Flavia e la Bulimia



Racconto un caso seguito privatamente. Nel racconto viene usato un nome fittizio ed i dati sono ridotti al minimo per garantire l’anonimato.

Era il 2003. Io allora lavoravo presso lo studio di un medico di base. Lei aveva visto lì il mio cartello e mi aveva telefonato prendendo appuntamento.
 
Primo incontro

Flavia ha 19 anni. Arriva al nostro primo incontro. E’ una bambina. Un po’ cicciotella ma non grassa o obesa. E’ vestita in tuta. Parla poco e le devo cavare le parole dalla bocca. Mi dice che i suoi genitori non sanno che è venuta da me e che pagherà da sola la sua terapia. Le dico la cifra e lei sbianca. Fa l’università e non ha soldi, tranne qualcosa che le ha lasciato la nonna e che lei fatica a gestire. Come del resto fatica a gestire anche gli esami. Questa ragazzina, così fragile da una parte ma anche così determinata, mi piace subito e così le propongo una tariffa più bassa, in attesa di qualche lavoretto più in là e di una ricontrattazione. Con una ragazza così giovane, mi dico, l’aspetto genitoriale e protettivo che mi suscita è normale e forse anche utile. Forse, penso, è proprio di questo che lei ha bisogno.

Nel nostro primo incontro Flavia, sempre con molta fatica, si racconta un po’. Studia storia dell’arte. Ha dato solo due esami ma non sa organizzarsi, e butta via i soldi; così sta dilapidando quella poca eredità lasciatale dalla nonna. Da qualche mese sta con un ragazzo. Dice però di sentirsi “bloccata nei confronti della vita”. Dice che con i genitori è un’altra persona, non si sente se stessa. Non ha scontri con loro ma nemmeno comunicano. Si sente un’aliena.

Alla fine del nostro incontro mi dice che c’è un’altra cosa che non riesce a gestire e controllare. Il suo rapporto col cibo. In effetti a volte lo controlla pure troppo. Mangia. Si abbuffa. Ha voglia di riempire quel vuoto che sente. Poi però si sente in colpa, perché se ingrassa non sarà più piacente. E allora si provoca il vomito. Poi ricomincia daccapo. E’ lei a far la spesa e cucinare per tutta la famiglia. Mi chiedo se il cibo non sia un simbolo importante nel suo rapporto con i suoi. Mi dice anche, a proposito di questo, che a volte ha provato a seguire delle diete insieme alla madre.
A proposito di quella che a tutti gli effetti si configura come una diagnosi di bulimia con pratiche espulsive, penso anche che chi è portatore di tale disturbo spesso è una persona forte, che accompagna cioè un’importante capacità di controllo però mal direzionata a delle grosse fragilità interiori. In questo caso tipiche di una personalità ancora da costituirsi. Ed ecco spiegato, mi dico, quel senso di controllo che Flavia emana fin dal primo nostro incontro.

Digressione sul concetto di sindrome e sintomi

Rimandando ad altri contesti spiegazioni tecnico-scientifiche sul concetto di malattia e sintomi, spiegherò come io tratto l’argomento, per i non addetti ai lavori, al fine di poter analizzare meglio il seguente racconto. La bulimia è un sintomo come altri sintomi psicologici (che vanno dai sintomi ansiosi, a quelli depressivi, a tutte le dipendenze, ecc.). A monte di questi sintomi c’è sempre una problematica che ha a che vedere con la personalità dell’individuo e/o con la sua storia personale e familiare. Si cura il sintomo se si cura la “malattia” che lo causa. I sintomi svaniscono definitivamente solo se ci si prende cura delle motivazioni che li hanno scatenati. Ciò non toglie che spesso anche i sintomi vadano affrontati direttamente con approcci comportamentali e/o farmacologici, poiché alcuni sintomi sono talmente forti e disabilitanti da divenire essi stessi un problema. La bulimia è uno di questi. La bulimia è una forma di dipendenza dal cibo, spesso sintomo di una personalità sottostante dipendente, non autonoma.


Il contesto familiare

Flavia vive con i genitori. Il padre è un impiegato e lavora mezza giornata passando così molto tempo a casa. La madre lavora fuori casa e, a detta di Flavia, non c’è mai. Lei la sente molto assente dalla sua vita. Flavia è l’ultima di tre sorelle. Solo la più grande è andata via di casa. E’ sposata e lavora. La seconda, dice Flavia, è sconclusionata ed emotivamente sta peggio di lei. Flavia non sembra avere un’alleanza nemmeno con loro. Parlando della sua famiglia, Flavia racconta che, a causa dell’assenza della madre, tempo fa i suoi stavano per separarsi. In quell’occasione i genitori piuttosto che parlarsi tra loro avrebbero tentato di coinvolgere la figlia cercando di comunicare tramite lei. Nell’approccio sistemico relazionale questa viene chiamata “triangolazione”. La triangolazione è una modalità comunicativa distorta, spesso a causa di sindromi importanti, in cui due elementi di una famiglia (o di un altro contesto) comunicano tramite un altro anziché comunicare direttamente tra loro. Il soggetto triangolato si trova in un’impasse dalla quale è difficile uscire, soprattutto se il soggetto è fragile e coloro che triangolano sono persone molto importanti per lui/lei (come in questo caso).


Il contratto

La terapia in genere segue a 2-3 incontri di consulenza in cui ci si conosce, si analizza la problematica portata dal paziente e si stabilisce se intraprendere un percorso insieme o meno. Una volta deciso questo, il primo lavoro che io svolgo con il paziente è la definizione del contratto di terapia. Il contratto è l’obiettivo della terapia stessa. Viene concordato a partire da quelli che sono i problemi riportati dal paziente e serve come guida per il lavoro. Durante la terapia, infatti, si lavorerà solo su temi, argomenti, pensieri, emozioni, episodi, ricordi e sogni che hanno a che vedere con quel contratto, al fine di raggiungerlo. Il contratto serve anche a dare una misura di quanto il percorso terapeutico stia funzionando o meno e a stabilire a che punto si sia nel percorso stesso. Inoltre, è sul raggiungimento del contratto che si basa il termine del lavoro terapeutico e l’avviamento di una sua conclusione.

Nei primi incontri, quindi, lavoriamo sul contratto di terapia. Flavia chiede di lavorare su quattro temi principali: il cibo, i soldi, lo studio e il sentirsi bloccata. Per ogni tema gli obiettivi concordati insieme dopo un’approfondita analisi sono i seguenti:

Se vogliamo trovare il filo rosso che unisce questi che possiamo definire sotto-obiettivi concreti, Flavia ha bisogno di crescere, divenendo autonoma affettivamente e responsabile. Gli obiettivi serviranno a dare la misura effettiva di quanto lei stia crescendo e maturando. La bulimia è un sintomo di tutto ciò e di tanto altro. I disturbi alimentari spesso rivelano un blocco nell’evoluzione della personalità. Questo è proprio il caso di Flavia. Aiutandola a crescere senza esserne così terrorizzata (quindi acquisendo anche le idonee competenze) i sintomi svaniranno e lei imparerà a gestire anche il rapporto col cibo.


La terapia

Riassumere 6 anni di terapia non è facile. Voglio farlo in due fasi: riassumendo a grandi linee il lavoro fatto e confrontando due immagini di Flavia: allora ed oggi.
Inizialmente la terapia ha come oggetto gli obiettivi concreti. Lavoriamo con tecniche più che altro cognitivo-comportamentali. Flavia analizza in seduta le motivazioni alla base delle sue problematiche con i soldi, con gli esami, della gestione del rapporto con i genitori. Poi stabiliamo insieme dei piccoli obiettivi al fine per lei di imparare a gestire questi grandi temi. In questa fase il mio ruolo è a volte più genitoriale che alla pari. Sento di darle suggerimenti, indicazioni e di sostenerla in questa crescita, costituita soprattutto dall’acquisizione di nuove competenze. Flavia pian piano riesce a gestire sia i soldi che l’università. Accetta l’idea di essere una persona che funziona meglio sullo stress riuscendo a studiare meglio negli ultimi giorni prima degli esami, e riesce così a sedare l’ansia. Ad oggi è laureata e gestisce i soldi molto bene, lavorando e studiando contemporaneamente. Questo fa sì che Flavia si renda anche più indipendente dai genitori, non dovendo più discutere con loro di queste cose pratiche ma lasciando invece più spazio alla relazione vera e propria.

Flavia continua però a sentirsi bloccata. Questo è evidente anche in seduta. Farla parlare è molto difficile per me. Colta da una timidezza devastante che la blocca, si rende quasi trasparente. Invisibile. Questo mi fa capire che non è ancora pronta ad affrontare tematiche più profonde e delicate. Inoltre, questo blocco le rende impossibile una vita sociale. A parte il fidanzato, Flavia quasi non ha amici e agli esami va nel panico nel parlare con i professori. Allora concordiamo di inserirla in un gruppo.

Il gruppo viene tenuto da me e da una collega, accoglie i pazienti dell’una e dell’altra che abbiano necessità di confronto con gli altri e di avere maggior sostegno. Accoglie al massimo 8 partecipanti al fine di dare la possibilità a tutti di prendere la parola. Chi vuole può scegliere il terapeuta con cui lavorare e portare un problema. Lavorare prima col terapeuta e poi, se vuole, avere dei feedback dal gruppo. Il gruppo in cui è stata inserita Flavia si svolge ogni due settimane. Flavia partecipa al gruppo per circa 9 mesi. Per i primi quattro non prende mai la parola ne per portare un suo problema ne per dare feedback agli altri. Poi comincia pian piano a commentare i temi portati dagli altri. Poi succede qualcosa. Il gruppo insorge, si arrabbia con lei. Confronta Flavia su questo suo mettersi in un angolo. Chiede esplicitamente che lei si esponga. Con rabbia e con affetto gli altri partecipanti le dicono che vogliono sapere di lei. Che lei sa ormai tutto di loro e che non è giusto che non avvenga il contrario. Che vogliono sostenerla come lei ha sostenuto loro. Da quel giorno Flavia cambia. Verifica che gli altri si interessano a lei. Che lei è interessante. Pian piano inizia ad aprirsi. Sia nel gruppo che in terapia individuale. Poi pian piano anche fuori dal contesto terapeutico. Tira fuori una carica ironica ed autoironica importante e bella. Ad oggi si autodefinisce Bridget Jones. Continua ad essere timida e lo sa, ma tratta la sua timidezza semplicemente prendendosi un po’ in giro davanti a sé e agli altri. Lo fa con affetto per sé e questo le permette di superare la sua timidezza e non farsene più bloccare ma anzi affermarla come una sua caratteristica peculiare.

A seguito di questo, Flavia affronta in terapia altri temi che hanno a che vedere col suo rapporto con gli altri. Inizia ad impegnarsi nel farsi nuovi amici e coltivare questi rapporti e quelli vecchi. Interrompe la relazione col suo fidanzato, capendo che in realtà vi si era rifugiata per lungo tempo. I sintomi di bulimia e le pratiche espulsive si interrompono. Flavia fa una dieta sana finalmente e dimagrisce. Si permette qualche sgarro ma impara a gestire in maniera più funzionale il suo rapporto col cibo.
Dopo poco, Flavia incontra un altro ragazzo, con cui purtroppo instaura una relazione di dipendenza. I meccanismi di dipendenza nati durante l’infanzia, che prima erano rivolti ai suoi genitori ed al cibo e che le impedivano una sua evoluzione, vengono riattivati e confluiscono tutti in questa relazione. Flavia di nuovo si rende trasparente a sé e all’altro, ignorando i suoi bisogni e quindi non cercandovi un sollievo ed adattandosi totalmente ai bisogni dell’altro che invece la ignora. Esattamente come lei sentiva che facevano i suoi genitori quando era piccola. Riemergono infatti anche i sintomi di bulimia. Questo diviene per Flavia e per me un segnale di allarme importante, da non sottovalutare. Questa relazione diventa quindi lo spunto, ora che Flavia è pronta, per il lavoro di terapia più profondo. Flavia fa riemergere tutti i suoi vissuti infantili legati alla dipendenza e connessi con la relazione attuale. Pian piano, con fatica e con dolore, li rielabora. Gradualmente impara a riconoscerli. E a bloccarli. Dopo vari tira e molla molto sofferti, Flavia interrompe questa relazione. Ora sa che ha bisogno di qualcuno che risponda ai suoi bisogni come lei è disposta a rispondere a quelli degli altri. E’ una bella ragazza, brillante, sensibile, dolce e simpatica. Ha diritto e può aspettare di incontrare qualcuno che sappia apprezzarla. Ha bisogno di stare un po’ sola. Di imparare a starci; per non aver più un tale bisogno degli altri da accontentarsi anche se le persone che incontra non vanno bene per lei.

E questa è Flavia oggi. Ama la vita. Ha imparato a stare concentrata e centrata su di sé. Si occupa di sé sempre. Studia, lavora, fa sport, ha un sacco di amici. Ha molti progetti e sia io che lei siamo sicure che potrà realizzarli. Ancora non ha incontrato la persona giusta per sé, ma anche questo succederà. Negli anni ho imparato una cosa, molto poco scientifica, ma assolutamente vera. Quando si sta bene e si spalancano le braccia alla vita, le cose belle accadono!

Ad oggi Flavia è in una fase conclusiva del percorso psicoterapeutico. Ci vediamo ogni due settimane per un sostegno. Pian piano diraderemo le sedute, concludendo poi il percorso.

Ogni paziente, secondo me, lascia al terapeuta qualcosa di sé. Flavia ad oggi è la vita fatta persona. Le sono molto affezionata e parlando di lei spesso la chiamo: “la mia pazientina”. E’ stata una lunga terapia e Flavia è cresciuta accompagnata da me in questa strada. In parte sono stata un genitore ausiliario per lei e lei una figlia acquisita, da accompagnare guardandola fare i primi passi, sbagliare, cadere, rialzarsi, sostenendola senza invadere i suoi spazi. Non mi resta che augurarle buona vita. Lasciarla volare. Rimanendo qui a disposizione se avesse bisogno di me.




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