Linguaggio e sviluppo del linguaggio



Il linguaggio


Il linguaggio è il fondamento comune delle molteplici lingue naturali, sostanzialmente è un mezzo per comunicare e uno dei sistemi dei segni a disposizione dell’uomo per comunicare con gli altri uomini.
Il linguaggio è una tacita convenzione in base alla  quale noi usiamo determinati comportamenti esterni (i suoni della lingua parlata) come segnai per certe esperienze interne (significati).

 Imparare una lingua richiede l’apprendimento di regole che uniscono i suoni ai significati. Il linguaggio è di per se stesso un’abilità cognitiva (produrre e comprendere costrutti logici è una abilità fondamentale della mente umana e in quanto tale rientra a pieno titolo nel campo della psicologia cognitivista.  Gli studiosi di linguistica affermano che nel mondo esistono 3000 lingue differenti, ma simili in molti aspetti. Ciò ci permette di utilizzare il termine linguaggio umano.


Ogni linguaggio utilizza un sistema di simboli, (ovvero entità che stanno per altre entità). In tutte le lingue (escluso il linguaggio dei segni) tali simboli assumono la forma di suoni pronunciabili detti morfemi→più piccola unità linguistica dotata di significato compiuto; spesso il morfema coincide con una parola ma può anche essere il prefisso o il suffisso usato per  modificare, in un senso definito e costante, una parola. Due classi di morfemi: morfemi lessicali ( nomi verbi aggettivi e avverbi, ovvero morfemi veicolo del significato di una frase) e morfemi grammaticali (articoli, congiunzioni, preposizioni, e prefissi e suffissi che servono a completare la struttura grammaticale della frase e contribuiscono al suo significato).

I morfemi sono sia arbitrari ovvero non c’è alcuna relazione necessaria di somiglianza tra la sua struttura fisica e quella dell’oggetto o del concetto che sta a rappresentare, sia distinti cioè non può essere modificato in maniera graduale per esprimere gradazioni semantiche diverse. Tali qualità segnano una netta differenza tra i simboli linguistici e i segnali della comunicazione non verbale.

I segnali non verbali si sviluppano tipicamente a partire da quegli atti comportamentali che intendono comunicare (es. lotta fuga), nella comunicazione non verbale è possibile esprimere gradi differenti di sorpresa di ira etc. nel parlare mescoliamo di continuo le modalità di comunicazione verbale e non verbale per chiarire con esattezza il nostro pensiero. Tutte le lingue condividono la stessa struttura gerarchica di base. In una frase si possono distinguere almeno quattro ordini di unità diverse: al vertice della gerarchia →l’intera frase→suddivisa in sintagmi (ovvero unità sintattiche) che a loro volta si suddividono in→parole o morfemi→che si compongono di suoni elementari detti→fonemi (vocali e consonanti) (in una lingua da minimo15 a massimo 80).

Ogni lingua è caratterizzata da un insieme specifico di regole che definiscono i modi in cui le unità di ciascun ordine possono essere combinate tra loro così da dare origine alle unità dell’ordine immediatamente superiore. Queste regole costituiscono la grammatica di una lingua. Ogni grammatica comprende sia regole di morfologia che specificano il modo in cui i fonemi possono essere combinati per produrre morfemi e parole, sia regole di sintassi che definiscono le modalità per organizzare le parole in modo da produrre sintagmi e poi frasi. 


Il modo in cui una lingua esprime un significato viene definito semantica. Ogni enunciato trasmette un messaggio che dipende dal significato delle parole che vi si trovano e dalla loro disposizione. Ciò che una persona conosce naturalmente è la disposizione delle parole nella frase quindi il suo significato. Lo studio della semantica svolge il doppio compito di spiegare il significato delle parole e spiegare come si combinano i significati delle parole per formare il significato dell’enunciato. Per quanto riguarda il problema del significato delle parole la soluzione classica risale ai tempi di Aristotele ma non è stata sviluppata a fondo finchè non venne affrontata nel XIX sec. dal filosofo Gottlieb Frege secondo cui il significato di una parola è un concetto o regola definizionale che specifica tutte le proprietà che ogni cosa deve possedere per essere correttamente riferita da quella parola, tale teoria permette di precisare la differenza tra ciò che una parola significa (regola definizionale) e ciò cui la parola si riferisce, una volta riconosciuta tale differenza si può spigare quando una  parola (es. grifone) ha un significato, ma non un referente dato che tale parola ha una regola definizionale alla quale nel mondo reale nulla si adatta.

 La maggior parte delle parole che si usano tutti i giorni non hanno una chiara definizione e anche se l’hanno la maggior parte delle persone non la conosce. Il filosofo Henry  Putnam definisce stereotipi quel genere di conoscenze superficiali che ci consente di riferirci con sufficiente precisione ad una det. cosa pur non avendone una conoscenza approfondita. I concetti sottostanti le parole non hanno confini netti (v.d teoria della Rosch sul prototipo- pettirosso più protitipico di pinguino per  categoria uccello). 

Attualmente conviene pensare agli stereotipi come se fossero contenitori di informazioni che in senso generale caratterizzano il concetto sottostante una parola, come minimo tali contenitori contengono info su: proprietà percettive, relazione con altri concetti, fatti caratteristici degli esempi del concetto (es. funzione). 
Per quanto riguarda il significato dell’enunciato sono molto diverse: innanzitutto il significato di un enunciato può essere  vero falso quello di una parola no. L’enunciato ottiene tale risultato perché fa riferimento a qualcosa che si trova nella parola e una volta che vi ha fatto riferimento può aggiungere una asserzione su quella cosa che può essere giusta o sbagliata.

Puntare è la forma più rudimentale di riferimento, ma chiaramente puntare con le parole (l’oggetto può anche non essere fisicamente presente) è più efficace che puntare con il dito (l’oggetto deve essere fisicamente presente). A questo punto la creatività sintattica diviene importante, la regola sintattica per i gruppi nominali  ci consente di attaccare delle proposizioni relativa ai gruppi nominali, si po’ in linea di principio creare una illimitata varietà di cose che si trovano nel mondo o alle creazioni libere dalla nostra immaginazione.


Spesso si pensa alla grammatica come a quell’insieme di regole che abbiamo imparato a scuola, in realtà essa viene appresa tacitamente prima che abbia inizio l’istruzione scolastica. L’implicita conoscenza delle regole grammaticali si manifesta con chiarezza nell’abilità a distinguere fra frasi accettabili e inaccettabili, tale abilità dipende dal significato della frase.
Noam Chomsky → occupa un posto di primo piano nella psicologia cognitivista, benché il suo campo d’indagine sia la linguistica. Egli si proponeva di delineare un modello di grammatica applicabile a qualunque lingua e che questo trovasse giustificazione nei meccanismi fondamentali della mente umana; ciò stabiliva una connessione tra grammatica e psicologia.

Al tempo stesso egli attaccava la posizione comportamentista per i quali la natura del linguaggio trovava la sua meglio descrizione in termini di concatenazione di parole, sostenendo che qualunque tentativo di spiegazione dell’utilizzo del linguaggio da parte degli esseri umani deve superare le osservazioni comportamentali per spingersi sino alle regole mentali che sottostanno al comportamento; egli si incentrava sulla struttura gerarchica delle frasi, e riteneva che l’articolazione vocale di una preposizione debba essere preceduta da una rappresentazione mentale dell’intera frase, a tale rappresentazione vanno applicate le regole grammaticali perché possa essere espressa con una frase di senso compiuto, analogamente  per poter capire il senso chi ascolta deve considerarla come un tutto e applicare le regole grammaticali.


Lo scopo principale di Chomsky era quello di specificare il più precisamente possibile la relazione tra la particolare organizzazione delle parole in una frase, definita da Chomsky struttura superficiale e il significato che il parlante vuole trasmettere o l’uditore può comprendere. Egli mise in rilievo il fatto che olte frasi hanno significato uguale o molto simile sebbene differiscano nella struttura superficiale, ma è presente anche il caso opposto e cioè che frasi molto simili per struttura superficiale possono avere un contenuto semantico molto diverso.

Egli allora ipotizzo che ogni frase esiste in due differenti forme: una struttura superficiale quella che viene pronunciata ed udita ed una struttura profonda che non viene pronunciata ma esiste solo nella mente di chi parla o di chi ascolta; essa è una rappresentazione mentale del concetto che si vuole esprimere, quindi si applicano particolari regole grammaticali dette regole generative per creare la frase in forma di struttura profonda infine si utilizzano altre regole grammaticali, dette regole trasformazionali, per trasporre la frase dalla struttura profonda in una delle varie forme delle strutture superficiali.

Tale teoria viene detta teoria generativo-trasformazionale.
Molti psicologi in seguito si applicarono allo studio del linguaggio ma utilizzarono un approccio empirico ponendosi il quesito di come un parlante procede effettivamente nel generare e nel comprendere frasi e iniziarono a condurre ricerche per scoprirlo.
Nell’enunciare una frase raramente siamo consapevoli dei passaggi o delle regole che utilizziamo. Nonostante l’apparente semplicità fra il concepimento e l’espressione verbale di un’idea devono intervenire meccanismi molto complessi che rispettano regole ben precise. Gli psicolinguisti  hanno sviluppato un vasto repertorio di procedure per studiare tali processi. Utile a tale scopo lo studio degli errori linguistici.


Interessante quella classe di errori detta spoonerismo (da William Spooner) ecclesiastico inglese divenuto famoso perché commetteva di questi errori; lo spoonerismo è caratterizzato dallo scambio di posizione tra due elementi di una frase, gli episodi accidentali di spoonerismo sono molto frequenti e seguono leggi ben precise.
Si è riscontrato che i lapsus linguae tipici dello spoonerismo violano molto più spesso il significato di una frase che non la sua costruzione grammaticale, difatti lo cambio avviene di solito tra elementi grammaticali della stessa categoria (agg. con agg.). inoltre gli scambi di voci lessicali (nomi, verbi, aggettivi) possono verificarsi tra i diversi sintagmi di una frase mentre gli scambi tra i fonemi avvengono solo all’interno di uno stesso sintagma.

Su tale scorta Merril Garret ha proposto che la generazione a livello mentale di una frase avvenga in due fasi distinte: una funzionale (dove verrebbe mentalmente costruito un abbozzo dell’intera frase , in tale stadio le voci di lessico vengono selezionate in modo astratto e privo di suono e possono essere scambiate di posto) e l’altra posizionale (qui la frase verrebbe rifinita un sintagma per volta, qui alcuni fonemi potrebbero scambiarsi di posto).
Gli scienziati hanno cercato di correlare i vari aspetti dell’abilità  linguistica con aree specifiche del cervello. Ciò tramite lo studio dei casi clinici.
Si definisce afasia qls tipo di menomazione del linguaggio derivante da una lesione cerebrale.  Esistono molti tipi di afasia.


Afasia di Broca → (da Paul Broca) detta anche afasia non fluente; in tale afasia la produzione linguistica spontanea è stentata e telegrafica, il messaggio viene espresso col minimo numero possibile di parole, le frasi sono composte quasi esclusivamente da elementi lessicali, mentre mancano di morfemi grammaticali raramente superano la lunghezza di 3-4 vocaboli. In tale afasia la comprensione del linguaggio si conserva relativamente buona, a volte si evidenzia qualche diff. a comprendere frasi di struttura sintattica complessa.  Solitamente l’afasia di Broca è associata ad un danno cerebrale di una particolare regione del lobo frontale sx (area di Broca).


Afasia di Wernicke → (da Carl Wernicke), deficit altrettanto grave sia nella comprensione che nella produzione del linguaggio, difatti il sintomo più evidente è la perdita dell’abilità a produrre le voci lessicali appropriate e a capirne il significato. La produzione linguistica appare molto fluente ma in realtà è carente nel lessico e spesso contiene vocaboli inventati; la carenza più evidente è nella incapacità di produrre correttamente i nomi di oggetti o di azioni che porta ad un uso eccessivo dei pronomi e a volte alla creazione di neologismi senza senso in sostituzione delle parole corrette (regione del lobo temporale sx –area di Wernicke). Wernicke propose un modello del linguaggio fondato sulla struttura del cervello e ipotizzò che proprio l’area di Wernicke svolgesse un ruolo di primaria importanza nella comprensione del linguaggio mentre quella di Broca nella produzione di una frase.

In tale modello la comprensione di una fase è un processo bifasico: 1–fase in cui vengono analizzati i suoni in base alle loro proprietà fisiche entro l’area sensoriale uditiva del lobo temporale; 2–i segnali nervosi in cui sono tradotti i suoni vengono inviati all’area di wernicke e qui analizzati in relazione al loro significato.

Mentre la produzione sarebbe un processo trifasico:

1– all’interno dell’area di Wernicke il significato che si intende comunicare viene trasformato in segnali neurali che rappresentano una sequenza di parole;

2– questa rappresentazione viene inviata all’area di Broca per essere convertita in una forma che può essere articolata localmente;

3-tale forma viene poi inviata all’area motoria del proencefalo che controlla i muscoli per l’articolazione dei suoni. Negli ultimi anni le ricerche hanno prodotto prove che suggeriscono un modello diverso da quello proposto da Wernicke, in cui viene attribuita, oltre a quelle che svolge, una funzione importante all’area di Broca anche nella comprensione e nella costruzione di alcuni costrutti grammaticali, in tale modello l’area di Wernicke sarebbe coinvolta principalmente nei processi della fase funzionale e l’area di Broca in alcuni aspetti della fase posizionale e nei processi di articolazione.


La storia della psicologia ha visto esprimere un intero arco di opinioni sulla natura della relazione che lega il linguaggio al pensiero. Ad un estremo sta la concezione di Watson, secondo cui le persone apprendono il linguaggio alla stregua di qualunque altra capacità muscolare e quando poi eseguono gli stessi movimenti in forma meno conclamata danno loro il nome di pensiero.
Una teoria che presupponeva una dipendenza più moderata del pensiero dal linguaggio fu formulata negli anni ’30 da Lev Vygotskij, secondo cui il pensiero e il linguaggio sono processi mentali distinti soltanto nei bambini molto piccoli; man mano che affina le sue capacità di comunicazione non verbale il bambino interiorizza progressivamente il linguaggio fino a farne mezzo di espressione dei suoi pensieri personali.

In uno stadio iniziale l’utilizo delle parole può comportare ancora l’uso dei muscoli vocali ma con il tempo il bambino acquista la capacità di usare solo mentalmente le parole. Questa forma di pensiero che utilizza simboli inizalmnte acquisiti come parole viene chiamata pensiero verbale. Secondo Vygotskij durante il processo di sviluppo del pensiero verbale le persone assimilano a livello mentale le idee fondamentali della loro cultura di appartenenza in quanto riflesse nelle parole di quella cultura.


Il  linguista Benjamin Whorf (anni’20-’30) specialista di lingue native americane, mise in evidenza come questi linguaggi differiscono notevolmente sia tra loro sia con le lingue europee, rispetto ai criteri per classificare vari aspetti del mondo fisico (es. colori solo due o tre categ. altri molte etc.). Giunse alla conclusione che queste differenze arrivano ad influenzare le percezioni ed i pensieri dei parlanti lingue diverse. Su questa concezione egli costruì una teoria detta  relatività linguistica: coloro che parlano lingue differenti percepiscono il mondo in modo diverso e pensano in modo diverso a causa delle differenze tra le loro lingue.

Le ricerche sulla relatività si sono incentrate soprattutto sulla relazione tra la percezione dei colori e i nomi ad essi attribuiti es. differenza. tra italiana vs altre culture es.  Eleanor Rosch in Nuova Guinea due sole categorie per lo spettro dei colori (scuri e freddi) vs (caldi e chiari).
Molte persone che parlano due lingue diverse avendo trascorso parte della loro vita in due paesi diversi sostengono di pensare in maniera differente a seconda che usino l’una o l’altra lingua, vari studi hanno confermato tale affermazione (donne giapponesi spostatesi con americani e andate e vivere in america).

Hoffman ha studiato le persone bilingue e ha proposto che le persone bilingui possiedano due diversi gruppi di schemi mentali  (ossia rappresentazioni mentali dei concetti) ciascuno intimamente associato ad una delle due lingue parlate.


LE FUNZIONI DEL LINGUAGGIO


Secondo la teoria degli atti linguistici, quando una persona parla, oltre a trasmettere significati, agisce e compie uno o più atti linguistici →J. L. Austin e J. R. Searle (’60) distinguono tra:

1) azioni locutorie→emissione di un enunciato;

2) azione illocutoria→fa accadere qlc tra sé e l’ascoltatore;

3) perlocutoria →ottiene certi effetti.
Una scuola che ha avuto grande importanza è lo struttural-funzionalismo che consideravano il linguaggio inserito nel processo più ampio della comunicazione. Il linguaggio è uno strumento tra i più efficaci e efficienti a disposizione dell’uomo per poter comunicare, gli autori Trubetzkoy, Bühler, Jakobson   hanno usato termini diversi ma nel complesso emerge  un elenco di funzioni che il linguaggio ha sicuramente:


1. Funzione espressiva (o sintomatica). Grazie al linguaggio manifestiamo il nostro stato interiore.
2. Funzione segnaletica (o di appello interpersonale). Parlando attiriamo l’attenzione degli altri.
3. Funzione cognitiva (o rappresentativa o ideativa).  Con il linguaggio raccontiamo fatti, esprimiamo i nostri pensieri.
4. Funzione argomentativa. Non sempre gli interlocutori la pensano allo stesso modo.
5. Funzione fatica. Per parlare con qualcuno dobbiamo avere un discorso avviato che va avanti.
6. Funzione poetica.  Per esprimere un contenuto possiamo produrre una molteplicità di frasi e testi di forma diversa.
7. Funzione testuale. Mentre parliamo con una persona, dobbiamo tener conto e controllare aspetti diversi del discorso.
8. Funzione metalinguistica. Il linguaggio ci consente di parlare del linguaggio stesso che stiamo adoperando.


La pragmatica è la parte della linguistica che studia l’uso del linguaggio; per parlare ed ascoltare oltre che padroneggiarne la struttura la struttura occorre saper usare il linguaggio in modo da capire i significati intenzionali, cogliere gli impliciti e adeguare i discorsi alle circostanze della vita sociale. Il significato intenzionale è il contenuto che il parlante vuole esprimere e che a volte (nel caso delle espressioni indirette) si discosta dal significato letterale di ciò che si dice. L’implicito è la nube di significati connessi con ciò che si dice, ma la cui trasmissione non può essere ritenuta con sicurezza intenzionale.

Chi usa il linguaggio deve tener conto di una serie di componenti dell’attività linguistica:

1. il contesto che comprende la situazione, la scena, i partecipanti, gli scopi, le presupposizioni;

2. le regole di conversazione che comprende l’avvicendamento dei turni, le sequenze complementari stabilite (come domandare e rispondere),  e le massime di cooperazione che rendono il più possibile efficace il passaggio di info. (principio di cooperazione di Grice);

3. la chiave di interpretazione;

4. il genere di discorso es. barzelletta, spiegazione etc.;

5. il tipo di linguaggio tra cui si distinguono dialetti, varietà di una lingua, parlate registri stili.
L’abilità di variare il linguaggio e di adattarlo alle circostanze è la flessibilità linguistica.


LA COMUNICAZIONE
Il linguaggio è connesso alla comunicazione: costituisce un potente strumento per comunicare tra persone, tuttavia linguaggio e comunicazione non sono la stessa cosa. Difatti gli uomini non comunicano esclusivamente attraverso il linguaggio ma si servono anche dei sorrisi, degli sguardi, espressioni del viso.
La comunicazione si può definire un processo di trasmissione dei messaggi da un emittente –fonte da cui parte la trasmissione- che produce il messaggio lo confeziona servendosi di un apparato di emissione o codice ad un ricevente. Per parlare occorre l’apparato fonatorio affinché ciò che si emette risulti significativo, va strutturato nel rispetto di un complesso di regole, un codice che a sua volta dipende da un sistema di segni in uso un linguaggio in senso lato. 

Il messaggio deve viaggiare lungo una via che lo faccia pervenire al ricevente: il canale. Il ricevente deve disporre di un apparato di ricezione per captarlo e adoperare lo stesso sistema di segni con cui il messaggio è stato prodotto per decifrarlo: decodifica. Una componente importante del processo è il contesto, ogni comunicazione si svolge in una situazione concreta. La trasmissione dei messaggi è un processo continuo: a un primo messaggio ne fanno solitamente seguito gli altri.

Si tratta anche di un processo reversibile in cui è possibile il feedback (retroazione) in cui chi ha emesso un messaggio ne riceve uno di ritorno che lo informa sugli effetti di quello d’andata. Di solito la trasmissione dei messaggi è anche un processo reciproco dove l’emittente di un primo messaggio può diventare ricevente di un messaggio successivo e gli interlocutori si scambiano continuamente i ruoli di parlante e di ascoltatore.
Lo schema del processo di trasmissione dei messaggi si applica ad una molteplicità di situazioni diverse. Nell’interazione faccia a faccia funzionano simultaneamente più canali di comunicazione.

Di regole ne sono attivi due:

1.uditivo-vocale→costituito dalla via di comunicazione che passa attraverso il suono e va dalla voce del parlante all’udito dell’ascoltatore, lungo questo canale vengono inviati molteplici messaggi prodotti secondo codici e sistemi diversi: sono di tre tipi: verbali  (parole, frasi, discorsi confezionati servendosi del linguaggio vero e proprio),; prosodici: quando parliamo teniamo un ritmo cioè una cadenza che è data dalla distribuzione degli accenti nel tempo; la melodia del parlato è fatta anche di accelerazioni e rallentamenti nel pronunciare le sillabe >velocità dell’eloquio; inoltre altra caratteristica del parlato è l’altezza o intonazione, andando dai toni più gravi a quelli più acuti e la forza vocale l’intensità sonora.

Un elemento della melodia del parlato è l’enfasi  che consiste nel mettere in rilievo una parola o parte di una parola, la durata; paralinguistici accompagnano il linguaggio e la sua melodia senza farne effettivamente parte (es. schiarirsi la voce, colpetto di tosse etc. 2. visivo-cinetico→è la via che connette i movimenti del corpo dell’emittente con la vista del ricevente e adopera la luce come mezzo di trasmissione, occasionalmente ci si serve del canale motorio-tattile come quando si stringe ci si abbraccia.


Nel complesso l’insieme dei messaggi trasmessi sia lungo il canale uditivo-vocale, sia lungo il visivo-cinesico senza servirsi delle parole, costituisce la comunicazione non-verbale CNV→non sempre uno sguardo, un movimento del capo, un vestito sono messaggi, a volte la persona non ha intenzione di comunicare alcunché agli altri. Dallo studio della trasmissione di messaggi emerge un dato: la complessità dello scambio. Oltre che un processo di trasmissione dei messaggi, la comunicazione è un complesso di attività tipiche per ogni società e cultura che le persone svolgono comunicando e perciò si distinguono da quelle non comunicative.

La socio-etnografia della comunicazione studia sistematicamente e comparativamente le attività comunicative nei popoli, dalle forme più semplici fino alle forme organizzate e complesse. È probabile che le varie forme organizzate di comunicazione riscontrabili nei popoli della terra si possano ricondurre ad alcuni ceppi fondamentali.


SVILUPPO DEL LINGUAGGIO
La maggioranza degli psicologi dello sviluppo è concorde nel ritenere che l’apprendimento del linguaggio dipende da un lato dall’azione combinata di meccanismi innati, che predispongono i bambini a questo compito, dall’altro di un ambiente in grado di fornire loro modelli adeguati e frequenti opportunità di pratica.
Tappe dello sviluppo del linguaggio


I bambini attribuiscono grande valore ai suoni del linguaggio umano sin dal momento in cui nascono forse persino nel grembo materno. Fin da molto piccoli i bambini rivelano non solo una predisposizione naturale a riconoscere gli schemi e la modulazione del linguaggio umano, ma sono anche capaci di distinguere tra i singoli suoni di vocali e consonanti riescono cioè a discriminare i fonemi del linguaggio (tecnica con tettarella collegata con dei fili elettrici ad un dispositivo che ogni volta che il neonato produce una risposta di suzione fa partire un nastro con la registrazione di un certo suono).

Tramite queste tecniche si è rivelato che i bambini di età compresa fra 1 e 6 mesi riescono a cogliere la differenza tra suoni molto simili, ma dopo i 6 mesi iniziano a perdere la capacità di discriminare fra i suoni che nella loro lingua madre classificati con lo steso fonema.
Subito dopo la nascita la produzione vocale del neonato è limitata al pianto e ad altri suoni che segnalano condizioni di disagio. Intorno ai 2 mesi il bambino comincia a produrre una nuova categoria di suoni più simili al linguaggio definiti cooing (tubare, formati da vocali ripetute).

Tra i 4 e i 6  mesi subentra il balbettio→ ripetizione di suoni consonantici e vocalici abbinati. Tali primi suoni non sembrano influenzati dal linguaggio che i bambini odono intorno a sé come è dimostrato dal fatto che li producono anche i neonati affetti da sordità, inoltre in essi sono presenti sia suoni tipici della lingua madre che di altre lingue. Intorno ai 10 mesi nei bambini con udito nomale  il balbettio comincia ad essere composto in prevalenza dai suoni della lingua madre, mentre i bambini non udenti esposti al linguaggio a segni iniziano a balbettare a  gesti. Infine fanno comparsa le prime parole riconosciute come tali.


Una parola è un simbolo ovvero qualcosa che si riferisce a un’altra cosa. Nei bambini molto piccoli la produzione di suoni simili a parole è una componente integrante delle altre loro azioni, prima che inizi la produzione di parole con chiaro valore referenziale. Alcuni psicologi dello sviluppo usano indicare questi suoni simili a parole come vocaboli contestuali (performatives) (suono simile ad una parola che il bambino ha appreso a produrre in un contesto particolare senza tuttavia sapere che esso ha un significato particolare) per distinguerli dalle vere parole che hanno invece la funzione di simboli. Non esiste tuttavia una linea di demarcazione netta tra i vocaboli contestuali e le vere parole.


All’inizio le nuove parole appaiono lentamente, ma ben presto il ritmo comincia ad accelerare. A partire dal 3° anno il tasso con cui un bambino apprende nuove parole è elevato (1-2 l’ora), le parole esplicitamente insegnate al bambino sono relativamente poche; la maggior parte viene appresa contestualmente mediante inferenze basate sul loro uso nei discorsi che il bambino sente. I bambini sono facilitati a riconoscere i referenti delle nuove parole dai gesti (come indicare), inoltre già a partire dai due anni padroneggiano un numero sufficiente di vocaboli e di regole grammaticali per riuscire a estrarre il significato di parole nuove da un contesto linguistico.

Tale apprendimento viene inoltre facilitato dalla loro naturale tendenza ad associare le parole nuove con oggetti o eventi di cui non conoscono ancora il nome. Oltre ad imparare ad associare le parole nuove ai loro referenti immediati i bambini devono anche apprendere ad estendere il significato di ogni nuova parola a nuovi referenti. Spesso nei bambini si manifesta una tendenza alla iperestensione delle parole apprese da poco ovvero ad attribuire ad esse un significato più ampio di quello con cui sono usate dagli adulti questo perché le interpretano in termini di qualità specifiche; un’altra tendenza è quella di sottoestendere  le nuove parole ovvero ad usarle con un significato più ristretto da quello attribuito dagli adulti questo perché le interpretano in termini di stretta somiglianza con il referente.


Tutti i bambini attraversano una fase in cui ogni loro produzione linguistica non supera la singola parola. La fase degli enunciati di un’unica parola si protrae ben oltre l’età in cui sono in grado di capire e rispondere in modo adeguato a frasi composte da più parole. Questi enunciati spesso esprimono più di una parola e i genitori riescono ad interpretarli in base al contesto e ai gesti con cui si accompagnano. Solo dopo molti mesi (intorno ai18-24 mesi) cominciano a combinare le parole a due a due e da lì sempre più in aumento.

Quando iniziano a combinare le parole tendono ad usare solo voci lessicali (nomi, verbi qualche aggettivo o avverbio) evitando tutto il resto come gli articoli le preposizioni e ad organizzare le voci di lessico in modo da comporre semplici sequenze, grammaticalmente corrette nella forma attiva. I bambini imparano le regole per ordinare le parole in modo da comporre semplici enunciati nella forma attiva prima ancora di cominciare l’effettiva produzione (in forma passiva verso i 5 anni). Quando un bambino acquisisce una nuova regola grammaticale da principio è portato quasi invariabilmente a generalizzazioni della regola. Le regole grammaticali non vengono apprese attraverso un insegnamento diretto, esplicito  essi apprendono in modo attivo e solo con i propri mezzi ad inferire le regole del linguaggio da tutti i discorsi che sentono siano questi rivolti a loro o pronunciato solo in loro presenza.


È fuori di dubbio che gli esseri umani nascono già provvisti di molti elementi che favoriscano lo sviluppo del linguaggio. Sin dalla nascita siamo dotati di:

a) strutture anatomiche particolari (nella gola→laringe, faringe) che ci permettono di produrre una gamma di suoni più vasta di qualsiasi altro mammifero;

b) di una preferenza innata per il suono del linguaggio umano cui si accompagna un’abilità innata a distinguere i differenti suoni fondamentali che lo compongono;

c) di meccanismi che determinano l’inizio del cooing e del balbettio;

d) di aree cerebrali con una specializzazione biologica per il linguaggio. Altro fatto indubitabile è che la maggioranza degli essere umani nasce in un contesto sociale che offre notevoli opportunità per l’apprendimento del linguaggio.    
Noam Chomsky affermava che le regole del linguaggio sono troppo complesse perché i bambini possano apprenderle, sin dai primi mesi di vita, servendosi solo della loro intelligenza generale. Secondo lui doveva per forza esistere un meccanismo innato, da cui dipende la comprensione degli elementi comuni a tutte le lingue (la grammatica universale) sia una sorta di principi-guida, anch’essi innati, che consentono di acquisire le regole linguistiche specifiche della cultura in cui si nasce.

Quseti elementi innati, responsabili dell’apprendimento della grammatica compongono nella definizione datane da Chomsky il meccanismo per l’acquisizione del linguaggio LAD→language acquisition device. Per identificare le caratteristiche del LAD Dan Slobin con le sue ricerche scoprì che alcune caratteristiche fondamentali del processo sono costanti, cioè ricorrono regolarmente in tutte le lingue. (e sono innati).

Un altro metodo per individuare questi elementi innati consiste nello studio dei linguaggi che si sviluppano quando persone appartenenti ad aree linguistiche differenti colonizzano la stessa area geografica. Essi comunicano mediante un insieme primitivo e privo di regole grammaticali, di parole tratte dalle diverse lingue d’origine, dando origine ad un gergo specifico o pidgin→ da cui si evolve poi una vera lingua, dotata di un insieme definito di regole grammaticali→linguaggio creolo→studiate da Derek
Bickerton ed è arrivato a due conclusioni:

1) esse sembrano essere giunte a sviluppo completo nell’arco di una sola generazione ad opera dei figli dei primi coloni (essi infatti impongono regole grammaticali al gergo che sentono parlare intorno a sé) ciò potrebbe essere una prova del fatto che la mente dei bambini possiede una predisposizione innata a    strutturare il linguaggio in base a regole grammaticali;

2) tra i vari linguaggi creoli, sviluppatisi dalla fusione di lingue genitoriali differenti e in aree del mondo differenti, vi sono nella struttura grammaticale somiglianze più forti che tra le lingue di lunga tradizione. Altre prove nella disfasia congenita: la loro intelligenza generale arriva a svilupparsi ma essi non riescono a padroneggiare del tutto le regole di grammatica.


Ipotesi del periodo critico secondo la quale il LAD funziona in maniera ottimale durante l’infanzia per poi diminuire d’efficienza.  Tale ipotesi trova conferma nell’osservazione che un adulto, trapiantato in un ambiente in cui si parla un’altra lingua raramente apprende ad usarne la grammatica con la stessa padronanza che può avere invece un bambino.
In contrapposizione con quanto aostenuto da Chomsky et all. i teorici dell’apprendimento sociale sottolineano l’importanza dell’ambiente sociale per questa forma di sviluppo.  

Essi sottolineano che quando si rivolgono ai bambini piccoli, gli adulti usano un linguaggio molto più semplice e chiaro di quando parlano con gli adulti, pur non escludendo l’esistenza del LAD essi sostengono che questa un ruolo altrettanto importante deve essere assolto dal LASS (langage-acquisition-support-system) ovvero sistema di supporto all’acquisizione del linguaggio fornito dall’ambiente sociale. Nelle circostanze in cui si riferiscono ai bambini gli adulti adottano un linguaggio composto da frasi brevi, riferite alle circostanze concrete, in cui le parole  importanti sono ripetute più volte, al tempo stesso fanno ampio uso della gestualità.

Questo tipo di linguaggio viene definito madrese, prove hanno dimostrato  che aiuta effettivamente. Sembra che il LASS ammetta una notevole variabilità di condizioni senza che ciò comporti effetti negativi sull’abilità dei bambini ad apprendere il linguaggio.
Nel significato in cui finora abbiamo utilizzato il termine, il linguaggio è un mezzi di espressione basato su un sistema convenzionale di simboli che consente la comunicazione tra persone e facilita il pensiero. È una conquista solo umana? I tentativi di insegnare il linguaggio agli animali sono stati condotto su scimpanzè: inizialmente si provò ad insegnargli a parlare ma essi mancano dell’apparto vocale che consente la produzione di suoni fonetici umani (tentativo più riuscito Viki che arrivò a produrre papa, mama, cup, e up).

Per superare tale inabilità Allen e Beatrix Gardner avviarono nel 1966 una ricerca che prevedeva ad uno scimpanzè femmina chiamata Washoe l’ASL il linguaggio dei segni utilizzato dai sordomuti. Washoe apprese a produrre e a rispondere a molti segni da allora in poi molti altri hanno tentato. Nel 1980 il quadro cambiò radicalmente con le ricerche di Herbert Terrace che dopo aver insegnato l’ASL a uno scimpanzè cominciò a saggiarne varie abilità intellettive.

Egli rilevò che il suo scimpanzè non mostrava di aver acquisito nessuna regola grammaticale e sembrava utilizzare i segni quasi esclusivamente come risposte operanti anziché come simboli cioè con valore referenziale. Terrace aveva dato al suo scimpanzè il nome Niam Chimpsky (scherzo su Chomsky) ma al termine della ricerca ironia della sorte Chimpsky convinse Terrace sulla ragione di Chomsmy. Egli inoltre lanciò una sfida simile ad altri psicologi, sfida che venne raccolta da Sue Savane-Rumbaugh che stava addestrando vari scimpanzè a comunicare non tramite l’Asl ma tramite un linguaggio appositamente inventato in cui le parole erano sostituite da figure geometriche dette lessicogrammi disposte ordinatamente su una tastiera.

Nel 1981 questa ricercatrice cominciò a lavorare con uno scimpanzè pigmeo di nome Kanzi che ben presto mostrò una abilità di linguaggio superiore a qls altra scimmia antropomorfa. Ricerche hanno concluso che nel suo ambiente naturale lo scimpanzè pigmeo ha capacità di comunicazione molto più sviluppate dello scimpanzè comune.  Washoe era costantemente circondata da persone che utilizzavano l’ASL per comunicare con loro e con lei ricreando una condizione simile a quella del madrese, e oltre a questo washoe ricevette un addestramento sistematico con procedure del condizionamento operante (ricompensa). Terrace anche.


Sue Savane-Rumbaugh si servì sistematicamente del condizionamento operante per addestrare all’uso dei lessicogrammi alcuni scimpanzè prima di cominciare l’addestramento con Kanzi; da piccolo Kanzi mentre sua madre veniva addestrata era libero di girare nel laboratorio, egli imparò solo osservando la madre circa 30 lessicogrammi, quando gli fu concesso di usare la tastiera non ci fu bisogno di addestramento specifico.


Tutti gli scimpanzè addestrati hanno appreso a usare in modo corretto molti segni dell’ASL o parecchi lessicogrammi. Se davvero gli scimpanzè usano segni semplicemente per ottenere una ricompensa immediata forse ciò vuol dire che non li utilizzano affatto col valore di parole. Ma i ricercatori hanno dimostrato che essi invece li utilizzano con valore di simboli, seppure non più lunghi di una parole e raramenti superano le tre. Gli scimpanzè sembrano in grado di acquisire una capacità di comunicare mediante simboli che presenta una certa somiglianza con l’uso umano del linguaggio ma sarebbe del tutto arbitrario etichettare o meno come linguaggio questa loro abilità.




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