La complessa trama di una psicosi di origine simbiotica



FABRIZIO

Fabrizio è un bambino di 9 anni, magrolino e gracile, che ha lo sguardo spento e tiene sempre la testa in basso, talvolta ride senza motivo apparente, inseguendo le sue stravaganti catene associative. Rifugge fortemente il contatto visivo non per timidezza, ma perché sembra lontanissimo dal riuscire ad instaurare un contatto relazionale con gli altri. Cammina piano, sembra un automa, si muove meccanicamente: è come se mostrasse una sorta di disconessione -tra cervello e mente- che si attiva ad intermittenza, segnalando una grande discontinuità a livello del Sé. La prima volta che l'ho incontrato sono rimasta colpita dal contrasto tra questo nucleo di pesante devitalizzazione e lo sprint dei suoi capelli a spazzola, ossigenati sulle punte. Ho subito cercato di attaccarmi a questo elemento per trovare un canale comunicativo, osservando "Hai i capelli di due colori!". Fabrizio, non solo non ha raccolto il mio commento, ma ha anche immediatamente negato lo stato di realtà, rispondendo in modo inespressivo e senza neanche alzare il capo: “No, sono di un colore solo”.
La risposta non aveva affatto una connotazione di op positività, né aveva una finalità di sfida: Fabrizio era accanto a me….ma era molto molto distante, così distante che forse lo era anche da se stesso…

L’INVIO-AGGANCIO

Fabrizio mi è stato inviato per una psicoterapia da una collega che aveva già effettuato la consultazione, svolta con Fabrizio, la mamma e la nonna; il papà non si è mai presentato. Sebbene la collega fosse riuscita a motivare la madre alla psicoterapia per Fabrizio, specialmente sulla base delle difficoltà di apprendimento e dei problemi nell’area dell’autostima, la situazione non appariva affatto lineare. Infatti, quando ho ricevuto la signora per la prima volta il clima era tutt’altro che ilare: nonostante l’atteggiamento mite e remissivo la signora esprime, infatti, sotterraneamente elevatissimi livelli di aggressività, soffocati da un versante depressivo molto forte. La signora lamenta di essersi trovata molto male nel lavoro fatto precedentemente e avanza un sacco di resistenze rispetto al fatto che la collega ha voluto vederla più volte di quante abbia visto Fabrizio, al fatto che potrà essere bravissima ma sicuramente in pochi colloqui non può aver capito niente del suo bambino e soprattutto rispetto all’idea che il suo bambino sta sicuramente male, ma non può essere così malmesso come la psicologa le ha restituito. Trovandomi ad un bivio estremamente pericoloso, mi sono accorta comunque che non tutto era compromesso, perché avevo ancora un’arma tra le mani anche se a doppio taglio: la signora, infatti, si era rivolta a me con la motivazione superficiale di seguire il parere della collega rispetto alla necessità di offrire un aiuto a Fabrizio, ma in realtà con la richiesta più sottile di ottenere un secondo parere che invalidasse quello emerso dalla consultazione, per evitare di dover affrontare la sofferenza connessa alla situazione gravemente compromessa del suo bambino. Io rappresentavo per la signora, quindi, una seconda chance, ma soprattutto, dal mio punto di vista, rappresentavo una seconda chance per Fabrizio; dovevo però riuscire a superare queste forti resistenze e a motivare la signora rispetto ad un livello più profondo, senza farla sentire giudicata o non riconosciuta nel suo ruolo materno già pesantemente mortificato (la signora ha avuto anche grossi problemi di salute per un tumore all’intestino che non riesce nemmeno a nominare e per il quale è stata in fin di vita ed è inaspettatamente dovuta rimanere per un anno in ospedale quando Fabrizio aveva 6 anni).

In ogni caso, l’alleanza non poteva evidentemente essere costruita accogliendo questa richiesta difensiva della signora e disconfermando il lavoro psicodiagnostico fatto in precedenza, né facendo leva sugli aspetti disfunzionali della relazione madre-bambino che erano stati restituiti alla signora e sulla base dei quali si era andato costruendo il senso di persecutorietà denunciato rabbiosamente.
Temendo di avere poco tempo e un ridotto margine di movimento, ho pensato di partire lavorando subito più empaticamente sui vissuti dolorosi che indirettamente la signora stava portando, con l’obiettivo di creare uno spazio di accoglienza anche rispetto ai suoi bisogni e per farle percepire il senso potenziale dello spazio di lavoro con uno psicologo (lei erroneamente parlava della collega come di una psichiatra). Ridefinendo la sua rabbia nei termini di tristezza e disperazione rispetto alle effettive difficoltà che un bambino come Fabrizio può dare, alla mancanza di supporto da parte del marito e della sua famiglia d’origine nella cura del bambino, e cogliendo la profonda sofferenza connessa alle sue precarie condizioni di salute che hanno sicuramente sviluppato un incolmabile senso di vulnerabilità (la signora ha iniziato ad avere problemi all’età di 15 anni e in occasione di quel ricovero di un anno le era stata addirittura diagnosticata la morte entro pochi mesi) e alla ferita che deriva dal vedere il proprio bambino menomato nelle sue potenzialità, ho sollevato la parte depressiva e sono riuscita a raggiungere un iniziale contatto con la signora.

Per non ripetere l’esperienza della consultazione (numerosi colloqui con lei prima del lavoro con Fabrizio) mi sono accordata con lei per iniziare col conoscere Fabrizio e vedere come riuscivamo a stare insieme, prima di rivedermi con lei e riparlare del lavoro potenziale da intraprendere. Ho anche puntualizzato che dovevamo provare a vedere come Fabrizio si sarebbe trovato con me e che non eravamo obbligati a fare questo lavoro, ma potevamo provarci insieme. La signora è sembrata piuttosto sollevata ed è riuscita a parlare anche di alcune difficoltà che oggettivamente percepisce in Fabrizio, anche se fa molta fatica ad ammettere le sue limitazioni intellettuali, la drammaticità della sua confusione affettiva e l’encopresi che si ripresenta periodicamente.  
In questo colloquio la signora ha manifestato, comunque, molta sofferenza e grazie a questo siamo riuscite a parlare del suo bisogno di avere uno spazio tutto per sé, ma lei ha ricollocato la sua sofferenza allo stato di disagio del bambino, osservando che se si poteva fare qualcosa per lui anche lei ne avrebbe beneficiato. Questa massiccia identificazione con Fabrizio, se da un lato segnala una sua capacità di “preoccuparsi” per lui, dall’altro lo responsabilizza inevitabilmente per la sua depressione.

Madre e figlio sembrano legati da un cordone ombelicale psicotizzante in cui ognuno gioca la propria inevitabile parte: la madre assume come missione della sua vita (scoprirò molto tempo dopo -nella terapia- che la nonna materna è analfabeta e la signora è portatrice di un insanabile vissuto di inferiorità per la sua modesta e difficoltosa scolarizzazione) farsi “correttore” di un bambino disperatamente difettoso e Simone si offre come oggetto deteriorato da “riparare”. E la membrana diadica viene preservata, al costo di escludere dai “confini della cellula” ogni altro rappresentante reale o intrapsichico (il padre, la scuola, l’insegnante di sostegno, la terapeuta, l’emergenza di una personalità più individuata in Fabrizio).

LE MODALITÀ COMUNICATIVE DI FABRIZIO

Fabrizio spesso non riesce ad utilizzare il linguaggio verbale in maniera comunicativa. Talvolta giustappone le parole in maniera scoordinata o comunque non lineare. Esso resta, comunque, un veicolo per segnalare i suoi nuclei patogeni, le sue aree di vulnerabilità, ma appare connotato da un'immediatezza che spesso evidenzia una mancanza di intenzionalità comunicativa cosciente. E' qualcosa di simile ad un derivato pulsionale che sfugge al controllo e viene espulso perché associato ad elementi di natura traumatica. Il livello di disorganizzazione interna di cui Fabrizio sembra essere portatore determina una ricettività alle comunicazioni estremamente selettiva e parziale, con una focalizzazione sui soli elementi che risultano essere attivatori di associazioni emotigene. Più volte ho notato una sorta di attenzione fluttuante rispetto ai commenti da me avanzati (anche nei cosiddetti momenti di assenza o quando mi parla guardando altrove si percepisce una forma di ascolto-soglia), seguita da improvvise ed inattese fissazioni a contenuti traumatici. Le parole, decontestualizzate, diventano evocatrici delle esperienze personali: non è tanto il valore semantico del linguaggio a determinare l'effetto, quanto il significante stesso che viene estrapolato e autonomamente riempito del significato che più coerentemente si avvicina alle angosce di Fabrizio.

Ciò che fa emergere la parola dal discorso complessivo è la contestualizzazione. Isolata come puro atto fonatorio, (ammesso che sia possibile isolarla) la parola è, appunto, soltanto un accostamento arbitrario di fonemi. L'assunzione di un significato emerge evidentemente dal contesto. Allo stesso modo in chi ascolta, le risonanze emotive e le associazioni danno luogo a significati nuovi che nascono dall'intreccio tra il proprio vissuto e ciò che viene comunicato dal parlante.
Per esemplificare questo aspetto riporto stralci d'interazione verbale relativi a diverse sedute:

Fabrizio: "Questa palla è pesante….non è come l'altra (si riferisce ad una palla gonfiabile con cui spesso gioca)…intanto la scuote e l'avvicina all'orecchio come per sentire il rumore prodotto da questo movimento…..c'è qualcosa dentro…." poi mi rivolge lo sguardo….
Terapeuta: -preferendo non sostenere il pensiero delirante, decido di rimanere aderente allo stato di realtà con l'illusoria speranza che anche lui possa in qualche modo riprenderlo- "Questa non è gonfiata con l'aria….è fatta con la gomma piuma"
Fabrizio: "Hanno ucciso un animale!!!" con tono spaventato e con una sensibile alterazione della voce.

La mancanza di una corretta combinazione tra significante e significato determina una fruizione del linguaggio a mosaico, che si organizza sempre intorno a nuclei patogeni: in questo caso la parola piuma è stata da Fabrizio intesa come un segnale di morte, si è, infatti, concretizzata l’angoscia che un animale fosse stato spiumato.
Cito adesso un eccezionale esempio di forte distorsione linguistica, caratterizzata da una condensazione semantica che non segue evidentemente le regole codificate dalla grammatica, ma veicola specifiche rappresentazioni.

Fabrizio per definirsi ha detto "Io Sono Affettuato".

Il nucleo emotigeno ha sovraccaricato il funzionamento dell'Io e alterato il recupero delle competenze verbali acquisite. Fabrizio è comunque riuscito molto chiaramente ad esplicitare il suo dramma: gli affetti lo coinvolgono profondamente anche se non riesce a gestirli, lo travolgono e finiscono per trafiggerlo tanto da divenire, quasi come atto magico, il participio passato che meglio lo definisce.
Altre espressioni tipiche di Fabrizio sono: “Mi traballa il cuore…….Faccio delle crisi…..mi viene la pelle d’oca”, tutti indicatori di un filo associativo primario, dove la qualità sensoriale delle esperienze determina una costante conversione del contenuto mentale in qualcosa di estremamente concreto e tangibile (si veda anche più avanti esempi sulla durezza/morbidezza del materasso). Con queste sue espressioni in qualche modo, comunque, Fabrizio mi ricorda l’esistenza di una certa forma di realtà psichica, dato che l’affetto è l’unico elemento che rimane costante tra aree presimboliche e simboliche, creando una sorta di ponte tra i due piani.

D’altronde è sempre su questi elementi (sensoriali e affettivi) che si ravvisano segnali rudimentali di attaccamento a me, anche se nella maggior parte dei casi passano attraverso una sorta di pseudo-identificazione imitativa. Fabrizio a volte improvvisamente ha fatto degli apprezzamenti per alcuni miei oggetti (es: la camicia di seta, l’anello, la collana), che condividono -come qualità per lui percettivamente saliente- la brillantezza. Nelle sedute successive lui ha iniziato a parlare di certe colle con i brillantini che lui possiede e poi si è fatto comprare delle penne particolari a gel fosforescenti che effettivamente lasciavano tracce di brillantini con le quali è venuto a fare alcuni disegni, concentrandosi poi nuovamente su tali elementi percettivi.
In un’unica occasione, durante il periodo di rivalutazione iniziale, c’è stato uno scambio “transferale” diretto a me come oggetto integro (inteso sia come persona sia nel ruolo che mi è proprio): mentre Fabrizio si aggirava per la stanza con aria persa ha notato che io lo seguivo con lo sguardo, sorridendogli e mi ha detto:

Fabrizio: “Ti emoziona fare la psicologa!”
Terapeuta: “Mi emoziona stare insieme a te”.
Fabrizio: mi fissa con aria stupita.
Terapeuta: “si….mi emoziona proprio stare insieme a Fabrizio…”
Fabrizio: attivato dal contatto con l’oggetto, ripiomba drammaticamente nel suo mondo di oggetti divoranti… “Non so perché mi hanno messo al mondo….non so fare niente…a scuola non riesco nemmeno a fare le verifiche….fino a 6 anni andavo meglio…..ma poi niente….non lavoro…..e il papà si arrabbia…..fanno bene a gridare…..hanno ragione loro…”

Nemmeno il linguaggio corporeo può essere considerato come un buon sostituto comunicativo, perché Fabrizio manifesta un investimento sullo schema corporeo che sembra essere pesantemente compromesso: i movimenti spesso appaiono incontrollati (talvolta Fabrizio manifesta dei tic al collo che lo costringono a cercare di tenerlo fermo con le mani per poterlo controllare), le posture sono molto rigide, la coordinazione scadente. La motricità fine sembra essere un po' meno grossolana, ma richiede a Fabrizio un costante sforzo di concentrazione per lui molto dispendioso.
Anche il gioco è assolutamente ripetitivo, non articolato, Fabrizio sposta gli oggetti spesso nella stessa maniera, oppure secondo specifiche e limitate sequenze di azione. I suoi movimenti sono quasi sempre meccanici. In particolare quando gioca con la palla, si sente l’assenza di qualsiasi forma d’intenzionalità: non c’è nessun intento dimostrativo e nemmeno si tratta di un puro esercizio psicomotorio, è proprio un gioco vuoto dove il solo obiettivo è quello di toccare la palla per tenerla su in aria. L’incapacità di controllo emerge più volte e Fabrizio talvolta dice che “i lanci vanno da soli…”, lui non li può proprio controllare. La scelta continua dei giocattoli da neonato (biberon, telefono con i tasti enormi, casetta dove si infilano le varie forme geometriche) evidenzia, inoltre, un funzionamento altamente regredito.
Vi è inoltre un generale quadro di inibizione intellettiva che impedisce il comportamento esploratorio e riduce drasticamente le potenzialità espressive.


IL VISSUTO DI MORTE

Ritengo che le prime e rudimentali rappresentazioni mentali che Fabrizio abbia potuto crearsi si riferiscano in prevalenza a ciò che ha sentito come mancante o a quello per cui lui si è sentito deprivato: la sua vita psichica si è organizzata molto saldamente intorno al lutto della figura materna (sia in senso psichico come figura contenitiva piuttosto che riempitiva che in senso fisico di presenza accudente e non richiestiva o assente) e all’assenza di quella paterna (che non si frappone come terzo in nessuna misura). L’esperienza psichica dell’assenza di un oggetto rispondente e “a disposizione”  sembra aver distrutto la sua capacità di desiderare, sperare e chiedere, isolandolo in un “guscio fragile e rotto”.
Fabrizio non ha raggiunto la capacità di formarsi una rappresentazione mentale buona dell’oggetto che rimane -nel suo apparato psichico- come parziale o persecutorio, non permettendo di raggiungere la costanza d’oggetto.
In assenza di buoni investimenti libidici primari, la relazione di Fabrizio con la madre assume un valore simbiotico contaminato da pulsioni sadico-orali, che inevitabilmente gli si ripercuotono contro lo sviluppo e contro la separatezza. Proprio in ragione di questo le separazioni appaiono intollerabili, in quanto non hanno alcun margine di elaborazione: l’assenza fisica dell’oggetto pone Fabrizio di fronte al drammatico senso di perdita psichica, condizione che può essere superficialmente rimarginata solo attraverso un costante contatto con la madre, contatto-possesso di cui lei ha specularmente bisogno.
Oltre all’irrompere di intollerabili angosce di morte (indipendentemente dal contenuto della separazione: malattia della madre, allontanamento quotidiano), ogni separazione dalla madre scatena, infatti, una sofferenza che si esprime prevalentemente a livello corporeo: invece di sperimentare sentimenti depressivi per la perdita, Fabrizio manifesta, attraverso l’incapacità del suo intestino di trattenere le feci (segnale di perdita di controllo e di rottura della barriera protettiva garantita dallo stato di simbiosi con la madre), un’immediata rispondenza con lo stato di malattia della madre; il tumore all’intestino può costituire metafora dell’incapacità di assorbire il nutrimento e simbolicamente renderlo fruibile per il figlio, garantendo quella funzione di “trasmissione” affettiva-accuditiva organizzata sui bisogni del bambino che sicuramente a Fabrizio è sempre mancata.

La separazione equivale, inoltre, all’immissione di un corpo estraneo, le angosce-cacca, che, non essendo mentalizzate, devono essere espulse senza mezzi termini.
L'integrità dell'Io non può essere mantenuta a causa del carico di angosce di frammentazione e di morte che incombono. Anche la qualità delle difese in relazione a questi complessi angosciosi appare davvero poco funzionale. Le rappresentazioni di Sé sono scisse e non sembrano avere barriere difensive contro l'emergenza continua ed incontenibile dei moti angosciosi. Fabrizio non è corazzato, non esiste un riparo dietro al quale barricarsi: è  costantemente in balia del profondo senso di vuoto che lo accompagna, non sembra nemmeno essere attrezzato per mettere in moto un reale processo riparativo che permetta una ricostruzione dell’oggetto, sempre sentito come parziale e divorante.

Per il momento Fabrizio, tuttavia, concentra le manifestazioni di aggressività solo con i coetanei (lui stesso sa che viene da me perché “non lavora bene a scuola”, non riesce a fare “le cose che le maestre chiedono” e perché improvvisamente a volte “tira calci e pugni” ai suoi tanto amati amici senza sapere perché), come spostamento estremo della massiccia rabbia distruttiva che non può riconoscere e rivolgere verso le figure genitoriali. Anche in questo caso la difesa comunque fallisce, perché Fabrizio spesso presentifica gravi angosce di contaminazione (mi chiede spesso se i pennarelli sono avvelenati, disegna paesaggi dove l’inquinamento domina e passa attraverso i condotti dell’acqua, nell’aria e sottoterra) di cui non ravvisa l’origine, ma che hanno l’effetto di lasciarlo in balia della paura di essere divorato (racconta di una fiaba in cui la mamma cannibale mangia la sua bambina che sa di vari gusti a seconda delle parti del corpo e lascia il boccone più buono -il cervello- al papà) o ucciso (i conflitti col padre).

Su questi temi si sviluppa, inoltre, un’inversione dei ruoli, in quanto Fabrizio ritiene di “essere sbagliato” perché fa tutte queste cose e gli altri hanno ragione ad arrabbiarsi e a gridare; d’altronde lui “non sa perché è nato” e per questo “ha anche chiesto scusa alla mamma”, poi si corregge dicendo che “è nato per lei, perché lei era contenta così”.
Questa confusione di ruoli e confini si ricollega alla responsabilizzazione di cui Fabrizio è portatore rispetto alla precaria situazione psicologica della madre, perfettamente il linea col fatto che la signora ritiene che se io curo il bambino lei di riflesso ne gioverà. La madre, in questo modo, mi mette di fronte ad un’ulteriore scissione: quella che determina la sua presunta “impotenza” nei confronti del suo bambino e “l’onnipotenza” attribuita a Fabrizio come oggetto riparatore.
Il vuoto di oggetti relazionali che ne deriva credo sia insopportabile per Fabrizio, proprio per i suoi connotati di assenza di un qualcosa che lui non ha mai potuto sentire come suo. La mancanza di coesione di questo bambino, più che essere una reazione alla frustrazione, sembra proprio dettata da una carenza strutturale che induce un vero stato di “morte psichica”.
Mi sembra che vi sia proprio quello scollamento tra mente e corpo di cui Winnicot ha parlato, quando osservava che il corpo si arroga il ruolo di parte funzionante e preclude alla mente di insediarsi in esso.
Le funzioni mentali sono scarsamente differenziate dalle parti corporee e appaiono tra loro sconnesse e separate; è come se fossero andati perduti i nessi tra sensazioni, percezioni e memoria; il mondo interno si costella, quindi, di frammenti e di percetti assoluti, presi senza alcun riferimento relativizzante, che non si trasformano mai in vere e proprie rappresentazioni ideative.


MOVIMENTI CONTROTRANSFERALI RISPETTO AL LAVORO PSICOTERAPEUTICO


La scarsa integrazione del Sé associata a stati affettivi appunto non mentalizzati, ma vissuti con una ripetitività persecutoria mi inducono controtransferalmente un forte senso di oppressione e di pesantezza, credo legato allo stato di impotenza in cui mi sento relegata, inevitabilmente connesso all’impotenza stessa di Fabrizio rispetto alla possibilità di comprendere il senso della sua sofferenza. Questo da un lato mi induce a rispondere quasi automaticamente in modo empatico, nel disperato tentativo di avvicinarmi al suo dolore, ma dall’altro, in maniera complementare, risveglia in me un bisogno di ritiro e di rifiuto, che è una condizione purtroppo molto presente nella storia e nella mente di Fabrizio (dopo i primi colloqui con me Fabrizio ha detto alla mamma “Vedrai che tanto prima o poi anche lei si stufa di me”). Quello che, inoltre, rilevo tra me e Fabrizio è un contatto improvviso, talvolta anche traumatico, proprio rispetto ai quei vissuti probabilmente inconsci che emergono con irruenza all’interno del fragile sistema psichico di Fabrizio. Il senso di estraniamento che si attiva in me è probabilmente segnale di una difesa contro il legame messa in scena da Fabrizio per esprimere il conflitto tra il desiderio di avere un legame solido con un oggetto d’amore e il terrore di mantenere un legame impossibile con un oggetto mortificante, mortifero o anche a rischio di sparizione-morte.

Non è un caso che a livello controtransferale io mi senta sprofondare in un baratro di noia soporifera ad ogni seduta, associata ad un violento bisogno di rivitalizzazione subito dopo: non posso impedirmi di bere caffè per annientare lo stato soporifero che mi attanaglia e di mangiare cibi dolci per recuperare un’area di gratificazione nutritiva.
Il mio bisogno di allontanamento è d’altronde potenziato dalla mia incapacità di sintonizzarmi adeguatamente con Fabrizio che spesso fornisce nuclei di contenuti emozionali in sé anche organizzati (vi sono tematiche ricorrenti come il fatto che il suo amico Mattia “corre veloce”, che lui di notte fa gli incubi, che deve andare a giocare con i suoi compagni all’oratorio ma non ci riesce, che “il papà ha i piedi stanchi”, etc.), ma tra i quali io non riesco a cogliere connessioni, nonostante cerchi costantemente di mantenere attivi molti canali attenzionali, quasi con l’intento di cogliere i suoi continui spostamenti mentali. Quello che mi pare evidente è che lui cerca di comunicarmi alcuni scenari relazionali costanti (che assumono il carattere di forti fissazioni) che non riesce assolutamente a gestire.

La frammentarietà di queste comunicazioni e l’eloquio confabulatorio che talvolta emerge determinano in definitiva l’impossibilità di accesso per lui e di riconoscimento per me ai significati più profondi legati a questo materiale associativo che si presentano criptati, proprio come i geroglifici che spesso disegna.
Viene spesso indicato, nel lavoro con i bambini psicotici, di non considerare il livello superficiale delle verbalizzazioni, né di seguire i racconti con l’attenzione tipicamente fluttuante che caratterizza il nostro modo di procedere, ma di considerare i frammenti di significato e i contenuti emozionali come se fossero parti di un unico panorama di senso che si costruisce solo nel tempo e che appare proprio contrassegnato da questo ciclico ritorno su elementi costanti. Se questa operazione può essere fatta, credo di essere ancora ben lontana dal poterla mettere in pratica con Fabrizio e mi auguro che la reciproca conoscenza e il progressivo istaurarsi di una relazione potrà esserci d’aiuto in futuro.


OBIETTIVI TERAPEUTICI

Credo che Fabrizio, nonostante il suo grande disagio, sia riuscito ad operare qualcosa di buono per me: credo, infatti, che lui mi guidasse verso un percorso a lui possibile e calibrato sulle sue attuali potenzialità.
Fabrizio mi ha insegnato, ad esempio, quanto fosse necessario che io filtrassi con meticolosa cura le verbalizzazioni che gli rivolgevo e le scelte lessicali che operavo, sia perché lui non era sufficientemente attrezzato a comunicare in maniera simbolica, sia perché spesso sperimentava le parole come fossero oggetti solidi vissuti in maniera estremamente intrusiva: mi riferisco, ad esempio, all’episodio accaduto un giorno in cui abbiamo sentito la voce di una collega che, nella stanza accanto, ha risposto al telefono e Fabrizio rabbiosamente ha inveito: “stai zitta chiacchierona!”, cercando disperatamente di difendere il setting da questa invasione esterna, sentita come un’effettiva presenza fisica tra me e lui.

Ricordo anche la rigidità con cui Fabrizio talvolta incorporava il significato delle mie parole a proposito delle sue capriole per terra. E’ infatti capitato più volte che per evitare che si ferisse io gli offrissi di continuare a fare le capriole sul tappeto di gomma che c’è nella stanza,  osservando che era un po’ meno duro oppure che era un po’ più morbido rispetto al pavimento. Io ero focalizzata sull’idea di permettergli di fare quello che desiderava in condizioni di maggior sicurezza, cercando di integrare il riconoscimento di un suo bisogno espressivo con il riconoscimento di una realtà corporea animata.

L’unico elemento che, di fronte a questi movimenti comunicativi, Fabrizio sembrava incamerare era la mancanza di affidabilità della mia “parola data”, quasi a segnalare da un lato un’aspettativa onnipotente di potersi ciecamente fidare e affidare all’altro-terapeuta e dall’altro il fallimento drammatico determinato dalla scoperta che l’altro non c’è come pretende l’illusione psicotica fusionale come contenitore magico e totalmente rassicurante. Questo determinava una fissazione estremamente ripetitiva alle parole-chiave, a segnalare il senso del drammatico tradimento che si insediava sull’asse della fiducia di base, con espressioni sia direttamente rivolte a me come “Tu hai detto che era morbido” oppure “Tu avevi detto che era meno duro”,  oppure con accenni di natura transferale transizionale rivolti agli oggetti inanimati come “Mamma mia com’è duro questo materasso”, “Ma questo non è un materasso”, “Forse è meglio fare gli allenamenti sul pavimento”.
Credo che l’Ascolto nel trattamento dei bambini psicotici, più che in quello di bambini portatori di altre psicopatologie, diventi il fondamento della terapia, almeno nelle fasi iniziali, perché crea quel terreno contenitivo su cui molto lentamente possono essere piantati piccoli semi di significato e perché impedisce al bambino di vivere troppo intrusivamente la presenza del terapeuta-oggetto-estraneo.

Allo stato in cui mi trovavo nel lavoro iniziale con Fabrizio non esisteva alcuno spazio per introdurre elementi trasformativi, anche perché i vissuti che lui immetteva nella stanza di terapia erano spesso mine inesplose che non potevano certamente essere svelate né introiettate: Fabrizio le presentificava continuamente, ma in maniera inconscia ed espulsiva, condizione che non mi permetteva nemmeno, se non in alcuni rari casi, di esplicitare descrittivamente i suoi contenuti mentali.
Questa impossibilità, mi fece pensare che se l’obiettivo era quello di arrivare ad “una relazione” sarebbe stato necessario lavorare ai margini delle zone traumatiche, perché altrimenti avrei costretto Fabrizio a condizioni altamente ansiogene che avrebbero rinforzato il bisogno di espellere i frammenti delle emozioni.
Allo stesso modo ho dovuto fare i conti con il fatto che non potevo nemmeno restituire a Fabrizio le identificazioni proiettive che si affacciavano: l’unica modulazione che era allora possibile era nella “mia” mente.
Credo, quindi, che l’assetto “contenitivo” del setting sia stato un elemento imprescindibile nel lavoro con questo bambino, anche ai fini dell’accoglimento delle potenziali esplosioni di aggressività distruttiva che poi via via nel tempo sono emerse.

Il quadro clinico di Fabrizio non è stato disconfermato, ma ho potuto restituirlo alla signora facendo leva direttamente sugli elementi che Fabrizio aveva portato nella relazione con me: l’incapacità di stare bene con gli altri, l’incapacità di integrare gli apprendimenti e le informazioni sul mondo, l’incapacità di controllare l’affettività e l’aggressività, l’incapacità di giocare con serenità, l’incapacità di raggiungere obiettivi scolastici adeguati alla sua età, l’incapacità di investire figure diverse dalla mamma, l’incapacità di scegliere selettivamente con chi sviluppare forme di attaccamento e di amicizia (“a lui sono tutti simpatici, anche quelli che gli fanno del male o gridano e lui deve fare dei regali perché loro sono amici”). Sulla base di una più estesa accettazione della situazione psicologica del piccolo e di una dichiarazione in cui la signora ha esplicitato che “se sono ancora seduta qui, è perché voglio esserci”, abbiamo raggiunto l’accordo di condurre una psicoterapia intensiva con Fabrizio e vederci con lei quindicinalmente per aiutarla nella gestione emotiva del piccolo e riprendere il filo della sua pesante ferita narcisistica rispetto all’asse genitoriale. La scelta operata è stata quella di rispettare l’inscindibilità della relazione madre-figlio e di pormi in un’ottica terapeutica per entrambi i poli della simbiosi: questo ha permesso alla signora faticosamente di aderire al lavoro, non vivendomi come un terzo minaccioso da contrastare.
La terapia è durata diversi anni e proprio quest’anno a distanza di diversi anni dal nostro saluto la signora è tornata per confrontarsi su alcune recenti difficoltà poste da spinte individuanti di Fabrizio: lei si è domandata come provare a rispettarle.


RIFLESSIONI CONCLUSIVE SULLE FUNZIONI TERAPEUTICHE

Fabrizio mi ha segnalato anche un’altra importante funzione terapeutica, ossia quella di fornire commenti, interpretazioni, riformulazioni concisi e strettamente calibrati sui contenuti che emergono nell’immediatezza della seduta, e soprattutto di riuscire a tollerare di doverli ripetere molte volte senza perdermi d’animo. In alcune occasioni ho, infatti, dubitato circa il senso di parlare o meno e soprattutto rispetto alla ripetizione di alcuni contenuti già ampiamente affrontati e messi in condivisione. A frenarmi era la paura di essere vissuta come persecutore e soprattutto la mia angoscia specifica di non essere compresa, di non poter realmente entrare in comunicazione con questo bambino che, in certi momenti, si mostrava davvero irraggiungibile. Ma questa era evidentemente una proiezione della mia preoccupazione di non mettere in campo un buon lavoro terapeutico, in parte dettata dal fatto che Fabrizio non rispondeva alle mie sollecitazioni e soprattutto sembrava incapace di integrare dentro di sé gli spunti trasformativi che tentavo di offrirgli.
In realtà con il passare del tempo mi sono resa conto che anche se gli scambi comunicativi erano estremamente ridotti e talvolta resi quasi nulli a causa dell’introduzione di materiale sconnesso o confusivo, un sedimento comunicativo nella mente di Fabrizio da qualche parte si realizzava.
Inoltre, credo che la mia costanza a mantenere una focalizzazione su specifici elementi che si riproponevano nelle sedute e la mia capacità di sostenere forme di pensiero anche in assenza delle sue risposte abbiano permesso a Fabrizio di sentire che io stavo cercando di “raggiungerlo”.

Fabrizio presentava un sistema di attaccamento iperattivato, sul quale anch’io ho potuto inserirmi; si emozionava moltissimo di fronte alla possibilità di stare con gli altri anche se si sentiva sempre rifiutato e questo cerava comunque una piattaforma dalla quale partire per creare un contatto relazionale. Non desistendo da questo tentativo, nel tempo, siamo riusciti ad organizzare una funzione di maggior continuità nella sua esperienza emozionale.

L’incontro con Simone è stato molto faticoso, accidentato e lungo, ma questa è un’altra storia.
Qualche tempo fa l’ho incontrato casualmente per strada mi ha salutato e mi ha presentato i suoi amici. Non era da solo e si stava divertendo…..



 INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE DI RIFERIMENTO




Fast Link: help esame, appunti di psicologia, help tesi, articoli di psicologia, progetti, casi clinici, corsi psicologia, master psicologia, scuole psicoterapia , autopromozione, esame di stato di psicologia, corsi ecm psicologi, profili professionali, normativa professione, e-book gratuiti, eventi per psicologi, la psicologia psicologia, lavoro per psicologi, libri di psicologia, tesi di laurea in psicologia, psicologia giuridica, counseling psicologico

© 2001-2012 Obiettivo Psicologia srl. p.iva 07584501006 Tutti i diritti riservati