La memoria: il modello di Atkinson e Shiffrin e l'hip


LA MEMORIA: IL MODELLO DI ATKINSON E SHIFFRIN E L’HIP

L’approccio HIP ha affrontato con originalità tematiche cruciali legate in particolare al problema dell’interazione tra l’individuo e l’ambiente socio-culturale. La teoria dell’elaborazione dell’informazione nell’uomo (Human Information Processing: HIP) consiste in un approccio all’interno del quale si riconoscono numerosi modelli, ipotesi e programmi di ricerca. L’assunto unificante è che il funzionamento del computer costituisca il modello di funzionamento della mente umana; l’interesse principale è rivolto ai processi di codifica, elaborazione, trasformazione delle informazioni per la loro conservazione in memoria. Il concetto d’elaborazione è cruciale e si riferisce ai processi che avvengono tra la ricezione dell’input, che è l’informazione in entrata, e la produzione dell’output, e cioè la risposta del soggetto, che può essere un’azione, una risposta verbale, una decisione, un’inferenza logica, ecc. Come per il computer, il sistema in cui avvengono i processi d’elaborazione è la memoria, la quale trasforma l’input in un linguaggio della mente, e cioè in rappresentazioni mentali.
Atkinson e Shiffrin hanno proposto un modello dell’elaborazione dell’informazione che è ormai un classico della psicologia cognitivista.


Questo modello assume che l’informazione sia dapprima elaborata in parallelo da diversi magazzini sensoriali, che hanno sede nei vari organi, i quali trattengono l’informazione per qualche frazione di secondo o per pochi secondi e operano un primo riconoscimento dell’informazione. Questi poi inviano le informazioni ad un magazzino a breve termine (MaBT), a capacità limitata, che a sua volta comunica con un magazzino a lungo termine (MaLT). Si noti l’importanza cruciale del ruolo svolto dal magazzino a breve termine in questo modello, poiché senza di esso l’informazione non può raggiungere e non può lasciare il MaLT; per le sue funzioni è stato anche denominata memoria di lavoro, infatti, essa riconosce, elabora, trasforma l’informazione in modo che possa essere conservata e riutilizzata per comprendere e riconoscere informazioni nuove. Si assume inoltre che, oltre ad immagazzinare informazione, il MaBT esegue alcune funzioni alle quali Atkinson e Shiffrin si riferiscono con il termine di processo di controllo.
Il ripasso o reiterazione (rehearsal), un processo attraverso cui l’informazione è mantenuta nel MaBT, era uno dei processi di controllo studiati in dettaglio da Atkinson e Shiffrin. Essi postulano che quanto più lunga è la permanenza di uno stimolo nel MaBT, maggiore è la probabilità che esso sia trasferito o copiato nel MaLT: tale permanenza avviene per un periodo di tempo che va dai 15 ai 30 secondi e se questa durata è sufficiente alla codifica, allora il materiale è archiviato in un magazzino che conserva tutti i prodotti delle elaborazioni passate: la memoria a lungo termine. Sebbene Atkinson e Shiffrin riconoscessero l’importanza e l’esistenza della codifica semantica, i loro studi concernevano in realtà soprattutto il ripasso verbale automatico. In uno studio molto chiaro Rundus sottoponeva i soggetti ad un compito di rievocazione libera, chiedendo loro di compiere il ripasso dell’informazione a voce alta. Quanto più frequentemente un elemento era ripetuto, tanto più probabile era che fosse ricordato. Un’eccezione si verificò per gli elementi appartenenti alle ultime posizioni della sequenza che doveva essere ripetuta, di quelli stimoli che cioè contribuivano alla componente di recenza, per i quali la rievocazione era eccellente nonostante le poche ripetizioni. Atkinson e Shiffrin interpretano questo risultato come l’indicazione che l’effetto di recenza rappresenta la rievocazione di quegli elementi che sono già presenti nel MaBT, mentre la rievocazione dei primi elementi dipende dal MaLT. Però, più lungo è il tempo che un elemento è mantenuto nel MaBT, maggiore è la probabilità che esso sia trasferito al MaLT, di qui la correlazione tra numero di ripetizioni e probabilità di rievocazione. La ragione per cui certe operazioni aritmetiche sono troppo difficili da compiere a mente oppure una frase non è compresa, risiede proprio nei limiti della memoria di lavoro: perché una frase sia compresa è necessario che quando si arriva alla fine si conservi ancora l’informazione relativa all’inizio della frase. Questo spiega l’incapacità dei bambini nel periodo preoperatorio di risolvere i problemi come quello piagetiano sulla transitività della relazione (se x è più alto di y e y è più alto di z, chi è il più basso?). Secondo quanto detto sul MaBT, l’incapacità non dipende da una mancanza di capacità logiche, ma dai limiti delle capacità di memoria, o più precisamente dalla scarsa efficacia di codifica.


Questo modello presenta alcuni punti contraddetti dall’evidenza empirica.
Un’importante fonti di dati a favore dell’esistenza di un MaBT separato, deriva da uno studio su pazienti con normale capacità di apprendimento a lungo termine, ma con span di memoria uditiva fortemente compromesso. Secondo il modello modale, lo span ridotto indicherebbe una notevole compromissione della capacità del MaBT. Poiché il sistema di MBT a capacità limitata costituisce il punto cruciale delle capacità d’apprendimento, di ragionamento e delle prestazioni intellettuali in generale, i pazienti che presentano disordini del MaBT dovrebbero essere cognitivamente molto limitati. Essi invece non mostrano affatto una compromissione generale delle loro capacità intellettuali, l’apprendimento a lungo termine è di solito intatto.
Un secondo problema del modello modale, concerneva l’assunzione secondo cui, la probabilità che un elemento sia trasferito alla memoria a lungo termine, è diretta funzione del suo tempo di permanenza nel MaBT. Molti studi hanno però mostrato che, di fatto, non era così. Ad esempio, Tulving chiese ai suoi soggetti di leggere ripetutamente una lista di parole, che venivano poi incluse in una lista più estesa successiva che i soggetti dovevano imparare. L’esperimento mostrò che le ripetizioni precedenti non aumentavano il livello d’apprendimento successivo; la semplice ripetizione delle parole non migliorava la loro accessibilità, mentre l’apprendimento attivo successivo aveva quest’effetto presumibilmente perché rafforzava il legame tra le parole che dovevano essere apprese. Il modello modale fu messo in crisi anche da altri esperimenti, in cui si dimostrava che i soggetti non imparavano nulla attraverso la presentazione incidentale d’informazioni anche ripetute. Ad esempio Nickerson e Adams mostrarono la mancanza d’apprendimento nonostante le numerose esposizioni allo stimolo, come nella prova di ricordo delle caratteristiche di una moneta da un penny americana; oppure Debra Beckerian e Baddeley osservarono che, nonostante una martellante campagna pubblicitaria in cui la BBC annunciava il cambiamento di lunghezza d’onda d’alcuni suoi programmi, in più di mille casi non ebbe alcun effetto. In conclusione, l’assunzione che l’elaborazione dell’informazione da parte del MaBT rappresenti la via più diretta d’accesso alla MLT non sembrava essere giustificata. Diventa sempre più chiaro che una semplice associazione tra MaBT e codifica fonologica da un lato e MLT e codifica semantica dall’altro rappresenta un’eccessiva semplificazione. Nei test di laboratorio è la natura del compito che determina se il soggetto userà o no la codifica semantica. Usando parole non relate, presentate per un breve periodo, una codifica semantica adeguata è difficile.


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