I disturbi del linguaggio, DSL conoscerlo per combatterlo


INTRODUZIONE

Il sistema linguistico è quello più utilizzato dall’uomo per comunicare. Parlare è un po’ come andare in bicicletta, una volta imparato non si dimentica più (Cristina Trombetti).

A volte però lungo il percorso che porta all’acquisizione del linguaggio possono insorgere degli impedimenti; se sono presenti sin dalla nascita parliamo di disturbi congeniti o Disturbi specifici del linguaggio, se al contrario si presentano durante lo sviluppo e magari in seguito ad una malattia siamo in presenza di disturbi acquisiti.

Nell’ambito dei disturbi dell’età evolutiva la patologia più diffusa è il Disturbo Specifico di Linguaggio (DSL) che rappresenta circa un quarto della casistica di definizione. In passato il disturbo veniva diagnosticato a partire dal terzo anno di età ma oggi si dispone di molti indicatori anche prima dei tre anni; Molti bambini, purtroppo giungono alla diagnosi spesso in ritardo, quando hanno superato i 5 anni, con le gravi conseguenze che un disturbo del linguaggio può portare, non solo nell’apprendimento ma anche nello sviluppo emotivo e relazionale.

Prima di tutto è opportuno dare una definizione di DSL per capire meglio da cosa sono caratterizzati questi disturbi: essi sono disturbi dell’acquisizione del linguaggio che si manifestano con un ritardo di questa facoltà in bambini con uno sviluppo intellettivo non verbale nella norma (QIP > 70), in assenza di deficit cognitivi, sensoriali, motori, affettivi e di importanti carenze socio-ambientali.

I bambini affetti da DSL presentano difficoltà di vario grado nella comprensione, produzione ed utilizzo del linguaggio, in una o in tutte le componenti linguistiche (fonologia, semantica, sintassi, pragmatica) e un’evoluzione del disturbo nel tempo che varia in rapporto alla sua gravità e persistenza. Pertanto non rappresentano un gruppo omogeneo, ma possono essere suddivisi in sottotipi diversi in relazione al deficit che investe le varie aree e lo sviluppo nei diversi settori linguistici.

CLASSIFICAZIONE

Nella decima versione del sistema di classificazione internazionale delle sindromi e dei disturbi psichici e comportamentali (ICD-10, 1992) i disturbi specifici del linguaggio si distinguono in:

Disturbi specifici dell’articolazione dell’eloquio: utilizzo da parte del bambino di suoni per l’espressione delle parole che sono al di sotto del livello appropriato per la sua età mentale. La diagnosi è possibile in presenza di intelligenza non verbale e abilità linguistiche espressive e ricettive nella norma, anomalie dell’articolazione non direttamente attribuibili ad alterazioni sensoriali,anatomiche o neurologiche ed anomalie nel contesto d’uso colloquiale del linguaggio.

Disturbo del linguaggio espressivo: la capacità di usare il linguaggio espressivo è inferiore rispetto al normale livello dell’età mentale del soggetto. La diagnosi è possibile in presenza di intelligenza non verbale nella norma,mancanza di produzione di singole parole intorno a 2 anni, piccole frasi di 2 parole intorno a 3 anni,sviluppo limitato del vocabolario ed espressioni di lunghezza ridotta, strutturazione della frase poco evoluta e/o deviante, difficoltà nella fluidità della frase/racconto e ritardi/anormalità per i suoni linguistici.

- Disturbo della comprensione del linguaggio: la comprensione del linguaggio risulta marcatamente discrepante con l’età mentale non verbale. La diagnosi è possibile in presenza di intelligenza non verbale nella norma e capacità di espressione poco evolute e/o devianti.

Afasia acquisita con Epilessia(Sindrome di Landau Kleffner):questo è un disturbo del linguaggio in bambini che hanno avuto una normale acquisizione del linguaggio e che interessa sia l’apparato ricettivo che espressivo mentre l’intelligenza viene preservata.

L’ICD-10 utilizza prevalentemente un criterio basato sulla discrepanza psicometrica tra sviluppo del linguaggio e lo sviluppo di altre competenze, insieme ad una serie di criteri di esclusione che sono quelli tradizionalmente assunti in letteratura. Per porre la diagnosi di DSL, risulta necessario stabilire se la comprensione del linguaggio è 2 deviazioni standard al di sotto del livello appropriato per l’età del bambino.

Nel DSM IV la suddivisione è simile perché viene distinto il Disturbo della Fonazione dai disturbi più specifici che vengono definiti Disturbo dell’Espressione del Linguaggio e Disturbo Misto della Espressione e della Ricezione. Va sottolineata la differenza nella definizione di Disturbo Misto perché evidenzia efficacemente la compromissione più totale del linguaggio, anche della produzione, quando è compromessa in modo significativo la Comprensione Verbale. Sono stati inoltre condotti diversi sforzi nella differenziazione in sottotipi dei DSL.

In particolare è stata ben analizzata all’interno dei DSL Espressivi la diversificazione tra Disturbi Fonologici e Disturbi Semantici (Rapin 1996; Bishop 2000). I diversi criteri di classificazione sono stati costruiti allo scopo di differenziare bene i Disturbi dello Sviluppo Fonologico dai Disturbi Articolatori da un lato e i Disturbi dello Sviluppo Semantico o Semantico Pragmatici dai Disturbi dello Spettro Autistico (Leonard,1985;Bishop e Adams,1989; Adams,2001).

CAUSE

Le cause non sono ancora sufficientemente note ma dati recenti tendono a confermare l’ipotesi neurologica(Guerrino,Hage,Guimaraes,Abramides,Fernandes,Pacheco,Piovisana,Montenegro e Cends, 2002).

Tutti i bambini studiati fin ora con tecniche di Risonanza Magnetica avanzata, presentano una polimicrogiria di vari gradi che riguarda le regioni perislviane o le aree temporoparietali. Molti pazienti presentano anomalie corticali bilaterali simmetriche.
In generale, tuttavia, i disturbi di linguaggio specifici, possono essere dovuti a:


Nonostante le ricerche non dimostrino un effetto decisivo da parte delle variabili ambientali (Ritterfeld e Niebuhr 2002), se si guarda il linguaggio come un processo di apprendimento nella dimensione comunicativa, gli influssi dell’ambiente risultano evidenti (la risposta dei genitori alle espressioni spontanee del bambino è infatti essenziale )(Bruner,1997-Papousek,1998).
Va inoltre tenuto conto che circa la metà dei bambini con DSL ha un familiare con lo stesso problema o con problemi di apprendimento scolastico, ciò non ci fa escludere un disturbo di tipo genetico (Bishop 1997,2001; Leonard 1998).

INCIDENZA

La prevalenza dei DSL è molto alta in rapporto ad altri disturbi evolutivi:6-8% di tutti i bambini (Ritterfeld e Niebuhr,2002). L’incidenza può essere valutata in base a diversi criteri ma quello più diffuso prevede che vengano inclusi tutti i bambini con un QI di performance normale i cui punteggi in uno o più test di competenza linguistica si collocano sotto le due deviazioni standard oppure i punteggi di più test linguistici si collocano sotto una deviazione. Seguendo questo criterio la diffusione del DSL in bambini di 5/6 anni pare aggirarsi attorno al 7% (Leonard,1998). In Italia, nella popolazione al di sotto dei 5 anni, l’incidenza dei disturbi del linguaggio varia dal 3% al 6% .

Secondo le interpretazioni più attuali, il DSL sembra essere un disturbo che tende a persistere nel tempo anche se con intensità diversa ed in ambiti linguistici differenti; per esempio, in un bambino di 4 anni con DSL, si osservano prevalentemente alterazioni della struttura fonetico-fonologica della parola, mentre in un bambino di 10 anni questo tipo di deficit risulta meno frequente rispetto alle maggiori difficoltà che si manifestano nella costruzione degli enunciati e nella decodifica degli stessi (disturbi di tipo misto recettivo-espressivi). La frequenza del disturbo sembra essere più alta nei maschi piuttosto che nelle femmine: 2,5 contro 1 ma il motivo di questa differenza non è stato ancora compreso (Stark e Tallal,1981).

COMORBIDITA’


Dal punto di vista neurobiologico ed eziopatogenetico è necessario sottolineare che anche quelli chiamati disturbi specifici o primari del linguaggio non sono mai puri, ma spesso associati a difficoltà di coordinazione motoria, di funzionamento cognitivo e a disturbi dell’attenzione. La complessità dei quadri clinici esclude la possibilità di utilizzare il deficit di working memory fonologico come causa unitaria di tutti i DSL. Ad oggi è stata dimostrata l’importanza sia di fattori genetici che di fattori ambientali (Fabrizi et al.,1997;Bishop,2000).

I disturbi psicopatologici sono generalmente riscontrati come disturbi associati, mentre in passato erano considerati come una conseguenza tardiva di vissuti di disistima costruiti durante le ripetute esperienze di insuccesso comunicativo, sociale e scolastico. Oggi si tende ad inserire questa comorbidità nella più ampia accezione di vulnerabilità (biologica ed ambientale) e di rischio (Mansten e Coatswoorth,1995).

SVILUPPO DEL LINGUAGGIO

Nei primi 3 anni di vita il disturbo interessa prevalentemente i livelli fonologici e si esprime in ambito lessicale e di organizzazione delle semplici strutture sintattiche.
Nelle fasi immediatamente precedenti la scolarizzazione, si individuano maggiori deficit nella costruzione delle frasi con la coordinazione degli elementi fonologici, lessicali, morfosintattici e pragmatici.
Nel periodo della scolarizzazione i disturbi fonologici e morfosintattici subiscono una sensibile diminuzione e diventa più consistente la difficoltà nella gestione delle parti del discorso.

In età adolescenziale e adulta, infine, il disturbo diventa davvero difficile da individuare: il discorso risulta povero e poco articolato, inoltre, risulta compromessa la comprensione metaforica ed inferenziale del discorso.
Ma come capire se un bambino svilupperà un disturbo specifico di linguaggio? L’età di 3 anni costituisce una sorta di spartiacque tra i bambini “late talkers” ed i bambini con un probabile disturbo specifico di linguaggio. Innanzi tutto va detto che i “parlatori tardivi” sono quei bambini nei quali la comparsa del linguaggio è ritardata, rispetto ai coetanei, e che presentano un vocabolario espressivo inferiore o uguale al 10° percentile a 24 mesi e/o assenza di linguaggio combinatorio a 30 mesi (Thal et al.1997;Thal e Bates,1998).

Nella letteratura internazionale numerose evidenze indicano che i bambini che presentano un ritardo del linguaggio in età precoce sono a rischio per successivi problemi specifici del linguaggio (Bishop e Edmundson,1987;Rescorla e Schwartz,1990;Thal e Bates,1998). La dimensione del lessico secondo l’età costituisce un valido indice di previsione; infatti segnali precoci di rischio sono ad esempio l’assenza della lallazione dai 5/7 mesi ai 9/10 mesi, mancanza di schemi di azione con gli oggetti a 12 mesi, ritardo della comprensione di ordini dati al bambino non troppo contestualizzati intorno ai 24/30 mesi.

Un bambino che a 2 anni non ha raggiunto la quota di 50 parole è considerato chiaramente a rischio ed esso aumenta se nel tempo non si intravedono miglioramenti. Si parla di sviluppo atipico anche in presenza di un repertorio di parole poco variato nelle espressioni e maggiormente nell’utilizzo di verbi generici come (voglio,fare,mettere) nella conversazione anche se è capace di produrne altri.

Un altro fattore di rischio è un ritardo di sei mesi o più nello sviluppo del linguaggio ricettivo ed espressivo, come anche un numero limitato di vocalizzazioni pre-linguistiche, un chiacchierio caratterizzato da meno del 50% di consonanti correttamente prodotte con degli errori nella produzione di vocali e strutture sillabiche ristrette o ridotte.
Destano qualche preoccupazione in questo ambito quei bambini che non riescono ad imitare le combinazioni di parole  e che prediligono il gioco di manipolazione e raggruppamento di giocattoli piuttosto che il gioco simbolico. Migliori candidati per un intervento sono anche coloro che non utilizzano o utilizzano poco i gesti comunicativi complementari per accompagnare le loro parole isolate e non utilizzano i gesti deittici e referenziali verso i 12/14 mesi e coloro le quali espressioni verbali restano incomprensibili dopo i 3 anni.

E’ stato suggerito che bambini con problemi di socializzazione come una mancanza di entusiasmo a iniziare una conversazione con i loro simili ma una migliore interazione con gli adulti, potrebbe destare maggiore preoccupazione. Vanno tenuti sotto osservazione quei bambini con precedenti di otiti medie non trattate (su lunghi periodi) in quanto rischiano di sviluppare disfunzioni fonologiche e di mantenere un ritardo nel linguaggio.
Riassumendo possiamo dire che più un bambino presenta elementi di rischio e pochi fattori di cambiamento positivo, più dovremmo preoccuparci e raccomandare un sostegno.
 
METODI DI VALUTAZIONE

La valutazione rappresenta il momento in cui, in modo più strutturato, il terapista andrà ad esaminare le singole competenze del bambino. Essa costituisce un momento fondamentale perché consente di individuare cosa riabilitare e di individuare gli obiettivi di medio/lungo termine. Inoltre è possibile monitorare l’iter riabilitativo verificando i risultati raggiunti, trovare i punti forza del bambino sui quali reggerà l’intervento e definire le priorità del trattamento. Una corretta valutazione deve tener conto dei vari indici diagnostici e prognostici e disporre di metodologie e strumenti di osservazione e valutazione costruiti sulla base di precisi modelli teorici.

Quando si vuole valutare un bambino la scelta tra le diverse metodologie dipende dalla funzione della valutazione, dall’età del bambino, dalla capacità di riprodurre intenzionalmente ciò che si vuole valutare, dal tipo di processo linguistico che si va a testare e dalla adeguatezza degli strumenti di indagine ai fini da perseguire.
Per valutare le competenze comunicative del bambino, l’osservazione del comportamento spontaneo in un contesto “naturale” e familiare è uno strumento indispensabile.

Per l’analisi delle prime fasi dello sviluppo linguistico, per registrare l’emergere delle prime espressioni comunicative e verbali e per il processo di formazione del vocabolario infantile, il diario è particolarmente utile; questo strumento consiste nella registrazione giornaliera delle produzioni linguistiche di un bambino fatta da un adulto che lo osserva giornalmente.
Un altro metodo di osservazione diretta è la registrazione tramite schemi di osservazione che consiste nell’annotare la presenza di comportamenti prestabiliti che vanno eventualmente riportati su una griglia. Un’altra tecnica che, insieme al diario, permette la rilevazione di insiemi di dati linguistici che si prestano ad essere analizzati dal punto di vista fonologico, lessicale, morfologico e semantico è la rilevazione tramite strumenti di registrazione che però ha il vantaggio di avere a disposizione la registrazione audio e video.

La rilevazione dei dati attraverso protocolli di valutazione, risulta particolarmente rilevante perché valuta specifiche abilità di cui si conoscono dati normativi con cui confrontare le prestazioni dei bambini. Nonostante ciò, è parte integrante del protocollo anche la valutazione di capacità cognitive più globali che possono essere espresse, secondo i test utilizzati, dal QI al Quoziente di sviluppo o all’Età mentale. Questo perché deve essere possibile distinguere preliminarmente le condizioni di disturbo specifico e le ridotte risorse cognitive.

Prove intellettive:

Da 0 a 4 anni;

 Produzione lessicale:


Produzione morfosintattica:


Comprensione morfosintattica:

Capacità di analisi visiva, visuo-spaziale e prussico-costruttive:

Da 4 a 6 anni;

Produzione lessicale:

Comprensione lessicale:

Abilità metafonologiche:


COSA DOVREBBERO E NON DOVREBBERO FARE I GENITORI

I bambini con DSL si caratterizzano per una significativa limitazione della competenza linguistica nonostante non siano presenti i fattori che tipicamente accompagnano e giustificano la riduzione delle capacità linguistiche verbali e cioè sordità o ipoacusia, danni neurologici come paralisi cerebrali o deficit intellettivi (Stella,2001). La selettività e specificità delle capacità linguistiche di questi bambini inducono spesso, in coloro che si trovano ad avere rapporti con loro, un atteggiamento di malinteso e di sottovalutazione sulla natura del problema, problema che va assolutamente inquadrato e affrontato al più presto in quanto capace di condizionare fortemente la vita di relazione e gli apprendimenti scolastici.

Il genitore deve consultare un centro per la cura dei disturbi del linguaggio che li seguirà passo passo in questo cammino, ma possono anche fare qualcosa:

- Ascoltare il bambino quando parla, anche se mostra difficoltà, con attenzione e serenità, senza mostrare fretta, ansia, insofferenza.
- Lasciare che concluda sempre il suo discorso, anche se richiede più tempo.
- Favorire l’uso del gesto a supporto dell’efficacia comunicativa.
- Riformulare, nel rispondere, la produzione “scorretta” e non correggerla: il bambino impara implicitamente dal modello verbale dell’adulto, non dall’esercizio di ripetizione: quindi non “ricattare” per avere la produzione corretta.
- Parlargli molto, in modo rilassato e lento, ma senza scandire troppo le parole.
- Valorizzare le altre qualità del bambino in modo da aumentare la sua autostima.
- Accettarlo con il suo disturbo creandogli intorno un mondo accogliente dove il suo “problema” non venga sottolineato e ingigantito.
- Non parlare davanti al bambino delle sue difficoltà.
- Non anticiparlo quando parla, completando le parole o le frasi.
- Non interromperlo dicendogli che si è già capito.
- Non mortificare, anzi, favorire l’uso del gesto a supporto del linguaggio verbale del bambino: questo può aiutarlo ad esprimersi, favorendo la sua efficacia e possibilità comunicativa.

REPORT DI UNA RICERCA

(Chapter 17, The natural history of early language delay: from late talking to specific language impairment)
Questa ricerca vuole fornire alcune diagnostiche e prognostiche linee di condotta per analizzare lo sviluppo del linguaggio longitudinalmente in 52 bambini con ritardo di linguaggio (39 maschi e 13 femmine) seguiti dal terzo al quarto anno di età. Il linguaggio veniva testato attraverso una combinazione di procedure dirette e indirette. Alla prima valutazione (28 mesi circa) tutti i bambini con ritardo di linguaggio avevano un deficit che interessava differenti aspetti della sfera linguistica dall’abilità fonologica a quella lessicale e sintattica.

Successivamente (38 mesi) sono emerse dai risultati dell’analisi del linguaggio, tre diverse traiettorie di sviluppo scaturite da tre differenti condizioni cliniche. Dai 28 mesi era già possibile individuare alcune differenze significative tra i gruppi testati sulla produzione e comprensione di parole e sulla grammatica, ma la valutazione predittiva delle misure linguistiche cambia con l’età e con l’avanzamento dell’acquisizione del linguaggio. L’accurato monitoraggio dei bambini con ritardo di linguaggio nel periodo dai 30 a i 40 mesi, assicura significativi progressi nello sviluppo lessicale e grammaticale.

Soggetti:
I soggetti sono stati selezionati da un’ampia popolazione di bambini giudicati con ritardo di linguaggio dal Dipartimento di Neuroscienze dell’Età Evolutiva dell’Istituto Scientifico Stella Maris, secondo i seguenti criteri:

- Vocabolario espressivo: valutato secondo la versione italiana del Mac Arthur-Bates (Il primo vocabolario del bambino,Caselli e Casadio 1995), al di sotto del 10° percentile e/o assenza di linguaggio combinatorio dal 24 al 30 mese.
- Capacità linguistiche longitudinali: con almeno 2 valutazioni tra il 2° e il 4° anno di vita e un intervallo di almeno 6 mesi tra le 2 osservazioni consecutive.
- Sviluppo cognitivo normale: QI ottimale nel periodo della prima valutazione e assenza di deficit acustici e di disturbi comportamentali e socio-emozionali.
Sulla base diu questi criteri sono stati selezionati, come detto precedentemente, 52 bambini (39 maschi e 13 femmine). La prima osservazione è stata fatta a 28 mesi e la seconda a 38 mesi. L’intervallo medio tra la 1° e la 2° osservazione era di 10 mesi. 35 bambini sono stati seguiti a 49 mesi circa e il loro linguaggio era ancora ritardato al 2° periodo. I bambini furono divisi in 3 gruppi:

- Gruppo 1: Nessun bambino ha ricevuto interventi diretti al linguaggio
- Gruppo 2: Solo 4 bambini sono stati sottoposti ad interventi linguistici
- Gruppo 3: tutti i bambini hanno ricevuto interventi diretti al linguaggio

Trattamento linguistico, procedure di valutazione del linguaggio:

- Espressività del vocabolario: è stato testato attraverso la versione italiana, PVB
- Espressività grammaticale: è stata valutata analizzando campioni di linguaggio raccolti nel laboratorio durante una situazione standardizzata che ha coinvolto i bambini e i loro genitori. Il livello di sviluppo grammaticale era definito su un sistema di valutazione a 6 livelli.
- Comprensione verbale: è stata esaminata con un test di linguaggio ricettivo che include 56 items di complessità crescente. I punteggi z individuali erano ottenuti sulle basi delle norme italiane per i bambini dai 16 ai 36 mesi (Chiosi et al. 2003)

Le misure del linguaggio al tempo 3 (dopo i 48 mesi) erano i seguenti:
- Test PPVT per il trattamento della comprensione lessicale nei bambini dai 3 anni e 9 mesi agli 11 anni e 6 mesi.
- One-word picture test (Brizzolata et al. 1994): è stata standardizzata per I bambini italiani tra I 3 anni e 6 mesi e gli 8 anni.
- Test TCGB: è un test per la comprensione della grammatica.
- Test di ripetizione delle frasi (Devescovi,Caselli 2001) e test di ripetizione dei pronomi (Bottari et al.1998)
- Analisi del linguaggio spontaneo in accordo con i 5 livelli del GASS.

Risultati:
T1
A livello di gruppo i bambini mostravano un marcato ritardo espressivo che riguardava la fonetica, il vocabolario e la grammatica.
o Vocabolario: Il numero medio delle parole prodotte all’interno del campione è stato 61.3 con un’alta variabilità interindividuale (SD=68). Il quoziente lessicale medio era 62.8; nel 75% dei casi il quoziente lessicale era al di sotto del 70, nei casi rimanenti esso non raggiungeva il punteggio di 90.

o Produzione Grammaticale: Per l’intero campione il punteggio medio è stato 1. Nessun bambino ha avuto un punteggio normale per l’età. L’80% dei bambini aveva un’organizzazione linguistica primitiva e solo il 20% stava cominciando a combinare parole.
o Comprensione Verbale: Il punteggio z dell’intero campione era di -1.7. Le abilità ricettive erano ritardate per il 60% del campione, di cui il 27%  mostrava ritardi moderati ed il 33% con 2 DS sotto la media. Il 40% aveva una comprensione verbale normale.

T2
Al tempo 2 la maggior parte dei bambini (41) ha un persistente ritardo linguistico mentre 11 mostravano un rapido sviluppo verbale. 35 dei 41 bambini con persistente ritardo al tempo 2, sono stati seguiti fino a 49 mesi per valutare il loro ulteriore sviluppo linguistico.

T3

Al tempo 3, 10 bambini (28.5%) mostravano una performance del linguaggio normale mentre 25 bambini (71.5%) avevano disturbi persistenti in uno o più domini linguistici. Le analisi di varianza condotte in età cronologica al T1 e T2 non mostravano significative differenze tra i tre gruppi della stessa età.
- Gruppo 1: La traiettoria linguistica sembra essere caratterizzata da un ritardo medio dello sviluppo lessicale e grammaticale con una normale comprensione seguita da un’accelerazione dello sviluppo attorno al mese 33 con una acquisizione del linguaggio nel 3° anno di vita. (RITARDO PROVVISORIO)
- Gruppo 2: Ritardo linguistico ristretto al dominio espressivo con buoni risultati nella comprensione, tuttavia a 3 anni vi era ancora un ritardo grammaticale e del vocabolario ma vi era un aumento significativo del vocabolario espressivo. Al 3° e 4° anno vi era un miglioramento nel lessico e nella grammatica con un completo recupero del linguaggio. (APPRENDITORI LENTI)
- Gruppo 3: Continuavano a mostrare un deficit generalizzato del lessico e della grammatica che non veniva risolto al 4° anno e persisteva fino all’età prescolare. (DSL)

CONCLUSIONI


Sono ormai tanti i bambini che presentano disturbi specifici del linguaggio (quasi 1 bambino su 10), ma spesso coloro che sono impegnati a vigilare sul corretto sviluppo dei bambini (a titolo personale o professionale), non possiedono le conoscenze adeguate che gli permettono di capire che il problema richiede un intervento specialistico, infatti, troppo spesso si è portati ad aspettare a lungo prima di intervenire sperando che con il passare del tempo “le prime parole si decidano ad arrivare”.

Il fatto è che il ruolo che la comunicazione verbale gioca nei rapporti sociali è talmente decisivo che i disturbi del linguaggio rappresentano un serio impedimento alla realizzazione delle potenzialità dell'individuo. Un intervento mirato servirebbe ad accelerare lo sviluppo per prevenire , ad esempio, degli effetti cumulativi nefasti come problemi affettivi e/o comportamentali.

Per tutto il percorso evolutivo l’attenzione all’impatto che il disturbo di linguaggio ha sullo sviluppo psichico del bambino deve tradursi in interventi tempestivi e puntuali di sostegno alla strutturazione dell’io e delle relazioni con i pari e con gli adulti.
Nonostante tutto ciò, lo stato attuale delle conoscenze, ci permette di credere ad una evoluzione favorevole per la maggior parte di questi bambini che, aiutati a fare leva sulle loro capacità e quindi ad innalzare il loro potenziale di autostima, riusciranno a portare il loro linguaggio ad un livello tale che gli permetterà una comunicazione verbale uguale, per quanto possibile, ai bambini della loro età.

BIBLIOGRAFIA

 I Disturbi dello sviluppo: Vicari-Caselli, Il Mulino 2002
 Seminario: DSL – Valutazione e Intervento
 I Disturbi dello sviluppo del linguaggio ed il loro esito: V. Nuzzo
 Le Emozioni nei bambini con DSL: O. Caropreso
 www.ospedalebambingesu.it
 www.unibo.it
 www.cnr.it
 www.unipi.it
 www.emedea.it


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