Vantaggi e svantaggi dell’essere figlio unico


La condizione di figlio unico è tipica di tutti quei bambini che crescono senza fratelli o sorelle e che, per questo motivo, possono sviluppare specifiche dinamiche a livello di personalità.

Il fatto di essere figli unici può, infatti,  portare a vivere una relazione particolare con i genitori, che potrebbero dimostrarsi iperprotettivi, e può incidere sullo sviluppo di determinati tratti di personalità.
La ricerca demografica si è interessata alla famiglia per comprenderne meglio alcuni aspetti fondamentali, dai processi della riproduzione agli obiettivi di carattere generale, riferendosi alla famiglia intesa come unità di comportamenti individuali che si collegano e si armonizzano con i comportamenti dei gruppi sociali e come insieme di persone legate da una relazione di parentela, affinità, affettività o amicizia.

La sociologa Anna Laura Zanatta ha affermato che alcune recenti trasformazioni in ambito familiare riguardano particolari fenomeni demografici, tra cui il calo complessivo delle nascite. Pierpaolo Donati ha descritto come è cambiata la famiglia del duemila: ci si sposa più tardi, si vive più a lungo in casa con i genitori, si fanno meno figli.
La famiglia italiana vive profonde trasformazioni in relazione al numero dei suoi componenti.
Questi mutamenti rimandano a specifici fattori che porterebbero le famiglie italiane ad orientarsi ad un solo figlio. Il cambiamento dei ruoli per la donna e le conseguenti trasformazioni dei ruoli della coppia, le condizioni economiche, i timori e le aspettative che una famiglia allargata comporta sono alcuni fattori che possono influire nel compiere questa scelta.

Gli psicologi Edoardo Giusti e Claudio Manucci affermano che la scelta di avere soltanto un figlio da parte di sempre più famiglie può essere ricondotta al cambiamento del ruolo della donna all’interno della società: non più soltanto moglie e mamma, ma donna in carriera, avente un lavoro soddisfacente al quale dedicare le proprie energie.
Ciò influisce sulle trasformazioni dei ruoli della coppia, in riferimento ai compiti di accudimento dei figli e degli spazi che la donna e l’uomo scelgono di avere per realizzare se stessi in ambito extrafamiliare.

Dunque, per la donna risulta difficile riuscire a conciliare la vita lavorativa con quella familiare, e molte donne preferiscono dare priorità a quella lavorativa.
L’interesse economico costituisce un altro fattore nella scelta di avere soltanto un figlio: le spese per il mantenimento e l’educazione dei figli sono aumentate notevolmente, quindi si sceglie di averne di meno; l’alto livello di disoccupazione ha come conseguenza la netta riduzione delle entrate familiari, e ciò può spingere i genitori ad avere un solo figlio.

I timori e le aspettative che possono nutrire i genitori rappresentano alcune motivazioni psicologiche nella scelta di avere soltanto un figlio.
Queste motivazioni riguardano i sentimenti di ansia dei genitori di “non sentirsi all’altezza” di prendersi cura dei propri figli; quindi, per limitare il rischio di non essere buoni genitori, si opta per la scelta di avere un solo figlio, concentrando tutte le proprie energie e attenzioni su di lui, avendo così la sensazione di dare di più ed essere genitori migliori.
La situazione di unicità del figlio può derivare anche da una “scelta obbligata” dovuta a ragioni specifiche da attribuire a motivi di salute dei genitori. Infatti, uno o entrambi i membri della coppia genitoriale possono avere problemi di infecondità, i quali inficiano il processo riproduttivo.

Il contributo più forte allo studio del figlio unico proviene, comunque, dalla teoria sull’ordine di nascita di Alfred Adler.
Egli ha studiato le situazioni del primogenito, del secondogenito, del terzogenito, dell’ultimo nato e del figlio unico dando notevole importanza alla costellazione familiare, cioè all’insieme delle persone che hanno convissuto con un individuo nel periodo della sua crescita, favorendo lo sviluppo di quei tratti comportamentali, dell’orientamento del pensiero, di sentimenti ed emozioni che Adler ha definito “stile di vita” .
Il primogenito inizia la vita avendo per sé tutte le attenzioni dei genitori.
Infatti, per un periodo di tempo, egli è figlio unico e riceve cure speciali dai genitori. Con l’arrivo del secondogenito, egli subisce la “detronizzazione”: non è più soltanto lui il centro dell’interesse dei genitori, ma deve imparare a condividere l’interesse delle persone care con il nuovo arrivato.
L’evento della “detronizzazione” può provocare nel primogenito la formazione di vissuti negativi: dal senso dell’abbandono ai tentativi di riacquistare la posizione persa. Dunque, alcuni possono diventare disobbedienti e ribelli, altri imbronciati e tendenti a distanziarsi dalla propria famiglia o, ancora, possono assumere atteggiamenti che rappresentano una richiesta di attenzione per i genitori.

Il secondogenito si percepisce sempre come svantaggiato rispetto al fratello maggiore, quindi può tendere a sviluppare una certa competitività per cercare di raggiungerlo. Egli avverte il bisogno di superare il fratello maggiore, considerato come un rivale, attraverso vie alternative.
L’impegno a vincere per superare il fratello più grande può portare allo sviluppo di un sentimento di rivalità fraterna.
Il terzo figlio tende ad allearsi con uno dei due fratelli più grandi, e spesso può entrare in competizione con il secondogenito.   
      
L’ultimogenito detiene una posizione privilegiata: è considerato il “piccolo di casa”, quindi viene viziato e iperprotetto dagli altri membri della famiglia. Ma, essendo il “piccolo di casa” , può venir collocato al livello più basso della gerarchia familiare e ciò può provocare in lui un senso di inferiorità e di sfiducia, per cui può assumere gli atteggiamenti di un bambino viziato, che vuole attirare l’attenzione, che sente la necessità di affermarsi.
Il figlio unico tende ad assumere i tratti di personalità del primogenito per  il fatto di condividere il proprio ambiente esclusivamente con figure adulte, ma anche tratti dell’ultimogenito in quanto tutte le cure e le attenzioni genitoriali sono centrate su di lui; è, infatti, speciale oggetto di cure da parte dei suoi  genitori che assumono verso di lui atteggiamenti di iperprotezione.
L’essere al centro dell’interesse costante dei genitori può farlo crescere viziato.
Il fatto di  vivere esclusivamente con figure adulte porta, inoltre, il figlio unico a divenire presto un “piccolo ometto” e la mancanza di scambi e di rivalità con bambini della sua età può renderlo timoroso e dipendente, sicuro soltanto nell’ambiente familiare, considerato come luogo protetto rispetto al mondo esterno pieno di situazioni incerte.
 
Adler ha il merito di aver considerato, per primo, come il bambino venga influenzato, nella formazione della personalità, non soltanto dalle figure genitoriali, ma anche dai fratelli e dalle sorelle e di aver esaminato gli effetti dell’ordine di nascita dei figli nella famiglia.
Anche altri studiosi hanno esaminato la condizione del figlio unico in riferimento alle relazioni familiari. Otto Fenichel, già nel 1945, affermava che il figlio unico potrebbe sentirsi come un individuo eccezionale in conseguenza dell’atteggiamento disponibile dei genitori.

Lo psichiatra Murray Bowen, nel 1976, ha parlato delle relazioni interpersonali che si sviluppano tra i membri della famiglia in riferimento ai processi emozionali. Egli ha affermato che il figlio unico fa parte di un sistema emozionale familiare “triangolare” , definito triangolazione, che comprende la madre, il padre e il figlio unico. I genitori creano attorno al figlio un “triangolo emozionale”, soprattutto  quando si crea tra di loro una forte tensione che coinvolge il figlio unico che è il più vulnerabile.
 
Questi tipi di interazioni familiari sono state analizzate da Jill Pitkeathkey e David Emerson nel loro modello teorico che illustra le possibili interazioni familiari del figlio unico.
Jill Pitkeathley e David Emerson hanno esaminato l’esperienza familiare del figlio unico soffermandosi sulle interazioni che egli sviluppa con i genitori e confrontando le possibili interazioni tra i membri di famiglie con un solo figlio con i membri di famiglie con due o più figli. 

Le interazioni familiari del figlio unico vengono da loro rappresentate con un triangolo che comprende: il figlio unico, la madre, il padre.
Il modello delle interazioni familiari vede possibili soltanto tre interazioni, ed ognuna di queste coinvolge almeno un adulto. Si possono avere le relazioni madre-bambino, le relazioni padre-bambino, le relazioni madre-padre: quindi le relazioni che il figlio unico stabilisce all’interno della sua famiglia, saranno sempre con una figura adulta.

Le interazioni tra i membri di famiglie con più figli prevedono, invece, un maggior numero di interazioni,  non tutte queste interazioni coinvolgono la figura adulta.
Si possono, infatti, avere relazioni tra adulto e bambino, ma anche tra bambino e bambino, e quest’ultima è un’esperienza che manca sempre al figlio unico.
Pitkeathley e Emerson hanno evidenziato che il figlio unico, nella sua famiglia, può vivere soltanto una relazione adulta e può osservare le interazioni adulto-bambino soltanto nelle altre famiglie.

Il figlio unico non è quindi in grado di valutare e giudicare ciò che riguarda il proprio modo di porsi in interazione con gli altri, cioè di valutare le interazioni che instaura come più o meno adeguate.
Infatti, il figlio unico non vive l’esperienza di assistere all’interazione tra il proprio genitore e un altro bambino che sia suo fratello, quindi non può essere osservatore e giudice di un’interazione di cui necessita per la crescita: l’osservare, ad esempio, il comportamento irrazionale di un fratello che commette uno sbaglio produce “effetti liberatori” rispetto allo schema perfezionistico assunto dagli adulti con comportamenti coerenti e logici. 

Nozioni diffuse, ormai stereotipate, derivate da alcuni studi, descrivono il figlio unico come una persona centrata su di sé, non competitiva e avente difficoltà ad interagire con gli altri. Altri dati, provenienti da altre ricerche, descrivono il figlio unico come un individuo che, invece, trova grandi soddisfazioni nelle relazioni sociali e che viene influenzato dagli stretti legami che instaura, già da piccolo, con le figure adulte.
Gli studi sul figlio unico, dal passato ad oggi,  indicano una prognosi negativa per il suo sviluppo. Gli vengono attribuiti determinati tratti di personalità che egli sembra sviluppare per la sua particolare posizione all’interno della famiglia.

L’egoismo e l’egocentrismo sono concetti affini. L’egoismo, nella concezione adleriana, implica la tendenza a ricercare il vantaggio personale: è un amore esagerato verso se stessi e verso i propri interessi, anche a discapito degli altri; l’egocentrismo, sempre nella concezione adleriana, è la tendenza a sentirsi al centro dell’attenzione in ogni ambiente e situazione.
L’egoismo e l’egocentrismo hanno la medesima funzione che è definita “compensatoria”: l’individuo utilizza strategie diverse per cercare di superare o aggirare una situazione di svantaggio psicosociale, spinto da un fine.

Gli studi effettuati da Toni Falbo nel 1978 smentiscono tutta questa negatività che avvolge il figlio unico: non emerge che il figlio unico sia più o meno egoista, disadattato o isolato di chiunque altro. Infatti, i figli unici presentano i tratti della generosità e della socievolezza, quindi sono ben lontani dall’essere egoisti e isolati, mentre in altri è presente un alone di negatività che persiste dal 1950 fino alla fine degli anni ’60, quando il figlio unico è considerato uno svantaggiato.

Alcune ricerche effettuate  sul figlio unico soffermano, in modo più specifico e diretto, la loro attenzione sui vantaggi e sui limiti evolutivi che possono derivare dalla particolare posizione all’interno della famiglia. Esse prendono in esame alcuni vantaggi che il figlio unico può avere in quanto tale e alcuni svantaggi che può trarre dalla sua situazione fino a vivere problematiche evolutive.
Il vantaggio principale è costituito dall’ avere tutte per sé le attenzioni dei genitori: viene stimolato da essi, sviluppando la capacità di perseguire mete ambiziose, di pianificarle e di sviluppare il senso di “ farcela ” perché ha costruito un’elevata autostima e fiducia nell’altro e in sé.

Il figlio unico può tendere ad essere un bambino iperprotetto in quanto può ricevere eccessive cure genitoriali; egli può instaurare un contatto eccessivo con la madre fino a sviluppare una forte dipendenza che può rendere problematica la riuscita del normale processo di separazione.
Il figlio unico può, ancora, essere soggetto delle  continue richieste di perfezione da parte dei genitori che si aspettano molto da lui per compensare i propri difetti, per cancellare una propria delusione e per perseguire ciò in cui non sono riusciti.
Il figlio unico, inoltre, non avendo fratelli, manca dell’esperienza della rivalità fraterna e ciò può contribuire a procurargli maggiore ansietà, sentimenti di aggressività nascosta e di dipendenza. Infatti, la rivalità fraterna è importante per un adeguato sviluppo del comportamento aggressivo, cooperativo e competitivo del bambino.

Un altro svantaggio che viene attribuito al figlio unico è che, crescendo in un contesto adulto, può divenire un bambino precoce: può, già da piccolo, agire “da adulto” perché interagisce e socializza attorno agli adulti, in quanto trascorre la maggior parte del tempo con i genitori, i parenti e gli amici dei genitori , imparando ad imitarne le abilità e i modelli comportamentali.
Giusti e Manucci hanno affermato l’importanza delle figure genitoriali per lo sviluppo di vantaggi e limiti evolutivi per il figlio unico.
Essi evidenziano che il figlio unico vive un rapporto esclusivo con i genitori e ciò gli permette di porre le basi per sviluppare una buona autostima e consapevolezza di sé, ma il vantaggio di ricevere le cure dei genitori può diventare uno svantaggio perché il figlio unico può rimanere imprigionato nella rete delle cure genitoriali che si fanno eccessive, fino a portarlo a credere che i legami familiari sono più importanti di qualsiasi altra relazione, impedendo al figlio unico di aprirsi agli altri e di dare un senso ai rapporti extrafamiliari.

Ancora, gli studiosi rilevano che il rapporto esclusivo con i genitori può portare il figlio unico a crescere troppo in fretta e a imitare i genitori nell’atteggiamento e nella modalità comunicativa, non vivendo l’età che ha effettivamente e rischiando di diventare un “piccolo adulto” . 
Il maggiore svantaggio del figlio unico è di non avere fratelli. Infatti, i fratelli sono considerati come fattori importanti nello sviluppo del comportamento individuale. Il figlio unico, non avendo fratelli, manca dell’esperienza della rivalità fraterna e ciò può contribuire a procurargli maggiore ansietà, sentimenti di aggressività nascosta e di dipendenza. Infatti, la rivalità fraterna è importante per un adeguato sviluppo del comportamento aggressivo, cooperativo e competitivo del bambino.

Gli stereotipi che lo vogliono egoista, viziato, solitario e disadattato vengono smentiti nel corso delle ricerche e degli studi effettuati sull’argomento, infatti il figlio unico non è risultato più egoista, viziato, solitario e disadattato rispetto agli altri figli che occupano posizioni diverse di nascita.
Il figlio unico sembra avere una più alta motivazione al successo rispetto agli altri figli, e possedere una buona capacità di raggiungere le mete che si pone. Infatti, i risultati delle ricerche e degli studi effettuati da Toni Falbo hanno mostrato che il figlio unico possiede una maggiore motivazione al successo rispetto ai figli non unici.

Lo sviluppo di questo tratto è attribuito alla particolare relazione che si instaura tra il figlio unico e i genitori,  i quali gli danno cure amorevoli e lo stimolano nell’acquisizione di questa caratteristica.
In alcune ricerche si è riscontrata nei figli unici una più bassa autostima rispetto ai primogeniti, benché la differenza non sia notevole.
Per quanto riguarda lo sviluppo del comportamento aggressivo, si è riscontrato nei figli unici un comportamento più fiducioso e meno aggressivo rispetto a figli con fratelli. Essi, crescendo in un ambiente dove non c’è competizione e rivalità fraterna, possono sviluppare un atteggiamento più fiducioso e collaborativo verso gli altri.

Alcuni risultati sulla capacità di autonomia hanno rilevato che i figli unici tendono a distaccarsi maggiormente dalle decisioni di gruppo rispetto ai primogeniti, ai mezzani e agli ultimogeniti. Ciò è spiegato dal fatto che il figlio unico trascorre molto tempo con le figure adulte e ne apprende il comportamento “adulto” che lo fa rimanere più distaccato dai coetanei.
Altri risultati evidenziano che i figli unici si rivelano meno indipendenti, quindi non sviluppano una maggiore autonomia rispetto ai figli con fratelli.

La deprivazione dell’esperienza di avere fratelli è considerato il principale svantaggio per il figlio unico. Egli ha più difficoltà nel separarsi dai genitori per raggiungere la propria autonomia; inoltre, non possiede un “io osservante” della relazione genitore – figlio, per cui osserva solo relazioni familiari adulte e può acquisire presto un comportamento “adulto”.

Ma la mancanza di fratelli non porta però il figlio unico a sviluppare un atteggiamento di isolamento, in quanto questa convinzione sembra essere uno stereotipo.
Determinante sembra essere il ruolo dei genitori: se essi permettono al figlio di trascorrere del tempo con i coetanei, egli avrà la possibilità di sviluppare  la sua socialità e di strutturare in modo più armonico la sua personalità.


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