• Opsonline.it
  • Facebook
  • twitter
  • youtube
  • linkedin
Pagina 1 di 12 12311 ... UltimoUltimo
Visualizzazione risultati 1 fino 15 di 175
  1. #1
    Postatore OGM L'avatar di willy61
    Data registrazione
    20-09-2004
    Residenza
    Albino (BG)
    Messaggi
    4,192
    Blog Entries
    281

    Acting o espressione di sé?

    Buongiorno a tutte/i

    Negli ultimi mesi, mi è capitato di leggere diverse discussioni (da quella sul transfert a quella sul toccare o meno i pazienti) nella sezione di "psicoterapie", che mi hanno portato a farmi alcune domande circa il senso di quanto accade in seduta e fuori seduta.

    Ovvio che parlo "in generale" e da un punto di vista teorico e che non sto - né intendo farlo - facendo riferimento ad avvenimenti realmente accaduti. Anche perché è il punto di vista teorico quello che più mi interessa.

    In alcune tradizioni teoriche (penso alla psicoanalisi e alle psicoterapie derivate da essa o che al suo quadro teorico fanno riferimento) una serie di azioni (sia del paziente che dell'analista) vengono classificate come "acting", cioè come un'azione causata da un deficit di pensiero e di rappresentazione. Se ho ben capito, il ragionamento è (grosso modo) il seguente:
    Dato che nella situazione analitica il primato è quello della parola, quanto viene richiesto al paziente è di parlare di sé, non di agire. Se agisce, invece di parlare, attua un comportamento preverbale, in qualche modo più "primitivo", che esprime con l'azione invece che con la parola i desideri o i pensieri del paziente. In qualche modo, mi pare di comprendere che la situazione "più desiderabile" sia considerata quella in cui nulla viene fatto e tutto viene detto.

    Ora, io seguo una tradizione differente, quella dell'Analisi Bioenergetica di Lowen, in cui - invece - uno spazio notevole viene lasciato proprio ad una serie di azioni che vengono considerate "espressioni", non "acting". In questo approccio si ritiene che non tutto possa venire espresso in forma verbale e che esistano ricordi, sentimenti, sensazioni, emozioni e pensieri per la cui espressione è necessario, oltre che utile, utilizzare il canale motorio piuttosto che quello verbale. Questo perché l'esecuzione di un'azione coinvolge circuiti riverberanti (a livello neurologico) diversi da quelli implicati nella semplice rappresentazione/verbalizzazione. Facciamo un esempio:
    Un paziente si sente arrabbiato (e supponiamo sia cosciente della rabbia che prova). Può parlarne, ed esplorare con la parola tutti i vari significati, ricordi, sentimenti, tutti gli addentellati relativi a questa emozione.
    Oppure può alzarsi dal divano e iniziare a dare pugni ad un cuscino. E sentire, nel proprio corpo, le tensioni muscolari, la localizzazione delle sensazioni, il nascere e lo scomparire delle emozioni, e molte altre cose. Parlando, poi, di queste altre cose, e dei collegamenti che potrebbero esistere tra queste altre cose e l'emozione che aveva provato.

    Ora, dal mio punto di vista, molti dei comportamenti che in psicoanalisi vengono classificati come "acting" potrebbero ricadere, invece, nella categora dell'"espressione di sé". Dato che anche altre tradizioni psicoterapeutiche (penso alla Gestalt, ma mi chiedo come venga trattata la questione in ambito cognitivo o sistemico) considerano l'espressione di sé come un elemento importante della psicoterapia, è possibile discutere di questo aspetto? Quand'è che un azione rappresenta un'espressione di sé e quando è considerata un "acting"? Davvero è desiderabile che i sentimenti del paziente vengano sempre espressi con il canale verbale, qualunque essi siano? Davvero è utile l'espressione di sé attraverso l'azione?

    Grazie a chi vorrà intervenire

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  2. #2
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    2,312

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    L'agito è espressione di sè e l'espressione di sè è agito nel momento in cui è affermazione della struttura del soggetto. Non è in gioco, dal mio punto di vista, l'utilizzo del canale verbale come fattore terapeutico, quanto il mostrare la funzionalità patogena della struttura per poter andare oltre. Il campo deve saturarsi della patologia per poterla trasformare, ma ciò non avviene a livello verbale come conditio sine qua non.
    Per questo motivo tutto diviene in un certo senso "agito" in psicoanalisi, ed è questa la situazione desiderabile, non l'estrema difesa del paziente (e dell'analista) dall'espressione di sè.

    Saluti
    gieko

  3. #3
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
    Data registrazione
    13-06-2007
    Residenza
    Sicilia
    Messaggi
    1,509

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    L'agito è espressione di sè e l'espressione di sè è agito nel momento in cui è affermazione della struttura del soggetto. Non è in gioco, dal mio punto di vista, l'utilizzo del canale verbale come fattore terapeutico, quanto il mostrare la funzionalità patogena della struttura per poter andare oltre. Il campo deve saturarsi della patologia per poterla trasformare, ma ciò non avviene a livello verbale come conditio sine qua non.
    Per questo motivo tutto diviene in un certo senso "agito" in psicoanalisi, ed è questa la situazione desiderabile, non l'estrema difesa del paziente (e dell'analista) dall'espressione di sè.

    Saluti
    Rispondo velocemente perchè ora non ho tempo.
    Posso solo affermare convinta e testimoniare da paziente da 4 anni, in una psicoanalisi molto ben condotta e riuscita, che adesso ho sentito l'esigenza di accostaarmi alla bioenergetica.
    Ciao
    Ultima modifica di francesca63 : 28-08-2009 alle ore 15.13.50
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  4. #4
    Neofita
    Data registrazione
    21-03-2005
    Residenza
    lucca
    Messaggi
    10

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    credo proprio che molto dipenda dall'orientamento e dal modo di porsi di fronte alle cose...vedi lowen...nel mio orientamento rogersiano il non agito è un patto che viene stipulato prima di iniziare la terapia...interessante discussione ma devo scappare

  5. #5
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
    Data registrazione
    10-02-2006
    Residenza
    Tra le Alpi e gli Appennini
    Messaggi
    11,960

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Buongiorno a tutte/i

    Negli ultimi mesi, mi è capitato di leggere diverse discussioni (da quella sul transfert a quella sul toccare o meno i pazienti) nella sezione di "psicoterapie", che mi hanno portato a farmi alcune domande circa il senso di quanto accade in seduta e fuori seduta.

    Ovvio che parlo "in generale" e da un punto di vista teorico e che non sto - né intendo farlo - facendo riferimento ad avvenimenti realmente accaduti. Anche perché è il punto di vista teorico quello che più mi interessa.

    In alcune tradizioni teoriche (penso alla psicoanalisi e alle psicoterapie derivate da essa o che al suo quadro teorico fanno riferimento) una serie di azioni (sia del paziente che dell'analista) vengono classificate come "acting", cioè come un'azione causata da un deficit di pensiero e di rappresentazione. Se ho ben capito, il ragionamento è (grosso modo) il seguente:
    Dato che nella situazione analitica il primato è quello della parola, quanto viene richiesto al paziente è di parlare di sé, non di agire. Se agisce, invece di parlare, attua un comportamento preverbale, in qualche modo più "primitivo", che esprime con l'azione invece che con la parola i desideri o i pensieri del paziente. In qualche modo, mi pare di comprendere che la situazione "più desiderabile" sia considerata quella in cui nulla viene fatto e tutto viene detto.

    Ora, io seguo una tradizione differente, quella dell'Analisi Bioenergetica di Lowen, in cui - invece - uno spazio notevole viene lasciato proprio ad una serie di azioni che vengono considerate "espressioni", non "acting". In questo approccio si ritiene che non tutto possa venire espresso in forma verbale e che esistano ricordi, sentimenti, sensazioni, emozioni e pensieri per la cui espressione è necessario, oltre che utile, utilizzare il canale motorio piuttosto che quello verbale. Questo perché l'esecuzione di un'azione coinvolge circuiti riverberanti (a livello neurologico) diversi da quelli implicati nella semplice rappresentazione/verbalizzazione. Facciamo un esempio:
    Un paziente si sente arrabbiato (e supponiamo sia cosciente della rabbia che prova). Può parlarne, ed esplorare con la parola tutti i vari significati, ricordi, sentimenti, tutti gli addentellati relativi a questa emozione.
    Oppure può alzarsi dal divano e iniziare a dare pugni ad un cuscino. E sentire, nel proprio corpo, le tensioni muscolari, la localizzazione delle sensazioni, il nascere e lo scomparire delle emozioni, e molte altre cose. Parlando, poi, di queste altre cose, e dei collegamenti che potrebbero esistere tra queste altre cose e l'emozione che aveva provato.

    Ora, dal mio punto di vista, molti dei comportamenti che in psicoanalisi vengono classificati come "acting" potrebbero ricadere, invece, nella categora dell'"espressione di sé". Dato che anche altre tradizioni psicoterapeutiche (penso alla Gestalt, ma mi chiedo come venga trattata la questione in ambito cognitivo o sistemico) considerano l'espressione di sé come un elemento importante della psicoterapia, è possibile discutere di questo aspetto? Quand'è che un azione rappresenta un'espressione di sé e quando è considerata un "acting"? Davvero è desiderabile che i sentimenti del paziente vengano sempre espressi con il canale verbale, qualunque essi siano? Davvero è utile l'espressione di sé attraverso l'azione?
    Grazie a chi vorrà intervenire

    Buona vita

    Guglielmo
    Ci sono anche "azioni", non eclatanti ma importanti riguardo l'espressione emotiva, [U]non considerate azioni ( e quindi agite tranquillamente, oppure rigidamente ignoranti un'esigenza primaria e "primitiva", in una persona) sempilcemente perché non "previste" dalla teoria di riferimento - o secondo questa indesiderabili sempre (...) del terapeuta; avevi pensato a questo?

    Oppure perché espresse con una parola che esprimendo sensazioni, sottende emozioni preverbali, ma viene fatta più attenzione alla parola stessa come linguaggio piuttosto che al preverbale o nv che essa veicola, ( entra in gioco anche l'attitudine, flessibilità e soglia di sopportazione individuale..rispetto alle pressioni del pre-verbale dell'Altro prima che esso possa aver accesso al linguaggio/pensiero ...) in termini emotivi-corporei.

    A volte, invece, la conquista, potrebbe essere avere accesso al linguaggio del corpo piuttosto che al verbale e/o solo al verbale.......
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 29-08-2009 alle ore 10.11.21
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

  6. #6
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
    Data registrazione
    13-06-2007
    Residenza
    Sicilia
    Messaggi
    1,509

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    Citazione Originalmente inviato da willy61 Visualizza messaggio
    Buongiorno a tutte/i

    Negli ultimi mesi, mi è capitato di leggere diverse discussioni (da quella sul transfert a quella sul toccare o meno i pazienti) nella sezione di "psicoterapie", che mi hanno portato a farmi alcune domande circa il senso di quanto accade in seduta e fuori seduta.

    Ovvio che parlo "in generale" e da un punto di vista teorico e che non sto - né intendo farlo - facendo riferimento ad avvenimenti realmente accaduti. Anche perché è il punto di vista teorico quello che più mi interessa.

    In alcune tradizioni teoriche (penso alla psicoanalisi e alle psicoterapie derivate da essa o che al suo quadro teorico fanno riferimento) una serie di azioni (sia del paziente che dell'analista) vengono classificate come "acting", cioè come un'azione causata da un deficit di pensiero e di rappresentazione. Se ho ben capito, il ragionamento è (grosso modo) il seguente:
    Dato che nella situazione analitica il primato è quello della parola, quanto viene richiesto al paziente è di parlare di sé, non di agire. Se agisce, invece di parlare, attua un comportamento preverbale, in qualche modo più "primitivo", che esprime con l'azione invece che con la parola i desideri o i pensieri del paziente. In qualche modo, mi pare di comprendere che la situazione "più desiderabile" sia considerata quella in cui nulla viene fatto e tutto viene detto.

    Ora, io seguo una tradizione differente, quella dell'Analisi Bioenergetica di Lowen, in cui - invece - uno spazio notevole viene lasciato proprio ad una serie di azioni che vengono considerate "espressioni", non "acting". In questo approccio si ritiene che non tutto possa venire espresso in forma verbale e che esistano ricordi, sentimenti, sensazioni, emozioni e pensieri per la cui espressione è necessario, oltre che utile, utilizzare il canale motorio piuttosto che quello verbale. Questo perché l'esecuzione di un'azione coinvolge circuiti riverberanti (a livello neurologico) diversi da quelli implicati nella semplice rappresentazione/verbalizzazione. Facciamo un esempio:
    Un paziente si sente arrabbiato (e supponiamo sia cosciente della rabbia che prova). Può parlarne, ed esplorare con la parola tutti i vari significati, ricordi, sentimenti, tutti gli addentellati relativi a questa emozione.
    Oppure può alzarsi dal divano e iniziare a dare pugni ad un cuscino. E sentire, nel proprio corpo, le tensioni muscolari, la localizzazione delle sensazioni, il nascere e lo scomparire delle emozioni, e molte altre cose. Parlando, poi, di queste altre cose, e dei collegamenti che potrebbero esistere tra queste altre cose e l'emozione che aveva provato.

    Ora, dal mio punto di vista, molti dei comportamenti che in psicoanalisi vengono classificati come "acting" potrebbero ricadere, invece, nella categora dell'"espressione di sé". Dato che anche altre tradizioni psicoterapeutiche (penso alla Gestalt, ma mi chiedo come venga trattata la questione in ambito cognitivo o sistemico) considerano l'espressione di sé come un elemento importante della psicoterapia, è possibile discutere di questo aspetto? Quand'è che un azione rappresenta un'espressione di sé e quando è considerata un "acting"? Davvero è desiderabile che i sentimenti del paziente vengano sempre espressi con il canale verbale, qualunque essi siano? Davvero è utile l'espressione di sé attraverso l'azione?

    Grazie a chi vorrà intervenire

    Buona vita

    Guglielmo
    Caro Willy, forse ricordi che qualche tempo fa, replicai ad un tuo post (allegavi un articolo scritto in inglese che riportava un caso di successo terapeutico ottenuto con la terapia bioenergetica) sostenendo che mi confondevi, proprio perchè con quel metodo si utilizzano sistemi che per la psicoanalisi sono considerati inammissibili acting. Ma sono rimasta folgorata da quel mondo per me tutto nuovo, mi sono documentata, e ho anche provato a frequentare alcune classi di bioenergetica dopo aver avuto lo sta bene dal mio analista.
    Riferisco la mia testimonianza da paziente...Secondo me, quando con la psicoanalisi persistono alcuni sintomi, nel mio caso l'insonnia, con la bioenergetica si può arrivare oltre quelli che sono i limiti dell'analisi(anche della più ben riuscita!!!), limiti che derivano proprio dalla diffidenza verso il corpo e dal distacco fisico e spesso anche emotivo che impone la classica relazione analitica nel setting.
    Freud attribuisce al termine "acting" il tentativo del paziente in trattamento analitico a non misurarsi per paura, con i suoi conflitti inconsci, cercando soluzioni sul piano della realtà. Sicuramente la psicoanalisi con i suoi rigorosi principi, rimane il fulcro di tutta la psicologia, ma mi chiedo: se può aiutare nella cura, che male c'è a mettere in atto desideri, fantasmi, pulsioni? Spesso il rimosso è così angoscioso che non basta l'espressione verbale per essere scaricato. Se il paziente ha bisogno di rivivere un'esperienza traumatica, perchè non farlo nella situazione terapeutica. Può non essere sufficiente parlare delle sensazioni, curare con le parole, esse devono essere sperimentate ed espresse. Il corpo deve essere liberato dalle sue tensioni croniche e dalle costrizioni; per liberarsi dei ricordi dolorosi rimossi il terapeuta sarà disponibile ad accogliere i bisogni del paziente, diversamente da sua madre che non era affettivamente disponibile quando egli era un bambino e ne aveva urgente bisogno...inconsciamente si diminuisce la tensione interna con la scarica degli impulsi tenuti a freno. Sollecitato dal terapeuta, quando il paziente si sente libero e capace di esprimerli, rivive i conflitti rimossi esprimendo forti emozioni come piangere, gridare, dare calci, picchiare, mordere: vivendo tutto questo nella situazione terapeutica, si libera nella vita. In questo modo le emozioni represse sono liberate ma non agite.
    Imparare a respirare profondamente, lasciarsi andare, rilassare i muscoli contratti aiuta a liberarsi dallle tensioni....la situazione presente associata al rimosso viene usata come scarica delle energie rimosse. Il paziente è cosciente che queste emozioni derivano dal passato e sono espresse nel presente solo per liberare il corpo.
    Per rispondere al tuo quesito, credo proprio che sia molto utile esprimere attraverso l'azione le tensioni interne, anzi ritengo che in alcuni casi sia il sistema migliore per liberarsi dalla nevrosi e raggiungere la serenità.
    Un saluto
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  7. #7
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    2,312

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Spesso il rimosso è così angoscioso che non basta l'espressione verbale per essere scaricato.
    Cara francesca, questa è la questione di fondo. Per molte teorie contemporanee non è più sostenibile una visione dell'essere umano basata su concetti come "energia", "scarica", "pulsione" e così via. Il modello cosiddetto "idraulico" non ha sufficiente validità e il contesto epistemico in cui ci muoviamo oggigiorno è profondamente cambiato.
    Il fattore terapeutico non può più essere individuato nella scarica di energie.

    Saluti
    gieko

  8. #8
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
    Data registrazione
    10-02-2006
    Residenza
    Tra le Alpi e gli Appennini
    Messaggi
    11,960

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    Un errore di fondo potrebbe anche essere - più semplicemente - vedere sempre tutto il problema localizzato "solo" nel rimosso. Un pò tutte le teorie, in diverso modo - come dice anche gieko - si sono evolute da questo schema, utile ma parziale.
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 30-08-2009 alle ore 08.57.27
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

  9. #9
    Partecipante L'avatar di _adriano_
    Data registrazione
    27-11-2008
    Residenza
    Roma
    Messaggi
    42

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    Molto ma molto brevemente Ken Wilber in “Oltre i confini”:
    - alcuni approcci terapeutici si occupano unicamente della dimensione cosciente/razionale (terapie di sostegno)
    - ad un altro livello le terapie lavorano sulla dimensione dell’ego, dei meccanismi di difesa consci/insconsci e del principio di realtà (psicoanalisi, analisi transazionale, etc.)
    - ad un altro livello ancora gli interventi coinvolgono la totalità dell’organismo psico-fisico (bionergetica, gestalt, etc.)
    - ad un altro livello si mira all’integrazione dell’organismo con elementi super-individuali (gli archetipi junghiani)
    - ai livelli ulteriori si mira all’integrazione dell’organismo con il tutto (approcci mistici ed esoterici).

    Secondo Wilber i diversi approcci terapeutici non sono in antitesi bensì complementari. Ad ogni livello esistono diverse finalità di intervento che riflettono le diverse necessità dei singoli.

    In questa prospettiva esprimere verbalmente in un setting terapeutico la propria aggressività con grida e colpi di cuscino è una costruttiva espressione di sé per l’approccio (ad esempio) bioenergetico, rappresenta un agito da interpretare verbalmente in psicodinamica.
    Ultima modifica di _adriano_ : 30-08-2009 alle ore 02.23.33

  10. #10
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
    Data registrazione
    10-02-2006
    Residenza
    Tra le Alpi e gli Appennini
    Messaggi
    11,960

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    Citazione Originalmente inviato da _adriano_ Visualizza messaggio
    Molto ma molto brevemente Ken Wilber in “Oltre i confini”:
    - alcuni approcci terapeutici si occupano unicamente della dimensione cosciente/razionale (terapie di sostegno)
    - ad un altro livello le terapie lavorano sulla dimensione dell’ego, dei meccanismi di difesa consci/insconsci e del principio di realtà (psicoanalisi, analisi transazionale, etc.)
    - ad un altro livello ancora gli interventi coinvolgono la totalità dell’organismo psico-fisico (bionergetica, gestalt, etc.)
    - ad un altro livello si mira all’integrazione dell’organismo con elementi super-individuali (gli archetipi junghiani)
    - ai livelli ulteriori si mira all’integrazione dell’organismo con il tutto (approcci mistici ed esoterici).

    Secondo Wilber i diversi approcci terapeutici non sono in antitesi bensì complementari. Ad ogni livello esistono diverse finalità di intervento che riflettono le diverse necessità dei singoli.

    In questa prospettiva esprimere verbalmente in un setting terapeutico la propria aggressività con grida e colpi di cuscino è una costruttiva espressione di sé per l’approccio (ad esempio) bioenergetico, rappresenta un agito da interpretare verbalmente in psicodinamica.
    Chiariresti meglio ogni singolo concetto, dalle "terapie di sostegno che si occupano 'solo' della dimensione "cosciente/ razionale" "(basi, obiettivi, riferimenti teorici, metodologie e tecniche) all'integrazione dell'organismo con livelli super-individuali con riferimento agli archetipi junghiani (riferimenti precisi dell'utilizzazione di questo concetto che in questo modo sembra o troppo riduttivo o inserito in realtà più ampie o/ed altre da quella junghiana?) E relativi rapporti di ognuna con l'espressione di sé e dell'acting o azione? Escludendo quanto già sopra detto della Bioenergetica.
    Grazie
    Ciao
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 30-08-2009 alle ore 09.27.41
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

  11. #11
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
    Data registrazione
    13-06-2007
    Residenza
    Sicilia
    Messaggi
    1,509

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    Citazione Originalmente inviato da gieko Visualizza messaggio
    Cara francesca, questa è la questione di fondo. Per molte teorie contemporanee non è più sostenibile una visione dell'essere umano basata su concetti come "energia", "scarica", "pulsione" e così via. Il modello cosiddetto "idraulico" non ha sufficiente validità e il contesto epistemico in cui ci muoviamo oggigiorno è profondamente cambiato.
    Il fattore terapeutico non può più essere individuato nella scarica di energie.

    Saluti
    Caro Gieko, per quanto minime siano le mie conoscenze di bioenergetica, ritengo che tale metodo non si basa esclusivamente, come ritieni tu e anche rasa di maggio, sul principio della scarica delle tensioni rimosse, ma c'è molto di più: c'è una combinazione di lavoro sul corpo e lavoro psicoanalitico.
    W.Reich, fu paziente ed allievo di Freud. Ma mentre Freud poneva attenzione soltanto alla produzione verbale dei pazienti, Reich introdusse nella psicoanalisi anche l'osservazione del corpo,e descrisse per primo quello che noi oggi chiamiamo "linguaggio del corpo". Nello stesso modo in cui Freud notò una spaccatura fra conscio ed inconscio, Reich notò una scissione fra le varie espressioni del corpo. Per esempio, una persona può ridere ma non essere consapevole che l'espressione del suo viso è triste. Può dire parole affettuose, ma non rendersi conto che i suoi occhi sono pieni di odio.
    l metodo su cui si basa l'Analisi Bioenergetica comprende una serie di tecniche utilizzabili anche come supporto alla psicoterapia, e che consentono un approccio profondo e completo, all'individuo e alle sue nevrosi.
    Gli interventi in analisi bioenergetica sono infatti definibili come interventi complessi, nel senso che prevedono l'analisi del profondo secondo un approccio che procede partendo sia dal versante psichico, sia da quello corporeo: i temi emergenti, infatti, vengono affrontati ed evocati utilizzando sia il canale che, partendo dal piano mentale ed affettivo conduce al coinvolgimento corporeo, sia il canale opposto: ovvero quello che partendo dalla respirazione, dal movimento e dall'espressione corporea permette l'emergere di vissuti emotivi inconsci consentendone quindi anche il recupero e l'elaborazione a livello mentale ed affettivo. In entrambi i casi, comunque, il processo regressivo e il successivo processo di consapevolizzazione, vengono fortemente stimolati e favoriti proprio dal coinvolgimento unitario dell'organismo, ovvero a livello sia psichico che somatico.
    L'intervento avviene in modo mirato sui blocchi presenti nel paziente riscontrabili a tre livelli: a livello psichico, a livello emozionale e a livello fisico.
    A livello psichico, infatti, l'Io funge da mediatore tra il mondo interno e quello esterno, fra se stessi e gli altri: in questa mediazione è proprio l'Io che controlla l'immagine di se da offrire al mondo esterno, e quali sentimenti e impulsi possono essere espressi. L'interazione tra l'Io e il corpo si attua in un processo dialettico, in cui l'Io plasma il corpo attraverso il controllo che esercita sulla muscolatura volontaria....la corazza corporea si ammorbidisce...sentimenti a lungo sepolti iniziano ad emergere nella consapevolezza.
    Il terapeuta non opera in modo pianificato o analitico, reagisce basandosi sul riconoscimento positivo incondizionato, sull'empatia,la genuinita affettiva e la sua sensibilità organismica verso il cliente...non solo tecniche dunque ma qualità umane.
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  12. #12
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
    Data registrazione
    10-02-2006
    Residenza
    Tra le Alpi e gli Appennini
    Messaggi
    11,960

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    Accennando al solo "rimosso", non lo facevo coincidere né con la sola scarica energetica, né con la bioenergetica, né queste due l'una con l'altra tout court; il linguaggio del corpo é ben più complesso di ciò.
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

  13. #13
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    2,312

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    il processo regressivo e il successivo processo di consapevolizzazione, vengono fortemente stimolati e favoriti proprio dal coinvolgimento unitario dell'organismo, ovvero a livello sia psichico che somatico.
    L'intervento avviene in modo mirato sui blocchi presenti nel paziente riscontrabili a tre livelli: a livello psichico, a livello emozionale e a livello fisico.
    Ho sottolineato alcune espressioni che hai usato perchè rendono bene l'idea dei presupposti teorici della bioenergetica. Che questi siano utilizzati solo sul versante psichico (prima teoria freudiana) o corporeo (Reich) poco cambia: è il presupposto dell'energia e dei blocchi a non avere riscontri e a rifarsi ad un modello di funzionamento che ha fondamenta datate.

    Un saluto
    gieko

  14. #14
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
    Data registrazione
    13-06-2007
    Residenza
    Sicilia
    Messaggi
    1,509

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    .................................................. ....
    Ultima modifica di francesca63 : 31-08-2009 alle ore 03.24.34
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  15. #15
    Postatore OGM L'avatar di willy61
    Data registrazione
    20-09-2004
    Residenza
    Albino (BG)
    Messaggi
    4,192
    Blog Entries
    281

    Riferimento: Acting o espressione di sé?

    Togliamo di mezzo subito una questione: non intendo avanzare una contrapposizione tra bioenergetica e psicoanalisi basandomi su una presunta contrapposizione tra "scarica energetica" e altro.
    Lasciamo anche stare la questione che si porta dietro l'abbandono del modello pulsionale. Per quanto corretta sia questa scelta, lascia però la psicologia priva di una teoria della motivazione solida. Il che, da un punto di vista epistemologico, non so se sia meglio o peggio.

    Da una lato posso capire il punto di vista di Gieko. Se ben comprendo, sostiene che qualunque cosa un paziente faccia o dica è espressione della sua struttura (o del suo carattere). Fin qui non ci piove. Se dico o faccio qualcosa lo dico e lo faccio io (poi vediamo chi accidente è quell'io, magari). Se ho una struttura (sono una struttura?) di un certo tipo più o meno patologica, allora quel che dico/faccio non può essere che un'espressione della struttura e, se il caso, della patologia. Ma questa è un'ovvietà e Gieko non è solito esprimere ovvietà. Quindi significa che ho compreso male e che ho necessità che Gieko rispieghi.

    La questione riguarda sia la teoria, sia la teoria della tecnica, sia la tecnica. Posto che non intendo discutere di scarica energetica, ma di modalità di relazione tra paziente e terapeuta e di entrambi con se stessi, il privilegiare il canale verbale rispetto all'azione corporea (o il contrario, ovviamente), implica la decisione di escludere "a priori" un intero mondo espressivo, di comunicazione e di relazione oltre che di conoscenza.
    Qual'è il "razionale" della scelta di non utilizzare anche l'azione?
    Qual'è il fondamento epistemologico nella scelta di privilegiare gli aspetti relativi alla comunicazione verbale, mantenendo l'intero campo della comunicazione non-verbale nell'ambito dell'osservazione e rifiutandosi di utilizzarlo per la relazione?
    Qual'è la necessità di mantenere un paziente seduto o sdraiato, bloccando in tal modo tutta una serie di forme di espressione, di interazione e di relazione tra lui/lei e il/la terapeuta?
    Qual'è la necessità di chiedere al paziente di impegnarsi nell'utilizzo esclusivo di un canale sensoriale, escludendo gli altri?

    Nella letteratura della psicoanalisi classica (ma anche, per alcuni aspetti, negli scritti di Mitchell e di altri autori della psicoanalisi relazionale), ogni deviazione dal canale di comunicazione privilegiato (quello verbale) viene considerata come un "agito" e si porta dietro tutto un alone di condanna e di disapprovazione relativo ad una scala di valori che ha le sue radici nella decisione freudiana di abbandonare il metodo della pressione a favore di quello delle libere associazioni. Ma devo dire che, in questo caso, gli analisti mi paiono degli strutturalisti lacaniani estremisti: non solo l'inconscio è strutturato come un linguaggio; è (tout-court) un linguaggio verbale, dato che non si intende riconoscere legittimità e parità di valore ad altre forme espressive e relazionali.

    Ma se non si tratta di scarica pulsionale, ma di espressione e relazione, non si vede perché non vadano utilizzate le forme di espressione corporea. E utilizzate nel senso più pieno del termine. Non nel senso di osservare ed utilizzare le modalità non-verbali di espressione di sé del paziente, ma nel senso di agire assieme al paziente, con il paziente, in relazione ad esso, utilizzando tutti i canali sensoriali possibilim con l'obiettivo di modificare una relazione e, assieme a questa, una struttura di personalità.

    Buona vita e grazie a chi vorrà intervenire

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

Pagina 1 di 12 12311 ... UltimoUltimo

Privacy Policy