Lo sviluppo del linguaggio



La maggioranza degli psicologi dello sviluppo è concorde nel ritenere che l’apprendimento del linguaggio dipende da un lato dall’azione combinata di meccanismi innati, che predispongono i bambini a questo compito, dall’altro di un ambiente in grado di fornire loro modelli adeguati e frequenti opportunità di pratica.

I bambini attribuiscono grande valore ai suoni del linguaggio umano sin dal momento in cui nascono forse persino nel grembo materno. Fin da molto piccoli i bambini rivelano non solo una predisposizione naturale a riconoscere gli schemi e la modulazione del linguaggio umano, ma sono anche capaci di distinguere tra i singoli suoni di vocali e consonanti riescono cioè a discriminare i fonemi del linguaggio (tecnica con tettarella collegata con dei fili elettrici ad un dispositivo che ogni volta che il neonato produce una risposta di suzione fa partire un nastro con la registrazione di un certo suono). Tramite queste tecniche si è rivelato che i bambini di età compresa fra 1 e 6 mesi riescono a cogliere la differenza tra suoni molto simili, ma dopo i 6 mesi iniziano a perdere la capacità di discriminare fra i suoni che nella loro lingua madre classificati con lo steso fonema.

Subito dopo la nascita la produzione vocale del neonato è limitata al pianto e ad altri suoni che segnalano condizioni di disagio. Intorno ai 2 mesi il bambino comincia a produrre una nuova categoria di suoni più simili al linguaggio definiti cooing (tubare, formati da vocali ripetute).
Tra i 4 e i 6  mesi subentra il balbettio→ ripetizione di suoni consonantici e vocalici abbinati. Tali primi suoni non sembrano influenzati dal linguaggio che i bambini odono intorno a sé come è dimostrato dal fatto che li producono anche i neonati affetti da sordità, inoltre in essi sono presenti sia suoni tipici della lingua madre che di altre lingue. Intorno ai 10 mesi nei bambini con udito nomale  il balbettio comincia ad essere composto in prevalenza dai suoni della lingua madre, mentre i bambini non udenti esposti al linguaggio a segni iniziano a balbettare a  gesti. Infine fanno comparsa le prime parole riconosciute come tali.

Una parola è un simbolo ovvero qualcosa che si riferisce a un’altra cosa. Nei bambini molto piccoli la produzione di suoni simili a parole è una componente integrante delle altre loro azioni, prima che inizi la produzione di parole con chiaro valore referenziale. Alcuni psicologi dello sviluppo usano indicare questi suoni simili a parole come vocaboli contestuali (performatives) (suono simile ad una parola che il bambino ha appreso a produrre in un contesto particolare senza tuttavia sapere che esso ha un significato particolare) per distinguerli dalle vere parole che hanno invece la funzione di simboli. Non esiste tuttavia una linea di demarcazione netta tra i vocaboli contestuali e le vere parole.

All’inizio le nuove parole appaiono lentamente, ma ben presto il ritmo comincia ad accelerare. A partire dal 3° anno il tasso con cui un bambino apprende nuove parole è elevato (1-2 l’ora), le parole esplicitamente insegnate al bambino sono relativamente poche; la maggior parte viene appresa contestualmente mediante inferenze basate sul loro uso nei discorsi che il bambino sente. I bambini sono facilitati a riconoscere i referenti delle nuove parole dai gesti (come indicare), inoltre già a partire dai due anni padroneggiano un numero sufficiente di vocaboli e di regole grammaticali per riuscire a estrarre il significato di parole nuove da un contesto linguistico.

Tale apprendimento viene inoltre facilitato dalla loro naturale tendenza ad associare le parole nuove con oggetti o eventi di cui non conoscono ancora il nome. Spesso nei bambini si manifesta una tendenza alla iperestensione delle parole apprese da poco ovvero ad attribuire ad esse un significato più ampio di quello con cui sono usate dagli adulti questo perché le interpretano in termini di qualità specifiche; un’altra tendenza è quella di sottoestendere  le nuove parole ovvero ad usarle con un significato più ristretto da quello attribuito dagli adulti questo perché le interpretano in termini di stretta somiglianza con il referente.

Tutti i bambini attraversano una fase in cui ogni loro produzione linguistica non supera la singola parola. La fase degli enunciati di un’unica parola si protrae ben oltre l’età in cui sono in grado di capire e rispondere in modo adeguato a frasi composte da più parole. Questi enunciati spesso esprimono più di una parola e i genitori riescono ad interpretarli in base al contesto e ai gesti con cui si accompagnano. Solo dopo molti mesi (intorno ai18-24 mesi) cominciano a combinare le parole a due a due e da lì sempre più in aumento.

Quando iniziano a combinare le parole tendono ad usare solo voci lessicali (nomi, verbi qualche aggettivo o avverbio) evitando tutto il resto come gli articoli le preposizioni e ad organizzare le voci di lessico in modo da comporre semplici sequenze, grammaticalmente corrette nella forma attiva. I bambini imparano le regole per ordinare le parole in modo da comporre semplici enunciati nella forma attiva prima ancora di cominciare l’effettiva produzione (in forma passiva verso i 5 anni). Quando un bambino acquisisce una nuova regola grammaticale da principio è portato quasi invariabilmente a generalizzazioni della regola. Le regole grammaticali non vengono apprese attraverso un insegnamento diretto, esplicito.

È fuori di dubbio che gli esseri umani nascono già provvisti di molti elementi che favoriscano lo sviluppo del linguaggio. Sin dalla nascita siamo dotati di:
a) strutture anatomiche particolari (nella gola→laringe, faringe) che ci permettono di produrre una gamma di suoni più vasta di qualsiasi altro mammifero;
b) di una preferenza innata per il suono del linguaggio umano cui si accompagna un’abilità innata a distinguere i differenti suoni fondamentali che lo compongono;
c) di meccanismi che determinano l’inizio del cooing e del balbettio;
d) di aree cerebrali con una specializzazione biologica per il linguaggio. Altro fatto indubitabile è che la maggioranza degli essere umani nasce in un contesto sociale che offre notevoli opportunità per l’apprendimento del linguaggio.   
 
Noam Chomsky affermava che le regole del linguaggio sono troppo complesse perché i bambini possano apprenderle, sin dai primi mesi di vita, servendosi solo della loro intelligenza generale. Secondo lui doveva per forza esistere un meccanismo innato, da cui dipende la comprensione degli elementi comuni a tutte le lingue (la grammatica universale) sia una sorta di principi-guida, anch’essi innati, che consentono di acquisire le regole linguistiche specifiche della cultura in cui si nasce.

Quseti elementi innati, responsabili dell’apprendimento della grammatica compongono nella definizione datane da Chomsky il meccanismo per l’acquisizione del linguaggio LAD→language acquisition device. Per identificare le caratteristiche del LAD Dan Slobin con le sue ricerche scoprì che alcune caratteristiche fondamentali del processo sono costanti, cioè ricorrono regolarmente in tutte le lingue. (e sono innati).

Un altro metodo per individuare questi elementi innati consiste nello studio dei linguaggi che si sviluppano quando persone appartenenti ad aree linguistiche differenti colonizzano la stessa area geografica. Essi comunicano mediante un insieme primitivo e privo di regole grammaticali, di parole tratte dalle diverse lingue d’origine, dando origine ad un gergo specifico o pidgin→ da cui si evolve poi una vera lingua, dotata di un insieme definito di regole grammaticali→linguaggio creolo→studiate da Derek
Bickerton ed è arrivato a due conclusioni:
1) esse sembrano essere giunte a sviluppo completo nell’arco di una sola generazione ad opera dei figli dei primi coloni (essi infatti impongono regole grammaticali al gergo che sentono parlare intorno a sé) ciò potrebbe essere una prova del fatto che la mente dei bambini possiede una predisposizione innata a    strutturare il linguaggio in base a regole grammaticali;
2) tra i vari linguaggi creoli, sviluppatisi dalla fusione di lingue genitoriali differenti e in aree del mondo differenti, vi sono nella struttura grammaticale somiglianze più forti che tra le lingue di lunga tradizione. Altre prove nella disfasia congenita: la loro intelligenza generale arriva a svilupparsi ma essi non riescono a padroneggiare del tutto le regole di grammatica.

Ipotesi del periodo critico secondo la quale il LAD funziona in maniera ottimale durante l’infanzia per poi diminuire d’efficienza.  Tale ipotesi trova conferma nell’osservazione che un adulto, trapiantato in un ambiente in cui si parla un’altra lingua raramente apprende ad usarne la grammatica con la stessa padronanza che può avere invece un bambino.

In contrapposizione con quanto sostenuto da Chomsky, i teorici dell’apprendimento sociale sottolineano l’importanza dell’ambiente sociale per questa forma di sviluppo. 
Essi sottolineano che quando si rivolgono ai bambini piccoli, gli adulti usano un linguaggio molto più semplice e chiaro di quando parlano con gli adulti, pur non escludendo l’esistenza del LAD essi sostengono che questa un ruolo altrettanto importante deve essere assolto dal LASS (langage-acquisition-support-system) ovvero sistema di supporto all’acquisizione del linguaggio fornito dall’ambiente sociale. Nelle circostanze in cui si riferiscono ai bambini gli adulti adottano un linguaggio composto da frasi brevi, riferite alle circostanze concrete, in cui le parole  importanti sono ripetute più volte, al tempo stesso fanno ampio uso della gestualità.

Nel significato in cui finora abbiamo utilizzato il termine, il linguaggio è un mezzi di espressione basato su un sistema convenzionale di simboli che consente la comunicazione tra persone e facilita il pensiero. È una conquista solo umana? I tentativi di insegnare il linguaggio agli animali sono stati condotto su scimpanzè: inizialmente si provò ad insegnargli a parlare ma essi mancano dell’apparto vocale che consente la produzione di suoni fonetici umani (tentativo più riuscito Viki che arrivò a produrre papa, mama, cup, e up).

Per superare tale inabilità Allen e Beatrix Gardner avviarono nel 1966 una ricerca che prevedeva ad uno scimpanzè femmina chiamata Washoe l’ASL il linguaggio dei segni utilizzato dai sordomuti. Washoe apprese a produrre e a rispondere a molti segni da allora in poi molti altri hanno tentato. Nel 1980 il quadro cambiò radicalmente con le ricerche di Herbert Terrace che dopo aver insegnato l’ASL a uno scimpanzè cominciò a saggiarne varie abilità intellettive.

Egli rilevò che il suo scimpanzè non mostrava di aver acquisito nessuna regola grammaticale e sembrava utilizzare i segni quasi esclusivamente come risposte operanti anziché come simboli cioè con valore referenziale. Nel 1981 questa ricercatrice cominciò a lavorare con uno scimpanzè pigmeo di nome Kanzi che ben presto mostrò una abilità di linguaggio superiore a qls altra scimmia antropomorfa. Ricerche hanno concluso che nel suo ambiente naturale lo scimpanzè pigmeo ha capacità di comunicazione molto più sviluppate dello scimpanzè comune. 

Sue Savane-Rumbaugh si servì sistematicamente del condizionamento operante per addestrare all’uso dei lessicogrammi alcuni scimpanzè prima di cominciare l’addestramento con Kanzi; da piccolo Kanzi mentre sua madre veniva addestrata era libero di girare nel laboratorio, egli imparò solo osservando la madre circa 30 lessicogrammi, quando gli fu concesso di usare la tastiera non ci fu bisogno di addestramento specifico.

Tutti gli scimpanzè addestrati hanno appreso a usare in modo corretto molti segni dell’ASL o parecchi lessicogrammi. Se davvero gli scimpanzè usano segni semplicemente per ottenere una ricompensa immediata forse ciò vuol dire che non li utilizzano affatto col valore di parole. Ma i ricercatori hanno dimostrato che essi invece li utilizzano con valore di simboli, seppure non più lunghi di una parole e raramenti superano le tre. Gli scimpanzè sembrano in grado di acquisire una capacità di comunicare mediante simboli che presenta una certa somiglianza con l’uso umano del linguaggio ma sarebbe del tutto arbitrario etichettare o meno come linguaggio questa loro abilità.




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