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  1. #1
    Partecipante
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    13-11-2004
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    roma
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    bambino nei guai non ne parla con nessuno

    Salve a tutti, è la prima volta che scrivo, spero di essere nel posto giusto per chiedervi un consiglio

    Seguo da ormai 4 anni un ragazzo ora 13enne che potrei definire problematico, sia da un punto di vista emotivo che cognitivo, aiutandolo nei compiti, parlando con gli insegnanti ecc. E' un ragazzo estremamente introverso e chiuso, non parla mai di sè e di quello che gli succede a scuola o a calcio, è un passivo aggressivo, come lo definisco io, perché il suo atteggiamento non è solo poco propositivo ma anche negativo. Inoltre è un bambino lento, che per la mia esperienza ricorda più un bimbo di quinta elementare che un ragazzo di prima media, e infatti gli è stata fatta una diagnosi di Disturbo misto perchè le aree di problematicità a livello cognitivo sono molteplici (tranne quelle meccanico-mnemoniche), ma non tanto gravi da rendere necessaria un'insegnante di sostegno (anche se io non sono d'accordo). I suoi genitori sono separati da quando lui era molto piccolo e ha un rapporto molto stretto, forse troppo, con la madre, la quale è consapevole di questo e tende quindi a spronarlo per uscire di casa con gli amici ecc. Non è ben visto dai compagni, ha pochissimi amici e anche gli insegnanti hanno un atteggiamento negativo nei suoi confronti, lamentando la sua eccessiva distraibilità e poca partecipazione (nonstante siano consapevoli dei suoi problemi).

    Data questa lunga premessa vengo al punto: pochi giorni fa in classe, per allontanare un compagno che lo infastidiva, ha colpito involontariamente una sua compagna ferendola al sopracciglio. Nonostante non ci siano state conseguenze disciplinari il giorno successivo la vicepreside in classe di fronte a tutti gli ha detto che quello che era successo era così grave che D. avrebbe potuto rischiare la denuncia e lui si è messo a piangere per la paura. Di tutto questo D. non ha parlato a nessuno a casa, infatti la madre lo ha saputo da una sua compagna (pensate che la scuola non ha nemmeno mandato una comunicazione ufficiale, ma questo è un'altro problema). Ho consigliato alla madre di parlarene subito con lui, per spezzare questa "catena" di silenzio e riaprire subito un canale comunicativo anche per contenere le sue paure giustificate da un incidente inaspettato.

    Nei prossimi giorni lo dovrò rivedere e non so come comportarmi, come parlarne con lui e come dirgli per l'ennesima volta che è bene aprirsi e parlare dei problemi con le persone a cui vogliamo bene. (All'inizio dell'anno per superare il problema dei brutti voti che continuava a nascondermi, ad esempio, gli ho fatto una scatolina in cui poteva lasciarmi dei bigliettini, per superare questa paura di comunicare, ed ha funzionato, ma evidentemente per questo non è stato efficace). Come fare per farlo aprire? Cosa dirgli anche questa volta? Scusate il lungo sfogo, ma ho l'impressione di non fare abbastanza o di continuare a sbagliare senza rendermene conto...

    Qualsiasi opinione mi aiuterà, grazie per avermi "letto"

  2. #2
    Partecipante Affezionato L'avatar di marisetta
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    29-01-2005
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    Riferimento: bambino nei guai non ne parla con nessuno

    Inanzittuto penso si debba fare un lavoro di rete tra tutte le persone che stanno intorno al ragazzo, insenganti, genitori (in questo caso la madre) e tu proponendo dei colloqui anche mensili, senza il ragazzo, per capire di lavorare in equipè seguendo una linea comune.
    Tu dici che ha un rapporto molto stretto con la madre che cosa intendi? come la madre percepisce questo ragazzo...è consapevole di questa situazione ma fino a che punto parla con lui? che tipo di rapporto hanno?ad esempio non pensa di poterlo aiutare atttraverso dei colloqui con uno psicologo o crede che il figlio abbia soltanto dei problemi di introversione e isolamento?
    Lo psicoanalista Winnicott ha coniato l'espressione "autocontenimento" ovvero affrontare le emozioni più dolorose o difficili da soli, ovvero l'atteggiamento contrario del chidere aiuto. Quindi i bambini che si autocontengono sono quelli che hanno rinunciato, o non hanno mai iniziato, a rivolgersi all'ambiente che li circonda in caso di disagio. Il risultato è l'assunzione di un atteggiamento di impassibilità, quello che gli adulti chiamerebbero "fare buon viso a cattivo gioco" o proseguire "dritti per la propria strada".
    E' molto raro che questi bambini affermino di essere tristi, spaventati o arrabiati. Il fatto è che sono convinti che chidere aiuto per affrontare i loro stati d'animo sia una pessima idea, che li farebbe sentire peggio invece che meglio, poichè si vergognano a doversi raccontare agli altri, nel timore di essere rifiutati o fraintesi.
    Questi bambini ( i cui genitori possono essere depressi o emotivamente instabili) pensano che raccontare le proprie emozioni potrebbe in qualche modo ferire le persone che li ascoltano. Questi bambini credono che tali emozioni siano più grando della capacità dell'adulto di contenerle. Decidono quindi già in tenera età (di solito inconsciamente) di affrontare da soli i propri stati emotivi.
    I bambini che si autocontengono trasmettono al mondo un messaggio del tipo "non ho bisogno di te" o più in generale "non ho bisogno". E questo atteggiamento può entrare a far parte del loro modo di essere, in modo tale da portare loro stessi a credere che sia la verità.
    Marisetta

  3. #3
    Partecipante Affezionato L'avatar di marisetta
    Data registrazione
    29-01-2005
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    Riferimento: bambino nei guai non ne parla con nessuno

    Malgrado alcuni bambini che si autocontengono possano non mostrare esteriormente alcun segno di scarica emotiva (anche se solitamente esprimono in altro modo il loro disagio con isolamento dagli altri, fobie, ossessioni, scoppi d'ira ingiustificati, incapacità di concentrazione) è probabile che soffrano interiormente di una grande preoccupazione o angoscia , di un senso di depressione.
    Cosa fare in questo caso?
    I bambini sono capaci di mettere in scena, disegnare o esprimere nel gioco le loro emozioni. Per cui se anche si tratta non di un bambino piccolo, il disegno, a mio parere, è sempre un ottimo strumento per potere capire cosa succeda nel mondo interiore di questo ragazzo. Potresti proporgli, ad esempi, di disegnare o di immaginare delle siutazioni relative alla siautazione a scuola, in famiglia anche attraverso delle vignette (magari tu lo puoi aiutare.
    Poi credo che in questo caso una buona terapia psicologica possa aiutare questo ragazzino a sperimentare la presenza di una persona benefica ed empatica.
    Marisetta

  4. #4
    Partecipante
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    13-11-2004
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    roma
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    Riferimento: bambino nei guai non ne parla con nessuno

    Innanzitutto grazie per la risposta.
    Dunque D. è stato seguito anche da psicologi proprio perchè la madre è consapevole dei problemi emotivi del ragazzo, che ormai sono ben più che semplice introversione, ma anche gli psicologi (da quello che ne so ne ha visti almeno 2, che lo hanno seguito per cicli brevi, di qualche mese) non hanno risolto molto, nel senso che non è emerso niente e il ragazzo è rimasto più o meno sempre chiuso; conosco uno di loro il quale mi ha confermato la difficoltà ad entrare proprio in comunicazione con lui.
    Quando parlo di legame quasi morboso con la madre mi riferisco al fatto che D, soprattutto fino allo scorso anno, aveva piacere a passare il suo tempo quasi solo con lei, rifiutando di uscire per stare con lei in casa, volendo andare con lei al cinema o al bowling (a casa loro vive anche l'attuale convivente di lei, il quale condivide con loro tutte queste uscite e attività, ma che non mi sembra abbia assunto per D. un ruolo di riferimento particolarmente importante). Addirittura lei si lamentava del fatto che lui la cercasse in continuazione in casa per chiederle pareri su qualsiasi cosa (mamma, dove sei? come faccio questo? come faccio quello? mi aiuti in questo? mi aiuti in quello?). So che a volte quando il compagno è fuori per lavoro la notte, lui la raggiunge nel letto per dormire con lei. Nonostante mi renda conto di essere un po' invischiata anche io da quel che posso dire la madre mi sembra molto consapevole e accorta nei suoi confronti, lo rassicura perchè conosce la sua tendenza ad aver paura, ma lo sprona comunque ad avere rapporti anche con i suoi coetanei.
    L'idea che mi sono fatta è che il suo disturbo emotivo (sembra un bambino triste e la sua tendenza all'ordine mi fa pensare anche ad un tratto ossessivo) sia così profondo, radicato e antico da averlo "bloccato" anche cognitivamente; il fatto che le uniche aree in cui sia nella norma sono quelle mnemoniche-meccaniche mi fa pensare che siano le uniche nelle quali lui non debba esprimersi, non debba mettere niente di suo...non so se sono io che esagero....

    credo che proverò con il disegno e le vignette...

    per quanto riguarda lo psicologo....come proporglielo per una terza volta e in concomitanza con questo episodio? non vorrei passargli il messaggio "sei sbagliato", visto che è successa questa brutta cosa adesso torni per la terza volta dallo psicologo...mi rendo conto che è una situazione molto complicata, ma grazie ancora per il supporto, mi sento già un po' più leggera

  5. #5
    Partecipante L'avatar di psi-clinico-dip
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    cernusco sul naviglio
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    Riferimento: bambino nei guai non ne parla con nessuno

    Cara Moth,
    dopo aver letto lo scambio di informazioni ed idee su questa situazione mi è venuto spontaneo chiedermi : in tutto questo la figura paterna dove è?
    E' possibile , pensabile recuperarla? potrebbe essere una risosrsa aggiuntiva?
    Anche a me era capitato diversi anni fà di seguire un bambino ( dai 7 agli 8 anni) presso la scuola elementare che frequentava. Purtroppo per lui vi era già una diagnosi franca di autismo e tuttavia riuscendo a lavorare in rete e ricostruendo le relazioni familiari si sono ottenuti grandi risultati per il benessere di madre figlio e padre. Proprio quest'ultimo in fine è risultato essere la risorsa più significativa per sbloccare una situazione che all'inizio andava peggiorando di mese in mese. Il lavoro svolto con i servizi sociali del comune, la insegnanti e le neuropsichiatre del centro che lo seguiva da tempo ha permesso di attivare nuove risorse e dinamiche relazionali inedite che hanno portato ad un miglioramento della vita di questa familgia. Lo dico perchè a distanza di anni ( credo oggi ne abbia14-15) quasi senza riuscire a riconoscerlo lo ho rincontrato in piscina accompagnato dal papà e lui vedendomi mi ha riconosciuto e chiamato per nome per salutarmi. Strano per un bimbo autistico che veveva in un suo mondo isolato.

    Dott. Maurizio Paorlin
    Iscr. Albo Lombardia n° 03/6904

  6. #6
    Partecipante Affezionato L'avatar di marisetta
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    Riferimento: bambino nei guai non ne parla con nessuno

    Ciao, bisognerebbe capire perchè questo bambino ha instaurato un rapporto così particolare con la mamma, che anche se consapevole e lo sprona al contatto con i coetanei, poi nella pratica non lo riesce a farlo diventare indipendente. Ma il padre che ruolo ha?non ha un'altra figura di riferimento oltre alla madre con cui confidarsi? uno zio, nonna o nonno sembra che abbia solo la madre da come mi dici tu come riferimento affettivo.
    Poi biosgnerebbe chidersi se questo disturbo emotivo sia da ricondursi alle problematiche tra i genitori, si sono separati quando lui era piccolo, quanti anni poteva avere?che traumi può avergli lasciato e che rapporto ha con l'attuale compagno della madre?perchè non mi pare che questo compagno abbia assunto un ruolo da padre....
    Per il discorso psicologo, potresti provare invece che un approccio psicoterapico (anche se secondo me è questo che gli è utile ma capisco che le esperienze negative influiscono) uno legato alla psicomotricità. La terapia psicomotoria si rivolge a bambini e adolescenti con difficoltà e /o ritardi psicomotori quali: Maldestrezza, Inibizione Psicomotoria, Disprassia, Disgrafia, Disturbi Minori del Movimento, Iperattività, Autismo ecc...ed è più soft di una terapia vera e propria perchè c'è anche l'espressione corporea.
    In questo modo glielo potresti proporre come una sorta di ginnastica, oppure vedi tu danza (anche se poi non lo sarà) e in questo modo non lo collegherà ad una punizione.
    Marisetta

  7. #7
    Partecipante
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    Riferimento: bambino nei guai non ne parla con nessuno

    Da quello che so la separazione è avvenuta quando D. era nella scuola dell'infanzia, ed è stata sicuramente molto dolorosa per tutti, la madre me ne ha parlato piangendo, dicendo di sentirsi responsabile dei problemi del figlio per aver fatto questa scelta.
    Il padre dove è? Da ciò che ho visto e da quello che mi racconta la madre il rapporto con il padre è minimo (D. non mi parla molto di lui, lo vede due week-end al mese e a turni durante le feste), si vedono, ma non hanno molto dialogo (c'è da dire che il padre non ha molti strumenti cognitivi diciamo per comprendere appieno le difficoltà del figlio). La madre si lamenta con me molto dell'assenza paterna, soprattutto ora che il ragazzo sta crescendo ed iniziando anche a porre domande relative allo sviluppo alle quali lei non sa come rispondere e che vorrebbe fosse proprio il padre ad affrontare. Accanto a loro vivono anche i genitori di lei e D. ha un buon rapporto soprattutto con il nonno, ma anche con lui non si confida, lo ammira da quel che vedo, ma non si apre nemmeno con lui.
    Dio che situazione complicata, mi rendo conto...e io sono lì in teoria "solo" per aiutarlo nei compiti...mah...

    Fra pochi minuti vado da lui e gli propongo un gioco che ho trovato sul libro "come aiutare i bambini che hanno paura" (mi pare si chiami così)...ho disegnato delle vignette su come ci si sente quando si ha paura (dentro un fosso, in fondo al mare, senza bocca ecc), gli chiederò di scegliere (o inventare) quella che rappresenta come si è sentito quando è successo quel fatto spiacevole a scuola, come si può trovare una soluzione...cercherò di fargli capire che in ogni situazione c'è una possibilità di risoluzione del problema, magari con un po' di brainstorming o problem solving...vi farò sapere...

    Grazie ancora per i vostri consigli

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