Memoria



Paradigmi teorici
La capacità di memorizzare informazioni è necessaria all’apprendimento, all’adattamento e quindi alla sopravvivenza di ogni organismo vivente, dal batterio all’essere umano. Senza memoria un organismo potrebbe reagire solo agli stimoli attuali, non potendo apprendere dalle esperienze passate e tantomeno fare previsioni sulle conseguenze del proprio comportamento. Questa funzione, nel corso dell’evoluzione, ha sviluppato una notevole flessibilità e complessità, stringendo legami sempre più stretti ed articolati con altre funzioni mentali quali l’apprendimento, il pensiero, le emozioni, le motivazioni… In corrispondenza degli ultimi gradini della scala evolutiva, la memoria diventa sempre più la struttura psichica che organizza il comportamento in una prospettiva temporale (stabilendo legami tra eventi passati, presenti e prevedendo quelli futuri) e causali (legami deterministici o probabilistici tra due eventi collegati), arrivando a coinvolgere lo stesso organismo e permettendo, così, la costruzione di una propria identità e quindi l’auto-consapevolezza.
L’unità minima della memoria è la traccia mnestica, una modificazione creata da un evento precedente che influenza un evento successivo. Lo studio sperimentale della memoria, iniziato alla fine del xix secolo con gli esperimenti di Ebbinghaus, riguarda quindi la comprensione dei meccanismi specifici che caratterizzano ciascuna fase della memoria. Classicamente, infatti, si distinguono tre fasi della memoria: fissazione o apprendimento; ritenzione; ricordo, rievocazione, riattivazione e attualizzazione. Durante la prima fase, quella della fissazione od apprendimento, l’individuo memorizza certe risposte suscitate dalle esigenze del contesto in cui si trova, determinando la formazione e l’organizzazione delle tracce mnestiche. La seconda fase, la ritenzione, consiste nella conservazione latente di quanto memorizzato e si estende per un lasso di tempo variabile durante il quale avvengono determinate modificazione chimiche e fisiche. Nell’ultima fase, ricordo, rievocazione, riattivazione e attualizzazione, le risposte acquisite in precedenza vengono rievocate e possono dar luogo a delle condotte mnemoniche osservabili: si può vedere cosa è stato ritenuto e come.
Le condotte mnemoniche possono essere distinte in tre grandi categorie: ricordo, riconoscimento e riapprendimento. La prima categoria, il ricordo, comprende la riproduzione delle risposte acquisite in una situazione precedente, e la narrazione, con cui si rende conto di una esperienza passata nella quale il soggetto è stato coinvolto. La seconda categoria, quella del riconoscimento, implica l’identificazione, da parte del soggetto, di una situazione passata in cui ha dato una certa risposta o l’identificazione di un oggetto, precedentemente memorizzato, presente nel campo percettivo attuale. La terza categoria, quella del riapprendimento, permette di desumere la presenza di processi di ritenzione, e quindi l’esistenza di una traccia mnestica, tramite l’economia dell’esercizio: il tempo e lo sforzo necessari per ripetere l’apprendimento, infatti, in genere sono minori rispetto al primo apprendimento.
L’accessibilità, da pare di un soggetto, a queste categorie di condotte mnemoniche osservabili dipende, naturalmente, da diversi fattori tra cui la durata e la qualità dell’apprendimento, le strategie più o meno consapevoli adottate durante la ritenzione, la motivazione e le attitudini individuali…; fattori che, complessivamente, contribuiscono a determinare l’intensità della traccia mnestica.
Il rendimento mnestico sarà pertanto diverso a seconda del metodo utilizzato per saggiare il grado di ritenzione. Con il riconoscimento avviene una specie di confronto fra un processo attuale ed una traccia dovuta ad un evento precedente (maggior valore di ritenzione). Durante la ricostruzione, il recupero della traccia mnestica è facilitata dalla presentazione di qualche elemento del materiale che ha inizialmente provocato la traccia. Durante il richiamo si deve giungere alla rievocazione sulla base di una speciale tensione interna che cerca di richiamare sul piano della coscienza una traccia più o meno profonda (minor valore di ritenzione).
Sulla base dei risultati degli esperimenti condotti da molti studiosi per comprendere il funzionamento della memoria umana, sono stati elaborati diversi modelli esplicativi: associativo, stimolo-risposta, costruttivistico, pluricomponente, hip.
In tutti i modelli, però, è presente una distinzione per livelli nell’elaborazione delle informazioni.
Il modello associativo si caratterizza per l’intento di descrivere le relazioni associative fra le informazioni in memoria: tali relazioni, infatti, orientano il ricordo. L’associazione è la relazione tra due elementi empirici e ideativi, che si organizzano mediante contiguità, somiglianza e contrasto.
Il primo studio sperimentale sulla memoria risale al 1880 con Ebbinghaus, il cui obiettivo era quello di vedere come opera la memoria, intesa come “capacità pura”, ovvero quando non è influenzata dalle conoscenze e dalle capacità di organizzare proprie del soggetto. Questo Autore dimostrò l’esistenza di un fenomeno denominato contiguità temporale: non si memorizzano i singoli termini, ma le sequenze ordinate di termini appartenenti alla serie. Dimostrò, inoltre, che è più facile imparare una lista breve di termini che una lunga. Questi fenomeni hanno dato luogo all’ipotesi che il meccanismo della memoria sia articolato in due stadi: dapprima le informazioni vengono immagazzinate nella memoria immediata o a breve termine (stm), dalla quale sono in seguito trasferite a una magazzino più permanente o memoria a lungo termine (ltm).
Successivamente Estes ha rielaborato il concetto di associazione, avvicinandolo alla nozione di aggruppamento categoriale (cluster): il rievocare una categoria di parole porta al ricordo di un termine della categoria e, quindi, all’associazione contesto-parola che era stata associata al nome della categoria. Tuttavia, ogni termine comporta molte altre associazioni: la memoria si presenta, dunque, come un immenso reticolo associativo che consta di unità verbali e di relazioni.
Anderson & Bowen hanno proposto, inoltre, un ulteriore sviluppo dei principi associativi, attribuendo alle reti associative una qualità “semantica”: ogni nodo di una frase può costituire un punto di partenza per il recupero mnestico; i soggetti, infatti, memorizzano la frase come configurazione e significato complessivo e non pezzo per pezzo.
Il modello stimolo-risposta si basa sulla connessione fra la stimolazione ambientale e la risposta comportamentale. Particolarmente utilizzata, da questo filone di ricerca, è la tecnica dell’apprendimento di coppie associate (apa), costituite da uno stimolo, da una risposta e da un rinforzo. Il rinforzo viene dato solo alla risposta giusta, per provocare l’apprendimento.
Questa tecnica è stata utilizzata per verificare se l’apprendimento sia del tipo “tutto o niente” o “incrementale”. L’interpretazione dell’apprendimento “tutto o niente” ha come obiettivo quello di portare a costruire una teoria rigorosa che consentisse di prevedere l’andamento quantitativo di dati osservabili; l’interpretazione dell’apprendimento “incrementale”, invece, è associata all’idea di una soglia, cioè di una determinata intensità necessaria affinché vi sia ricordo effettivo: sotto questa soglia l’apprendimento sarebbe insufficiente e per giungere alla risposta esatta si richiederebbe solo un rafforzamento tramite successive ripetizioni.
Le ricerche di Underwood & Schultz, infine, ventono sull’analisi dell’importanza di due variabili: la frequenza con la quale un item verbale si presenta nel linguaggio che usiamo, e la prossimità temporale, un meccanismo selettivo per cui, conoscendo gli stimoli più recenti, dovrebbe essere possibile differenziarli e selezionarli da quelli presentati precedentemente.
Secondo il modello costruttivistico, la memoria è considerata come un insieme di processi che selezionano, organizzano, rielaborano e trasformano le informazioni provenienti dall’esterno. Per facilitare la memorizzazione, infatti, i soggetti sono portati a cercare regole e proprietà che caratterizzano la globalità della situazione. Il funzionamento della memoria avviene, quindi, attraverso processi di controllo, decisioni e strategie.
Una strategia molto utilizzata è quella dell’organizzazione che può essere sia oggettiva che soggettiva. Con l’organizzazione oggettiva il soggetto organizza il materiale in modo da rievocare elementi oggettivamente simili, appartenenti cioè alla medesima categoria; con l’organizzazione soggettiva, invece, il materiale viene organizzato in raggruppamenti specifici. Secondo Bartlett, le persone non ricordano passivamente ciò che viene loro presentato, ma scelgono e interpretano a seconda dei propri atteggiamenti ed interessi nel momento in cui l’evocazione ha luogo. Neisser nel 1967 ha distinto due stadi della memoria: i processi primari (rozzi e globali) e i processi secondari che rappresentano veri processi di memoria e si distinguono per la loro attività costruttiva nei confronti del materiale grezzo fornito dai processi primari.
Altri autori, in seguito, hanno proposto il meccanismo di selezione-astrazione coinvolto nella memoria: ulteriori analisi sulla distinzione stm-ltm, infatti, escludono che tutto ciò che percepiamo entri in memoria. Wickelgren propose di considerare la memoria come ad una funzione selettiva, che opera scartando gli eventi mnesticamente meno importante: tale selezione dei ricordi, inoltre, si basa sull’importanza che il soggetto attribuisce ad essi. Al momento della registrazione in ltm hanno luogo anche operazioni di astrazione, attraverso un meccanismo di decisione che valuta l’importanza delle caratteristiche del materiale. Si selezionerebbero, quindi, le idee principali, astraendone le nozioni essenziali.
Nel modello pluricomponenti è peculiare l’attenzione prestata al fatto che la memoria non conserva un item (singolo componente di un reattivo) in una sola modalità, ma lo conserva sotto forma di diversi componenti. Bowen ha osservato che gli elementi attribuibili allo stimolo sono organizzati gerarchicamente: per es. le componenti semantiche più importanti di quelle fonetiche. Underwood ha osservato che i soggetti ricordano attributi od aspetti diversi di un singolo stimolo: la ricchezza degli attributi associati ad un item, quindi, costituirebbe la condizione per un buon ricordo. Gli item ad alto valore di immagine sono più facilmente ricordati, mentre gli item ad altra significanza non sempre sono avvantaggiati nel ricordo rispetto ad item a bassa significanza con uguale valore di immagine.
Si è notato, inoltre, che generalmente le parole concrete hanno un alto valore d’immagine, mentre quelle astratte un basso valore. Secondo molti studiosi di dovrebbe pertanto supporre l’esistenza di due sistemi di codifica: il sistema verbale e il sistema per immagini, mediante uno od entrambi i quali verrebbe elaborato qualsiasi stimolo. Se, quindi, uno stimolo è la figura di un oggetto, può darsi che il soggetto lo elabori verbalmente, ma è quasi certo che egli lo codifica sulla base delle sue proprietà figurali. Per i nomi ad alto e basso valore di immagine, pari è la probabilità che vengano “fissati” verbalmente; i nomi ad alto valore d’immagine hanno maggiori probabilità di venire codificati anche dal sistema delle immagini, e quindi sono avvantaggiati nel ricordo, per la possibilità di una loro codifica anche immaginativa.
Il modello Human Information Processing, ovvero dell’elaborazione umana dell’informazione, si propone di considerare come oggetto psicologico l’uomo che opera sull’informazione proveniente dal mondo esterno. Questo modello accetta l’idea che si possono distinguere due tipi di memoria: la stm e la ltm. Secondo Craick & Lockhart, questi due processi potrebbero descrivere non fasi successive delle ritenzione, ma fasi contemporanee di analisi degli stimoli. Le fasi della memoria a breve termine descriverebbero il ricordo transitorio, mentre le fasi della memoria a lungo termine corrisponderebbe all’analisi più profonda, con la conseguente possibilità di ricordare gli stimoli più a lungo.
La struttura della memoria proposta da questo modello è così articolata. Vi è innanzitutto uno stimolo esterno al soggetto (imput), per es. una frase sotto forma di onde sonore, seguito dalla trasduzione sensoriale, per cui le onde sonore sono convertite in impulsi elettrici. Segue il registro sensoriale, o magazzino dell’informazione sensoriale, dove lo stimolo rappresentato con le sue caratteristiche sensoriali, viene conservato per un tempo brevissimo, tramite due sistemi di memoria: la memoria ecoica, che conserva l’informazione sensoriale acustica, e la memoria iconica, che conserva l’informazione sensoriale visiva. A questo punto avviene il riconoscimento percettivo che permette di attribuire un significato allo stimolo registrato: attraverso un confronto con le informazioni che il soggetto possiede, lo stimolo viene segmentato ed analizzato nei suoi componenti discreti. L’informazione passa, quindi, nella memoria a breve termine dove viene conservata per un breve periodo di tempo, durante il quale possono aver luogo vari processi di controllo, che permettono di conservare l’informazione per un periodo più o meno lungo. L’informazione, elaborata nella stm, passa alla memoria a lungo termine dove può essere conservata per lunghi periodi: le caratteristiche dell’informazione conservata in questo magazzinosono più di tipo semantico che sensoriale.
Numerosi sono anche i contributi psicodinamici di diversi autori. Hartmann, per esempio, considera la memoria una delle funzioni autonome dell’Io, anche se il processo di memorizzazione e recupero non è esente dalle influenze dei processi emotivi. Fenomeni connessi alla dimenticanza ed all’oblio sono anche la repressione e la rimozione messi in evidenza da Freud. Entrambi i fenomeni si differenziano dall’oblio vero e proprio perché in questo caso entra in gioco un meccanismo di inibizione attiva del contenuto mnestico: mentre la repressione è un meccanismo cosciente, la rimozione è inconscia. Con la rimozione, il meccanismo di difesa studiato per primo da Freud, il contenuto ideativo connesso alla soddisfazione di un desiderio ritenuto riprovevole viene respinto dal campo della coscienza e relegato nell’inconscio.

Metodi d’indagine
Nelle sue prime ricerche, basate sulla metodologia dell’oblio, Ebbinghaus ricorse a due innovazioni tecniche: uso di metodi statistici, per cui l’accuratezza di un’osservazione poteva essere valutata in base al variare di una serie di osservazioni, e l’eliminazione dell’errore qualitativo privando il materiale da apprendere di qualsiasi significato plausibile, usando sillabe prive di senso. Eseguì una serie di esperimenti nei quali doveva apprendere liste di sillabe e, dopo un certo intervallo di tempo che aveva portato ad un oblio parziale, le doveva riapprendere. Il tempo necessario era detto tempo di riapprendimento, dal quale si poteva stimare la quantità di oblio verificatosi sottraendo dal tempo dell’apprendimento, inizialmente impiegato, quello del riapprendimento. Wulf faceva osservare ai soggetti dei disegni, da riprodurre successivamente: egli documentò l’esistenza di trasformazioni progressive che comportano l’accentuazione di certe qualità e l’assimilazione o eguagliamento delle proprietà delle parti (livellamento).
Bartlett propose, invece, l’uso di materiale che avesse qualche interesse intrinseco per il soggetto per valutare l’influenza dell’esperienza passata, della familiarità, del significato e degli atteggiamenti nelle trasformazioni mnestiche. In vari esperimenti di richiamo di storie bizzarre, riscontrò nelle riproduzioni una tendenza da parte dei soggetti a rendere la storia più coerente, più significativa ed accettabile per il soggetto. Questo Autore, inoltre, osservò che nelle rievocazioni di solito scompaiono i particolari non strettamente connessi con la parte centrale di un disegno presentato, mentre persistono i particolari decisamente strani: in questo modo, egli si rese conto della grande importanza che assume la denominazione (uno dei processi di controllo) che consiste nell’attribuire un nome ad uno stimolo.
Un’altra metodologia molto utilizzata è lo studio dei casi clinici: pazienti che in seguito a particolari interventi chirurgici, traumi cranici o affetti da specifiche sindromi presentano disturbi della memoria. Celebre, negli anni ’50, è stato il caso del signor H.M. che, a causa di una lobectomia medio-temporale bilaterale effettuata per arginare dei focolai epilettici, iniziò a soffrire di una lieve amnesia retrogada (non ricordando più gli eventi verificatisi uno o due anni prima dell’operazione) e di una ben più grave amnesia anterograda (non riuscendo più a formare nuove memorie a lungo termine), mentre il suo digit span (capacità di trattenere informazioni nel magazzino a breve termine) era normale.
Per effettuare questa diagnosi, il signor H.M. fu sottoposto ad una serie di test per valutare l’efficienza delle diverse funzioni della memoria, sia esplicita (ricordo o riconoscimento) sia implicita (miglioramento delle prestazioni). Il Test del Digit Span +1 consiste nel far apprendere una sequenza di cifre aggiungendo un nuovo elemento dopo che il soggetto ha appreso correttamente tutti gli elementi precedenti. Il Block Tapping Memory Span Test, l’analogo non-verbale del test del digit span che utilizza una sequenza di cubetti diversi tra loro. Nel Test di Appaiamento si presenta al soggetto un item campione e dopo un certo intervallo di tempo, gli si presenta un insieme di item tra cui egli deve scegliere quello che corrisponde al campione. Il Test del Disegno allo Specchio consiste nel tracciare una linea lungo un tracciato a forma di stella guardando il percorso in uno specchio. Durante il Test Rotary-Pursuit il soggetto deve mantenere la punta di una matita in contatto con un bersaglio che si muove circolarmente su un disco ruotante. Il Test delle Figure Incomplete utilizza disegni di uno stesso oggetto in diverse forme, con un numero crescente di tratti, e richiede al soggetto di identificare l’oggetto a partire dalla forma più incompleta.
Ugualmente importante è stato il caso del signor N.A.: un giovane che, a causa di un danno al diencefalo durante un incidente, iniziò a soffrire di una amnesia retrograda. Lo studio dei pazienti affetti da sindrome di Korsakoff ha evidenziato due aspetti dei danni prefrontali: la compromissione della capacità di svincolarsi dalle interferenze proattive (fenomeno per cui l’esecuzione di un dato compito mnestico interferisce con l’esecuzione di un compito successivo) e l’amnesia per le sequenze temporali. Le ricerche sui pazienti affetti dal morbo di Alzheimer ha consentito di comprendere il ruolo del proencefalo nella produzione dell’acetilcolina, necessaria ai processi mnestici, il cui deficit è coinvolto nell’amnesia progressiva tipica di questi pazienti. Nel complesso lo studio dei casi clinici, pur presentando evidenti limiti (scarsità della casistica, danni al cervello spesso troppo estesi, impossibilità a condurre esperimenti rigorosi) ha permesso di approfondire il ruolo di alcune strutture del cervello coinvolte nelle diverse funzioni della memoria: l’ippocampo nel caso di H.M., il talamo in quello di N.A., i lobi prefrontali nei pazienti con sindrome di Korsakoff e il proencefalo in quelli affetti dal morbo di Alzheimer.Lo studio del ruolo delle singole strutture cerebrali coinvolte nella memoria, iniziato con l’osservazione di alcuni casi clinici, si è ampliato grazie alla creazione di modelli animali che, pur superandone alcuni limiti, ne presenta altri, primo tra tutti la possibilità di estendere le conclusioni ai meccanismi umani. Un modello animale dell’amnesia post-traumatica è stato sviluppato da Mishkin per il macaco: dopo avergli provocato un danno in una struttura cerebrale (lobi temporali, diencefalo, corteccia prefrontale), viene sottoposto a prove la cui soluzione richiede l’utilizzo delle funzioni mnestiche. Una metodologia utilizzata da Pinel per riprodurre l’amnesia retrograda consiste nel sottoporre dei ratti ad elettroshock, in modo da impedire il trasferimento delle memorie da circuiti neurali riverberanti a breve termine a forme di consolidamento a lungo termine, basate su modificazioni strutturali delle sinapsi.

Sviluppi applicativo-professionali
In diverse batterie di test sono presenti scale cognitive che misura fattori connessi con la memoria, come nella scala WAIS, nel Profilo di Rendimento Mnestico, nel Reattivo delle Figure Complesse e nel Test di Memoria Comportamentale Rivermead. Oltre al fattore generale, la WAIS comprende fattori più specifici tra i quali quello della memoria, che presenta una maggiore saturazione nei subtest di ragionamento aritmetico e di memoria di numeri. Comprende sia l’immediata memoria meccanica in rapporto al materiale nuovo, sia il ricordo di materiale precedentemente appreso. E’ stata avanzata l’ipotesi che la capacità di concentrarsi e di resistere alla distrazione non sia estranea a questo fattore: si può leggere in questo senso l’alta frequenza di insuccesso alle prove facili nel subtest ragionamento aritmetico degli psicotici disorganizzati.
Il Profilo di Rendimento Mnestico di Rey è molto utile per l’esame individuale della memoria di soggetti adulti, con difficoltà di diverso tipo e di varia entità connesse soprattutto con il deterioramento. Il Reattivo delle Figure Complesse, sempre di Rey, permette di distinguere i casi di insufficienza mnemonica dai problemi di organizzazione visuo-motoria.
Il Test di Memoria Comportamentale Rivermead è uno strumento particolarmente utile nell’evidenziare i deficit di memoria del quotidiano e permette di seguire eventuali modifiche nel tempo dei deficit mnestici di pazienti cerebrolesi dopo un eventuale lavoro di riabilitazione.
I disturbi di memoria sono tipici (oltre che di pazienti affetti da demenza, oligofrenia, cerebrolesi) anche di pazienti psicotici gravi (dove il disturbo di memoria, legato soprattutto alla memoria a breve termine, è particolarmente connesso a difficoltà di attenzione verso il mondo esterno) e di pazienti alcolisti cronici (dove il disturbo mnestico è il risultato di un più generale deterioramento delle funzioni mentali).




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