L'evoluzione dei contributi psicologici sulla devianza minorile


Il contributo psicologico allo studio della criminalità e della devianza si inserisce all’interno di quell’approccio centrato sulla singola persona, che cerca di individuare una serie di caratteristiche di ordine fisiologico, psicopatologico, psichiatrico o caratteristiche di personalità particolari che possano differenziare il deviante dal resto della popolazione.

Il grosso vantaggio che ha però la psicologia rispetto alle correnti precedenti riguarda il fatto che mentre quelle hanno generalmente utilizzato un approccio deterministico, causalistico, tralasciando invece l’importanza delle mediazioni cognitive e interattive, la psicologia può invece considerare queste dimensioni, ha cioè le potenzialità per farlo.

Tradizionalmente, però, la psicologia non ha affrontato il problema della criminalità e della delinquenza minorile in particolare, secondo quest’ottica ma si è limitata a usare test, a parlare di tratti di personalità, di psicologia della personalità, di apprendimento sociale ecc, contributi che hanno senz’altro una loro validità ma che si rivelano insufficienti e incompleti di fronte alla complessa articolazione e all’estrema differenziazione del problema della devianza.
È importante comunque prendere in considerazione, seppure sinteticamente, questo tipo di studi e analizzarne i significati.

Alcuni autori hanno individuato vari tratti specifici di personalità come l’immaturità, la mancanza di adattamento, l’inadeguatezza, l’indifferenza affettiva, la debolezza dell’io, che sembravano potersi collegare stabilmente con comportamenti criminali ma si tratta di categorie molto generali, profondamente discusse da un punto di vista scientifico, in quanto, fra l’altro, non sono costanti e condivisi i contenuti psicologici posti al loro interno. Inoltre questo tipo di affermazione non regge ad una verifica empirica, perché non tutte le personalità immature o scarsamente adattate (posto che si possano definire chiaramente questi concetti!) mettono in atto comportamenti devianti, criminali e, soprattutto, abbondano i “controesempi” ossia i casi di personalità “mature” e adattate che commettono crimini!

Una teoria che in passato ha riscosso un certo successo è quella della frustrazione-aggressività di Dollard e dei suoi collaboratori, secondo cui ad ogni frustrazione segue sempre una qualche forma di aggressività, anche quando questa non si manifesta esplicitamente. Questi autori sostenevano dunque che i criminali fossero caratterizzati da una minore capacità di tolleranza alla frustrazione o che, nella loro vita, fossero stati sottoposti a una quantità maggiore di frustrazioni in ambito familiare, lavorativo, personale ecc.

Nonostante la diffusione di questi lavori e di questo tipo di concettualizzazioni, molti sono i dubbi e le critiche mossi nei loro confronti: è stato dimostrato che non c’è un rapporto meccanicistico tra frustrazione e aggressività. L’aggressività è solo una delle numerose risposte possibili; la persona potrebbe infatti elaborare cognitivamente la sua frustrazione, oppure reagire con rassegnazione o fare tante altre cose. Il rapporto frustrazione - aggressività è legato a una serie di mediazioni riguardo a dimensioni cognitive, culturali, relazionali, interattive, punitive.
 
In questa prospettiva del rapporto frustrazione - aggressività, frustrazione-delinquenza si collocano anche altri studi che si sono particolarmente interessati al problema della delinquenza minorile. W. I. Thomas (1923) ha evidenziato quattro desideri, quattro bisogni fondamentali dell’età evolutiva che possono essere fonti potenziali di frustrazione: il bisogno di sicurezza, di fare nuove esperienze, di avere risposta e di riconoscimento da parte degli altri, in particolar modo degli adulti. Secondo l’autore, la frustrazione di questi bisogni, quando supera certi limiti, potrebbe favorire l’ingresso in comportamenti antisociali, devianti, nei giovani in particolare.

All’interno dell’approccio psicologico si colloca evidentemente anche il contributo che la psicanalisi ha dato allo studio del comportamento deviante. Il più noto è quello che ha inaugurato la categoria del “delinquente per senso di colpa”. Secondo Freud, infatti, e anche secondo altri autori successivi, in alcuni individui il delitto ha la funzione di attenuare, alleviare il loro profondo senso di colpa collegato alla fantasia inconscia, edipica, del parricidio e dell’incesto.

Freud aveva notato, in termini clinici, che in alcuni autori di crimini il senso di colpa era rintracciabile in termini molto intensi prima della commissione del reato e non dopo, per cui aveva ipotizzato che questo senso di colpa funzionasse come meccanismo causale o attivante l’azione criminale.
In questi casi, quindi, il comportamento criminale e la ricerca successiva di punizione potevano essere spiegati in chiave di bisogno di attenuare, razionalizzare, rendere più terreno, più concreto quel senso di colpa. Il soggetto può infatti, in questo modo, sentirsi colpevole per reati che ha effettivamente commesso: per avere rubato, per aver ucciso realmente una persona e non per l’inconscia e angosciante fantasia edipica. In tali situazioni «l’esecuzione del delitto può portare alla pena e al sollievo psichico solo se il delitto è scoperto.
Ciò spiega perché così spesso tali delinquenti commettono i loro delitti in modo da farli scoprire, e perché essi mostrino così spesso un desiderio irresistibile di confessare, a volte perfino mentendo» (Mannheim, 1975, p. 432). 

Ad un altro livello si colloca il contributo di A. Adler e la sua teoria del “complesso di inferiorità” secondo cui l’ individuo, spinto dalla “volontà di potere”, cerca di compensare e superare i suoi limiti, le sue debolezze individuali e ambientali. Volendo applicare questi concetti in campo criminologico si potrebbe ipotizzare che «un complesso di inferiorità può indurre a commettere un delitto poiché questo è il modo migliore per attrarre su di sé l’ attenzione, per diventare il centro dell’ interesse e compensare, perciò, la propria inferiorità.

Per molti individui questa può essere l’ unica occasione per essere alla ribalta dell’ attenzione pubblica, cosa che essi desiderano ardentemente per sostenere la stima di se stessi» (Mannheim,1975, p.441).
Al di là delle teorie psicoanalitiche i contributi psicologici che storicamente sono rimasti più a lungo presenti nella letteratura della criminologia minorile sono quelli che provengono essenzialmente dal fondamentale lavoro di G. H. Mead e da quell’ impostazione psicosociale, anche di derivazione psicanalitica, che ha fatto riferimento ai costrutti dell’ identità, del Sé, ai concetti di ruolo, status, “risposta istituzionale” e non, controllo sociale, “senso comune” e così via.

L’interesse di Mead è centrato sulla condotta sociale dell’ individuo, cioè sulla condotta di un individuo inserito in un sistema di relazioni e di rapporti all’ interno dei quali si confronta continuamente con la sua esperienza interiore e con i problemi connessi alla sua appartenenza a un gruppo sociale. Attraverso questo processo di interazione sociale l’individuo cresce e si sviluppa acquistando così la capacità di interpretare i gesti che mette in atto e di anticipare, quindi, le conseguenze delle proprie azioni. 
Un costrutto che è stato spesso utilizzato nella letteratura criminologica minorile è quello relativo all’identità, intesa come organizzazione costante, nel tempo, nello spazio e nei contesti sociali, della rappresentazione mentale del soggetto, della sua presentazione pubblica, della percezione e del sentimento del Sé.

La teoria dell’identità utilizzata nello studio della devianza minorile si riferisce essenzialmente al lavoro svolto da E. H. Erikson e da altri psicologi e psicanalisti di impostazione psicosociale: nel testo Gioventù e crisi d’identità (1984) essi affrontano il problema dell’identità ponendolo in particolare rapporto con l’ adolescenza. Erikson infatti mette in evidenza come in questa fase evolutiva, per una serie di ragioni e di cambiamenti connessi alla rapida crescita, allo sviluppo della sessualità, alla modificazione dei rapporti interpersonali e delle aspettative sociali, poiché tutti questi elementi di cambiamento avvengono in un periodo relativamente breve della vita del soggetto, si determina una “crisi d’ identità”, una fase in cui l’ identità non è più costante, organizzata, ma diffusa, discontinua.

Questa crisi è dunque legata alla ricerca di un nuovo vissuto di continuità e unità che deve ora tener conto dei limiti e delle esigenze non più solo della famiglia ma anche della società. E’ proprio in questo periodo di crisi che, con maggior rischio, può iniziare un’organizzazione del Sé e dell’identità in termini devianti. L’adolescente potrebbe per esempio esprimere la sua perdita del senso di identità, i suoi conflitti, attraverso quella che Erikson chiama “la scelta d’identità negativa”, cioè « un’identità perversamente fondata su tutte quelle identificazioni e quei ruoli che, in certi stadi critici dello sviluppo, erano stati loro presentati come indesiderabili o pericolosi, eppure molto reali […]. La storia di questa scelta rivela un complesso di circostanze in cui è più facile per il paziente trarre un senso d’identità dalla totale identificazione con ciò che egli non dovrebbe assolutamente essere, piuttosto che lottare per conquistare un sentimento di realtà in ruoli, accettabili ma irraggiungibili con i suoi mezzi interiori» (Erikson, 1984, pp.205-6 ).

Facendo riferimento a questa concezione di Erikson, Mailloux ha elaborato una teoria criminologica centrata proprio sul concetto di “identità negativa”, mettendo in evidenza come, nella strutturazione di un’identità deviante in un bambino, giochino un ruolo fondamentale le aspettative, le definizioni, i desideri, la fiducia che vengono emanate nei suoi confronti dalle persone per lui significative.
Se il bambino percepisce dall’ambiente circostante messaggi negativi, di sfiducia, di sospetti, di mancanza di stima, egli potrebbe assumere progressivamente «un’ immagine di Sé che lo caratterizza come diverso dagli altri, cattivo, predestinato al male e quindi fa corrispondere il suo comportamento a ciò che in realtà da lui si attendono dapprima i suoi genitori, in seguito i suoi insegnanti, i suoi educatori e i suoi giudici, che lo conducono a definirsi come un delinquente irrecuperabile» (Bandini,Gatti,1987, p. 392).

Più complessa e più moderna la teoria dell’ interazionismo simbolico che ha come esponenti fondamentali Lemert, Becker, quindi Goffman, Schur, Shef, Kitsuse, e che pone al centro del suo interesse l’interazione, dinamica, circolare, riflessiva, che si instaura fra l’individuo e il gruppo sociale cui appartiene.
Secondo questa prospettiva l’interazione umana è di natura simbolica in quanto mediata dalle interpretazioni, dalle definizioni, dai significati che gli esseri umani attribuiscono alle loro azioni reciproche; ciò significa che gli individui non reagiscono semplicemente alle azioni degli altri ma rispondono in base al significato che essi danno a quelle azioni. L’interazionismo simbolico si interessa quindi sia del soggetto che progetta e si muove nel sociale e di tutta l’attività che il soggetto compie nel mettere in atto i suoi comportamenti, sia delle attribuzioni di significato e di valore che egli riceve, soprattutto quando queste attribuzioni hanno a che fare con categorie devianti.

Collegato a questo tipo di prospettiva c’è un altro importante contributo di tipo psicologico che riguarda le teorie e le ricerche di un gruppo di studiosi dell’ Università di Oxford, che si sono occupati particolarmente delle violenze giovanili e dei disordini nelle scuole e negli stadi di calcio (Marsh, Rosser, Harrè, 1984). Harrè e i suoi collaboratori trovano che gli episodi di violenza negli stadi e di disordine nelle scuole avvengano in contesti nei quali i partecipanti cercano di dare un ordine alla loro esperienza deviante, per cui i loro comportamenti seguono regole, ragioni e i soggetti si preoccupano della loro reputazione e del loro status nel gruppo di appartenenza. Alcuni risultati particolarmente rilevanti mettono in evidenza che le masse e i gruppi di giovani, nello stadio e nelle scuole, non esprimono violenza disordinata, meccanicamente reattiva, gratuita ma producono situazioni complesse nelle quali l’aggressività è per lo più ritualizzata in forme simboliche che hanno un significato di comunicazione, competizione, conflitto tra individui, ruoli, gruppi.

Questa forma rituale, “ordinata” di violenza è socialmente utile e comunque inevitabile nella nostra società: essa può degenerare, infrangersi e produrre morte e violenza incontrollata soprattutto quando entra in relazione con forme violente e ottuse di controllo sociale. L’ordine dell’aggressività ritualizzata, osserva Harrè (Marsh, Rosser, Harrè, 1984, p. 170), «viene continuamente minacciato quando magistrati e polizia si rivolgono ai tifosi trattandoli come animali e selvaggi e gli insegnanti si lasciano coinvolgere nei processi di umiliazione e di spersonalizzazione sistematica dei loro allievi […]. Se accettiamo l’esistenza di regole del disordine, potremmo sviluppare strategie di controllo sicuramente più efficaci di quelle fino ad ora adottate e che emergono da un clima di oltraggio morale e di isteria collettiva.».

La psicologia relazionale ha portato un grande cambiamento nello studio dell’ uomo e delle sue problematiche in quanto ha focalizzato l’area d’indagine e d’intervento sugli aspetti interattivi e comunicativi del comportamento umano. Questo ha fatto sì che il “sintomo” (un disturbo psichico, un problema familiare, un comportamento deviante o tossicomanico), non venisse più considerato come un’anomalia del carattere o un disturbo della personalità ma piuttosto come una risposta comportamentale, come un tentativo di comunicare (Onnis, 1986).

L’ approccio relazionale contiene dunque notevoli potenzialità anche per lo studio della devianza perché si occupa delle interazioni relazionali e ha evidenziato concetti importanti come quelli di comunicazione, di contesto, di significato e funzione del comportamento, di ciclo vitale ecc.
In questa prospettiva, la devianza minorile va vista come una funzione comunicativa spiegabili attraverso l’analisi dei sistemi di appartenenza del soggetto (famiglia, amici, istituzioni).

Nessuna delle correnti esaminate in definitiva per sé ha dato una spiegazione completa ed esauriente della devianza e della criminalità; ma la grande importanza delle stesse sta nell’aver conferito un’importanza primaria alla prospettiva della persona che agisce e interagisce con le strutture sociali a cui appartiene.

BIBLIOGRAFIA
DE CATALDO NEUBURGER L. (a cura di), Nel segno del minore. Psicologia e diritto nel nuovo processo minorile, Cedam Casa Editrice Dott. Antonio Dilani, Padova 1990. 
DE LEO G., La devianza minorile. Metodi tradizionali e nuovi modelli di trattamento, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1995.
VITALE C., CIAGLIA A., CRISCITIELLO G., MURRO S., RECCHIA G., Minori educazione e giustizia, Edisud, Salerno, 1999.


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