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  1. #1
    Partecipante
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    06-07-2009
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    Neutralità del setting

    Agli esperti o comunque conoscitori della tecnica psicoanalitica, vorrei chiedere in che misura il terapeuta debba preservare la neutralità del setting e della propria persona, e se eventuali violazioni di questa neutralità possano compromettere il buon esito della terapia.

    Sperando di non ammorbare nessuno (!) se porto il mio caso.

    Da circa un anno sono in terapia analitica presso una dottoressa. La signora ha poco più di sessant'anni e quasi trent'anni di esperienza sulle spalle. Il lavoro terapeutico procede piuttosto faticosamente ma probabilmente procede, avendo già sortito qualche buona intuizione e qualche spiraglio di benessere.

    Nell'ultima seduta sono arrivato con qualche minuto di anticipo in studio e, nell'attesa che uscisse la paziente precedente, mi sono messo a scorrere i dorsi di copertina dei libri che la dottoressa tiene nella vetrinetta in sala d'aspetto. Tra decine di tomi di psicologia, psichiatria ecc. trovo in bella vista, tra i pochissimi libri di argomento non psicologico, due copie de "La rabbia e l'orgoglio" di Oriana Fallaci, e una copia (in cofanetto) de "La forza della ragione", oltre ad altre tre opere della stessa autrice. Si tratta di due testi che ho letto e che, per le mie idee politiche e per l'attività di volontariato che svolgo, mi fanno inorridire per l'odio gratuito e le discriminazioni che promuovono e per l'ottusità e la violenza delle posizioni che vi sono espresse.

    Fedele al voto di sincerità di ogni buon paziente, ho subito deciso di esprimere il mio disagio alla dottoressa, pur sentendomi già addosso uno sgradevole timore. Dopo la comunicazione la dottoressa ha semplicemente risposto "Di questo mi dispiace molto". Pausa di silenzio. Ho allora chiesto: "Lei non pensa che sia poco opportuno esibire nello studio testi o simboli dalla forte connotazione ideologica e politica? Non crede che questo potrebbe inibire o disturbare i suoi pazienti?". Lei: "Sì, probabilmente ha ragione". Pausa. Io: "Beh, la ringrazio per avere accettato la mia osservazione". Dopodiché si è passati a parlare d'altro, come in una (apparentemente) normale seduta.

    Devo però confessare che questo incidente è tutt'altro che risolto e ancora mi pesa come un incudine sul petto. Probabilmente è stato giusto non entrare nelle posizioni personali della dottoressa, ma questa "censura" sta già diventando un dubbio e un sospetto che faccio fatica a sopportare. Se la dottoressa coltiva certe posizioni, o se anche solo vi indulge nella lettura considerandole per nulla disdicevoli (al punto di esporne disinvoltamente i simboli e i testi nella vetrina del suo studio!). E se considera certe manifestazioni di odio e di intolleranza come diporti culturali à-la-page. Se insomma la persona a cui con tante difficoltà e a tanto prezzo affido la mia intimità, le mie debolezze e soprattutto le mie speranze di serenità esibisce indirettamente idee che mi fanno orrore e ripugnanza, beh io credo che tutto questo possa rappresentare un ostacolo a quel rapporto fiduciario su cui mi pare si debba fondare la dinamica terapeutica.

    Con che coraggio le parlo di me e dei miei valori, ora che sospetto quali idee potrebbero alimentare la sua cultura e la sua visione del mondo? Come minimo temo di essere giudicato, in quanto GUARDA A CASO le mie convinzioni sono esattamente quelle contro cui la scrittrice fiorentina si scaglia con la sua nota vena di insulti e di sarcasmo. E la mia stima nei confronti della dottoressa come ne viene fuori? Non penso che sia una persona cattiva o xenofoba, per carità, ma eventualmente una borghesuccia dalla mente stretta, che si lascia beotamente trasportare dai simboli culturali del momento senza comprenderne (o quantomeno ipotizzarne) la gravità. Una che mette in mostra libri dove un quarto dell'umanità mondiale è definita cattiva, sottosviluppata e spregevole, senza sospettare che qualcuno si potrebbe offendere..! A tale sensibilità e acume dovrei affidare tempo, patrimonio, ma soprattutto la speranza di capire e sconfiggere il mio male?

    Naturalmente sono tutte ipotesi: il vero problema è il sospetto. Vorrei tento che non avesse mai commesso questa leggerezza. Ma chiedo a voi più esperti: è stata una leggerezza? Una violazione grave (come la vedo io) del setting? E soprattutto: in questi casi come si affronta, come si ricuce lo strappo? Devo accontentarmi delle sue simil-scuse? E se poi la volta prossima ritrovo i libri al loro posto? (la sbrano). Devo chiederle spiegazioni? Ha senso sconfinare sulla china, che vedo scivolosissima, delle convinzioni personali? O più semplicemente di un diverso ambiente culturale?

    Non so davvero come risolvere il caso. Ho paura di trovare da parte sua un (cortese) muro di gomma - forse tecnicamente ineccepibile, ma temo non tollerabile per i sospetti e il disagio che si alimentano dentro di me.

  2. #2
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Riferimento: Neutralità del setting

    Citazione Originalmente inviato da 404inside Visualizza messaggio
    Naturalmente sono tutte ipotesi: il vero problema è il sospetto. Vorrei tento che non avesse mai commesso questa leggerezza. Ma chiedo a voi più esperti: è stata una leggerezza? Una violazione grave (come la vedo io) del setting? E soprattutto: in questi casi come si affronta, come si ricuce lo strappo? Devo accontentarmi delle sue simil-scuse? E se poi la volta prossima ritrovo i libri al loro posto? (la sbrano). Devo chiederle spiegazioni? Ha senso sconfinare sulla china, che vedo scivolosissima, delle convinzioni personali? O più semplicemente di un diverso ambiente culturale?
    404inside, sul forum non è possibile per regolamento discutere di situazioni personali come la quella che descrivi. Personalmente ritengo che l'unica cosa sia affrontare con la tua analista i tuoi sentimenti e pensieri rispetto a quanto accaduto e lavorarci su analiticamente.

    Più in generale, dal punto di vista tecnico, bisogna considerare che un setting completamente neutrale è pressocchè impossibile, e aspetti della personalità, delle idee, dello stile dell'analista sono comunque presenti sulla scena. Ciò non toglie che possano produrre eventi che possono rivelarsi poi utili per il processo analitico stesso.

    Un saluto
    gieko

  3. #3
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: Neutralità del setting

    Citazione Originalmente inviato da 404inside Visualizza messaggio
    Agli esperti o comunque conoscitori della tecnica psicoanalitica, vorrei chiedere in che misura il terapeuta debba preservare la neutralità del setting e della propria persona, e se eventuali violazioni di questa neutralità possano compromettere il buon esito della terapia.....

    Non so davvero come risolvere il caso. Ho paura di trovare da parte sua un (cortese) muro di gomma - forse tecnicamente ineccepibile, ma temo non tollerabile per i sospetti e il disagio che si alimentano dentro di me.
    Ciao inside. Sono solo una paziente che vuole dire la sua.
    Io ritengo che documentarsi, traendo informazioni da tutte le fonti disponibili, su una qualsivoglia questione, aiuti a trarre più consapevolmente le proprie deduzioni. Se io leggo prima il Giornale e poi Repubblica, sentendo le due campane, forse riuscirò a capire come stanno realmente i fatti. Se oltre la Bibbia o il Vangelo leggo il Corano o Thich Nhat Hanh, lo faccio per arricchire il mio orizzonte spirituale. Se tra i miei libri c'è il Corano non per questo sono musulmana.
    Dal tuo post trapela una posizione di chiusura nei confronti della tua analista che se non denunciata apertamente in seduta, potrebbe pregiudicare l'alleanza terapeutica che è necessaria per un efficace percorso.
    Potresti accusare una violazione della neutralità del setting , qualora la tua analista ti avrebbe anche solo celatamente fatto trapelare le sue idee politiche e religiose. Ma questo non avverà mai! In un altro 3d si è affrontato questo argomento e gli esperti hanno confermato che anche se un paziente chiede esplicitamente, l'analista si dovrà astenere dal rispondere, proprio per non influenzarlo. Il setting è il luogo della libertà più completa e assoluta. Le consapevolezze, le scelte avvengono spontaneamente e volontariamente. Anzi proprio quando , finalmente il paziente raggiuge autonomamente un'intuizione, l'analista che l'aveva raggiunta già da tempo, farà di tutto per smontarla per verificarne e rafforzarne la coscienza: questa è la mia personale esperienza da paziente.
    Ciao
    Ultima modifica di francesca63 : 14-07-2009 alle ore 01.15.54
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  4. #4
    Partecipante
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    Riferimento: Neutralità del setting

    Mi scuso con gli utenti per avere portato esperienze troppo personali che, come è giustissimo, dovrebbero invece essere affrontate in analisi. Ed è ciò che ovviamente farò alla ripresa delle sedute. Mi rendo conto che, data la regola generale, le applicazioni devono tenere conto delle peculiarità (e perché no dei limiti) degli attori. Tuttavia volevo precisare a Francesca, che è stata gentilissima nella sua risposta, che il problema che pongo non è la divergenza di opinioni (potenziale o reale) quanto invece il fatto che le idee e diciamo così il "clima culturale" dell'analista emergono attraverso non solo letture esibite, ma anche opinioni su giornalisti, questioni di economia ecc. che la terapeuta dovrebbe più cautamente tenere per sé. Pertanto ciò che "non avverrà mai" è già avvenuto. Spero in un miracolo, e che cioè questi attriti (che ripeto riguardano il metodo e l'atteggiamento, non tanto le opinioni in se) si trasformino in un'opportunità terapeutica.

    P.S. Mi puoi postare il link del thread a cui facevi riferimento? Non lo trovo... Grazie e ciao!
    Ultima modifica di 404inside : 01-09-2009 alle ore 12.00.00

  5. #5
    Partecipante Assiduo
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    Riferimento: Neutralità del setting

    ho poco tempo e mi scuso per non aver letto gli altri messaggi ma voglio dire la mia(tra poco devo uscire per andare dalla psicologa).
    se posso dirti della mia esperienza,gli psicologi hanno le loro idee,le loro teorie personali e i loro ideali da seguire.Il fatto che si rendano neutrali non vuol dire che non debbano usare il cervello per le cose loro e per situazioni che sostengono di piu e altre meno.
    Una volta alla mia ho chiesto una sua opinione personale sulla pornografia (lei è sessuologa),le ho detto cosa ne pensavo io personalmente,lei mi ha detto la sua,per caso ci siamo trovate daccordo sullo stesso pensiero,se l'avesse pensata diversamente da me mi avrebbe un po sconvolto all'inizio,ma poi lo avrei dovuto accettare,perchè anche loro si aspettano democrazia da parte nostra.Io credo che il problema è che tu ti sei sentito personalmente colpito dall'esibizione di tali libri e che la tua sensibilità sia stata toccata.E' vero lo studio deve essere accogliente per il paziente e non ci deve essere niente che lo turba (la mia quando sono passata alla studio privato,ha posizionato due divanetti uno davanti all'altro,senza che ci fosse un tavolo di mezzo e per me questo è stato un trauma,io volevo un tavolo di mezzo come è sempre stato),mentre lei pensava di aver creato un ambiente accogliente,ma per me non lo era,volevo un tavolo tra me e lei!e cosi quando capita che vado al suo studio privato,la faccio sempre sedere alla scrivania,perchè senza di quello mi sento a disagio.
    parlane comunque con lei,sono sicura che se approfondite di questo problema troverete insieme una soluzione.

  6. #6
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: Neutralità del setting

    Ciao inside, sono stata contestata per la risposta che ti ho dato e a cui fai riferimento, per non aver avuto la sensibilità di comprendere il tuo probema. Se ho sbagliato e sono stata inopportuna perdonami.
    Se ti interessa rivedere i post dove si è ampiamente discusso di argomenti simili vai al 3d, il transfert, l'alfa e l'omega della psicoterapia, verso pag 9, ottobre 2008. Si discuteva di 'ricerca di senso da dare all'esistenza, argomento che mentre per alcuni esperti è il sale della clinica quotidiana, per altri non è un tema da affrontre in analisi.
    Saluti
    Ultima modifica di francesca63 : 01-09-2009 alle ore 18.27.30
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  7. #7
    Partecipante
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    Riferimento: Neutralità del setting

    Per Francesca: Non sei stata minimamente inopportuna, anzi ti ringrazio per le risposte e la segnalazione del 3d! Volevo soltanto precisare i termini del problema, che comunque avevi già colto benissimo.

    Per Ninina: Grazie per la risposta, effettivamente più ci penso e più mi convinco che, al di là delle disattenzioni più meno vere o più o meno gravi dell'analista, in questa vicenda probabilmente siamo entrambi inciampati in una ferita aperta e fin troppo sensibile. Visto che analizzarsi vuol dire anche soffrire (purtroppo), varrà forse la pena di scavarci dentro a questa ferita, e vedere se ne viene fuori qualche cosa di utile per capirci meglio, e guadagnarmi magari qualche grammo di serenità. Effettivamente quando ci sono dei punti dolenti inconsci (come forse è il tuo caso della scrivania - per me è il contrario, io vorrei sempre abbracciare chi mi sta davanti ), la conversazione può diventare un campo minato e per il terapeuta è fin troppo facile fare passi falsi. Oggi mi piace credere che questi passi falsi servano ad aprire qualche porta che altrimenti sarebbe rimasta chiusa e sigillata dalle mie difese. O almeno ci spero!

  8. #8
    Partecipante Assiduo
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    Riferimento: Neutralità del setting

    assolutamente è cosi....quando affronti un discorso doloroso è perchè ci devi lavorare e piu è difficile e piu è fruttuoso per la tua terapia.
    Anche io vorrei sempre abbracciare la mia terapeuta,è per questo che la storia dei due divanetti uno fronte l'altro non l'ho tollerata,perchè il tavolo di mezzo mi aiutava a tenere una certa distanza,che gia cosi è difficile,figuriamoci senza!!!come vedi loro pensano di rendere tutto agevole ma a volte sbagliano,perchè la mia non ci sarebbe mai arrivata a pensare che senza tavolo per me sarebbe stato un problema,certe cosa bisogna anche dirle,sono psicologi,non sono mica telepatici!

  9. #9
    Partecipante L'avatar di pierluigi1970
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    Riferimento: Neutralità del setting

    Salve a tutti. 404inside non ho letto il caso clinico, mi sono semplicemente fermato alla domanda sul setting. Ho letto alcune risposte e ognuno di Noi ha dato una risposta un poco diversa un poco uguale un poco personale. Si è creato un gruppo di discussione sul termine setting. Questo fa comprendere che il setting è diverso per ogni persona che lo propone, ogni persona propone un suo modo di essere con il paziente. La stanza dell'analisi rappresenta ed è rappresentata dal tuo setting mentale. La relazione che si costituisce con il paziente o cliente è una relazione che costituirà il futuro setting. Ogni persona è diversa, ogni setting sarà diverso. Certamente vi sono dei punti fermi che regolano il setting, tipo l'orario, il darsi del lei, il pagamento , non parlare di cose personali. Molti immaginano il setting come una cornice di un quadro, color che pensano così saranno rigidi nella comunicazione e si creeranno una relazione basata solo su regole. Ora proviamo ad immaginare il setting come un ring , dove ci sono dei pali (punti fermi) e delle molle che attutiscono i colpi senza far cadere nessuno ma che cambiano a seconda di chi hai davanti, tornando sempre al loro posto perchè i pali contengono la relazione nel tuo setting ''mentale'. Ciao

  10. #10
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: Neutralità del setting

    Citazione Originalmente inviato da pierluigi1970 Visualizza messaggio
    .... La relazione che si costituisce con il paziente o cliente è una relazione che costituirà il futuro setting. Ciao
    Mi spieghi meglio cosa intendi?
    Ciao
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  11. #11
    Partecipante L'avatar di pierluigi1970
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    Riferimento: Neutralità del setting

    Si,francesca63, cercherò di essere più preciso. Penso che il vocabolo setting abbia un'infinità di definizioni. Dico questo in quanto esso si costituisce attraverso una relazione tra due o più persone, nella relazione ognuno di noi contribuisce con ciò che egli è, il suo modo di porsi e di socializzare. Detto questo cercherò di dare una definizione più precisa su come si costituisce il setting. Esso è un luogo fisico, ma prima di tutto mentale. Le stanze potrebbero essere piccole o grandi, ma siamo noi con le nostre relazioni a riempirle. Con ciò che noi apportiamo all'interno di esse, altrimenti sarebbero solo stanze vuote e non più setting. Se cogliamo meglio, il setting è il nostro spazio mentale che riflettiamo nella relazione con il paziente, a sua volta egli porta il suo spazio mentale, il suo modo di vedere questo spazio che gli appartiene o meno. Diventa quindi essenziale per uno psicologo iniziare e terminare una terapia personale prima di intraprendere una relazione terapeutica, anche per non fare confusione con gli spazi mentali attivati. Ognuno di noi nella relazione con il paziente porta se stesso e come vede il mondo. Il suo creare relazioni e setting è legato a questo. Avere un setting stabile aiuta a portare avanti il lavoro in maniera diversa e con risultati diversi. Per capirci meglio 404inside, riportando qui un evento cosi personale ha dimostrato l'incapacità di contenere quella relazione in un setting stabile. Lui però non è psicologo, vero, ma probabilmente anche lui come paziente portante il caso potrebbe avere lacune nello stabilire relazioni continuative e stabili. Chiaramente è una mia ipotesi, per comprendere meglio cio che sto dicendo. Spero di essermi spiegato meglio,ma se cosi non fosse , sono qui.
    Ciao
    Ultima modifica di pierluigi1970 : 04-09-2009 alle ore 03.44.12

  12. #12
    Partecipante L'avatar di pierluigi1970
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    Riferimento: Neutralità del setting

    Per rispondere a 404inside, scusami ma mi sono fatto trasportare, penso che tu ne debba parlare con la tua terapeuta, non dirle qui queste cose, non temere, ricorda sei da lei perchè lei ti possa aiutare, se ometti delle informazioni riguardo ciò che sei, come fate a creare una relazione terapeutica che ti aiuti a risolvere il tuo problema. Se in una relazioni non ci fossero incomprensioni saremmo ancora scimmie a lottare per le banane.
    Ciao 404inside.

  13. #13
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    Riferimento: Neutralità del setting

    Ciao Pierluigi. Non ti devi mica scusare, sono stato io a denunciare le mie difficoltà relazionali con la terapeuta e l'incapacità di "starci dentro" in un setting che percepisco come inquinato da elementi ostili. Ecco, forse effettivamente ti spingi un po' in là quando proietti il problema sulle mie modalità relazionali in genere, ma può anche darsi che tu abbia ragione - lo scoprirò in analisi Come ho scritto più sopra, spero che questo incidente di percorso dischiuda qualche opportunità di approfondimento per entrambi. Ciò non toglie che, tornando al problema teorico (per quanto mi rendo conto sia disonesto spacciare per teoria un'esperienza concreta), resto dell'idea che le letture personali del terapeuta, soprattutto se politicamente orientate, dovrebbero essere tenute fuori dall'analisi. Potrei sbagliare, ma questa mi sembra una sovrapposizione di quegli spazi mentali che tu giustamente citi e che dovrebbero a mio avviso essere "mappati" sul paziente per evitargli almeno gli evitabili disagi. Ciò che mi chiedo e che spero di scoprire è se il buon esito del rapporto terapeutico possa sopportare (o magari addirittura valorizzare?) la percezione/convinzione da parte del paziente che l'analista abbia "sbagliato", o se sia indispensabile una remissione di tale percezione.
    Ultima modifica di 404inside : 05-09-2009 alle ore 01.43.18

  14. #14
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: Neutralità del setting

    Citazione Originalmente inviato da pierluigi1970 Visualizza messaggio
    Si,francesca63, cercherò di essere più preciso. Penso che il vocabolo setting abbia un'infinità di definizioni. Dico questo in quanto esso si costituisce attraverso una relazione tra due o più persone, nella relazione ognuno di noi contribuisce con ciò che egli è, il suo modo di porsi e di socializzare. Detto questo cercherò di dare una definizione più precisa su come si costituisce il setting. Esso è un luogo fisico, ma prima di tutto mentale. Le stanze potrebbero essere piccole o grandi, ma siamo noi con le nostre relazioni a riempirle. Con ciò che noi apportiamo all'interno di esse, altrimenti sarebbero solo stanze vuote e non più setting. Se cogliamo meglio, il setting è il nostro spazio mentale che riflettiamo nella relazione con il paziente, a sua volta egli porta il suo spazio mentale, il suo modo di vedere questo spazio che gli appartiene o meno. Diventa quindi essenziale per uno psicologo iniziare e terminare una terapia personale prima di intraprendere una relazione terapeutica, anche per non fare confusione con gli spazi mentali attivati. Ognuno di noi nella relazione con il paziente porta se stesso e come vede il mondo.....Spero di essermi spiegato meglio,ma se cosi non fosse , sono qui.
    Ciao
    Caro Pierluigi , hai definito egregiamente cosa rappresenta il setting. Consentimi di aggiungere qualcosa a proposito di come lo vive un paziente. Tu dici:" le stanze potrebbero essere piccole o grandi, ma siamo noi con le nostre relazioni a riempirle. Con ciò che noi apportiamo all'interno di esse, altrimenti sarebbero solo stanze vuote e non più setting". Quando si parla di setting, è sempre un concetto molto discutibile ed evanescente, in quanto anche la location, la scelta dei colori delle pareti, gli arredi, i quadri, l'abbigliamento dell'analista trasmettono precisi messaggi che il paziente coglie e che lo influenzano in qualche modo. Questo per quanto riguarda il luogo "fisico".
    Per quanto riguarda invece, il concetto di neutralità analitica del setting, il problema è ancora piu complesso: si dovrebbe salvaguardare il paziente dall'eccessiva influenza dell'analista....invece, a mio avviso, l'imparzialità in relazione ai conflitti del paziente e il rimanere quanto più possibile emotivamente distaccato, sono comportamenti che vengono generalmente vissuti e interpretati come mancanza di partecipazione e affettività. Ci sono certamente situazioni, e concordo pienamente, in cui secondo la tecnica analitica, non è compito dell'analista prendere posizioni, ma ci sono casi invece in cui è utile e aggiungerei necessario che l'analista prenda una posizione...non possono esistere regole teoriche tecniche per decidere di volta in volta cosa sia la cosa migliore da fare, deve essere il medico ad avere la sensibilità e flessibilità di intuire cosa è meglio in quel momento per il suo paziente; l'analista che pratica sempre e comunque la neutralità, evitando assolutamente di dare consigli o prendere posizioni rischia di rendere inefficace il suo intervento e compromettere la relazione terapeutica. Lo testimonia la famosa battuta di un paziente: cercherò un analista con un braccio solo, così non potrà più dire sempre: 'beh da un lato...ma dall'altro lato...'.
    Quando un analista 'ortodosso', viola il principio di neutralità, essendo cosciente che contraddice e non è coerente con le proprie convinzioni teoriche, lo fa indirettamente come se non fosse una sua opinione personale, ma il paziente lo avverte e si crea nel setting un'atmosfera di ipocrisia, di falsità che sicuramente non giova alla cura. Io ritengo che sia impossibile che specialmente dopo anni di analisi un analista non sia impegnato e coinvolto emotivamente al caso, e questo suo coinvolgimento emotivo viene perfettamente recepito dal paziente anche se il medico cerca di negarlo e di camuffarlo; la forzatura e lo sforzo che ne emergono diventano un ostacolo al costituirsi di una relazione autentica e produttiva.
    Ricordo che le fasi più critiche del mio percorso analitico( 4 anni ), che ormai volge al termine, hanno coinciso con alcune mie pressanti richieste di aiuto e di consigli che non sono mai arrivati ma che se fossero arrivati mi avrebbero evitato tanti guai....ma... dovevo acquisire consapevolezza da sola, anche a costo di soffrire di più.
    Quando riparlo col mio analista di questi fatti, non nascondo la mia aggressività e rabbia dicendogli che mi poteva risparmiare tanto dolore(lui sapeva già...), ma molto serafico, ribadisce convinto che quel secondo o terzo giro mi erano necessari. Forse non sono imparziale, ma, a mio avviso, non c'è nulla di particolarmente problematico o antiterapeutico nel fatto che l'analista possa aiutare dando consigli, esprima umanamente i suoi sentimenti, e possa essere genuinamente se stesso.
    Un saluto
    Ultima modifica di francesca63 : 06-09-2009 alle ore 01.44.20
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  15. #15
    Partecipante L'avatar di pierluigi1970
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    Riferimento: Neutralità del setting

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Caro Pierluigi , hai definito egregiamente cosa rappresenta il setting. Consentimi di aggiungere qualcosa a proposito di come lo vive un paziente. Tu dici:" le stanze potrebbero essere piccole o grandi, ma siamo noi con le nostre relazioni a riempirle. Con ciò che noi apportiamo all'interno di esse, altrimenti sarebbero solo stanze vuote e non più setting". Quando si parla di setting, è sempre un concetto molto discutibile ed evanescente, in quanto anche la location, la scelta dei colori delle pareti, gli arredi, i quadri, l'abbigliamento dell'analista trasmettono precisi messaggi che il paziente coglie e che lo influenzano in qualche modo. Questo per quanto riguarda il luogo "fisico".
    Per quanto riguarda invece, il concetto di neutralità analitica del setting, il problema è ancora piu complesso: si dovrebbe salvaguardare il paziente dall'eccessiva influenza dell'analista....invece, a mio avviso, l'imparzialità in relazione ai conflitti del paziente e il rimanere quanto più possibile emotivamente distaccato, sono comportamenti che vengono generalmente vissuti e interpretati come mancanza di partecipazione e affettività. Ci sono certamente situazioni, e concordo pienamente, in cui secondo la tecnica analitica, non è compito dell'analista prendere posizioni, ma ci sono casi invece in cui è utile e aggiungerei necessario che l'analista prenda una posizione...non possono esistere regole teoriche tecniche per decidere di volta in volta cosa sia la cosa migliore da fare, deve essere il medico ad avere la sensibilità e flessibilità di intuire cosa è meglio in quel momento per il suo paziente; l'analista che pratica sempre e comunque la neutralità, evitando assolutamente di dare consigli o prendere posizioni rischia di rendere inefficace il suo intervento e compromettere la relazione terapeutica. Lo testimonia la famosa battuta di un paziente: cercherò un analista con un braccio solo, così non potrà più dire sempre: 'beh da un lato...ma dall'altro lato...'.
    Quando un analista 'ortodosso', viola il principio di neutralità, essendo cosciente che contraddice e non è coerente con le proprie convinzioni teoriche, lo fa indirettamente come se non fosse una sua opinione personale, ma il paziente lo avverte e si crea nel setting un'atmosfera di ipocrisia, di falsità che sicuramente non giova alla cura. Io ritengo che sia impossibile che specialmente dopo anni di analisi un analista non sia impegnato e coinvolto emotivamente al caso, e questo suo coinvolgimento emotivo viene perfettamente recepito dal paziente anche se il medico cerca di negarlo e di camuffarlo; la forzatura e lo sforzo che ne emergono diventano un ostacolo al costituirsi di una relazione autentica e produttiva.
    Ricordo che le fasi più critiche del mio percorso analitico( 4 anni ), che ormai volge al termine, hanno coinciso con alcune mie pressanti richieste di aiuto e di consigli che non sono mai arrivati ma che se fossero arrivati mi avrebbero evitato tanti guai....ma... dovevo acquisire consapevolezza da sola, anche a costo di soffrire di più.
    Quando riparlo col mio analista di questi fatti, non nascondo la mia aggressività e rabbia dicendogli che mi poteva risparmiare tanto dolore(lui sapeva già...), ma molto serafico, ribadisce convinto che quel secondo o terzo giro mi erano necessari. Forse non sono imparziale, ma, a mio avviso, non c'è nulla di particolarmente problematico o antiterapeutico nel fatto che l'analista possa aiutare dando consigli, esprima umanamente i suoi sentimenti, e possa essere genuinamente se stesso.
    Un saluto
    Perfetto.
    Ciao

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