Significati e limiti delle spiegazioni psicopatologiche e psichiatriche sulla devianza minorile



La mente umana e le sue disfunzioni hanno sempre esercitato un’attrazione particolare per chi, illusoriamente, era alla ricerca di una risposta immediata e suggestiva al problema della devianza. 
Da un punto di vista generale oggi si può affermare che i disturbi psicopatologici e psichiatrici non costituiscono una particolare causa idonea ad una spiegazione del comportamento criminale. 

Gli studi, per esempio, condotti su soggetti dimessi da istituzioni psichiatriche hanno messo in evidenza come la percentuale dei reati commessi da queste persone non sia superiore a quella del resto della popolazione: il malato mentale, con tutta la varietà delle situazioni che la psichiatria include in tale concetto, può mettere in atto comportamenti aggressivi, violenti, che possono anche costituire reato dal punto di vista del codice penale ma tali reati non possono essere riferiti esclusivamente e linearmente alla malattia mentale e devono essere invece analizzati in termini di dinamica interattiva, situazionale con la vittima, con gli altri partecipanti, con il contesto. 

Considerando come la letteratura ha trattato queste questioni ci accorgiamo che varie forme di psicosi sono state messe in rapporto con tendenze criminali e atteggiamenti antisociali. 
Alcuni sintomi come deliri, allucinazioni, disorganizzazione, distacco dalla realtà, assenza di controllo interiore ecc. hanno indotto a credere che l’imprevedibilità della condotta degli psicotici (causata appunto da questi disturbi) avrebbe potuto, in qualsiasi momento, sfociare in comportamenti criminali (Schafer, 1976).

L’esperienza schizofrenica, caratterizzata da profonde alterazioni della struttura della personalità e da una conseguente compromissione e rottura del rapporto con la realtà, può provocare atteggiamenti bizzarri, disordinati, comportamenti incongrui, abnormi e fra questi possono emergere azioni definite come reati. 
Ciò però non vuol dire che lo schizofrenico sia un soggetto sempre e comunque pericoloso e che la sua pericolosità sia conseguenza diretta e necessaria di quei disturbi. 

Bisogna infatti considerare le difficoltà e i disagi personali che derivano dalle alterazioni delle percezioni e delle rappresentazioni mentali, molto frequenti in queste sindromi; i vari aspetti significativi della realtà non vengono più colti con certezza e ugualmente risulta difficile capire il senso dei rapporti sociali in cui il soggetto si trova coinvolto. 
L’aggressività dello schizofrenico, come ha evidenziato Ponti (1980) potrebbe quindi essere anche la conseguenza dell’aspetto minaccioso che, per lui, assume la realtà mutata; i suoi reati potrebbero essere coerenti con questa sua visione erronea o presentarsi come risposta all’alienazione, all’emarginazione, a un atteggiamento eccessivamente ostile dell’ambiente circostante.
 
Ugualmente, la rigidità dei “convincimenti” che si sviluppano nel paranoico con carattere di delirio e i suoi sentimenti di grandezza e persecuzione possono esporre il soggetto a sollecitazioni comportamentali di tipo aggressivo, violento e quindi anche di quel tipo di aggressività e violenza che costituiscono reato; questi passaggi andrebbero però esaminati dal punto di vista dell’interazione che si instaura fra paranoico e ambiente, fra paranoico e “altri significativi”. Il crimine non è un effetto puro e semplice della paranoia ma la risultante di un processo che può essere ricostruito e in cui la vittima può, magari, aver svolto anche una parte attiva. 
Pure i disturbi nevrotici (ansie, insicurezze, fobie, rituali, “nervosismi”) non agiscono certamente in termini diretti, deterministici sul comportamento criminale.
 
Si tratta piuttosto di una difficoltà personale che produce una tensione cognitiva nel soggetto; questi problemi si ripercuotono nell’ambiente circostante, nella famiglia, nel lavoro creando disagi nei rapporti che possono aggravare e accentuare le difficoltà del soggetto.
Un tema che in altri momenti storici ha avuto una certa importanza è quello del rapporto tra intelligenza e criminalità secondo cui la maggior parte dei criminali sarebbero anche persone con deficit intellettivi, con un’intelligenza scarsa, debole o perfino subnormali. 

Molte sono state le critiche rivolte a questo tipo di ricerche, soprattutto per l’inadeguatezza metodologica. 
Gli studi più recenti hanno anzi dimostrato il contrario: per alcuni tipi di reato, come frodi, truffe, falsificazioni della moneta ecc, sono stati trovati indici di intelligenza superiori alla media!

BIBLIOGRAFIA
DE CATALDO NEUBURGER L. (a cura di), Nel segno del minore. Psicologia e diritto nel nuovo processo minorile, Cedam Casa Editrice Dott. Antonio Dilani, Padova 1990. 
DE LEO G., La devianza minorile. Metodi tradizionali e nuovi modelli di trattamento, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1995.
VITALE C., CIAGLIA A., CRISCITIELLO G., MURRO S., RECCHIA G., Minori educazione e giustizia, Edisud, Salerno, 1999.





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