Tesi di Psicologia: "L'angoscia, un affetto che non mente"


 

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L'angoscia, un affetto che non mente


Autore: Debora Leanza

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L'angoscia, un affetto che non menteUniversità: Università degli Studi di Catania

Facoltà: Scienze della Formazione

Corso di laurea: Scienze e tecniche psicologiche

Cattedra: Psicologia clinica

Docente: Giovanni Lo Castro

Anno accademico: 2007-2008

Tipologia tesi: Laurea I livello
 
Quasi tutti hanno conosciuto in un certo momento della loro vita quel sentimento spiacevole di apprensione per un qualcosa d’indefinito e indefinibile. E’ proprio l'indefinitezza, il non riuscire a dare un senso logico e razionale alla propria apprensione che caratterizza il sentimento dell’angoscia. In alcuni momenti questi stati di apprensione possono avere delle impennate improvvise e, apparentemente ingiustificate, dando luogo alle cosiddette “crisi d’ansia”. Quando ciò accade, il quadro ansioso si complica con l’insorgenza di svariati sintomi quali un aumento del battito cardiaco, sudorazione, dispnea, l’impressione di perdere la conoscenza e, tra tutti i sintomi il più spiacevole, quello di essere sul punto di morire. Nei primi tentativi di dare un significato al sentimento dell’angoscia, già in ambiti filosofici, l’angoscia era presentata come la minaccia all’integrità del Sé. Quando si percepisce soltanto la minaccia, si può parlare di ansia normale, quando, invece, si ha l’impressione che sia in atto un processo di dissoluzione del Sé, è il caso di parlare di ansia nevrotica. Occorre distinguere, ancora, tra paura ed ansia. Nel primo caso la minaccia è riferita ad un qualcosa di esterno e oggettivo, nel secondo caso, ad un pericolo interno, irrazionale e inconscio, che il soggetto non è in grado di spiegare. Il presente lavoro, nasce da una mia riflessione riguardo al fatto che, oggi, come non mai, nella nostra società, la chiave di lettura di molti eventi sociali, fatti di cronaca e soprattutto della condizione del disagio giovanile, è da attribuire al fenomeno dell’angoscia e alla funzione che essa gioca al loro interno. E’ infatti di fronte all’imprevedibile, di fronte a ciò che non si lascia in alcun modo anticipare, che si scatena in tutti noi l’angoscia primordiale, quella che provarono i primi uomini di fronte ad un mondo che non riuscivano a decifrare. L’obiettivo che mi prefiggo è di far percorrere al lettore un itinerario storico, sociale, psicologico e filosofico del fenomeno dell’angoscia, che per quante volte si compia, altrettante risulta vario e sorprendente: quello che in particolare da Freud conduce a Lacan e viceversa, ma che prende in considerazione molti altri autori che hanno dato un contributo notevole all’esplicitazione del fenomeno dell’angoscia. Lo strumentario a cui ho accennato consiste in un insieme di concetti e teorie sul fenomeno dell’angoscia, estratti dai testi di S. Freud, J. Lacan, C. Rogers, O. Fenichel, K. G. Jung, Melanie Klein, M. Montanari, U. Galimberti ecc. La traiettoria della tesi si snoda in una alternanza di clinica e di esegesi teorica, procedendo verso una messa a fuoco progressiva della condizione che produce l’intreccio tra angoscia, Nichilismo e la condizione giovanile. Ho affidato l’apertura ad una trattazione teorica del concetto di angoscia affinché il lettore sia immediatamente proiettato, tramite le prime parole, nel cuore del discorso. In questo mio lavoro, ho ricostruito nel primo capitolo il concetto di angoscia, in particolare, cos’è questo fenomeno, come nasce, qual’ è lo stato psicologico che si attiva durante la reazione di angoscia e come può essere superato,quali slittamenti di senso questo concetto ha subìto da un autore all’altro e da un testo all’altro di uno stesso autore, le aporie che contengono e le domande che pongono, ma soprattutto, ho analizzato le varie differenze che esistono tra il fenomeno dell’angoscia e gli stati d’ansia, fenomeni spesso sovrapposti e considerati la medesima cosa. Dare una definizione del concetto di angoscia è un compito assai problematico. La complessità del termine, del suo significato, e dei suoi usi, si riflette anche nelle definizioni della voce che danno i dizionari specializzati (di psichiatria, psicoanalisi, psicologia). Nell’angoscia c’è senz’altro minaccia, aspettativa di disastro, ma è proprio la presenza di questo particolare stato d’animo che ci assicura che il disastro non si è ancora prodotto. Nel primo capitolo vengono delineati anche i concetti di Angoscia Automatica e Angoscia Reale, i disturbi dell’emotività, attuando in particolare una differenza tra la paura, l’angoscia, l’ansia e gli attacchi di panico e infine, nell’ultimo paragrafo vengono delineate le coordinate teorico - cliniche dell’angoscia da un punto di vista psicoanalitico con particolare riferimento all’angoscia nel registro psicotico. Nel secondo capitolo l’angoscia viene affrontata da un punto di vista filosofico, poiché il concetto di angoscia venne introdotto nell’Ottocento proprio da S. Kierkegaard e dal maestro della filosofia contemporanea M. Heidegger, che centrò sull’angoscia la sua analisi esistenziale. Kierkegaard definisce l’angoscia “il sentimento del possibile”, cioè quello stato d’animo che prende l’uomo quando si trova dinanzi alla libertà a alle infinite possibilità negative che incombono sulla sua vita e sulla sua personalità. L’angoscia, sostiene Kierkegaard, viene provata soltanto da chi ha spirito; egli asserisce che “più profonda è l’angoscia, più grande è l’uomo” . Notiamo come in Kierkegaard e Heidegger, si dia una chiave di lettura diversa dell’angoscia; essa viene infatti interpretata come un fenomeno positivo. Il terzo capitolo apre al cuore dell’angoscia da un punto di vista psicologico/psicodinamico, attuando un percorso che và dai primi autori che si sono occupati dell’angoscia, in particolare S. Freud e J. Lacan, sino ai nostri giorni; vedi U. Galimberti e M. Montanari. Il problema dell’angoscia ha occupato Freud per tutta la vita, dagli scritti del 1894-1895 fino alla revisione finale di tale concetto operata in Introduzione alla Psicoanalisi, Lez.32.in cui l’angoscia viene considerata parte del sistema delle difese. Essa viene qui descritta come un “affetto”. Il titolo di questa tesi è proprio tratto da questo aforisma di Freud, ripreso poi da Lacan. J. Lacan ha dedicato un intero Seminario all’Angoscia, il decimo. Per Lacan l’Angoscia è l’affetto legato all’avvicinarsi del desiderio dell’Altro, che raggiunge il culmine quando ci si trova nell’impossibilità di dare una risposta alla domanda «Che cosa vuole l’Altro da me?». L’ Angoscia è vista come affetto che fa sorgere il significante enigmatico del desiderio dell’Altro […] S(A) →Angoscia. Oggi, invece, l’Angoscia, come ha detto U. Galimberti, “è divenuta una condizione dell’anima, in quanto è soprattutto angoscia dell’imprevedibile; infatti di fronte all’imprevedibile, di fronte all’indeterminatezza non si può scappare, e allora il meccanismo che si attiva non è quello “difensivo” della paura, ma quello “paralizzante” dell’angoscia che svela la vulnerabilità della nostra tecnologia, arresta lo sviluppo della nostra economia, intimorisce il mondo della vita che si fa più prudente, più cauto, più riparato, meno espansivo, più contratto” . Per uscire dall’angoscia, gli uomini hanno prima inventato le religioni, per attribuire gli eventi agli dei, e poi quando il cielo si è fatto vuoto, la filosofia ha fornito quello strumento che consente di attribuire ogni evento ad una causa; il principio di causalità, è infatti, per Galimberti, una difesa dall’angoscia dell’imprevedibile, perché quando si può leggere un evento come l’effetto di una causa, conoscendo la causa non ci si spaventa di fronte all’evento. Oggi l’angoscia, questo sentimento primordiale di apprensione, per difendersi dal quale l’Umanità ha inventato l’intera storia, tende a espandersi e moltiplicarsi ossessivamente in uno scenario dove gli oggetti più innocui, possono assumere le sembianze del pericolo e i volti meno familiari, quelle inquietanti del sospetto. Nel quarto capitolo viene affrontato il fenomeno dell’angoscia da un punto di vista psichiatrico per evidenziare le differenze esistenti rispetto all’ottica psicologica. Questo mio lavoro, si conclude, con l’ultimo capitolo dedicato ai giovani d’oggi, perché i giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male, non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché l’Angoscia, e “un’ospite inquietante”, ovvero, il Nichilismo si aggira tra di loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui. Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano absoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso. In questa trattazione si è voluto approfondire il fenomeno dell’angoscia e le ricadute che essa ha sulla condizione giovanile, nella quale spiccano sintomi e fenomeni di dipendenza, messi in atto per arginare, contrastare, mascherare, ma soprattutto colmare il vuoto lasciato dall’angoscia. L’incidenza di questa nuove patologie (alcol, droga, sesso senza pudore e inibizione), che possiamo chiamare “nuove schiavitù”, sembra essere collegata al cedimento nella tenuta simbolica di valori e di riferimenti etici, sociali, civili. Lo scopo di questo lavoro è stato quello di tentare di individuare alcune possibili letture del fenomeno dell’angoscia, (filosofico, sociale, psichiatrico), in particolare dalla prospettiva psicologico/psicodinamica, con esplicito riferimento al ruolo che l’angoscia gioca, oggi, all’interno del disagio giovanile. Oggi per superare l’angoscia, e in particolare il disagio della condizione giovanile conseguente ad essa, prima del lettino dello psicoterapeuta, prima dei farmaci che soffocano tutte le parole con cui potremmo imparare a nominare e a conoscere i nostri moti d’anima, dobbiamo convincerci della necessità e dell’urgenza di un’educazione emotiva preventiva, di cui scarsissime sono le occasioni in famiglia, a scuola e nella società. Come dice U. Galimberti “c’è un gran lavoro da fare nell’educazione preventiva dell’anima (e non solo nel corpo e nella intelligenza), per essere all’altezza del nostro tempo, che ha bruciato gli spazi della riflessione, ridotto alla insignificanza quelli della comunicazione, ma soprattutto, ha inaridito il cuore, che è poi l’organo attraverso il quale si sente prima ancora di sapere, cos’è bene e cos’è male . Oggi l’educazione emotiva è lasciata al caso e tutti gli studi e le statistiche concordano nel segnalare la tendenza, nell’attuale generazione, ad avere un maggior numero di problemi emotivi rispetto a quelle precedenti; questo perché oggi i giovanissimi sono più soli e più depressi, più rabbiosi e ribelli, più nervosi e impulsivi, più aggressivi e quindi, impreparati alla vita, perché privi di quegli strumenti emotivi indispensabili per dare avvio a quei comportamenti quali l’autoconsapevolezza, l’autocontrollo, l’empatia, senza i quali saranno sì capaci di parlare, ma non di ascoltare, di risolvere i conflitti e di cooperare. Se la scuola non è sempre all’altezza dell’educazione psicologica, che prevede oltre a una maturazione intellettuale, anche una maturazione emotiva, l’ultima chance potrebbe offrirla la società se i suoi valori non fossero solo business, successo, denaro, immagine e tutela della privacy, ma anche un po’ di solidarietà, relazione, comunicazione, aiuto reciproco, che possano temperare il carattere asociale che, nella nostra cultura caratterizza sempre più il nucleo familiare. Ciò che bisogna fare, è educare i giovani a essere sé stessi, assolutamente sé stessi. Il bisogno di essere accettati e il desiderio di essere amati, ci fanno percorrere strade che il nostro sentimento ci fa avvertire come non nostre, e così che l’animo si indebolisce e si ripiega su sé stesso nell’inutile fatica di compiacere agli altri. Ciò che è saltato nella nostra società è il concetto di limite. E’ in assenza di un limite, il vissuto soggettivo non può che essere di inadeguatezza, quindi di ansia e infine di inibizione, tratti, questi, che entrano in collisione con l’immagine che la società pretende a ciascuno di noi. Il disagio oggi, non è esistenziale, bensì culturale. Il disagio individuale nasce dalla mancata possibilità di appoggio ad un solido e certo luogo di appartenenza, il che si traduce nell’impasse dell’individuo che si trova esposto ai flutti di un mare magnum privo di punti fermi. Il panico è la naturale reazione a questo stato di cose, la cartina di tornasole dell’incapacità ad adattarsi ad un mondo precario. Questa condizione è una delle conseguenze dell’avvento del Capitalismo, che individua nell’oggetto bene di consumo, un effimero medicamento al disagio individuale, nonché uno strumento regolatore del legame sociale. Anoressiche, bulimiche. alcolisti, soggetti che hanno il DAP come partner di vita, possono definirsi oggi individui i quali, pur non conoscendosi tra loro, sentono di appartenere al gruppo “di quelli che hanno quella cosa”; possono contare su un Altro fisico, reperibile, che li tiene raggruppati (il gruppo degli Alcolisti Anonimi, i gruppi ABA, i centri LIDAP , le comunità di recupero). I sintomi contemporanei riflettono l’eclissi dell’Altro . L’Altro inteso come trama di legami sociali in grado di garantire un posto riconosciuto. Quindi poiché il disagio non è del singolo individuo, ma l’individuo è solo la vittima di una diffusa mancanza di prospettive e progetti, è ovvio che risultano inefficaci le cure farmacologiche, cui oggi si ricorre sin dalla prima infanzia, o quelle psicoterapeutiche che curano le sofferenze che si originano nel singolo individuo. E’ allora sulla cultura collettiva, e non sulla sofferenza individuale che bisogna agire, poiché questa sofferenza non è la causa, ma la conseguenza di un’ implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato, sono le prime vittime. Per dare un senso alla nostra esistenza, per non far emergere quell’angoscia primordiale, insita in ognuno di noi, bisogna imparare, così come dicevano i Greci, l’arte del vivere, che consiste nel riconoscere le proprie capacità, nell’esplicitarle, e nel vederle fiorite. L’unica strada, in tutto questo, è quella della costruzione di legami affettivi e di solidarietà, capaci di spingere le persone fuori dall’isolamento nel quale la società tende a rinchiuderli, in nome degli ideali individualistici, poiché il bisogno di appartenere e di dipendere da qualcuno, l’esigenza di un “base sicura”, così come descritta da Bowlby , da cui allontanarsi e dove tornare, è sempre necessaria,probabilmente adesso più di prima.
 

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