Depressione in età evolutiva come fattore predittivo del rischio psicosociale
Breve introduzione:
La depressione, che occupa da tempo una posizione significativa tra le malattie psichiatriche dell’età adulta, è passata frequentemente inosservata in età evolutiva. L’esistenza di disturbi depressivi in età infantile è stata per molto tempo negata o quanto meno sottovalutata e ciò ha comportato errori diagnostici e terapeutici. Solo in anni recenti la depressione ad esordio precoce è divenuta oggetto di studi approfonditi, soprattutto nei paesi di lingua inglese. Nessuno attualmente sembra dubitare che il bambino possa manifestare sintomi depressivi, ma non esiste ancora un accordo unanime sui parametri fondamentali per una diagnosi di depressione del bambino, né un accordo relativamente al fatto che il bambino possa presentare al completo una sindrome clinica analoga o meno alla depressione dell’adulto (Kashani, 1987; Ling, 1970; Poznansky, 1985). In realtà il bambino spesso non manifesta quadri clinici sovrapponibili a quelli dell’adulto: la sua depressione viene più frequentemente agita, cioè espressa attraverso il linguaggio mimico-gestuale, le somatizzazioni e i cosiddetti “equivalenti depressivi”, da cui scaturisce quel corteo sintomatologico indicato come “depressione mascherata”. È soltanto dopo i 14-15 anni che appaiono i primi abbozzi di un vissuto di tristezza, di solitudine, di colpa e di incapacità, che connotano la psicopatologia dell’adulto (Sarteschi e Maggini, 1989). Dal momento che molto spesso tale sofferenza psichica non assume un carattere chiaro e ben definito, essa se male interpretata e male individuata, può fare fluttuare il minore verso una malattia somatica o moltiplicare le difficoltà di adattamento all’ambiente circostante ed ostacolare l’integrazione sociale, con il conseguente rischio di rifiuto e di isolamento.
I segnali di uno stato depressivo, anche se può essere difficile individuarli, è possibile riconoscerli prestando attenzione a piccoli eventi che si manifestano nella quotidianità, quali ad esempio: scarso rendimento scolastico, assenze non motivate a scuola, difficoltà a rimanere per molto tempo al proprio posto, disturbi dell’alimentazione e del sonno, abuso di alcol e di altre sostanze, comportamenti aggressivi e violenti, tentativi di suicidio e comportamenti autolesivi.
Manifestazioni depressive fanno parte della normale dinamica dello sviluppo, ma assumono un valore di preoccupazione e di allarme in base all’intensità e alla durata delle manifestazioni e in base al significativo impatto sulle attività della vita quotidiana. È noto come la depressione può compromettere il processo di sviluppo interferendo nel funzionamento sociale del soggetto. Di notevole importanza è la considerazione di come un disturbo depressivo, che si manifesta e si struttura nel corso dello sviluppo, possa limitare il bambino nella capacità di padroneggiare i compiti evolutivi, ostacolando fortemente i processi di conoscenza della realtà e creando tensione nelle relazioni con i coetanei e la famiglia. Da qui deriva l’importante ruolo degli adulti nel riconoscere i campanelli di allarme, affinché sia possibile fornire al ragazzo un’adeguata comprensione ed un ascolto mirato. Una diagnosi precoce e accurata consente di poter iniziare una strategia terapeutica minimizzando la durata e la gravità della depressione. Purtroppo questo disturbo non viene sempre riconosciuto dalle famiglie, in quanto viene spesso interpretato come una normale oscillazione dell’umore, tipica di una particolare fase legata allo sviluppo. I sintomi depressivi in età adolescenziale, a volte non vengono pienamente decodificati, in quanto l’adolescenza stessa rappresenta un periodo di confusione emozionale, di umore variabile, di sentimenti pessimistici, di accresciuta sensibilità; è un tempo di ribellione e di comportamenti provocatori che sembrano, a volte voler mettere alla prova gli adulti di riferimento.
La prevenzione rappresenta un approccio essenziale per il problema della depressione in età evolutiva, vista come una condizione insidiosa, con manifestazioni proteiformi, eziologia eterogenea e prognosi variabile, tuttavia con un decorso solitamente prolungato ed un impatto negativo su vari livelli di funzionamento dell’individuo. È possibile fare prevenzione, tenendo presente che ci sono molti fattori di rischio nello sviluppo del disturbo depressivo in età evolutiva (temperamentali, ambientali, cognitivi, biologici). Per quanto possibile gli adulti significativi per il giovane dovrebbero cercare di valutare in anticipo momenti a rischio (situazioni stressanti, problemi familiari e/o ambientali, problemi di salute, entrata in una nuova fase dello sviluppo) e impegnare il giovane in attività costruttive, interessanti cambiando anche la routine abituale. Ciò significherà per gli adulti agire anche su se stessi, per restituire al proprio figlio quelle attenzioni di cui forse seppure involontariamente, ne è stato privato. Dal momento che la depressione si nutre di indifferenza e di solitudine, bisogna cercare di abbatterla rimettendo in moto il circolo virtuoso della vita fatto di interessi-affetti-scambi.
In questa prospettiva il presente contributo si pone un duplice obiettivo: nella prima parte intende affrontare i problemi connessi alla diagnosi e i contributi teorici più importanti allo studio della depressione in età evolutiva; nella seconda parte, sulla base dei contributi di ricerca emersi dalla letteratura, intende approfondire attraverso uno studio empirico, condotto su un gruppo di preadolescenti, i nessi tra depressione e aggressività, in vario modo associati all’adattamento e al disadattamento sociale e scolastico.
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