Fattori alla base del consumo dei cibi dolci


Numerosi studi hanno indagato l’interazione fra comportamento alimentare e componenti psicologiche.
 
In questo articolo vogliamo porre in particolare l’attenzione al consumo di cibi dolci cercando di comprendere i motivi di tale preferenza rispetto ad altri tipi di alimenti e i meccanismi che in alcuni casi inducono ad assumerne oltre il necessario.

L’evoluzione ha dotato la maggior parte delle specie animali di recettori che permettono loro di individuare il gusto per assicurare l’assunzione di cibi necessari alla sopravvivenza, fra questi quelli contenenti zuccheri si distinguono per la caratteristica di essere assimilati in tempi molto rapidi. 

Tuttavia, anche se l’uomo della nostra società non si trova più in una situazione di rischio carestia, il consumo di dolci nel corso del tempo è enormemente aumentato: è stato calcolato (Tappy - Lê KA, 2012) che nell’1800 venivano consumati circa 5 kg di dolci all’anno a persona mentre nell’ultimo decennio siamo arrivati a consumarne ben 70 kg a persona.

Ma quali sono i motivi di questo eccesso di consumo? 
Fra i meccanismi individuali implicati si possono indicare: preferenze, caratteristiche stabili della persona e fattori emozionali.

Un motivo per cui risulta spesso difficile rinunciare ai cibi dolci risiede nel fatto che negli esseri umani esisterebbe una sola preferenza innata: quella per lo zucchero, tutte le altre preferenze o avversioni alimentari sarebbero apprese (Froggio, 1997). 

La preferenza caratteristica dei bambini per tutto ciò che è dolce non sarebbe quindi solo il risultato delle moderne tecnologie che hanno consentito l’enorme diffusione di prodotti dolciari su larga scala, nonché delle incalzanti strategie pubblicitarie per incrementarne il consumo, bensì deriverebbe prima di tutto da una predisposizione biologica universale

Si pensi che il volto dei bambini si rilassa a seguito della somministrazione di soluzioni zuccherine e questo rilassamento è spesso associato ad un sorriso che suggerisce soddisfazione. 
Inoltre la percezione del gusto dolce nell’infanzia ridurrebbe lo stress e i cambiamenti cardiaci in risposta a stimoli dolorosi, agendo come una sorta di analgesico naturale. Questa spiccata preferenza andrebbe stemperandosi con la crescita. 

Ipotesi per questo declino potrebbero essere che i bambini abbiano una soglia più alta rispetto agli adulti per la percezione del sapore dolce e che il maggior bisogno di calorie per crescere li indirizzi maggiormente verso le sostanze zuccherose che consentono l’assorbimento di energia nella modalità più veloce (Ventura – Mennella, 2011).

Anche se la preferenza per il dolce è dunque congenita all’uomo essa può essere modulata dall’esperienza: prenatale (composizione del liquido amniotico), e post natale (dieta della madre durante l’allattamento, abitudini alimentari della famiglia, ecc.). 

Le esperienze sensoriali precoci possono modificare i gusti personali, e quindi anche la sensazione di dolcezza è contesto-dipendente. L’esposizione ripetuta a stimoli dolci o l’uso dei dolciumi come strumento di ricompensa possono così rafforzare questa preferenza innata (Ventura – Worobey, 2013). 

Il meccanismo che si innesca è simile a quello di altre sostanze d’abuso, infatti anche il cibo, e particolarmente gli zuccheri, attivano il sistema della ricompensa. 

Secondo Volkow e colleghi (2013) molte persone mangiano troppo ed altre assumono droghe o farmaci poichè i nostri cervelli sono cablati per chiedere e rispondere a ricompense immediate. Gli autori suppongono che un’alterazione dei processi alla base della sensibilità alla ricompensa e del controllo inibitorio possa portare ad un comportamento compulsivo verso il cibo in alcuni individui e verso la droga in altri. 

Così quando è disponibile cibo altamente appetibile la capacità di resistere alla tentazione di mangiare più del necessario può sovrastare l’autocontrollo. In un altro studio Avena (2010) ha indagato la dipendenza da zucchero e cioccolato attraverso un esperimento sui ratti rilevando che, alternando 12 ore di digiuno a 12 ore di alta diponibilità di cibo e acqua zuccherati, dopo un mese gli animali presentavano tutti i segni tipici della dipendenza da sostanze.

Per quanto riguarda la personalità, anche caratteristiche e tratti individuali rivestirebbero un peso rilevante andando ad influenzare la scelta degli alimenti. In uno studio condotto da Keller e Siegrist (2014) sono stati esaminati gli effetti diretti e indiretti dei tratti di personalità del Big Five su stili e preferenze alimentari. 

È stato riscontrato che è in particolare il nevroticismo a favorire il consumo di cibi dolci e gustosi e la tendenza a mangiare di più in stati di particolare attivazione emotiva (emotional eating) e in situazioni sociali in cui sia presente cibo calorico in abbondanza (external eating). 

All’opposto troviamo la coscienziosità, associata ad un limitato consumo di prodotti particolarmente dolci e caratterizzata da un’alimentazione sobria in cui la tendenza a mangiare sotto la spinta di emozioni e stimoli esterni viene tenuta sotto controllo. Anche l’estroversione, come il nevroticismo, spinge verso cibi dolci e gustosi e a mangiare di più se vi è alta disponibilità di cibi calorici nell’ambiente, ma non a fare altrettanto in risposta ad alterazioni emotive.

Analizziamo ora più da vicino il rapporto fra emozioni e cibo, ed in particolare fra l’emotional eating e il consumo di dolci.

Spesso si possono confondere vissuti emotivi come il senso di vuoto, la tristezza, la rabbia con la fame, è così che allora il cibo diviene regolatore di stati emozionali.
 
Il concetto di emotional eating si riferisce alla tendenza a mangiare in risposta a emozioni negative e si può considerare una reazione inappropriata allo stress (Heatherton - Herman - Polivy, 1991). 

Esso deriva da teorie psicosomatiche (Bruch, 1973) secondo le quali sarebbe una conseguenza dell’incapacità di distinguere la fame da altri stati negativi interni, o della tendenza ad usare il cibo per ridurre lo stress emotivo, probabilmente a causa di esperienze di apprendimento precoce. 

Ciò che risulta particolarmente interessante ai fini della nostra indagine è che gli emotional eaters risponderebbero all’attivazione delle emozioni negative non aumentando in generale la quantità di cibo assunto, ma con uno specifico aumento del consumo di cibi dolci e ricchi di grassi (Macht, 2008).

In uno studio (Konttinen et al., 2010) è stata esaminata l’associazione di emotional eating e sintomi depressivi con il consumo di cibi dolci e cibi non dolci energy-dense, focalizzando sulla possibile interazione fra emotional eating e sintomi depressivi. 
Uno dei possibili sintomi della depressione maggiore è infatti il cambiamento dell’appetito (che può assumere la forma di un aumento o di una diminuzione del senso di fame) e poiché l’emotional eating è stato valutato come la percezione di mangiare di più in risposta ad emozioni negative, gli autori hanno voluto indagare la possibile interazione tra sintomi dell’emotional eating e sintomi depressivi.
 
La ricerca ha rilevato

1) l’esistenza di una correlazione fra sintomi depressivi ed emotional eating, 
2) l’assunzione di scelte alimentari non salutari in caso di sintomi depressivi e di emotional eating, con tendenza ad assumere cibi ipercalorici, 
3) la predilezione per i cibi ipercalorici dolci è consistente soprattutto in presenza di emotional eating.
 
Sarebbe quindi l’emotional eating la componente in grado di spiegare l’associazione fra i sintomi depressivi e il consumo di cibi dolci fungendo da meccanismo di mediazione attraverso il quale i sintomi depressivi sono collegati alla tendenza a mangiare più frequentemente tali alimenti.

Come abbiamo visto in questo articolo sono diverse le motivazioni che spingono a preferire i cibi dolci rispetto ad altre categorie di alimenti. 
A livello pratico la sfida consiste nell’aiutare le persone a fronteggiare questo tipo di tendenze. 

Educazione alimentare, training di rilassamento, incremento delle strategie di regolazione emotiva e attività fisica (dati i suoi effetti benefici non solo sulla salute ma anche sull’umore) possono rappresentare alcuni utili supporti per contrastare l’acquisizione e il mantenimento di abitudini alimentari inappropriate.
 
Future ricerche potranno contribuire ulteriormente a comprendere le dinamiche del fenomeno, esaminando questi ed altri possibili modi per aiutare le persone a gestire la propensione a mangiare di più abusando in particolare di cibi dolci e ipercalorici.

BIBLIOGRAFIA

Arnow B. - Kenardy J. - Agras W. S., The Emotional Eating Scale. A development of a measure to assess coping with negative affect by eating, in «International Journal of Eating Disorders» 18 (1995) 1, 79-90.
Avena, N. M., The study of food addiction using animal models of binge eating, in «Appetite» 55 (2010) 3, 734-737.
Bruch H., Eating Disorders. Obesity, Anorexia Nervosa and the Person Within, New York, Basic Books, 1973.
Froggio G., Mangiare: libertà o schiavitù? I disturbi alimentari psicogeni: anoressia, bulimia, obesità, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1997.
Heatherton T. F. - Herman C. P. - Polivy J., Effects of physical threat and ego threat on eating behavior, in «Journal of Personality and Social Psychology» (1991) 60, 138-143.
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Konttinen H. et al., Research report Emotional eating, depressive symptoms and self-reported food consumption. A population-based study, in «Appetite» (2010) 54, 473-479.
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Tappy L. - Lê KA, Metabolic effects of fructose and the worldwide increase in obesity, in «Physiol Rev» 90 (2010) 1, 23-46.
Ventura A. K. - Mennella J. A., Innate and learned preferences for sweet taste during childhood, in «Current Opinion in Clinical Nutrition & Metabolic Care» 14 (2011) 4, 379-84.
Ventura A. K. - Worobey J., Early influences on the development of food preferences, in «Current Biology» 23 (2013) 9, r401-408.
Volkow N. D. (et al.), The addictive dimensionality of obesity, in «Biol Psychiatry» 73 (2013) 9, 811-818. 


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