![]() | Università: Università degli Studi di Bologna Facoltà: Psicologia Corso di laurea: Corso di laurea in Psicologia Generale e Sperimentale Cattedra: Psicologia del pensiero Docente: Fiorella Giusberti Anno accademico: 2002-2003 Tipologia tesi: Laurea I livello |
| In questo lavoro viene esaminato il comportamento decisionale, che costituisce un tema fondamentale della letteratura psicologica, nella sua applicazione giuridica. In particolare, è considerato il legame fra il ragionamento probabilistico, che sta alla base del processo di revisione delle opinioni del giudice monocratico, ed il valore diagnostico delle prove. Oltre ad alcuni cenni generali sul diritto, nel primo capitolo sono trattate le principali caratteristiche del reato e la fenomenologia del procedimento penale al fine di collocare in maniera chiara il ragionamento giudiziario, inteso come il ragionamento relativo all’attività processuale. Nel secondo capitolo, sono esposti i due principali approcci teorici relativi all’attività mentale che conduce il magistrato alla decisione: la visione tradizionale normocentrica, che si basa sul sillogismo deduttivo, ed il realismo giuridico, secondo cui non è possibile dedurre la scelta del giudice dalla norma (Friedman, 1975; Melton, 1990). Dopo aver chiarito la differenza fra formalismo (Kelsen, 1949) ed antiformalismo (Schmitt, 1931), sono presi in considerazione i modelli sperimentali (Diamond, 1981; McKnight, 1984; McFatter, 1986; Carrol et al., 1987; Hagan, 1975; Gordon, 1990) e teorici applicati al decision-making giudiziario. Questi ultimi si distinguono in modelli normativi, fra cui quello bayesiano (Marshall e Wise, 1975), e descrittivi algebrici, come il modello dell’integrazione dell’informazione (Anderson, 1982) e quello del peso sequenziale (Einhorn e Hogart, 1985). Si devono inoltre ricordare alcuni metodi di indagine denominati, in questa sede, “non-modelli” viste le notevoli divergenze rispetto ai modelli sopra citati. Tali approcci descrittivi euristici sono rappresentati da una parte dallo “story model” di Pennington e Hastie (1993) e dagli studi di Catellani (1992) e dall’altra dai lavori di Smith (1993), Stalans (1993), Bodenhausen (1988, 1990) e Gordon (1990), secondo i quali nella presa di decisione giudiziaria emergono inevitabilmente euristiche, preconcezioni, stereotipi e tendenze sistematiche che influiscono fortemente sulla sentenza. Non bisogna infine dimenticare l’importanza che ricoprono, nella rappresentazione del caso e nei processi di ragionamento connessi ad esso, il tipo di competenza (Lehmann et al.,1988; Amsel et al., 1991) ed il tipo di compito (McGill e Klein, 1993) che il giudice si trova ad affrontare. Segue un capitolo in cui si prendono in considerazione alcune ricerche relative al problem-solving giuridico, inteso come il processo inferenziale attraverso il quale un fatto concerto viene correlato ad una norma . Dopo aver descritto le principali caratteristiche dei problemi giudiziari, viene riassunta la sequenza di fasi lungo la quale si snoda il processo penale per chi è chiamato a decidere (Simon, 1976; Bonini e Rumiati, 1991). In quest’ambito si colloca il tema dell’economia cognitiva e della “razionalità limitata” di Simon (1956), contrapposto a quello della “razionalità situata” proposto da Magatti (1991), secondo cui grande importanza deve essere attribuita al contesto giuridico. Vengono inoltre descritti i più frequenti errori in cui può incorrere il giudice durante la risoluzione del problema/processo, come le euristiche, i biases, le trappole ed i vincoli cognitivi. Tali errori sono imputabili sia ad un’errata applicazione della teoria della probabilità che alla complessità del problem-solving giuridico (Diamond, 1981; Ebbsen e Konecni, 1975). Nel quarto capitolo, vengono elencati i principali tipi di inferenze che caratterizzano il ragionamento giuridico insieme alle prove che il magistrato deve valutare nel corso del dibattimento. Particolare attenzione è posta all’argomentazione giudiziaria ed ai criteri che, secondo Nappi (1990), consentono il passaggio dal fatto noto alla conclusione probatoria, fra cui le leggi scientifiche, le proposizioni analitiche e le massime d’esperienza. Importantissimo a questo punto sottolineare che la decisione del giudice ha valore probabilistico perché egli, partendo dalla molteplicità dei casi osservati ed utilizzando uno dei criteri sopra citati, passa dagli elementi di prova al risultato probatorio. È quindi evidente come i modelli giuridici necessitino di un completamento sul piano psico-sociale al fine di chiarire i reali processi di ragionamento, le modalità di selezione dell’informazione, le dinamiche persuasive e così via. Ma in che modo il giudice determina la misura in cui una prova è diagnostica per la colpevolezza dell’imputato e come è considerato il valore diagnostico dei test e delle evidenze statistiche utilizzati nei processi? A tali domande si cercherà di rispondere negli ultimi due capitoli. In particolare, nel quinto capitolo sono prese in considerazione, attraverso l’analisi di due casi famosi (l’affare Dreyfus ed il processo contro Janet e Malcom Collins), le ricerche effettuate da Tribe (1971). Questo autore è stato il primo a valutare gli effetti che l’utilizzo di metodi obiettivi per la valutazione di fatti può produrre sulla conduzione effettiva dei processi penali. I risultati di Tribe (1971), secondo cui la formalizzazione matematica delle prove sarebbe deleteria per un’equa sentenza, hanno da una parte avuto grosse ripercussioni sulla giurisprudenza inglese ed americana, dall’altra dato inizio alla discussione sull’ammissibilità delle prove statistiche e sull’opportunità di usare il teorema di Bayes in aula (Finkelsein e Fairley, 1970). Saks e Kidd (1980) hanno però confutato i risultati di Tribe (1971), dimostrando che i giudici tendono ad ignorare le informazioni statistiche soprattutto quando dispongono anche di dati di tipo qualitativo. Altri studi molto importanti in quest’ambito sono quelli di Thompson e Schumann (1987), Faigman e Baglioni (1988) e Smith, Penrod, Otto e Park (1996), che hanno confermato ed ampliato i risultati ottenuti da Saks e Kidd (1980). Vengono infine presi in considerazione gli sviluppi più recenti della ricerca sulle istruzioni bayesiane fornite ai magistrati (Kathleen e Wiebers, 2001). Nell’ultimo capitolo, oltre all’elenco dei principali test genetici, è presentato un concetto basilare per comprendere e valutare la prova legale del DNA: la probabilità di coincidenza casuale (RMP). A tal proposito, in un famoso articolo pubblicato nel 1995, Koehler, Chia e Lindsey hanno dimostrato che la RMP, oltre ad essere irrilevante per diagnosticare un confronto fra due profili di DNA, può generare pregiudizi ed inferenze erronee se viene fornita ai giudici. Nel sesto capitolo vengono inoltre citati i principali studi sulla valutazione della prova del DNA in aula ed alcune fallacie in cui i giudici incorrono facilmente, come la “false positive fallacy”. Sono infine descritti il sistema di informatizzazione (DNA database) utilizzato attualmente da molti stati per l’archiviazione dei profili genetici e le principali norme che regolano l’utilizzo dei test genetici nel procedimento penale. Infine un’appendice è dedicata alla teoria della probabilità ed in particolare al teorema di Bayes, uno dei capisaldi del ragionamento probabilistico. Dopo qualche cenno sulla storia di tale teorema, segue la sua dimostrazione matematica al fine di comprenderne appieno la struttura logica sottostante. | |
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