Il mito familiare: concetti teorici e implicazioni terapeutiche



Recentemente si è assistito ad un “ritorno al mito” nella terapia familiare, infatti a causa del rinnovamento epistemologico e clinico dell’ultimo decennio, la psicoterapia ha ritrovato interesse per il significato e le motivazioni alla base delle interazioni familiari. C’è stato il passaggio da una “pragmatica della comunicazione “ ad una “semantica della comunicazione” e una crescita d’interesse verso i livelli che collegano sistemi di credenze e valori condivisi su cui si fonda l’appartenenza familiare. In poche parole il mito familiare.

Il mito, presente dall’apparizione del pensiero umano, nasce come racconto che tratta delle origini dell’uomo. Secondo Knox il mito in termini storico-culturali possiede 4 caratteristiche:

  1. il mito è un insieme di storie che raccontano eventi importanti per l’uomo, eventi cosmici sentiti decisivi dall’uomo e si fondano su elementi reali, almeno in parte, quindi si distinguono dalle fiabe;
  2. il mito deriva dalla vita comune ed è un carattere tipico della comunità attraverso le generazioni;
  3. la comunità lo riconosce come importante per la sua esistenza; 
  4. il mito è indispensabile alla vita della comunità, condiviso e sentito come fondamentale fonte del suo potere;

Levy-Strauss ritiene che i miti risolvano le contraddizioni dell’uomo e definiscano lo stato mentale logico, comportamentale ed immaginario che permette all’uomo di passare dal mondo della natura al mondo umano della cultura. Il mito da un’interpretazione e rappresentazione che individuo e società hanno di sè stessi.
Pichot evidenzia un altro aspetto importante del mito e cioè che esso ha funzione di auto-controllo e l’autore introduce il concetto di auto-determinismo; il sistema vivente tende al controllo completo di sè stesso.

I miti sono legati a riti e rituali.
I rituali sono drammi comportamentali che rappresentano i miti che sono inscritti nel contesto in cui si verificano. Sono lo spazio che include il livello individuale e il gruppo, sono infatti socialmente condivisi.
I rituali organizzano la società ed hanno duplice funzione: liberatoria e catartica o repressiva e di controllo.
Ritornando ai miti, nell’articolo si afferma che i miti intervengono come pensiero magico con funzione di equilibrio quando quello logico è insufficiente.
Le diverse definizioni ed evoluzioni del concetto di mito familiare vedono protagonisti diversi autori:
Ferreira lo definisce come un gruppo di credenze che la famiglia condivide in favore dell’omeostasi; è una struttura patologica che impedisce adattamento della famiglia ai nuovi equilibri. Le credenze s’irrigidiscono e costruiscono un mito indiscutibile condiviso.
Anche la Selvini-Palazzoli riprende il concetto di forma patologica visto che la credenza familiare non è rielaborata in rapporto ad eventi esterni e alla nuova realtà sociale diventando una struttura antievolutiva, dunque un mito familiare.
Andolfi ritiene che il mito nasca dalle lacune; “i buchi” della storia, incompletezza dei fatti e della loro spiegazione. L’immaginazione creatrice riempie i buchi della realtà, nel mito infatti coesistono elementi reali ed immaginari che costruiscono una realtà in base ai bisogni dell’uomo. Il mito, al contrario della storia, non è enunciato ed esplicitato dai membri ma vissuto dai membri secondo Andolfi e ha un significato di “normalità” se può evolvere con i cambiamenti che avvengono nella famiglia e se la visione del mondo permette un adattamento alla realtà.
Caillè sostiene che il mito non è necessariamente associato ad una disfunzione familiare e che non è disfunzionale in sè il mito ma l’inadeguatezza dalla visione della realtà che può dare alla famiglia, è quindi molto importante il concetto di tempo di costruzione del mito e tempo di adeguamento alla realtà esterna.
Il mito rischia di “fermare il tempo” e la storia della famiglia quando le credenze ed i comportamenti (modelli relazionali) non si adattano più alla storia reale e agli avvenimenti esterni al ciclo vitale.

Il mito familiare per il suo carattere di credenze condivise da all’individuo un sentimento di appartenenza al gruppo  famiglia. Infatti l’individuo porta con sè il suo mito familiare, il ruolo e i modelli che questo gli ha assegnato influenzando il suo modo di vivere e le relazioni che intreccerà nella nuova famiglia che a sua volta sarà influenzata dall’eredità di ciascun partner.

Il carattere patologico del mito è definito dal grado di rigidità. Infatti se il senso di appartenenza è estremizzato l’individuo rischia di rinunciare alla sua piena realizzazione e le sue potenzialità evolutive rischiano di essere congelate nelle sue credenze per non essere respinto dal sistema famiglia. Questo è il caso di una famiglia che non si adatta al mondo esterno e il mito ne è la causa ( funzione patologica). C’è una sacrificazione dell’individualità in favore delle credenze condivise e il ciclo vitale ne risulta bloccato.

Una funzione importante del mito è l’omeostasi, oltre all’identità e al senso di appartenenza, ma laddove assume un carattere di rigidità, ostacolando adattamento e individuazione, si realizza quel blocco del ciclo vitale sviluppando un sintomo. La famiglia teme che una critica esplicita al mito possa minacciare l’unità familiare, a questo punto il terapeuta deve intervenire per costruire con la famiglia un sistema di valori alternativo, un nuovo mito che determini comportamenti più adatti alla fase evolutiva in corso e alla situazione sociale e familiare attuale per poter dare cosi’ a ciascuno un nuovo ruolo. Un altro aspetto molto importante del mito è il segreto definito da Auslas come una informazione non trasmesa che si cerca di nascondere volontariamente evitando di comunicarne il contenuto. Sono leggi che infrante determinano senso di colpa.

Questo senso di colpa è all’origine del segreto, è proibito non sapere il contenuto del segreto ma è proibito anche dimenticarsi o non sapere che esiste il vincolo del segreto. C’è bisogno cosi’ di mezzi  di controllo per impedire la rivelazione ma bisogna anche proibire di dimenticarsi dell’esistenza del segreto.
Le regole sono il mezzo di controllo e sono percepite dall’osservatore come “mito familiare”. Anche i rituali hanno una funzione molto importante e cioè quella di esprimere i miti e trasmettere i codici di comportamento.

In terapia il mito  viene molto usato ed esistono diversi orientamenti che indicano come usarlo. Un primo orientamento è costituito dal metodo che considera il mito come strumento d’intervento strategico: analisi dei criteri di base e questionari informativi. I primi sono valutazioni del comportamento familiare (ridondanze, metafore, simboli, clima affettivo) e valutazione dei miti minori che la famiglia esibisce e verbalizza in seduta per confondere il terapeuta e alllontanarlo dal mito maggiore per mantenere la chiusura e la resistenza alle intromissioni all’interno dell’equilibrio della famiglia.

Il questionario informativo è proposto alla famiglia per avere informazioni sulla famiglia d’origine e i vissuti riguardo ad essa. Si individua l’identificazione di un membro con un altro che per esempio non c’è più, i ruoli assegnati e i miti culturali.
Un altro orientamento è quello delle  sculture familiari; Caillè usa due tipi:
1 la statua vivente che definisce i comportamenti reciproci dei membri nelle interazioni abituali, è la scultura fenomenologica.

2 il quadro dei sogni che rappresenta una relazione vista come qualcosa di unico e specifico in una famiglia o coppia , è la scultura mitica.
Queste due sculture definiscono il contatto di ciascun membro con i livelli fenomenologico e mitico del modello fondatore (identifica ogni famiglia come unica e singolare in rapporto al resto della società e che le permette di mantenere questa unicità nel tempo).

Un altro orientamento, quello di Onnis usa invece la scultura del presente e la scultura del futuro, quindi come la famiglia si vede o si immagina ad esempio dopo dieci anni. In questo modo è possibile evidenziare come le rappresentazioni del futuro possono essere uguali a quelle presenti evidenziando il tentativo patologoco di arrestare il tempo difendendo “un mito di unità” , come se il cambiamento comportasse una trasformazione e allentamento dei legami affettivi.

L’autore dell’articolo afferma che per comprendere il sistema mitico  familiare bisogna comprendere la correlazione tra tre diversi fattori:

I miti individuali di entrambi i membri della coppia possono dare vita a nuovi miti in modo funzionale ma possono invece anche cristallizzarsi producendo ridondanze e modelli interattivi tendenti all’omeostasi.

La richiesta di terapia rappresenta per alcune famiglie un tentativo di mantenere stabili le relazioni familiari attraverso una designazione di malattia e in altre famiglie la terapia viene chiesta per rafforzare il mito con il tentativo di stabilizzare la relazione.
In terapia non si può attaccare direttamente il mito perchè la famiglia potrebbe reagire rafforzando la patologia del paziente designato o l’omeostasi che il mito impone e poi può migliorare apparentemente il sintomo cercando di ingannare il terapeuta in segno di lealtà verso il mito, entrambi i casi sono esempio di insucceso terapeutico.

Il mito richiede al terapeuta, invece, un’affiliazione ed una comprensione delle credenze e dei valori familiari per poter riformulare insieme alla famiglia il materiale simbolico attraverso l’aiuto di storie metaforiche, agiti (sculture evolutive) e rituali parlati. Ad esempio le sculture evolutive permettono il dialogo sia tra i membri della famiglia sia tra la famiglia ed il terapeuta che deve raccogliere gli elementi metaforici della scultura , li ricompone e ripropone alla famiglia una visione alternativa di realtà , il terapeuta ha il compito di guidare la costruzione a due di altre realtà possibili  per uscire dalla rigidità dei vecchi miti e la famiglia può trovare un nuovo mito più funzionale alla propria fase evolutiva.

In conclusione, l’uso del linguaggio analogico nelle sue varie forme ( metafore, simboli, sculture, fiabe) è molto usato nel lavoro terapeutico. Il ritorno al mito familiare implica l’esplorazione dei miti e la partecipazione attiva del terapeuta stesso e di livelli emozionali dei membri della terapia.




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