti (in seguito alla pungente critica di Neisser negli anni Settanta). Il tentativo di studiare i fenomeni di memoria così come si presentano nella vita quotidiana, consolidatosi a partire dalla fine degli anni Settanta come approccio integrativo all’approccio sperimentale, ha portato al centro dell’attenzione anche lo studio della memoria autobiografica, che aveva al contrario poco spazio nelle ricerche di laboratorio. Tuttavia, questo tipo di studi ha radici anche nel pensiero di alcuni grandi classici ed è per questo che a seguire prenderò in considerazione il lavoro di tre giganti del primo pensiero psicologico, Galton, Ribot e Freud, e rispettivi approcci, quello botanico, quello continuista e quello interpretativo. La traccia di questi contributi permea ancora profondamente la ricerca odierna ed è passata, profondamente cambiata, anche nelle spiegazioni di senso comune sui fenomeni di memoria, che oramai sono molto spesso fortemente “psicologizzate”. Dopo questa panoramica di carattere storico proseguirò con una esposizione del contenuto e della struttura della memoria autobiografica, una struttura che la maggior parte dei ricercatori vede come gerarchica, composta da tre principali livelli, ossia i periodi di vita, gli eventi generali e la conoscenza specifica degli eventi. Seguirà una descrizione dei metodi di studio (cueing, diari e costruzione di un’autobiografia) e un’analisi delle funzioni che tale memoria assolve nella vita quotidiana, con particolare attenzione alla funzione sociale e a quella riferita al Sé. Nella seconda parte entrerò nel dettaglio della questione dello sviluppo della memoria autobiografica, partendo da una descrizione dello sviluppo della memoria infantile e soffermandomi poi sulle due spiegazioni principali circa la comparsa della memoria autobiografica: quella che la collega allo sviluppo del sé cognitivo e quella che, invece, sottolinea la fondamentale importanza dello sviluppo del linguaggio. E’ infatti intorno a questo argomento che si sono sviluppate la maggior parte delle ultime ricerche in materia, e in particolare si è cercato di comprendere il ruolo assunto dal linguaggio nel mantenimento del ricordo e come, attraverso la conversazione con gli adulti, i bambini imparino a fare una narrazione coerentemente organizzata delle loro esperienze passate. In particolare, mi soffermerò su un insieme di contributi di ricerca che può essere schematicamente classificato nelle seguenti aree: un’area relativa agli stili conversazionali materni utilizzati nell’interazione con il piccolo; un’area che approfondisce gli effetti della conversazione su eventi del passato in cui in bambino/a ha sperimentato determinate emozioni, con particolare riguardo alle differenze di genere; un’area che indaga il peso delle diversità culturali , in particolare confrontando culture individualistiche occidentali e culture collettivistiche asiatiche. Porterò come contributo il caso di Emily, che può risultare molto utile nel vedere in pratica quanto detto riguardo la comunicazione genitori-figli, con alcuni brani tratti dai dialoghi serali di questa bambina. Alla fine di questa seconda parte mi soffermerò sul ricordo autobiografico nelle diverse fasi della vita, con particolare riguardo per il fenomeno della reminiscenza e per il picco di reminiscenza che si verifica per i ricordi riguardanti eventi verificatisi nel periodo di vita compreso tra i 10 e i 30 anni, sottolineando l’importante ruolo rivestito dalla reminiscenza e dalla revisione di vita soprattutto in tarda età. La terza ed ultima parte sarà incentrata su un problema strettamente connesso con lo sviluppo della memoria autobiografica, e cioè quello dell’amnesia infantile, presentando una vasta rassegna di contributi di ricerca nel tentativo di rispondere alle due principali domande che imperano sull’argomento: perché non ricordiamo gli eventi verificatisi nei primissimi anni della nostra vita e quale sia l’età media accertata per la scomparsa di questo fenomeno. Per prima cosa analizzerò le principali correnti teoriche che hanno cercato di spiegare il fenomeno, in particolare: la spiegazione psicoanalitica di Freud, il quale sosteneva che i ricordi venissero repressi perché troppo dolorosi; la spiegazione biologica, che attribuisce il deficit al mancato sviluppo, nei primi anni di vita, delle strutture cerebrali connesse con i processi di memoria; la teoria di Howe e Courage, che attribuisce il fenomeno al mancato sviluppo del sé; l’ipotesi della Nelson circa l’impossibilità di trattenere in memoria ricordi di eventi verificatisi prima che fosse possibile farne una rappresentazione verbale, e cioè prima di un pieno sviluppo del linguaggio; e poi tutti i diversi contributi di autori che si dividono nell’attribuire il fenomeno ad un deficit nell’immagazzinamento o nel recupero delle informazioni. Mi soffermerò, poi, su un famoso studio di Usher e Neisser, che aveva lo scopo di stabilire l’età media di scomparsa del fenomeno e l’eventualità che questa vari a seconda dell’evento da ricordare, analizzando il ricordo di quattro eventi verificatisi nei primi anni di vita: la nascita di un fratello o una sorella minore, un ricovero in ospedale, la morte di un familiare e il trasferimento in una nuova casa. Infine, prenderò in esame i diversi contributi di ricerca che hanno cercato di sottolineare le differenze culturali che si possono riscontrare, sia circa la qualità dell’amnesia infantile, sia riguardo l’età di scomparsa, paragonando in particolare culture Occidentali ed Orientali. | |
| |
Ogni commento ti assegna 5 crediti e deve avere un minimo di 90 caratteri.
Commenti SPAM
ti penalizzano di 30 crediti [Leggi FAQ
]
Fast Link: help esame, appunti di psicologia, help tesi, articoli di psicologia, progetti, casi clinici, corsi psicologia, master psicologia, scuole psicoterapia , autopromozione, esame di stato di psicologia, corsi ecm psicologi, profili professionali, normativa professione, e-book gratuiti, eventi per psicologi, la psicologia psicologia, lavoro per psicologi, libri di psicologia, tesi di laurea in psicologia, psicologia giuridica, counseling psicologico
© 2001-2012 Obiettivo Psicologia srl. p.iva 07584501006 Tutti i diritti riservati