Depressione e narcisismo: il caso clinico di Max



Il paziente, che chiameremo Max, di circa 35 anni, si mostrava subito come una persona di elevato livello intellettuale e culturale: figlio unico, single, con lavoro fisso stipendiato ma con più alte ambizioni, specie nel settore culturale, di carattere assertivo, portato alla comunicazione (benché si definisca introverso), ha una vita sociale, relazionale ed affettiva piuttosto articolata, a tratti disordinata.

A volte viene in seduta con un umore nettamente più basso del solito, e tende in queste occasioni a ritornare ossessivamente alla sua adolescenza, ed in particolare ad alcuni episodii - uno specialmente -, che egli definisce "traumatico". Il paziente aveva probabilmente 14 anni e proveniva da una situazione di prolungato stress nell'ambiente scolastico. In realtà aveva studiato privatamente fino all'età di 12 anni, avendo contatti solo solo molto rari ed occasionali con i suoi coetanei, e comunque in presenza della madre; a 13 anni l'inserimento nell'ambito scolastico era stato nel complesso del tutto soddisfacente, tanto che tutt'ora il paziente ne ha un gradevole ricordo. L'anno successivo, però, si era determinato un parziale disadattamento, parallelamente a risultati scolastici non negativi, ma lontani dalle aspettative del paziente. Il disadattamento nelle relazioni interpersonali, diminuito dopo i primi tempi, seppure solo relativamente, si esplicava così: il paziente era vittima di motteggi e prese in giro (alle quali non reagiva) che, pur non essendo il paziente nella classe né l'unico né il principale oggetto dell'ironia dei compagni, lo prostravano profondamente, anche perché lo facevano sentire poco stimato.

Dunque, il paziente, a quell'età, andava al mare assieme alla madre, ad una signora
amica della madre ed al figlio, che doveva avere forse 9-11 anni. Un giorno, al momento del pagamento del biglietto, veniva fissato negli occhi con aria di sfida e di ironia dal ragazzino (forse undicenne e figlio del gestore) che stava al botteghino. Successivamente, si recava in sala col figlio della signora per giocare al biliardino: si sentiva intimidito e depresso e, per così dire, un oggetto agli occhi degli altri. In effetti si percepiva isolato e diverso, accompagnandosi soltanto al figlio della singora, molto più piccolo di lui. Il ragazzino del lido si inseriva con fare prepotente ed arrogante al biliardino: dopo una parte sostanzialmente oscura nel ricordo del paziente (tranne questo: il figlio della signora ricordava al paziente di inserire la "mazzarella" nel biliardino per non far terminare il gioco, ed il ragazzino gli diceva qualcosa come: "Adesso gli stati chiedendo troppo"), a un certo punto il ragazzino diceva al paziente (alludendo al figlio della signora): "E cch'è? 'na chiavica comm'a tte?" ("E che è? una
chiavica come te?"), fissandolo poi negli occhi con aria di sfida, di sprezzo e d'ironia. 

Il paziente si sentiva annichilito, aspettando soltanto la fine del gioco. Egli si risollevava la mattina dopo, allorché una ragazza, sul pullmino che portava al mare, mostrava interesse e simpatia per lui. Il paziente, ricordando il "trauma", si è poi accorto come da allora, per rafforzare evidentemente la repressione, abbia sempre inconsapevolmente evitato di usare la parola "chiavica". In effetti, il "trauma" si è esplicato attraverso introiezione: il paziente, specie nei momenti di più acuta depressione, sente risuonare di tanto in tanto nella sua mente, in forma super-egoica, contro la sua volontà, la frase "'na chiavica comm'a tte". Il paziente riferisce, quando incorre in quelli che lui chiama "abbassamenti del tono dell'umore" o "crisi", prova un senso di annichilimento, l'abbassamento dell'autostima, la perdita di interesse per gli oggetti esterni, rimuginazioni alla ricerca di interpretazioni capaci di risolvere il suo stato emotivo, introiezioni dell'oggetto con il rimprovero da esso formulato, ecc.

Roberto  Pasanisi
direzione@centrostudiarteterapia.org
www.centrostudiarteterapia.org

Sono senz'altro d'accordo sulla componente narcisistica che sembra connotare la relazione terapeutica. Per quanto riguarda il linguaggio che adopero, esso è sostanzialmente quello usato da Max, che è e si presenta comunque, con orgoglio, come un intellettuale: voglio dire, per venire alla prima domanda, che è lui che
si mostra tale. Riguardo al suo status di single, le sue relazioni erotiche
con le donne appaiono numerose e condotte tendenzialmente in contemporanea, anche se sono stabilite - dice lui - su basi il più delle volte affettive. Max non sa spiegare bene se si tratti di una insoddisfazione o semplicemente di una strategia usata per diluire il rapporto di coppia: comunque, egli considera utti i suoi rapporti necessarii. Egli tende inoltre a protrarli nel tempo.

Dice anche di comportarsi così da circa dieci anni, da quando cioè è riemerso il "trauma". Le sedute sono in arteterapia (che, come si sa, è una tecnica eclettica): sono individuali e fondate principalmente sulla verbalizzazione. Esse avvengono in maniera irregolare: è lui che telefona per chiedere l'appuntamento quando ne sente il bisogno. Effettivamente la ripetitività del suo racconto mi dà una sensazione di fatica: durante quelle che lui chiama "crisi", non mi riesce di spostare la sua attenzione dal passato al presente, perché insiste col dire di sentirsi male come allora. "Trauma" l'ho messo tra virgolette sia perché è Max a definirlo tale, sia perché io non lo sento traumatico: inoltre, il paziente effettivamente ha affermato che all'epoca incorreva facilmente in sensazioni di vergogna e di umiliazione. Egli è andato a scuola solo in I e II elementare, poi ha studiato con un professore privato fino alla II media, riprendendo a frequentare la scuola a 13 anni: in questo periodo i contatti con i
coetanei sono stati piuttosto rari, occasionali e controllati dai genitori (prevalentemente dalla madre). E ciò non perché il paziente fosse ammalato, ma perché i suoi genitori ritenevano il mondo esterno pericoloso e problematico, e dunque intendevano preservare il figlio da esso: anche loro conducevano un tipo di vita estremamente riservato e ritirato, con scarse frequentazioni dell'ambiente esterno (se non da parte del padre per ragioni di lavoro). Il paziente usa un linguaggio abbastanza emotivo per
raccontare fatti da lui considerati positivi, mentre tende ad esprimersi in maniera impersonale e tecnica quando narra situazioni per lui difficili.

Va comunque detto che egli ha continuato ad avere successo a scuola anche nei momenti psicologicamente più problematici. Riguardo alla narrazione dell'episodio, sembra che Max si sia costituito una sorta di linguaggio ad hoc, che usa ripetitivamente e dal quale non riesce ad uscire: il biglietto è il biglietto di ingresso al lido, la "mazzarella" allude  ad un trucco fatto per protrarre la durata del gioco, il "chiedere troppo" (riferito a Max) è un'espressione svalutativa (come dire: non sei buono a nulla). Le informazioni che mi ha fornito il paziente, comunque, non so fino a che punto siano precise, in quanto il suo ricordo sembra essere quasi sclerotizzato e cristallizzato: egli tende, in generale, a selezionare "soprattutto gli aspetti sprezzanti e svalutanti". Max dice di sentire un notevole bisogno di affetto, inteso sostanzialmente come stima ed ammirazione: oggi egli prova questa sensazione intensamente nei confronti del padre.

Max ha perso la madre circa sette anni fa, e vede suo padre poco e spesso in maniera fortemente conflittuale: egli afferma che il padre è oggi tanto assente quanto era presente nella sua prima giovinezza. Nei suoi confronti dice di provare sentimenti di rabbia ed ostilità, ma anche il desiderio di riavvicinarsi a lui, come nella sua infanzia.




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