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  1. #1

    OMOSESSUALITA’ E ALTRE DEVIAZIONI (esperimento)

    Un saluto a tutti,

    come tutti potete ben immaginare, tra le tante discussioni portate avanti nel forum di OPs, spesso accade che si sviluppino dei thread molto interessanti anche sotto un punto di vista psicologico... sarebbe un peccato lasciare che pian piano scompaiano...

    La nostra Sunflower si è così proposta nel ruolo di "redattore di community". Girare, leggere, selezione, scovare thread interessanti, trasformarli in articoli, rielaborarli, arricchirli con teoria e riferimenti ad autori, riproporli...

    E si, riproporli! L'esperimento sta proprio nel rimettere in circolo nel forum quella discussione rivista e trasformata, rimetterla al parere ed alle riflessioni degli autori e dei nuovi lettori in un circolo virtuoso che porta a generare nuova ed ulteriore conoscenza...

    A voi l'articolo ed un grazie a Nadia
    lo staff di OPs
    thread in oggetto: http://www.obiettivopsicologia.it/fo...&threadid=6224
    @@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@


    OMOSESSUALITA’ E ALTRE DEVIAZIONI

    Tempo fa è nata sul forum una discussione protrattasi, tra un contributo e l’altro, per vari mesi.
    A dare origine al dibattito Kayle attraverso un provocatorio sillogismo: se tutte le deviazioni sessuali sono malattie, anche l’omosessualità, in quanto deviazione, è una malattia. La sua affermazione ha sollevato grida di protesta e risposte accese da ogni dove, spaziando dalla psicologia clinica in senso stretto alla morale, dalla biologia alla storia, passando per le convenzioni sociali, ma soprattutto aprendo un varco nella definizione stessa di “normalità”.

    In prima battuta Haruka è prontamente intervenuta fornita di dati scientifici: l’omosessualità non è una patologia, né una perversione secondo quanto stabilito nel 1973 dall’APA (American Psychiatric Association) che nel 1987 la classifica tra le varianti non patologiche della sessualità umana finché nel 1991 l’OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) l’ha esclusa dalla classificazione delle malattie. Dal campo prettamente clinico tuttavia il discorso glissa verso la morale alla ricerca di una definizione di “normale”, attributo questo che Kayle non vuole assolutamente affiancare al termine omosessuale, convenendo sì con Haruka circa l’indiscutibilità delle scelte sessuali, ma sottolineando come questo non autorizzi a ritenere “normale” tutto quanto rientri nella nostra libertà di scelta. Ciò che sfugge però è la domanda iniziale: se l’omosessualità sia o meno una patologia. Ed ecco Haruka sfoderare ancora dal clinico la sua pronta risposta: perversione è il comportamento sessuale che crea disagio significativo e difficoltà relazionali. Ad appoggiare questa tesi interviene Ariel73 che cita la psicoterapeuta Kaplan: la perversione sottende una volontà di umiliare, annientare l’altro attraverso nostre fantasie o comportamenti.

    Eccettuato Kayle sono tutti d’accordo, clinicamente parlando, nel non classificare l’omosessualità come perversione, forti di quanto stabilito nel DSM IV, sebbene l’autore di questo dibattito tenga a precisare che nelle prime due edizioni del DSM avvenisse il contrario, ritenendo questo fatto prova della natura patologica di tale scelta sessuale. In effetti è difficile districarsi da questo nodo, ma, forse, le parole di un esperto in materia possono aiutarci: “ Un consistente cambiamento dei costumi nel mondo occidentale ha provocato un notevole ampliamento del concetto di normalità nel corso degli ultimi anni. Fino ad alcuni decenni fa, infatti, veniva classificata come perversione anche l'omosessualità, mentre oggi nessuno, tra psichiatri e psicologi, azzarderebbe una simile classificazione”.

    Assodato che l’omosessualità non è una malattia, come risolvere l’altro dubbio di Kayle: è normale? Angelus si rifà a Freud e alla sua identificazione della sessualità con la capacità riproduttiva degli uomini che riporterebbe dall’altro lato del confine, ovvero nel campo della perversione, tutto ciò che non ha come fine la riproduzione. E Kayle appoggia questa teoria nel suo un po’ crudo “serviamo solo a quello”. Dal tema centrale si devia verso la sessualità in senso lato: orgasmo come spinta riproduttiva o come dono incondizionato della natura che l’uomo utilizzerebbe come meglio crede, quindi non necessariamente per riprodursi, dunque all’interno di un rapporto eterosessuale? Dreamstalker richiama a questo proposito il connotato fortemente disgiunto di atto sessuale e riproduzione nella nostra cultura.

    Il dibattito prosegue rimbalzando tra ciò che la psicologia clinica configura come patologia e ciò che la natura avrebbe previsto come normale. E a proposito di questa continua altalena tra scienze mediche e senso morale interviene Ura ricordandoci che, forse, aldilà di definizioni scientifiche, credenze e valori, “il giusto-naturale-normale limite corporeo può essere superato in virtù di un sentimento”.

    Ebbene: ci chiediamo se l’omosessualità è patologica perversione? Angelus chiarisce una volta per tutte la questione tornando sul DSM IV: gli impulsi e le fantasie sessuali sono considerati patologici quando causano considerevole disagio o difficoltà interpersonali. Evidentemente non conta la scelta sessuale quanto il modo in cui il rapporto, qualunque esso sia, si estrinseca. Chiarito che ogni scelta diventa perversione quando causa disagio interpersonale, ne consegue che non necessariamente l’omosessualità è una malattia.

    O ci chiediamo se l’omosessualità è naturale? Cito ancora Angelus, illuminante sotto molti aspetti: “se normale = sano allora omosessualità & co. sono normali, perché non malattie, quindi sane; se normale=naturale bisogna capire cos’è questa natura…”. E allora dobbiamo chiederci se per decidere della normalità valga la legge della maggioranza? O è necessario individuare un modello, un archetipo dell'essere umano a cui rifarsi? Ma allora, dobbiamo individuare la natura dell'essere umano, definire la sua essenza. È evidente che il discorso sconfina così dal piano delle certezze dimostrabili, così caro alla scienza, a quello della interpretazione filosofica. Anche Licio e Haruka sostengono a grandi linee il discorso, rifacendosi rispettivamente alle note usanze dell’antica Grecia e al mondo animale, che ci rimandano appunto esempi di rapporti omosessuali.

    Sicuramente la discussione nata e sviluppata da alcuni amici del forum scopre molte incertezze sulla definizione della nostra “vera” natura, ma possiamo in definitiva ricavare delle conclusioni.

    L’omosessualità non viene considerata come patologica piuttosto una variante dell’orientamento sessuale prevalente. Non è una perversione laddove non comporti l’uso di violenza fisica e psicologica. Non può in questo caso essere assimilata alle devianze, ovvero parafilie: deviazioni dal normale oggetto sessuale (feticismo, masochismo, pedofilia) che spesso comportano la sopraffazione della volontà dell’altro. Chiarita scientificamente la natura non patologica dell’omosessualità, rimane il grande interrogativo circa la normalità di tale scelta, che tuttavia non è l’unica ad aver abbattuto lo schema duale e bipolare dell’eterosessualità, basti pensare alla transessualità, alla bisessualità, manifestazioni queste che sembrano definire l’identità di genere come scelta soggettiva piuttosto che come predestinazione ontologicamente attribuitaci, aldilà degli sforzi di ogni società in ogni tempo di radicare la dicotomia e polarizzazione sessuale.

    Nel tentativo di sciogliere il nocciolo della questione circa la normalità dei rapporti omosessuali cito le parole di un altro esperto: “ il criterio che può guidarci meglio nella definizione della normalità del rapporto sessuale è forse il principio del dialogo. Il rapporto sessuale è un incontro con l'altro, e la devianza sessuale può essere definita proprio l'allontanamento da questa natura intrinseca del rapporto sessuale. Ove l'aspetto dell'incontro venga negato o svilito e il rapporto sessuale divenga un rapporto d'uso saremo in presenza di una patologia; quando invece questo aspetto viene rispettato e potenziato attraverso gesti di attenzione ed amore, magari anche ricchi di fantasia, siamo di fronte ad una normalità intesa non in senso statistico, ma nella sua accezione migliore, quella dell'umano e della sua essenza: la realtà interiore”.
    OPs | Psicologia per passione

  2. #2
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
    Data registrazione
    31-03-2003
    Messaggi
    2,536

    Re: OMOSESSUALITA’ E ALTRE DEVIAZIONI (esperimento)

    Originariamente postato da Obiettivo Psicologia
    A dare origine al dibattito Kayle attraverso un provocatorio sillogismo: se tutte le deviazioni sessuali sono malattie, anche l’omosessualità, in quanto deviazione, è una malattia.
    sillogismo si, ma non corretto! ci sono le prime due premesse che sono soltanto frutto di pregiudizi e non "verità". Chi ha detto che tutte le deviazioni sessuali ( che poi quali sono queste tutte) sono malattie (e poi, malattie per chi? per chi le vive o per chi le osserva); secondo, l'omosessualità in quanto deviazione... da che cosa, da Adamo ed Eva?
    Secondo me l'omosessualità è una forma d'espressione sessuale che è esistita fin da quando siamo in terra. Penso che noi esseri umani siamo fatti di "istinti" sessuali e non riproduttivi(perchè se così fosse, io avevo minimo 18-20 fratelli e sorelle), al massimo si può parlare di "istinto" materno(uomini, donne, omosessuali) e/o di accudimento.

  3. #3
    Ospite non registrato
    ..........sillogismo si, ma non corretto! ci sono le prime due premesse che sono soltanto frutto di pregiudizi e non "verità". Chi ha detto che tutte le deviazioni sessuali ( che poi quali sono queste tutte) sono malattie (e poi, malattie per chi? per chi le vive o per chi le osserva); secondo, l'omosessualità in quanto deviazione... da che cosa, da Adamo ed Eva? ...........



    sono pienamente daccordo cone te!!!!!!!
    l'omossessualità non è una malattia ma è solo un modo diverso di vivere la propria sessualita'!!!ognuno di noi è libero di vivere la propria vita come vuole o sbaglio?e allora x' una persona non puo' vivere la propria sessualita' come vuole senza sentirsi diverso o addirittura malato???c'e' ne sono fin troppo di malattie al mondo e purtroppo anche gravi che molte volte non si riescono neanche a curare...........x' aggiungerne un'altra???????

  4. #4
    louis
    Ospite non registrato
    Io il problema lo vedo così , ed ho cominciato a pensarci quando
    mi capitò un incontro con una fanciulla che dopo qualche giorno
    mi confessò di essere lesbica.
    Cosa ho capito in questo caso ... esattamente quello che lei mi
    diceva ... vivere uno storia con un uomo sebbene desiderata la
    riempiva di angoscia ... da qui un conflitto che si è risolto in una
    più 'serena' scelta omo , con la consapevolezza di essere però
    etero.
    Secondo me è il punto di osservazione che va considerato ... non
    tanto porsi il problema se l'omosessualità è normale ( secondo me
    lo è ) , ma verificare se altro non sia il sintomo di una qualche impossibiltà di avere un rapporto etero.
    Qui secondo me è la patologia ... dunque l'omossesualità non come una nevrosi di per se , ma come sintomo di una nevrosi.
    sono d'accordo con chi diceva che se non ci fosse la barriera dato dal contesto culturale , l'omosessualità sarebbe praticata di più ,
    anche da persone perfettamente etero e sane.
    Si sa infatti che dall'analisi emergono sempre desideri di questo tipo.
    Dunque l'omosessualità sarebbe normale , ciò che non è sempre
    normale è il rifiuto del rapporto etero , che diventa per necessità
    patologica scelta omossesuale.
    Eccezione ad esempio quello che Freud definiva Invertiti integrali
    che manifestavano tali tendenze sin da bambini e lo vivevano in
    modo perfettamente naturale, cioè senza alcuna distonia.
    Viceversa l'omosessualità ad esempio di Pasolini , ha invece le caratteristiche della patologia. Lo stesso scrittore ce ne parla
    come un vestito che si è trovato addosso e che non avrebbe preferito indossare. D'altro canto solo lui poteva fare un fim
    sull'Edipo.

  5. #5
    Ospite non registrato
    (Secondo me è il punto di osservazione che va considerato ... non
    tanto porsi il problema se l'omosessualità è normale ( secondo me
    lo è ) , ma verificare se altro non sia il sintomo di una qualche impossibiltà di avere un rapporto etero.
    Qui secondo me è la patologia ... dunque l'omossesualità non come una nevrosi di per se , ma come sintomo di una nevros)i.

    Potrebbe essere.... Ma questo dovrebbe valere per tante altre scelte sessuali non considerate sintomo di una nevrosi! Ci sono persone che scelgono un partner molto più giovane o molto più vecchio, altri che instaurano relazioni solo con partner con determinate caratteristiche di personalità! Ci sono uomini che proverebbero "angoscia" a stare con una donna troppo ambiziosa o donne che tendono ad innamorarsi solo di uomini sfuggenti, uomini che non riuscirebbero a stare con donne troppo belle o donne che ricercano nel proprio compagno il prestigio sociale!! In tutti i casi si tratta di scelte " personali", di preferenze!


    (O ci chiediamo se l’omosessualità è naturale? Cito ancora Angelus, illuminante sotto molti aspetti: “se normale = sano allora omosessualità & co. sono normali, perché non malattie, quindi sane; se normale=naturale bisogna capire cos’è questa natura…”)


    Non ritengo l'omosessaulità una patologia nè un qualcosa di anormale. Diverso è il discorso sulla naturalità o meno dell'omosessualità. Innanzitutto "normale" non è per me sinonimo di "naturale". Ciò che è normale è definito sulla base di criteri statistici o culturali e quindi possono essere messi in discussione; altra cosa è la natura intesa in senso biologico. Molti potrebbero dire che esistendo l'uomo e la donna, ed essendo questi "complementari" , naturale è l'unione dell'uomo e della donna. Soprattutto se si pensa alla funzione riproduttiva. Difficile dare una risposta univoca. Ognuno in base alle proprie credenze, religiose e non, può decidere cosa considerare naturale o meno.
    Io ritengo l'omosessualità una scelta sessuale come le altre: se una persona ama un'altra dello stesso sesso, desidera costruire un futuro o condividere un progetto perchè considerarlo un malato?! Di certo le difficoltà sociali e i preguidizi che incontrano li possono far "ammalare"...

  6. #6
    louis
    Ospite non registrato
    "Io ritengo l'omosessualità una scelta sessuale come le altre: se una persona ama un'altra dello stesso sesso, desidera costruire un futuro o condividere un progetto perchè considerarlo un malato?! Di certo le difficoltà sociali e i preguidizi che incontrano li possono far "ammalare"..."

    Questa frase secondo me è vera e falsa nello stesso tempo ...
    da un punto di vista puramente culturale è vera , da un punto
    di vista clinico secondo me e quel 'desidera' che invece va compreso. Possiamo accorgerci che esiste una omossessualità
    sana o malata , allo stesso modo di una eterosessualità sana o malata ... ma questo non lo decide il clinico ... questo secondo me lo sa il paziente ...
    Io dico che il modo migliore di approcciarsi al problema e non cadere in nessun tipo di atteggiamento ideologico , pro o contro ...
    la 'normalità' della omossessualità va interpretata alla stregua
    della 'normalità' eteresessuale , che però in ambito puramente
    clinico può trovare delle problematiche.
    Quindi è proprio come dice Chiara rispondendo a me :
    Se l'omosessualita è sintomo di una nevrosi allora
    " .. questo dovrebbe valere per tante altre scelte sessuali non considerate sintomo di una nevrosi! Ci sono persone che scelgono un partner molto più giovane o molto più vecchio, altri che instaurano relazioni solo con partner con determinate caratteristiche di personalità! Ci sono uomini che proverebbero "angoscia" a stare con una donna troppo ambiziosa o donne che tendono ad innamorarsi solo di uomini sfuggenti, uomini che non riuscirebbero a stare con donne troppo belle o donne che ricercano nel proprio compagno il prestigio sociale!! In tutti i casi si tratta di scelte " personali", di preferenze! "

    E' vero che c'è un pregiudizio , nel senso che queste non siano
    considerate alla stregua dell'omosessualità come comportamenti
    'nevrotici' ... ma la 'verità' nevrotica di tali scelte personali sono l'oggetto esclusivo del setting terapeutico.
    Quindi ancora va considerato il punto di vista , se è clinico o
    culturale ... io parlo da un punto di vista clinico e qui è da valutare
    se la scelta omosessuale come tante altre scelte personali siano
    un sintomo o meno. Se parto dal principio che qualsiasi scelta
    personale è sacrosanta allora a cosa serve essere o diventare psicoterapeuti?
    dada78 si chiede "ognuno di noi è libero di vivere la propria vita come vuole o sbaglio?".
    Io mi chiedo quanto esercizio di questa libertà facciamo ... problema sia clinico che culturale da trattare in questo caso allo stesso livello.

  7. #7
    Ospite non registrato
    Possiamo accorgerci che esiste una omossessualità
    sana o malata , allo stesso modo di una eterosessualità sana o malata ... ma questo non lo decide il clinico ... questo secondo me lo sa il paziente ...

    Forse da un punto di vista clinico è corretto far riferimento alla definizione di salute, quella condivisa e affermata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità: uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non la semplice assenza di malattia o di infermità; nel caso dell'omosessualità se c'è una qualche forma di disagio questo, come dici tu, lo sa il paziente!


    Io parlo da un punto di vista clinico e qui è da valutare
    se la scelta omosessuale come tante altre scelte personali siano
    un sintomo o meno. Se parto dal principio che qualsiasi scelta
    personale è sacrosanta allora a cosa serve essere o diventare psicoterapeuti?

    Credo che fare psicoterapia abbia un senso quando le scelte personali, quelle che ovviamente non recano danno ad altri, sono percepite come fonte di sofferenza o malessere da colui che le compie.

    dada78 si chiede "ognuno di noi è libero di vivere la propria vita come vuole o sbaglio?".
    Io mi chiedo quanto esercizio di questa libertà facciamo ... problema sia clinico che culturale da trattare in questo caso allo stesso livello.
    Credo che ognuno abbia la libertà di vivere la propria vita come vuole, nel rispetto dei diritti propri e altrui.

    Un saluto

  8. #8
    louis
    Ospite non registrato
    "Credo che fare psicoterapia abbia un senso quando le scelte personali, quelle che ovviamente non recano danno ad altri, sono percepite come fonte di sofferenza o malessere da colui che le compie."

    Detta così , niente da ridire ... il problema che pongo io è un pò
    diverso ... può la clinica essere sempre conforme al contesto culturale in cui si vive , oppure deve seguire una propria strada ,
    anche di rottura , come ad esempio si può dire sia stata l'esperienza di Freud? Voglio dire che quello che sembra ovvio
    in ambito culturale appare più complicato e complesso in ambito
    clinico ... a proposito dunque di libertà di scelta , un mito ormai,
    del nostro contesto socio-culturale , chiediamoci quanta di
    quella sofferenza di cui tu parli abbia il carattere dell'esercizio di
    'una libertà coatta" anche se illusoriamente siamo liberi ...

    Però comprendo che mi avventuro in un terreno un pò più
    filosofico ma la sostanza in fondo sta nelle considerazioni del
    vituperato Galimberti nell'altro tread ... può anche essere tagliente ma in fondo ha ragione quando dice che escludere i
    filosofi dall'esercizio della psicoterapia sembra essere concorde
    con scelta antropologica di fare della psicologia una scienza che
    oggi si preoccupa più della funzionalità , cosa che richiede la
    nostra condizione di uomini nell'età della tecnica , che dell'anima .... tu dici che in fondo in fondo c'è la sofferenza ...
    ma di che cosa mi chiedo ? della propria anima o della incapacità
    di non essere funzionali in un mondo così apparentememte libero?

    Galimberti ha ragione , oggi trionfano le psicologie del conformismo ... ecco perchè anche l'omossesualità oggi si fa fatica a considerarla un sintomo nei casi in cui lo sia .
    Ultima modifica di louis : 10-11-2003 alle ore 18.08.47

  9. #9
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    ..se prendiamo il concetto di clinica per Freud, è normale che sia distante dal concetto di cultura in generale. Il clinico per Freud (e non solo) era una specie di osservatore esterno, un intoccabile, colui che sta al di fuori delle parti.. negli anni cinquanta s'è iniziato a capire che chi opera nella clinica è non soltano un osservatore ma anche un un osservato. Il clinico, terapeuta, diventa un uomo, con idee, con pregiudizi, con una sua cultura che consapevolmente o inconsapevolmente entra a far parte del concetto di terapia, clinica. Un clinico con la convinzione consapevole o inconsapevole che l'omosessualità sia una malattia, molto probalilmente orienterà un tipo di terapia che lo faccia guarire..
    noi sopra, abbiamo messo per iscritto dei modi possibili di definire l'omosessualità che possono benissimo considerarsi tipici della cultura occidentale.. e possiamo stare tranquilli che nel momento in cui "indossiamo il camice" di terapeuti, consulenti, clinici, ci porteremo appresso le stesse idee. La storia bella del confronto è che adesso non esiste solo il mio punto di vista, chi ha letto questo trd ne conosce una decina nè tutti veri nè tutti falsi, ma tutti più o meno utili.

  10. #10
    Ospite non registrato
    Voglio dire che quello che sembra ovvio
    in ambito culturale appare più complicato e complesso in ambito
    clinico ... a proposito dunque di libertà di scelta , un mito ormai,
    del nostro contesto socio-culturale , chiediamoci quanta di
    quella sofferenza di cui tu parli abbia il carattere dell'esercizio di
    'una libertà coatta" anche se illusoriamente siamo liberi ...
    Però comprendo che mi avventuro in un terreno un pò più
    filosofico ma la sostanza in fondo sta nelle considerazioni del
    vituperato Galimberti nell'altro tread ... può anche essere tagliente ma in fondo ha ragione quando dice che escludere i
    filosofi dall'esercizio della psicoterapia sembra essere concorde
    con scelta antropologica di fare della psicologia una scienza che
    oggi si preoccupa più della funzionalità , cosa che richiede la
    nostra condizione di uomini nell'età della tecnica , che dell'anima .... tu dici che in fondo in fondo c'è la sofferenza ...
    ma di che cosa mi chiedo ? della propria anima o della incapacità
    di non essere funzionali in un mondo così apparentememte libero?

    Grazie per questa interessante riflessione..
    Libertà coatta? A volte, a mio avviso... sulla base della mia ancora breve esperienza da clinico ritengo che spesso dietro scelte apparentemente "libere" si nasconda una sofferenza.. se "dell'anima o della incapacità di non essere funzionali in un mondo così libero" non saprei dire..
    in qualità di clinico credo sia mio dovere aiutare la persona a scegliere liberamente... la libertà la intendo come libertà dai condizionamenti esterni ma anche dalle costrizioni interne... costrizioni che a volte portano a scelte omosessuali apparentemente "libere".

  11. #11
    louis
    Ospite non registrato

    Rispondo ad accadueo ,rimodifico il post , con questa nota per non creare confusione ( nel senso che poi io perdo il filo del
    dialogo quando gli interlocutori diventono più di uno )

    Io credo che esistono due realtà :
    una culturale ed un'altra clinica , ma accetto quello che tu dici
    che chi indossa il camice dei pregiudizi li avrà sempre ... nessuno
    è escluso , siamo d'accordo.
    Dico solo che l'aspetto dominante della cultura vuole l'omosessualità come una tendenza normale a tal punto che si
    rischia di creare un pregiudizio contrario, che non ti permette di
    coglierla come sintomo nevrotico laddove questo appare evidente.
    Viceversa c'è un'altra parte della cultura di stampo cattolico che
    da alla omosessualità delle ingiuste stimmate e non ne riesce a
    coglierne invece la capacità sana di un atto d'amore laddove
    questa appare evidente.

    Sarebbe importante da parte del clinico la capacità fin dove è possibile di avere una 'neutralità' culturale , che comunque fa parte già del suo training , laddove si vuole che il paziente non vada mai giudicato ... ecco io non sono psicologo ne psicoterapeuta , ma tenderei ad apprezzare come utente , qualcuno che sia capace di una certa 'neutralità'.
    Un psicologo che abbia un pregiudizio in un senso o in quello opposto non mi darebbe molta fiducia sinceramente , forse
    ha bisogno di lavorare ancora per arrivare a quel grado di neutralità che non sarà mai assoluto , perchè al mondo non esiste nulla di assoluto.

    Una volta un mio amico va da una psicologa per problemi di
    tipo relazionale o di momentane solitudine ... è un ragazzo
    straniero ... l'empatia semmai c'è stata si è interrotta quando
    lei ha citato la frase che afferma 'Mogli e buoi dei paesi tuoi'.
    Certo che questo fa parte della cultura di questa signora ,
    e che comunque dalla cultura non possiamo uscire .. ma se voglio
    fare lo psicologo e lo psicoterapeuta qualche sforzo in più lo devo fare ... per dio !!!
    Ultima modifica di louis : 10-11-2003 alle ore 18.51.34

  12. #12
    louis
    Ospite non registrato
    "in qualità di clinico credo sia mio dovere aiutare la persona a scegliere liberamente... la libertà la intendo come libertà dai condizionamenti esterni ma anche dalle costrizioni interne... costrizioni che a volte portano a scelte omosessuali apparentemente "libere "

    Infatti chiara , a naso immagino che il punto sia proprio questo.
    Un saluto
    :- )

  13. #13
    Ospite non registrato
    Il clinico, terapeuta, diventa un uomo, con idee, con pregiudizi, con una sua cultura che consapevolmente o inconsapevolmente entra a far parte del concetto di terapia, clinica. Un clinico con la convinzione consapevole o inconsapevole che l'omosessualità sia una malattia, molto probalilmente orienterà un tipo di terapia che lo faccia guarire..


    L'accettazione incondizionata del paziente, l'assenza di giudizio, la capacità di prendere le distanze dalle proprie credenze ed esperienze personali, consapevoli o no, sono alla base del nostro lavoro di psicoterapeuti. Il rischio di "contaminazione" è sempre presente ma una adeguata formazione personale dovrebbe aiutarci a tenere sotto controllo queste dinamiche.

  14. #14
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    "L'accettazione incondizionata del paziente, l'assenza di giudizio, la capacità di prendere le distanze dalle proprie credenze ed esperienze personali, consapevoli o no, sono alla base del nostro lavoro di psicoterapeuti. Il rischio di "contaminazione" è sempre presente ma una adeguata formazione personale dovrebbe aiutarci a tenere sotto controllo queste dinamiche." (Chiar@)

    Non capisco bene il senso che dai al concetto di accettazione incondizionata.. perchè mi fa pensare a uno che può occuparsi di tutto e bene. L'assenza di giudizio.. interessante, ma nel momento in cui l'utente ti riferisce che pensa seriamente di fare del male a qualcuno o che già mette in atto comportamenti violenti a terze persone? Posso arrivare a capire il perchè del suo comportamento, ma posso anche dire che non lo condivido!
    Riguardo la capacità di prendere le distanze dalle proprie credenze ed esperienze personali, penso che ci si possa avvicinare con la consapevolezza, nel senso che se io faccio un tipo di domande che ci (terapeuta - utente) portano in una certa direzione, queste, sono consapevolmente guidate anche dalle proprie credenze ed esperienze personali. L'inconsapevole lo fa e basta. Io non ci vedo nessun rischio di "contaminazione", perchè sono cosciente del fatto che la contaminazione c'è! Adesso, il termine contaminazione suona parecchio male, può far pensare che sia negativo ai fini terapeutici.. bisognerebbe cambiarlo ..
    Quello che cerco di dire è che il terapeuta non nasce e cresce in un'ampolla sterilizzata da giudizi, pregiudizi e preconcetti, il discorso dell'nalisi personale che hai suggerito è buonissimo per il fatto che porta alla coscienza il proprio modo di pensare e costruire conoscenza sul mondo.. modi che si vuole o non si vuole uno porta con sè.

    "Dico solo che l'aspetto dominante della cultura vuole l'omosessualità come una tendenza normale a tal punto che si
    rischia di creare un pregiudizio contrario, che non ti permette di
    coglierla come sintomo nevrotico laddove questo appare evidente.
    Viceversa c'è un'altra parte della cultura di stampo cattolico che
    da alla omosessualità delle ingiuste stimmate e non ne riesce a
    coglierne invece la capacità sana di un atto d'amore laddove
    questa appare evidente." (louis)

    sono d'accordo che si rischia di creare un pregiudizio contrario, solo che non riesco a capire a chi questo sintomo nevrotico appare evidente .. all'omosessuale, ai parenti, amici, conoscenti, un po tutti, all' idea(pregiudizio) che chi è omosessuale è nevrotico..

    "Sarebbe importante da parte del clinico la capacità fin dove è possibile di avere una 'neutralità' culturale , che comunque fa parte già del suo training , laddove si vuole che il paziente non vada mai giudicato ... ecco io non sono psicologo ne psicoterapeuta , ma tenderei ad apprezzare come utente , qualcuno che sia capace di una certa 'neutralità'." (louis)

    Il concetto di neutralità, in psicologia e psicoterapia è molto controverso. Solitamente, vengono considerati neutrali i test e i questionari in quanto standardizzati, fanno a tutti le stesse domande e a seguito delle risposte, delle diagnosi provvisorie.
    Sto cercando di capire da più di mezz'ora come un terapeuta dovrebbe essere neutrale e mi viene da pensare che potrebbe essere inteso come colui che nel momento in cui c'è una coppia, una famiglia in terapia, alla fine della seduta, se si domanda a ciascuno se ha ricevuto lo stesso "trattamento" rispetto agli altri, loro rispondano si, cioè che, ad esempio, il marito non si senta più o meno "alleato" al terapeuta rispetto alla moglie.
    Neutralità come contesto non giudicante è il concetto di terapia in sè. Allo stesso tempo, ci sono situazioni (forse rare) dove non è possibile non "giudicare". Una donna che ti dice di essere incinta e sorridendo ti racconta che continua ad avere rapporti a rischio senza utilizzare precauzioni adeguate per evitare possibili malattie a se stessa e soprattutto al bambino che porta in grembo, che si fa? Le si dice continui come crede o le si danno "pedate" ?

    "Una volta un mio amico va da una psicologa per problemi di
    tipo relazionale o di momentane solitudine ... è un ragazzo
    straniero ... l'empatia semmai c'è stata si è interrotta quando
    lei ha citato la frase che afferma 'Mogli e buoi dei paesi tuoi'.
    Certo che questo fa parte della cultura di questa signora ,
    e che comunque dalla cultura non possiamo uscire .. ma se voglio
    fare lo psicologo e lo psicoterapeuta qualche sforzo in più lo devo fare ... per dio !!!" (louis)

    Esempio tipico di pregiudizi "usciti" fuori in terapia che ledono la relazione terapeutica.. una mia insegnante mi raccontò che una volta in terapia venne una donna, iniziarono a conoscersi, lei(terapeuta)le domandò se frequentava un uomo, la donna si alzò dicendo che non poteva aiutarla in quanto lesbica.
    In pratica, nella testa della mia insegnante c'era solo il concetto di uomo-donna e non di donna-donna, uomo-uomo, persona-persona.. comunque questa esperienza le è servita per passare da un livello inconsapevole ad uno consapevole dei propri pregiudizi.. adesso ci ha assicurato che domanda tipo:"ha relazioni sentimentali con una persona?"

  15. #15
    louis
    Ospite non registrato
    Accettazione incondizionata ....
    provo a darne un'idea aspettando che Chiara possa darne una
    propria esplicazione.
    Di sicuro accettazione incondizianata non è condivisione , ma
    il termine incondizionato lo trovo lecito ugualmente.
    Mi da un pò l'idea di 'essenza' tipico dell'approccio fenomenologico , ossia , tendo a cogliere quella particolare 'modalita di essere nel mondo' di quella persona e quindi tendo a non lasciarmi condizionare dai pregiudizi e sovrastrutture culturali ... si d'accordo troppo ideale però è possibile. Faccio un esempio di vita personale.
    Anni fa conobbi una donna che di solito fa paura agli uomini , il
    tipo che si potrebbe definirsi 'Ninfomane' e che nel linguaggio
    comune viena etichetatta spergiativamente con il termine 'Troia'.
    Posso dire che dopo avere io stesso sperimentata la medesima
    paura ed averla superata ho davvero qualche difficolta nei confronti di donne 'ninfomani' dare un epiteto di carattere spregiativo ...
    non riesco assolutamente a disprezzarle , nemmeno per inciso,
    in qualche barzelletta o in altro luogo.
    Comprendo il loro modo di essere , il mio problema non è la condivisione o meno , conosco di questa persona la sua
    particolare storia , e sebbene posso giudicare dei suoi comportamenti sbagliati , questo non inficia in me la sua 'dignità'
    di essere umano , che invece il liguaggio comune con i suoi epiteti
    tende a valutarne l'indegnità. Sono amico di questa persona , sono contento di esserlo , perchè mettendomi di fronte alle mie paure , mi ha insegnato molto.
    Ecco trovo in questo un esempio di accettazione incondizionata ,
    nel senso che ho imparato un passaggio da una condizione pregiudiziale a una un pò meno condizionata da pregiudizi.

    Riguardo invece al tuo dubbio:
    "sono d'accordo che si rischia di creare un pregiudizio contrario, solo che non riesco a capire a chi questo sintomo nevrotico appare evidente .. all'omosessuale, ai parenti, amici, conoscenti, un po tutti, all' idea(pregiudizio) che chi è omosessuale è nevrotico.."

    voglio dire che l'evidenza dovrebbe essere soprattutto in ambito
    clinico anche se , e qui metto in conto anche miei eventuali pregiudizi , ci sono degli omosessuali in cui la nevrosi sembra
    evidenziarsi direi 'ad occhio nudo' in una sorta di feticismo del pene. Ce l'hanno sempre
    in testa , e sembra occupare gran parte dei loro pensieri.
    Uno potrebbe anche affermare che l'orientamento sessuale sia
    un sottofondo neutro su cui si instilla una nevrosi che con l'omosessualità non centra. Però io rimango del parere che esistono situazioni in cui l'omosessualità stessa è un sintomo.

    Comunque fai bene a pensare che il pregiudizio è la condizione in
    cui viviamo più o meno tutti , avvocati , ingegneri , psicologi e psicoterapeuti.
    In fatto il peggior Pregiudizio è pensare di non avere pregiudizi.

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