Arfid: disturbo evitante-restrittivo nell'assunzione di cibo


Arfid: cos'è
La sigla, attribuita all'inglese, sta per disturbo evitante-restrittivo nell'assunzione di cibo
La principale caratteristica diagnostica di questo disturbo, che può essere riscontrato anche negli adulti, è l’evitamento o la restrizione dell’assunzione di cibo manifestati da una incapacità di soddisfare i requisiti per la nutrizione e quindi di raggiungere un apporto sufficiente di cibo nell’arco della giornata.
Colpisce soprattutto i bambini, già da 2-3 anni fino alla preadolescenza, e in particolare i maschi.
 
Chi ne soffre, di fatto, evita il cibo, se ne disinteressa, oppure lo seleziona in modo molto accurato, mangiando per esempio solo poche o pochissime categorie di alimenti, scelti in base al colore, all'odore o alla consistenza.
Altri bambini non mangiano perché hanno paura a farlo, magari perché hanno rischiato di soffocare per un boccone andato di traverso oppure hanno visto qualcuno che ha rischiato di soffocare. In questo caso di parla di disfagia funzionale.
 
Ovviamente, perché si possa parlare di disturbo non basta che qualche volta il bambino si mostri schizzinoso o svogliato a tavola.
Per poter parlare di disturbo, bisogna che soddisfi i seguenti criteri:

1. Un disturbo dell’alimentazione o della nutrizione (per es., apparente mancanza d’interesse per il mangiare o per il cibo; evitamento basato sulle caratteristiche sensoriali del cibo; preoccupazioni relativa alle conseguenze negative del mangiare) che si manifesta attraverso la persistente incapacità di soddisfare le necessità nutrizionali e/o energetiche appropriate, associato a uno (o più) dei seguenti aspetti:

2. Il disturbo non è spiegato da una mancata disponibilità di cibo o da una pratica associata culturalmente stabilita.
3. Il disturbo dell’alimentazione non si manifesta esclusivamente durante il decorso dell’anoressia nervosa o della bulimia nervosa e non vi è alcuna evidenza di un disturbo nel modo in cui vengono vissuti il peso o la forma del proprio corpo.

Le cause 
Le cause di questo disturbo possono essere molteplici, complesse e di varia natura: biologica, sociale, psicologica.
A volte, invece, i comportamenti evitanti o restrittivi sono espressione di una causa organica, di un problema fisico sottostante, come ad es. un'intolleranza alimentare, un reflusso gastroesofageo molto accentuato.
In alcuni casi può essere il risultato di un'esperienza traumatica (come aver rischiato di soffocare per un boccone andato di traverso o aver visto qualcuno in questa condizione) che può portare a sviluppare una vera e propria fobia del cibo.
 
Per quanto riguarda l'alimentazione selettiva, potrebbero entrare in gioco fattori genetici che portano a una maggiore sensibilità verso alcuni stimoli sensoriali: per esempio, chi avverte i sapori acidi in modo molto accentuato, potrebbe non amare - e dunque evitare - tutti gli alimenti in cui c'è anche una minima nota di acidità. 
Infine, in alcuni casi, l'Arfid diventa un modo per esprimere una difficoltà emotiva o relazionale: può succedere se ci sono forti tensioni in famiglia, in caso di una fortissima timidezza, oppure in presenza di un disturbo di apprendimento non diagnosticato come la dislessia. I bambini manifestano il proprio disagio evitando o selezionando molto il cibo.
 
Come si interviene
La prima cosa da fare è escludere l'esistenza di cause organiche: se il disturbo del comportamento alimentare ha una causa organica, intervenendo su di essa, si tratterà automaticamente anche il disturbo stesso.
Se invece c'è un disagio emotivo o relazionale sottostante il disturbo alimentare, bisogna lavorare sul disagio vissuto dal bambino.
 

Cosa fare, cosa non fare
Le 5 regole che i genitori devono seguire se hanno il sospetto di qualche anomalia nel modo in cui il proprio bambino interagisce con il cibo:
 
1. La prima cosa da fare, ancora prima che il problema si presenti, è imparare a non dare al cibo un significato eccessivo. I bambini, anche dopo lo svezzamento, hanno una grande capacità di autoregolazione: se mostrano di non volere più cibo non è il caso di insistere. Quindi: attenzione a non farsi prendere dalla paura che il piccolo non mangi abbastanza. Per fugare dubbi sulla alimentazione del proprio bambino, ci si può confrontare con il pediatra per rendersi conto delle sue reali esigenze nutrizionali.

2. Quando il bambino comincia a essere un po' selettivo, non preoccuparsi subito, ma attenzionare questo comportamento. Può essere una fase e può dipendere dai gusti che, possono essere modificati. Però non bisogna stancarsi di riproporre più volte gli alimenti che vengono rifiutati: l’esposizione ad un gusto non gradito, non deve avvenire nella stessa giornata, ovviamente, ma per almeno 10 volte con una frequenza settimanale di uno o due tentativi. 

3. Evitare atteggiamenti iperprotettivi cercando di convincerlo in tutti i modi a mangiare di più: ad es. facendolo giocare o guardare la tv a tavola, rincorrendolo in giro per casa con il piattino, assecondando le sue preferenze (merendine, patatine ecc).
 
4. Evitare atteggiamenti molto rigidi o controllanti, con punizioni, ricatti, premi supplementari. Frasi del tipo "Se non mangi non puoi uscire a giocare", "Se mangi questa verdura poi puoi guardare un po' di tv" e vere e proprie punizioni - che possono innescare comportamenti oppositivi - sono da abbandonare.
 
5. Se pur mantenendo un atteggiamento equilibrato e non troppo apprensivo si ha la sensazione di qualcosa che non va, bisogna contattare il pediatra, che può eventualmente indirizzare a un centro specialistico per la diagnosi e il trattamento dei disturbi del comportamento alimentare.


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