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  1. #1

    Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Buonasera a voi tutti! Spero che qualcuno mi illumini su questo dilemma: qual'è la differenza e cosa hanno in comune nel percorso d'analisi il punto di vista freudiano e quello junghiano? Ovvero quanto concerne numero delle sedute settimanali, setting, lettino, approccio col paziente, eventuale uso di test e quant'altro. Grazie a chiunque si interesserà e avrà la cortesia di rispondermi!

  2. #2
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Caro Dr. Jey-Kill,
    Io mi identifico nella psicoanalisi relazionale (quella che per intenderci ha i suoi antecedenti in Ferenczi, in Sullivan, e trova compiutezza in Mitchell). Non è sicuramente la psicoanalisi “ortodossa” (se mai ce ne fosse una). Il numero delle sedute viene stabilito in accordo col paziente, può variare da un minimo di una alla settimana ad un massimo di tre; il criterio è sempre il ritmo di lavoro sostenibile per la coppia paziente-terapeuta.
    Il setting è più o meno quello classico: la regola fondamentale del dire tutto ciò che passa per la testa senza interporre censure, il dovere di non prendere decisioni di un certo rilievo senza prima parlarne in analisi, che la terapia avviene nelle ore dedicate alla seduta e non altrove (nemmeno al telefono, che serve solo per comunicazioni di servizio), che le sedute vanno pagate tutte indipendentemente dalle assenze del paziente e dalle sue motivazioni. Il lettino assolutamente no, io non voglio favorire lo sviluppo del transfert (così come è inteso nella teoria classica), ma favorire la relazione, una relazione fatta di parole ma anche di comunicazione non verbale. Approccio col paziente è un concetto molto vasto: ma se ti riferisci al processo potrei risponderti che ritengo che ciò che non si riesce a fare da soli è possibile attraverso una relazione “particolare”, se ti riferisci al “come” ti direi che ritengo molto utile raggiungere una “presenza a se stessi” dove entrambi (terapeuta e paziente) abbiano consapevolezza di sé, dell’altro e della loro relazione (questo perché ciascuno possa porsi al centro della propria azione). Uso di test o quant’altro? Assolutamente no, non avrebbe alcun senso in una relazione che punta alla co-costruzione del processo e dell’obiettivo terapeutici interporre qualsiasi elemento terzo con pretese di obiettività.
    Un saluto.

  3. #3
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Caro Dr. Jey-Kill,
    ... Il lettino assolutamente no, io non voglio favorire lo sviluppo del transfert (così come è inteso nella teoria classica), ma favorire la relazione, una relazione fatta di parole ma anche di comunicazione non verbale. ...
    Un saluto.

    Ciao Megiston

    Devo dire che questa parte del tuo discorso mi lascia alquanto perplesso.
    Dal mio punto di vista, il transfert è una relazione. Certo, è una relazione particolare, ma non vedo il motivo di privarsene. Per me, sarebbe come togliersi un occhio e pensare che si può vedere altrettanto bene con il naso...
    Poi, non pretendo certo di avere ragione. Solo che non capisco e mi piacerebbe tumi spiegassi perché non intendi favorire lo sviluppo di una relazione di transfert, in cosa il tipo di relazione che proponi è migliore (non semplicemente diverso, ma migliore, altrimenti non avresti ragioni per scegliere questa strada).

    Inoltre, sto ragionando da tempo sulle componenti non-verbali all'interno del transfert, e sul loro contributo al transfert. Ora, nella letteratura delle psicoterapie corporee (ma anche degli psicoanalisti o degli psicoterapeuti che utilizzano un approccio corporeo, vedi ad esempio Tullio Carere-Comes o George Downing) si rileva che le componenti non-verbali della relazione entrano appieno nella relazione di transfert, sia nel transfert erotico, sia nel transfert pre-edipico e, anzi, rappresentano un elemento di "addensamento" del transfert,nel senso che lo rendono più intenso e più analizzabile.

    Io non credo che ci si possa sottrarre così facilmente allo sviluppo di una relazione di transfert, qualunque metodo si utilizzi. Anzi, tanto più ci si discosta dal quadro analitico classico, e si mette in gioco il corpo, tanto più ci si deve attendere che alcune componenti dei fenomeni di transfert (comprese quelle componenti che fanno capo ad eventi traumatici della prima infanzia, e che restano codificate nella memoria implicita) assumano importanza e forza.

    Buona vita
    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  4. #4
    Partecipante Super Figo L'avatar di viola74
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    ciao Megiston Matema,
    non capisco questo aspetto particolare del tuo lavoro...

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    il dovere di non prendere decisioni di un certo rilievo senza prima parlarne in analisi
    in che senso? non poni in questo modo un limite alla libertà del paziente nella vita quotidiana? e se lui si trova a dover prendere una decisione importante senza avere il tempo di aspettare la seduta?
    questo significa anche che nella seduta l'analista può dare dei consigli sulla decisione da prendere? ma i consigli (cosa che io, come paziente, non vorrei mai!!) non sono un aspetto della terapia cognitivo-comportamentale?

    scusa le mille domande, ma questo particolare detto così, senza ulteriori chiarimenti, mettendomi nei panni di una eventuale paziente, mi suscita una certa ansia.

  5. #5

    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Caro Megiston Matema,
    il tuo post ha generato un ulteriore interesse oltre a quello originario, posto nel mio interrogativo. Il fatto stesso che definisci il tuo metodo come poco "ortodosso" implica una certa curiosità nell' approfondire l'argomento. Tuttavia, ciò che ha destato in me maggior interesse è il tuo concetto di RELAZIONE, non vorrei crearmi un giudizio errato, perciò ci terrei tanto che spendessi qualche parola in più a riguardo. Grazie.

  6. #6
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Il lettino assolutamente no, io non voglio favorire lo sviluppo del transfert (così come è inteso nella teoria classica), ma favorire la relazione, una relazione fatta di parole ma anche di comunicazione non verbale.
    Ma perchè, credi che sia possibile impedire lo sviluppo del transfert? Il transfert è già lì, che tu lo voglia o meno, lettino o meno.

  7. #7
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Caro Willy,
    se per transfert intendiamo, classicamente, quel processo secondo cui il paziente riproduce con l’analista relazioni ed esperienze passate, basato su un doppio equivoco di tempo e di persona, e su un “falso nesso”, allora non ci sono dubbi, io non cerco di favorire una cosa del genere. Lo stesso lettino e la neutralità dell’analista sono tesi a favorire lo sviluppo di questo processo, rimandando continuamente il paziente al suo intrapsichico e al suo passato invece di porre l’accento sul relazionale e sul presente.
    Cito le parole di Paul Williams: “Il problema di questa concezione è che ha dimostrato sempre più (per l’enfasi “monopersonale”) di sottostimare la complessità della relazione del soggetto con l’analista, specie per quanto riguarda il modo in cui l’individuo organizza e adatta il suo sistema di autorappresentazione per adeguarsi agli sviluppi analitici che favoriscono il cambiamento nella relazione terapeutica”. (Che cos’è la psicoanalisi? Che cos’è uno psicoanalista?, in Psicoanalisi. Teoria-Clinica-Ricerca, (a cura di), Ethel S. Person, Arnold M. Cooper, Glen O. Gabbard, Raffaello Cortina, 2006, p. 318).
    Un simile concetto parte dalla concezione, per me assolutamente sbagliata, di Freud secondo cui il soggetto si apre al mondo solo spinto dal bisogno e per evitare un dispiacere e per cui l’oggetto è la parte più variabile di una pulsione.
    Io, a contrario, parto dalla concezione (supportata dalle osservazioni della Enfant Research) secondo cui il bambino è aperto al mondo, all’altro e alla relazione fin da subito: la ricerca attivamente, ne trae un piacere primario (non subordinato ad altri tipi di gratificazione), e quando è stanco o si stufa, la interrompe.
    Solo se l’oggetto è la parte più variabile della pulsione l’analista può essere uguale (attraverso quel falso nesso di cui si parlava) al padre o alla madre. Mentre io non credo che il paziente stia replicando qualcosa del passato, ma stia relazionandosi per come è nel presente (se volete, possiamo usare il concetto di Matrice relazionale di Mitchell) e non stia scambiando l’analista per suo padre, ma stia semplicemente relazionandosi per come è (per questo magari è possibile trovare delle somiglianze, non certo una sovrapposizione, fra il suo modo di relazionarsi col padre e quello con l’analista). Ovvio, per me, pensare che un’analisi potrebbe essere anche molto diversa se fatta con analisti diversi.
    E qui entra in gioco il controtransfert, anche questo termine è “monopersonale” perché descrive, molto banalmente, ciò che il paziente suscita in me avendo escluso accuratamente che in questo ci possa essere qualcosa di mio. Es. “la rabbia che provo è quella che il mio paziente non si permette di provare e che inietta inconsapevolmente in me proiettandola”, con l’implicito che quella rabbia non è mia, ma del paziente.
    Non so se la relazione è migliore del transfert, posso dirti che io mi trovo molto meglio lavorando con la relazione (col paziente) e non col transfert (sul paziente); però mi viene il sospetto che attraverso la relazione puoi vedere più cose e puoi avere un più ampio spettro di intervento terapeutico.
    Chiudo con le parole di Michell: “Si pensa che il cambiamento analitico non sia un evento semplicemente intrapsichico: l’insight generato dalle interpretazioni dell’analista. Ora, pensiamo che il cambiamento analitico abbia inizio nei cambiamenti del campo interpersonale presente tra analista e paziente quando nuovi pattern relazionali vengono co-creati interattivamente e successivamente interiorizzati, generando così nuove esperienze sia con gli altri sia in solitudine”. (Il modello relazionale. Dall’attaccamento all’intersoggettività, Raffaello Cortina, 2002, p. 86).
    Ciao

  8. #8
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Caro Willy,
    se per transfert intendiamo, classicamente, quel processo secondo cui il paziente riproduce con l’analista relazioni ed esperienze passate, basato su un doppio equivoco di tempo e di persona, e su un “falso nesso”, allora non ci sono dubbi, io non cerco di favorire una cosa del genere. Lo stesso lettino e la neutralità dell’analista sono tesi a favorire lo sviluppo di questo processo, rimandando continuamente il paziente al suo intrapsichico e al suo passato invece di porre l’accento sul relazionale e sul presente.
    Cito le parole di Paul Williams: “Il problema di questa concezione è che ha dimostrato sempre più (per l’enfasi “monopersonale”) di sottostimare la complessità della relazione del soggetto con l’analista, specie per quanto riguarda il modo in cui l’individuo organizza e adatta il suo sistema di autorappresentazione per adeguarsi agli sviluppi analitici che favoriscono il cambiamento nella relazione terapeutica”. (Che cos’è la psicoanalisi? Che cos’è uno psicoanalista?, in Psicoanalisi. Teoria-Clinica-Ricerca, (a cura di), Ethel S. Person, Arnold M. Cooper, Glen O. Gabbard, Raffaello Cortina, 2006, p. 318).
    Un simile concetto parte dalla concezione, per me assolutamente sbagliata, di Freud secondo cui il soggetto si apre al mondo solo spinto dal bisogno e per evitare un dispiacere e per cui l’oggetto è la parte più variabile di una pulsione.
    Io, a contrario, parto dalla concezione (supportata dalle osservazioni della Enfant Research) secondo cui il bambino è aperto al mondo, all’altro e alla relazione fin da subito: la ricerca attivamente, ne trae un piacere primario (non subordinato ad altri tipi di gratificazione), e quando è stanco o si stufa, la interrompe.
    Solo se l’oggetto è la parte più variabile della pulsione l’analista può essere uguale (attraverso quel falso nesso di cui si parlava) al padre o alla madre. Mentre io non credo che il paziente stia replicando qualcosa del passato, ma stia relazionandosi per come è nel presente (se volete, possiamo usare il concetto di Matrice relazionale di Mitchell) e non stia scambiando l’analista per suo padre, ma stia semplicemente relazionandosi per come è (per questo magari è possibile trovare delle somiglianze, non certo una sovrapposizione, fra il suo modo di relazionarsi col padre e quello con l’analista). Ovvio, per me, pensare che un’analisi potrebbe essere anche molto diversa se fatta con analisti diversi.
    E qui entra in gioco il controtransfert, anche questo termine è “monopersonale” perché descrive, molto banalmente, ciò che il paziente suscita in me avendo escluso accuratamente che in questo ci possa essere qualcosa di mio. Es. “la rabbia che provo è quella che il mio paziente non si permette di provare e che inietta inconsapevolmente in me proiettandola”, con l’implicito che quella rabbia non è mia, ma del paziente.
    Non so se la relazione è migliore del transfert, posso dirti che io mi trovo molto meglio lavorando con la relazione (col paziente) e non col transfert (sul paziente); però mi viene il sospetto che attraverso la relazione puoi vedere più cose e puoi avere un più ampio spettro di intervento terapeutico.
    Chiudo con le parole di Michell: “Si pensa che il cambiamento analitico non sia un evento semplicemente intrapsichico: l’insight generato dalle interpretazioni dell’analista. Ora, pensiamo che il cambiamento analitico abbia inizio nei cambiamenti del campo interpersonale presente tra analista e paziente quando nuovi pattern relazionali vengono co-creati interattivamente e successivamente interiorizzati, generando così nuove esperienze sia con gli altri sia in solitudine”. (Il modello relazionale. Dall’attaccamento all’intersoggettività, Raffaello Cortina, 2002, p. 86).
    Difficilmente ho letto simili banalizzazioni sul transfert, direi quasi mai da chi si definisce psicoanalista. Sono molto perplesso...

    Saluti,
    ikaro

  9. #9
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Citazione Originalmente inviato da viola74 Visualizza messaggio
    ciao Megiston Matema,
    non capisco questo aspetto particolare del tuo lavoro...



    in che senso? non poni in questo modo un limite alla libertà del paziente nella vita quotidiana? e se lui si trova a dover prendere una decisione importante senza avere il tempo di aspettare la seduta?
    questo significa anche che nella seduta l'analista può dare dei consigli sulla decisione da prendere? ma i consigli (cosa che io, come paziente, non vorrei mai!!) non sono un aspetto della terapia cognitivo-comportamentale?

    scusa le mille domande, ma questo particolare detto così, senza ulteriori chiarimenti, mettendomi nei panni di una eventuale paziente, mi suscita una certa ansia.
    Cara Viola,
    in clinica non è difficile incontrare nelle sue mille manifestazioni l’impulsività, la tendenza ad agire, la frenesia del fare perché è difficile sostenere un sentimento, un pensiero, una situazione. Io trovo molto utile formulare nel contratto questa regoletta, tratta fra l’altro da Freud, non per condizionare le decisioni del paziente con consigli, ma per capire insieme a lui. E dove “capire insieme a lui” non significa “ti dico io come stanno le cose”, ma co-costruire il senso delle cose.
    In che cosa mi è utile? Se ad esempio un paziente vuole lasciare la terapia non mi avvisa per telefono, viene a discuterne in una seduta e mi espone le sue motivazioni, dandomi l’opportunità di esporre le mie considerazioni. A partire da queste motivazioni e da queste considerazioni possiamo capire insieme il senso di questa interruzione terapeutica. Pensa ancora ad un paziente depresso o borderline con tendenza al suicidio o ad atti autolesionistici, talvolta la regoletta è un buon deterrente nel caso in cui esista un certo rapporto consolidato. In alcuni casi, vale come richiamo alla regola accettata e condivisa in presenza di una palese infrazione.
    Ciao.

  10. #10
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Caro Willy,
    se per transfert intendiamo, classicamente, quel processo secondo cui il paziente riproduce con l’analista relazioni ed esperienze passate, basato su un doppio equivoco di tempo e di persona, e su un “falso nesso”, allora non ci sono dubbi, io non cerco di favorire una cosa del genere. Lo stesso lettino e la neutralità dell’analista sono tesi a favorire lo sviluppo di questo processo, rimandando continuamente il paziente al suo intrapsichico e al suo passato invece di porre l’accento sul relazionale e sul presente.
    Non sono uno psicoanalista. Però mi sto formando come analista bioenergetico. Quindi non ho idea di cosa sia una concezione "classica" del transfert. Sono abituato ad essere considerato "eretico" in così tanti modi diversi che mi viene difficile identificarmi in un qualsiasi "mainstream".
    Gli sviluppi della psicoanalisi relazionale, e i dibattiti che questo orientamento suscita li conosco, come riconosco dei punti di forza alla visione post-razionalista e post-moderna che si sta diffondendo a partire dagli USA in tutto il mondo.

    Mi sta abbastanza bene la definizione di transfert come "l'esperienza che il paziente fa dell'analista", per rovesciare una definizione (di Fosshage, credo) del controtransfert. Mi sta abbastanza bene anche l'idea che non si parli di transfert-controtransfert ma di un campo transferale co-costruito.

    La questione è, per me, che nella stanza continuano ad esistere due persone coinvolte in una relazione immersa in un setting specifico. E, le persone essendo due, ognuna di loro avrà la propria vita, la propria storia, i propri punti ciechi e il proprio inconscio. Il come si incontrano dipenderà da quello che sono e, al tempo stesso, quello che sono verrà modificato da come si incontrano. Il rimando è circolare, non direzionale, ed è perfettamente inutile chiedersi chi venga prima: il contenuto o la relazione.

    Tuttavia, sappiamo come gli schemi senso-motori appresi nell'infanzia (parlo del periodo che va dalla nascita ai due anni, e mi rifaccio alla distinzione tra memoria esplicita e memoria procedurale e alle recenti acquisizioni delle neuroscienze, soprattutto di Allan Schore) e gli schemi relazionali (lo "schema di essere-con" l'altro), che vengono codificati in una forma di memoria non semantica, siano estremamente stabili. Le ricerche nel campo delle teorie dell'attaccamento sono lì a dirci proprio questo: che nei primi due anni di vita si formano configurazioni della relazione di sé-con-l'altro che sono durevoli, influiscono sulla formazione della memoria esplicita e tendono a costituire un punto di riferimento per il soggetto nelle sue azioni nel campo interpersonale.

    Mi dirai che ho ridefinito in termini di Infant Research e di neuroscienze i concetti freudiani di "falso nesso", proiezione e resistenza di transfert. Non so che farci. Può darsi che io legga il mondo con i miei occhiali e riconosco che, da persona appartenente al secolo scorso, mi trovo più a mio agio cn il realismo critico che non con il costruttivismo nelle sue varie forme. Però abbiamo dati che non ci consentono di buttare a mare la relazione di transfert così sui due piedi.

    Anzi, a mio parere, il rifiuto di molti degli psicoanalisti odierni di prendere in considerazione il corpo e la relazione corporea, ha creato quella che io chiamo "la politica dell'enactment". Non disponendo di strumenti per la gestione dell'incoscio procedurale, la psicoanalisi relazionale non può letteralmente far altro che attendere pazientemente che la relazione si costruisca in modo tale da giungere ad un punto di rottura, per poi tentare di utilizzare quella rottura per comprendere cosa sia accaduto nella relazione. Ma l'enactment è inevitabile solamente all'interno di un dato setting. Con un setting differente non è né inevitabile né necessario.

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Cito le parole di Paul Williams: “Il problema di questa concezione è che ha dimostrato sempre più (per l’enfasi “monopersonale”) di sottostimare la complessità della relazione del soggetto con l’analista, specie per quanto riguarda il modo in cui l’individuo organizza e adatta il suo sistema di autorappresentazione per adeguarsi agli sviluppi analitici che favoriscono il cambiamento nella relazione terapeutica”. (Che cos’è la psicoanalisi? Che cos’è uno psicoanalista?, in Psicoanalisi. Teoria-Clinica-Ricerca, (a cura di), Ethel S. Person, Arnold M. Cooper, Glen O. Gabbard, Raffaello Cortina, 2006, p. 318).
    Un simile concetto parte dalla concezione, per me assolutamente sbagliata, di Freud secondo cui il soggetto si apre al mondo solo spinto dal bisogno e per evitare un dispiacere e per cui l’oggetto è la parte più variabile di una pulsione.
    Io, a contrario, parto dalla concezione (supportata dalle osservazioni della Infant Research) secondo cui il bambino è aperto al mondo, all’altro e alla relazione fin da subito: la ricerca attivamente, ne trae un piacere primario (non subordinato ad altri tipi di gratificazione), e quando è stanco o si stufa, la interrompe.
    Solo se l’oggetto è la parte più variabile della pulsione l’analista può essere uguale (attraverso quel falso nesso di cui si parlava) al padre o alla madre. Mentre io non credo che il paziente stia replicando qualcosa del passato, ma stia relazionandosi per come è nel presente (se volete, possiamo usare il concetto di Matrice relazionale di Mitchell) e non stia scambiando l’analista per suo padre, ma stia semplicemente relazionandosi per come è (per questo magari è possibile trovare delle somiglianze, non certo una sovrapposizione, fra il suo modo di relazionarsi col padre e quello con l’analista). Ovvio, per me, pensare che un’analisi potrebbe essere anche molto diversa se fatta con analisti diversi.
    Il come il paziente è nel presente, tuttavia, dipende da come è stato nel passato. Non è che il paziente arrivi nello studio tutto nuovo e vergine, come Minerva che esce dalla testa di Giove. Arriva con la sua storia, con i suoi schemi motori, con i suoi attaccamenti, con le sue relazioni, con il suo mondo interno (non c'è solamente un mondo esterno e l'inconsapevole non è tutto l'inconscio, secondo me).

    E, come ho cercato di farti vedere, no, le pulsioni non sono necessarie per spiegare il transfert (santo cielo, tutta la corrente delle relazioni oggettuali non ha bisogno della predominanza delle pulsioni per discutere dei fenomeni transferali. Ed è già di parecchi anni or sono il concetto di "interiorizzazione degli schemi di relazione di sé-con-l'altro", che i neo-kleiniani usano abbondantemente). Quindi non mi sento affatto legato a quella teoria, e non ne ho bisogno.

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    E qui entra in gioco il controtransfert, anche questo termine è “monopersonale” perché descrive, molto banalmente, ciò che il paziente suscita in me avendo escluso accuratamente che in questo ci possa essere qualcosa di mio. Es. “la rabbia che provo è quella che il mio paziente non si permette di provare e che inietta inconsapevolmente in me proiettandola”, con l’implicito che quella rabbia non è mia, ma del paziente.
    Non so se la relazione è migliore del transfert, posso dirti che io mi trovo molto meglio lavorando con la relazione (col paziente) e non col transfert (sul paziente); però mi viene il sospetto che attraverso la relazione puoi vedere più cose e puoi avere un più ampio spettro di intervento terapeutico.
    Che tu ti ci trovi meglio non ho dubbi, altrimenti avresti scelto un altro modo di operare. Ma non butterei cosìa mare le ricerche sul controtransfert (anche se capisco che, quando si vuole fare una rivoluzione non si può andare tanto per il sottile e insieme ai reazionari spesso muoiono fucilati anche tanti compagni di strada), specie dopo il lavoro di gallese e colleghi sui mirror-neurons e sulle basi neurologiche dell'empatia, dopo le ricerche sul cervello emotivo di Le Doux e quelle sulle emozioni come marcatori somatici di Damasio. Perché lì c'è tutto un corpus di ricerche che sembra ci dicano cose molto diverse da quelle che dici tu e che nei primati sembra esistere una capacità "hard wired" di "sentire l'altro". Una cosa che in bioenergetica si chiama "risonanza" e che Wilhelm Reich definiva "vibrating one another as a tuning fork" (vibrare in risonanza col paziente come fa un diapason) molto prima che qualcuno scoprisse le basi neurali della risonanza emotiva.

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Chiudo con le parole di Michell: “Si pensa che il cambiamento analitico non sia un evento semplicemente intrapsichico: l’insight generato dalle interpretazioni dell’analista. Ora, pensiamo che il cambiamento analitico abbia inizio nei cambiamenti del campo interpersonale presente tra analista e paziente quando nuovi pattern relazionali vengono co-creati interattivamente e successivamente interiorizzati, generando così nuove esperienze sia con gli altri sia in solitudine”. (Il modello relazionale. Dall’attaccamento all’intersoggettività, Raffaello Cortina, 2002, p. 86).
    Ciao
    Sono d'accordo. Ma sempre per l'interiorizzazione, cioè per l'intrapsichico, mi sembra che passi. Ci passi dopo, invece che prima. Sono lieto che la psicoanalisi abbia compreso che il cambiamento può avvenire anche senza passare per la parola e la consapevolezza, ma cambiamento strutturale implica prendere in considerazione l'intrapsichico. Che tu lo faccia "pre" o "post", non mi pare comunque una gigantesca differenza.

    A presto e buona vita
    Guglielmo
    Ultima modifica di willy61 : 26-10-2009 alle ore 17.02.44
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  11. #11
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Difficilmente ho letto simili banalizzazioni sul transfert, direi quasi mai da chi si definisce psicoanalista. Sono molto perplesso...

    Saluti,
    ikaro
    Caro Ikaro,
    a me piace molto banalizzare e lasciare qualcuno perplesso per le mie banalizzazioni. Tu come definiresti il transfert in modo meno banale e che non lasci perplesso l'altro, ma piuttosto ammirato?
    Un saluto.

  12. #12
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Citazione Originalmente inviato da Dr.Jey-Kill Visualizza messaggio
    Caro Megiston Matema,
    il tuo post ha generato un ulteriore interesse oltre a quello originario, posto nel mio interrogativo. Il fatto stesso che definisci il tuo metodo come poco "ortodosso" implica una certa curiosità nell' approfondire l'argomento. Tuttavia, ciò che ha destato in me maggior interesse è il tuo concetto di RELAZIONE, non vorrei crearmi un giudizio errato, perciò ci terrei tanto che spendessi qualche parola in più a riguardo. Grazie.
    Caro Dr Jey-Kill,
    non era mia intenzione spostare l'asse tematico del tuo forum, ho risposto perché sono anch'io curioso, come te, di capire le differenze. Il concetto di relazione storicamente trova un antecedente in quello di "rapporto" del marchese di Puységur e giunge fino a Mitchell e alle scuole intersoggettive e relazionali odierne. Relazione, a rischio di banalizzare ulteriormente, è (che tu sia analista o paziente) il mettersi in gioco così come si è, al di là del ruolo o della funzione che svolgiamo. E proprio questo spogliarsi del ruolo e dei paludamenti teorici o del setting che ci permette poi di indossare con più autorevolezza, credibilità e autenticità i panni di paziente o di analista. Mi rendo conto che ho detto poco, quasi niente su un argomento così vasto; ma è difficile esaurire la cosa con un semplice commento su un forum che parla d'altro. Se sei interessato ad approfondire l'argomento posso segnalarti privatamente (voglio evitare la pubblicità) dei testi che, a mio parere, potrebbero aiutarti a capire molto meglio di quanto possa fare io adesso. Oppure, sarei felice di continuare a dialogare con te nei vari forum aperti su questo sito.
    Un saluto.

  13. #13
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Caro Ikaro,
    a me piace molto banalizzare e lasciare qualcuno perplesso per le mie banalizzazioni. Tu come definiresti il transfert in modo meno banale e che non lasci perplesso l'altro, ma piuttosto ammirato?
    Ah, beh contento tu... Non so perchè, ma avrei detto il contrario, visto che i tuoi post generalmente abbondano di citazioni e riferimenti anche piuttosto colti, diciamo. Poco importa, comunque. Personalmente non darei una definizione di transfert, è un tema talmente complesso che una definizione non è sufficiente e soprattutto non può sintetizzare quello che, freudianamente, è il cuore della cura. Non posso quindi che rimandare a testi specifici. Piuttosto mi piacerebbe discutere, a partire da quest'ultima osservazione e magari in un'altra discussione, se sia ancora possibile parlare di psicoanalisi, nell'impianto teorico e clinico che proponi, venendo meno anche il transfert, la pongo come provocazione naturalmente.

    Saluti,
    ikaro
    Ultima modifica di ikaro78 : 26-10-2009 alle ore 19.33.26

  14. #14

    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Citazione Originalmente inviato da Megiston Matema Visualizza messaggio
    Caro Dr Jey-Kill,
    non era mia intenzione spostare l'asse tematico del tuo forum, ho risposto perché sono anch'io curioso, come te, di capire le differenze. Il concetto di relazione storicamente trova un antecedente in quello di "rapporto" del marchese di Puységur e giunge fino a Mitchell e alle scuole intersoggettive e relazionali odierne. Relazione, a rischio di banalizzare ulteriormente, è (che tu sia analista o paziente) il mettersi in gioco così come si è, al di là del ruolo o della funzione che svolgiamo. E proprio questo spogliarsi del ruolo e dei paludamenti teorici o del setting che ci permette poi di indossare con più autorevolezza, credibilità e autenticità i panni di paziente o di analista. Mi rendo conto che ho detto poco, quasi niente su un argomento così vasto; ma è difficile esaurire la cosa con un semplice commento su un forum che parla d'altro. Se sei interessato ad approfondire l'argomento posso segnalarti privatamente (voglio evitare la pubblicità) dei testi che, a mio parere, potrebbero aiutarti a capire molto meglio di quanto possa fare io adesso. Oppure, sarei felice di continuare a dialogare con te nei vari forum aperti su questo sito.
    Un saluto.
    Te ne sarei grata per i tuoi suggerimenti. Trovo interessante il tuo punto di vista, inoltre mi piace allargare i confini della mia conoscenza. Spero, tuttavia, che il mio quesito trovi risposta e non resti inosservato. A presto.

  15. #15
    Megiston Matema
    Ospite non registrato

    Riferimento: Terapia psicoanalitica: approccio freudiano e/o junghiano

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Ah, beh contento tu... Non so perchè, ma avrei detto il contrario, visto che i tuoi post generalmente abbondano di citazioni e riferimenti anche piuttosto colti, diciamo. Poco importa, comunque. Personalmente non darei una definizione di transfert, è un tema talmente complesso che una definizione non è sufficiente e soprattutto non può sintetizzare quello che, freudianamente, è il cuore della cura. Non posso quindi che rimandare a testi specifici. Piuttosto mi piacerebbe discutere, a partire da quest'ultima osservazione e magari in un'altra discussione, se sia ancora possibile parlare di psicoanalisi, nell'impianto teorico e clinico che proponi, venendo meno anche il transfert, la pongo come provocazione naturalmente.

    Saluti,
    ikaro
    Grazie Ikaro,
    sei stato molto illuminante sul transfert
    Il trasfert, pur banalizzato, è ancora presente nel concetto di relazione; Mitchell ha semplicemente raccolto quanto di buono è stato detto, scritto e osservato riguardo al transfert e ne ha modificato l'impianto per utilizzarlo per leggere la relazione piuttosto che applicarlo all'intrapsichico, per poterlo utilizzare anche in una struttura teorica costruita non più su un modello epistemologico positivista, ma su uno costruttivista. Toglimi una curiosità, tu sei lacaniano?
    Un saluto.

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