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  1. #1
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Psicoterapia e felicità

    Il fine della psicoterapia può essere la prospettiva di una felicità possibile?
    La felicità di cui parlo riguarda la realizzazione dell’intera vita. Non l’attimo ma la qualità permanente.
    In altre parole, si accorda con la definizione di virtù della felicità che il filosofo S.Natoli delinea nel suo saggio sulla felicità “ … Il piacere della vita risiede nella capacità che si ha di viverla fino in fondo nonostante il dolore e di condurla a termine al meglio secondo le individuali possibilità …” (S.Natoli, in F. Giubbolini et. al, La ragione degli affetti).
    Ultima modifica di francesca63 : 30-03-2009 alle ore 03.14.01
    FRANCESCA

    Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera....(P. Neruda)

  2. #2
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Il fine della psicoterapia può essere la prospettiva di una felicità possibile?
    La felicità di cui parlo riguarda la realizzazione dell’intera vita. Non l’attimo ma la qualità permanente.
    In altre parole, si accorda con la definizione di virtù della felicità che il filosofo S.Natoli delinea nel suo saggio sulla felicità “ … Il piacere della vita risiede nella capacità che si ha di viverla fino in fondo nonostante il dolore e di condurla a termine al meglio secondo le individuali possibilità …” (S.Natoli, in F. Giubbolini et. al, La ragione degli affetti).
    Beh...Natoli ultimamente scrive cose che non gli danno troppo onore: formatosi alla scuola di Severino sembra aver abbandonato la via di quell'insegnamento. Galimberti, anche lui della medesima scuola, mi pare ancora il soggetto di una riflessione più tormentata e complessa. Ciò detto, spesso non si da il peso necessario alle parole: quando Natoli dice ''Il piacere della vita risiede nella capacità che si ha di viverla fino in fondo nonostante il dolore e di condurla a termine al meglio secondo le individuali possibilità'' dice qualcosa di obsoleto e di vagamente greco (tragico)...proviamo ad analizzare meglio. Dice ''nonostante il dolore'' e qui siamo ancora nell'ambito di una riflessione che 'esclude' il dolore ritenendolo estraneo al concetto di 'felicità' eppure la vita ospita in egual misura gioia e dolore e quel 'nonostante' è un errore ontologico: si considera ancora un 'eterno' (il dolore) come una 'nullità' cioè come qualcosa che 'può finire'...ma gli eterni (tutte le cose) sopraggiungono eternamente nel luogo in cui tutto si manifesta (l'uomo). Dunque, secondo una ottica molto più spregiudicata (perchè estranea a giudizi di valore) si dice che il divenire è l'unica legge, un divenire che però, si badi, ''non annienta'' nulla ed in quanto tale è eterno, cioè 'eterno divenire di eterni'. Seguendo questa via diremmo che la gioia è eterna,il dolore è eterno, la morte è eterna, così come tutte le cose (non faccio una trattazione completa di questo tema perchè implicherebbe un sacco di premesse e dimostrazioni che sono fuori luogo). Dunque, il divenire che noi crediamo come 'annientante' è in realtà l'eterno fluire degli eterni secondo l'enantiodromia (divenire di opposti). Continua Natoli ''condurla a termine al meglio secondo le individuali possibilità'' la dove quel 'condurla a termine' fa riferimento rigoroso ad una ''morte come annientamento'' ad un 'nulla' che, perlomeno, permettiamoci di mettere in dubbio dato che del nulla non facciamo esperienza; dopotutto noi siamo nell'Essere e l'Essere è una ''necessità'' che non ammette il 'nulla'. L'Essere non può non essere, è la prima proprietà. Dunque ''la morte'', in questo senso, diventa solo ''momento tra infiniti momenti'' e non l'interruzione di quel segmento vitale che abbiamo chiamato 'divenire' giacchè a divenire è proprio il fluire eterno dell'Essere che per definizione (principio di non contraddizione) esclude il 'nulla' cioè la 'morte' intesa come 'nulla'. Il divenire quindi 'include' la 'morte' come ''uno fra i tanti'' eterni che nell'uomo si manifestano sopraggiungendo da una fonte 'inesauribile' (l'Essere): l'aporia del nulla è stata trattata con massimo rigore da E.Severino che con dimostrazioni molto complesse arriva a certe conclusioni. Infine ''secondo le individuali possibilità'' significa praticamente 'disporre delle cose a proprio piacimento' trattandole come 'nulla'. Significa praticamente incrementare la volontà di potenza per poter disporre della terra come il luogo della consumazione degli enti perchè, a ben vedere, l'età della tecnica che tutti viviamo pone radici in quell'antico terreno tragico-greco che vede il divenire come annientamento e che quindi crede che l'uomo sia ''chiamato'' a ''combattere'' il divenire cercandolo di contenere con strumenti sempre più appropriati: mito,filosofia,scienza sono tutte ''forme del contenimento'' del dolore e della morte vista come annientamento. Ma questa battaglia ingaggiata un giorno ormai lontano porterà realmente al ''trionfo sulla morte''? Non sarà ancora una volta il divenire 'che tutto include in sè' a mostrarsi come incontrovertibile evidenza?
    Concludendo questi pensieri un pò confusi (per forza di cose) dico che la psicoterapia è si un modo per sperimentare la felicità, ma una ''felicità diversa'' , che non sia quella della tradizione occidentale che la vede come 'opposta al dolore', o comunque 'estranea' a quel divenire che 'contiene tutte le cose' e che nell'uomo si manifestano; perchè una felicità di tal fatta è ''effimera'' (effimera perchè vuole 'imporsi'...) ed è proprio quella che spinse Schopenhauer a definire la vita come ''pendolo''...La felicità 'vera' risiede invece nella consapevolezza di un ''fluire eterno di eterni'' oppure nella consapevolezza di una ''tensione infinita di opposti'' che ''mai si escludono'' eppur si ''spingono'' sempre (con moto trasformativo) nel luogo presso cui la 'contraddizione' (che dalla loro opposizione deriva), è già da sempre risolta.
    Mi fermo.

    Saluti,
    Luigi

  3. #3
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    Beh...Natoli ultimamente scrive cose che non gli danno troppo onore: formatosi alla scuola di Severino sembra aver abbandonato la via di quell'insegnamento. Galimberti, anche lui della medesima scuola, mi pare ancora il soggetto di una riflessione più tormentata e complessa. Ciò detto, spesso non si da il peso necessario alle parole: quando Natoli dice ''Il piacere della vita risiede nella capacità che si ha di viverla fino in fondo nonostante il dolore e di condurla a termine al meglio secondo le individuali possibilità'' dice qualcosa di obsoleto e di vagamente greco (tragico)...proviamo ad analizzare meglio. Dice ''nonostante il dolore'' e qui siamo ancora nell'ambito di una riflessione che 'esclude' il dolore ritenendolo estraneo al concetto di 'felicità' eppure la vita ospita in egual misura gioia e dolore e quel 'nonostante' è un errore ontologico: si considera ancora un 'eterno' (il dolore) come una 'nullità' cioè come qualcosa che 'può finire'...ma gli eterni (tutte le cose) sopraggiungono eternamente nel luogo in cui tutto si manifesta (l'uomo). Dunque, secondo una ottica molto più spregiudicata (perchè estranea a giudizi di valore) si dice che il divenire è l'unica legge, un divenire che però, si badi, ''non annienta'' nulla ed in quanto tale è eterno, cioè 'eterno divenire di eterni'. Seguendo questa via diremmo che la gioia è eterna,il dolore è eterno, la morte è eterna, così come tutte le cose (non faccio una trattazione completa di questo tema perchè implicherebbe un sacco di premesse e dimostrazioni che sono fuori luogo). Dunque, il divenire che noi crediamo come 'annientante' è in realtà l'eterno fluire degli eterni secondo l'enantiodromia (divenire di opposti). Continua Natoli ''condurla a termine al meglio secondo le individuali possibilità'' la dove quel 'condurla a termine' fa riferimento rigoroso ad una ''morte come annientamento'' ad un 'nulla' che, perlomeno, permettiamoci di mettere in dubbio dato che del nulla non facciamo esperienza; dopotutto noi siamo nell'Essere e l'Essere è una ''necessità'' che non ammette il 'nulla'. L'Essere non può non essere, è la prima proprietà. Dunque ''la morte'', in questo senso, diventa solo ''momento tra infiniti momenti'' e non l'interruzione di quel segmento vitale che abbiamo chiamato 'divenire' giacchè a divenire è proprio il fluire eterno dell'Essere che per definizione (principio di non contraddizione) esclude il 'nulla' cioè la 'morte' intesa come 'nulla'. Il divenire quindi 'include' la 'morte' come ''uno fra i tanti'' eterni che nell'uomo si manifestano sopraggiungendo da una fonte 'inesauribile' (l'Essere): l'aporia del nulla è stata trattata con massimo rigore da E.Severino che con dimostrazioni molto complesse arriva a certe conclusioni. Infine ''secondo le individuali possibilità'' significa praticamente 'disporre delle cose a proprio piacimento' trattandole come 'nulla'. Significa praticamente incrementare la volontà di potenza per poter disporre della terra come il luogo della consumazione degli enti perchè, a ben vedere, l'età della tecnica che tutti viviamo pone radici in quell'antico terreno tragico-greco che vede il divenire come annientamento e che quindi crede che l'uomo sia ''chiamato'' a ''combattere'' il divenire cercandolo di contenere con strumenti sempre più appropriati: mito,filosofia,scienza sono tutte ''forme del contenimento'' del dolore e della morte vista come annientamento. Ma questa battaglia ingaggiata un giorno ormai lontano porterà realmente al ''trionfo sulla morte''? Non sarà ancora una volta il divenire 'che tutto include in sè' a mostrarsi come incontrovertibile evidenza?
    Concludendo questi pensieri un pò confusi (per forza di cose) dico che la psicoterapia è si un modo per sperimentare la felicità, ma una ''felicità diversa'' , che non sia quella della tradizione occidentale che la vede come 'opposta al dolore', o comunque 'estranea' a quel divenire che 'contiene tutte le cose' e che nell'uomo si manifestano; perchè una felicità di tal fatta è ''effimera'' (effimera perchè vuole 'imporsi'...) ed è proprio quella che spinse Schopenhauer a definire la vita come ''pendolo''...La felicità 'vera' risiede invece nella consapevolezza di un ''fluire eterno di eterni'' oppure nella consapevolezza di una ''tensione infinita di opposti'' che ''mai si escludono'' eppur si ''spingono'' sempre (con moto trasformativo) nel luogo presso cui la 'contraddizione' (che dalla loro opposizione deriva), è già da sempre risolta.
    Mi fermo.

    Saluti,
    Luigi
    Caro Luigi,perchè non provare a dare all'argomento un orientamento più concreto, ricorrendo meno possibile a discussioni filosofiche astratte.
    Il tema della felicità appassiona da sempre scrittori, poeti, filosofi, scieziati, religiosi , psicoterapeuti, persone comuni: pensare, descrivere, cercare questo stato di grazia, attrae un pò tutti. Per tentare di definire questa condizione alcuni studiosi hanno posto l'accento sulla componente emozionale , come il sentirsi di buon umore, altri sottolineano l'aspetto cognitivo e riflessivo , come il considerarsi soddisfatti della propria vita.
    La felicità a volte viene descritta come contentezza, soddisfazione, tranquillità, appagamento a volte come gioia, piacere, divertimento. Possiamo chiederci se siamo felici, quanto siamo felici, se possiamo diventare più felici e, soprattutto, come si fa a essere felici? Fine ultimo dell'esistenza, la felicità è stata spesso associata al perseguimento del piacere, o per contro, all’assenza di dolore e sofferenza. In ogni caso essa è una meta ambita da ciascun essere umano. La felicità è in cima ai desideri della maggior parte di noi; anche se alcuni sono convinti che non esista, o che comunque non sia di questa vita, in modo più o meno cosciente, l’uomo è alla perenne ricerca della felicità, tutto il nostro essere tende a questo scopo, fisicamente, psicologicamente o emotivamente e questa ricerca costituisce al tempo stesso un impulso e un orientamento per il nostro destino.
    Nel 3d mi chiedo se la psicologia ed, in particolare, la psicoterapia possono aiutare le persone ad essere felici. La prima risposta che mi viene è: “assolutamente no!”. Ma forse è errato porsi una domanda del genere. Non ha infatti senso parlare di ricerca o perseguimento della felicità senza prima chiedersi “cos'è la felicità?” ....ma non in termini generali, poiché si sfocerebbe nel qualunquismo, ma in termini del tutto personali, soggettivi. Ciò comporta ovviamente ragionare sulla nostra vita, su ciò che siamo o vorremmo essere. Freud, afferma che l’esperienza della felicità è un fatto assolutamente soggettivo, come spiega nel “Disagio della civiltà”, la felicità esiste, non perché se ne possiede il concetto, ma perché talvolta ne sperimentiamo la condizione. La felicità non può essere dimenticata dopo che è stata vissuta, perché la nostra coscienza conserva anche quel che trapassa e il tempo non può abolire l'esperienza. La felicità può essere perduta come condizione d'esistenza, ma non cancellata come esperienza, quindi può sempre essere ricreata e in questo ricrearsi esprimere la vita. La felicità è quindi una faccenda assolutamente privata perchè soltanto il singolo sa che cosa costituisce la propria felicità. Ognuno ha la sua idea di felicità (o più idee di felicità) che sicuramente dipende dal vissuto di una persona, dal momento e dal contesto in cui vive, da una molteplicità di fattori che interagiscono tra loro. La felicità, inoltre, non può essere uno stato d’animo stabile, e non può essere raggiunta una volta per tutte.
    Se la vita è malattia,si può ricorrere alla psicoterapia , impiegandola come fosse un farmaco? Seneca dice: “una nave che non conosce la sua destinazione non avrà mai vento favorevole”. Questa metafora mi fa pensare che la vita è navigabile, che non è affatto una malattia e meno che mai inguaribile!
    Al contrario può capitare d’ammalarsi, ma ciò accade perché si perde la strada o addirittura non si riesce neppure ad imboccarla.
    Forse la migliore definizione di felicità è quella data da A. Lowen: “La felicità è la consapevolezza della crescita”. In tal senso credo che la psicoterapia possa offrire un efficace contributo alle persone che iniziano un percorso terapeutico, aiutarlandole ad essere più consapevoli di ciò che sono, più
    autonome e libere.
    Ciao
    FRANCESCA

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  4. #4
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    La felicità 'vera' risiede invece nella consapevolezza di un ''fluire eterno di eterni'' oppure nella consapevolezza di una ''tensione infinita di opposti'' che ''mai si escludono'' eppur si ''spingono'' sempre (con moto trasformativo) nel luogo presso cui la 'contraddizione' (che dalla loro opposizione deriva), è già da sempre risolta.
    Mi fermo.
    Non so, io da persona terra terra quale sono, continuo a preferire addirittura avere la possibilità di mangiare soltanto un gelato, piuttosto che avere la consapevolezza di un "fluire eterno di eterni", che ora sinceramente non sono riuscito ad afferrare bene cosa sarebbe, ma non penso che questa consapevolezza mi darebbe il potere di mangiare e gustare un gelato o di fare cose analoghe se non disponessi dei mezzi necessari.

    La felicità secondo me è fondamentalmente soggettiva anche se è possibile trovare grossi gruppi di individui che sono tutti d'accordo nel definirla in un certo modo. Quello che si può fare, al massimo, è cercare qualcosa di comune a tutte queste diverse definizioni. La definizione generale riportata all'inizio io non la trovo tanto scorretta anche se per la verità non sono d'accordo con Natoli perché presuppone che vivere al meglio secondo le proprie possibilità debba rendere necessariamente soddisfatti. E se molte persone che vivono male e conducono un'esistenza misera stessero già vivendo al meglio delle proprie possibilità? Vivere al meglio secondo me non è detto che basti.

    A mio avviso la felicità è sempre relativa ai propri personali interessi e bisogni, se una persona riesce a coltivare i primi ed a soddisfare i secondi in una certa misura lungo tutto/[gran parte del]l'arco della sua vita è felice, altrimenti no. Più che di felicità forse sarebbe meglio parlare di benessere, ma non so fino a che punto un essere umano abbia il potere di coltivarlo, spesso si tratta di lanciare dei dadi e sperare che vengano fuori i numeri giusti, insomma si gioca d'azzardo perché le conoscenze che si possiedono il più delle volte non risultano sufficienti per valutare in modo sicuro le situazioni che si presentano... "Faccio bene a sposarmi con questa persona?"... E chi può saperlo con certezza?
    La felicità di una persona potrebbe dipendere paradossalmente magari dall'aver sopravvalutato male qualcosa che dal punto di vista razionale rispetto alle informazioni di cui si disponeva doveva risultare meno promettente .

    Un saluto
    Ultima modifica di Char_Lie : 30-03-2009 alle ore 15.48.10

  5. #5
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di luigi '84
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Si. La felicità è quello che volete voi: concretezza o mangiare gelati. Io ho visto la questione in maniera diversa ecco perchè sono intervenuto con quel tipo di post. Ciò detto mi chiedo ugualmente: se conoscete la risposta perchè fate la domanda? Perchè forse l'essenza di quella domanda richiede anche una indagine diversa: mi pare, in fondo, che tutti siano molto bravi a soddisfare i loro bisogni 'concreti' (una vogliuzza per il giorno e una per la notte, diceva qualcuno) ma dall'analista ci passano sempre, almeno una volta nella vita...e spesso ci tornano.

    Saluti,
    Luigi

    Ps. Cara francesca, la filosofia non è una ''discussione astratta''. Certamente essa non collude con la richiesta di ''soddisfare bisogni concreti'' ma alla lunga apporta benefici estremamente maggiori di quelli ricavati da una semplice ed inutile collusione.

  6. #6
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84
    Ciò detto mi chiedo ugualmente: se conoscete la risposta perchè fate la domanda?
    Ma la domanda iniziale di francesca era questa luigi

    Citazione Originalmente inviato da francesca
    Il fine della psicoterapia può essere la prospettiva di una felicità possibile?
    Per dare una risposta a questa domanda bisogna indicare in cosa consiste la felicità (o avere una qualche idea di cosa si intende) ma in realtà è questa la domanda interessante a cui cercare di dare una risposta.

    Secondo me la risposta è no, una psicoterapia ben condotta in cui c'è collaborazione può migliorare qualcosa, ma non è detto che questo basti per trasformare la vita di una persona in una vita felice.

  7. #7
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da Char_Lie Visualizza messaggio
    Ma la domanda iniziale di francesca era questa luigi

    Per dare una risposta a questa domanda bisogna indicare in cosa consiste la felicità (o avere una qualche idea di cosa si intende) ma in realtà è questa la domanda interessante a cui cercare di dare una risposta.

    Secondo me la risposta è no, una psicoterapia ben condotta in cui c'è collaborazione può migliorare qualcosa, ma non è detto che questo basti per trasformare la vita di una persona in una vita felice.
    Ti quoto in pieno
    FRANCESCA

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  8. #8
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    Si. La felicità è quello che volete voi: concretezza o mangiare gelati. Io ho visto la questione in maniera diversa ecco perchè sono intervenuto con quel tipo di post. Ciò detto mi chiedo ugualmente: se conoscete la risposta perchè fate la domanda? Perchè forse l'essenza di quella domanda richiede anche una indagine diversa: mi pare, in fondo, che tutti siano molto bravi a soddisfare i loro bisogni 'concreti' (una vogliuzza per il giorno e una per la notte, diceva qualcuno) ma dall'analista ci passano sempre, almeno una volta nella vita...e spesso ci tornano.

    Saluti,
    Luigi

    Ps. Cara francesca, la filosofia non è una ''discussione astratta''. Certamente essa non collude con la richiesta di ''soddisfare bisogni concreti'' ma alla lunga apporta benefici estremamente maggiori di quelli ricavati da una semplice ed inutile collusione.
    Caro luigi, non ho affatto la presunzione di conoscere la risposta....Di una cosa però sono sicura, che la soddisfazione dei bisogni concreti non porta la felicita, io piuttosto la cercherei dentro di me.... Vorrei discuterne serenamente.
    Mi spieghi cosa intendi con collusione? Charlie forse potrebbe trovare la felicità nella soddisfazione dei suoi bisogni concreti : buon per lui! Dove sta la collusione e con cosa?
    FRANCESCA

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  9. #9
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Per me, come cantavano Al Bano e Romina Power, è un bicchiere di vino con un panino! Per cui la psicoterapia serve (a poco, ma serve!)...
    Ultima modifica di ikaro78 : 30-03-2009 alle ore 17.47.56

  10. #10
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Ciao Francesca

    Non so rispondere alla tua domanda. Probabilmente, ognuno di noi avrà la sua idea di cosa intenda per "felicità". E, magari, anche del percorso per raggiungerla, o per avvicinarsi ad essa.

    Però, quando sento questo termine, mi vengono sempre in mente le parole di Freud: "Molto sarà fatto se riusciremo a trasformare la sua infelicità nevrotica in una comune infelicità".
    Che possono parere paradossali, o esempi di una visione in negativo degli esseri umani. Ma che credo meritino di venire considerate ancora.
    Luigi, nel suo post di risposta, poneva la questione del "tragico", qualificandolo come obsoleto (sia pure "vagamente"). Ora, può anche essere che le cose stiano come dice lui, ma a me pare che il fondo tragico dell'avventura umana continui a persistere.
    Forse, semplicemente, ce se ne rende conto di meno.

    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  11. #11
    Partecipante Super Figo L'avatar di francesca63
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    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Per me, come cantavano Al Bano e Romina Power, è un bicchiere di vino con un panino! Per cui la psicoterapia serve (a poco, ma serve!)...
    Ciao Ikaro, quello che che dici è esemplare, conferma quello che è il mio punto di vista: basta poco di "concreto" per essere felici se si possiede dal di dentro quello stato emotivo che predispone a volerlo essere. Oggi ad Albano e Romina non basterebbero ostriche e champagne ......
    Ciao
    FRANCESCA

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  12. #12
    Pietro Abelardo
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    Citazione Originalmente inviato da francesca63 Visualizza messaggio
    Il fine della psicoterapia può essere la prospettiva di una felicità possibile?
    Così ad istinto avrei risposto di sì.
    Ma riflettendoci un po'...

    La felicità (uno stato d'animo positivo, nel significato comune del termine) è anche una questione di contesto. Voglio dire, se ti capita una sfiga non so se è tanto sensato che tu sia felice lo stesso.

    Quindi il fine della psicoterapia non può essere far diventare le persone felici in qualsiasi situazione.
    Il fine è il bene della persona ed è qualcosa di più della felicità.

    Che cos'è il bene della persona?
    E' relativo all'etica implicita o esplicita dei vari approcci psicoterapeutici. Ma ognuno tende verso la propria idea di bene.
    Ultima modifica di Pietro Abelardo : 30-03-2009 alle ore 18.43.30

  13. #13
    Postatore Epico L'avatar di RosadiMaggio
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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da luigi '84 Visualizza messaggio
    Beh...Natoli ultimamente scrive cose che non gli danno troppo onore: formatosi alla scuola di Severino sembra aver abbandonato la via di quell'insegnamento. Galimberti, anche lui della medesima scuola, mi pare ancora il soggetto di una riflessione più tormentata e complessa. Ciò detto, spesso non si da il peso necessario alle parole: quando Natoli dice ''Il piacere della vita risiede nella capacità che si ha di viverla fino in fondo nonostante il dolore e di condurla a termine al meglio secondo le individuali possibilità'' dice qualcosa di obsoleto e di vagamente greco (tragico)...proviamo ad analizzare meglio. Dice ''nonostante il dolore'' e qui siamo ancora nell'ambito di una riflessione che 'esclude' il dolore ritenendolo estraneo al concetto di 'felicità' eppure la vita ospita in egual misura gioia e dolore e quel 'nonostante' è un errore ontologico: si considera ancora un 'eterno' (il dolore) come una 'nullità' cioè come qualcosa che 'può finire'...ma gli eterni (tutte le cose) sopraggiungono eternamente nel luogo in cui tutto si manifesta (l'uomo). Dunque, secondo una ottica molto più spregiudicata (perchè estranea a giudizi di valore) si dice che il divenire è l'unica legge, un divenire che però, si badi, ''non annienta'' nulla ed in quanto tale è eterno, cioè 'eterno divenire di eterni'. Seguendo questa via diremmo che la gioia è eterna,il dolore è eterno, la morte è eterna, così come tutte le cose (non faccio una trattazione completa di questo tema perchè implicherebbe un sacco di premesse e dimostrazioni che sono fuori luogo). Dunque, il divenire che noi crediamo come 'annientante' è in realtà l'eterno fluire degli eterni secondo l'enantiodromia (divenire di opposti). Continua Natoli ''condurla a termine al meglio secondo le individuali possibilità'' la dove quel 'condurla a termine' fa riferimento rigoroso ad una ''morte come annientamento'' ad un 'nulla' che, perlomeno, permettiamoci di mettere in dubbio dato che del nulla non facciamo esperienza; dopotutto noi siamo nell'Essere e l'Essere è una ''necessità'' che non ammette il 'nulla'. L'Essere non può non essere, è la prima proprietà. Dunque ''la morte'', in questo senso, diventa solo ''momento tra infiniti momenti'' e non l'interruzione di quel segmento vitale che abbiamo chiamato 'divenire' giacchè a divenire è proprio il fluire eterno dell'Essere che per definizione (principio di non contraddizione) esclude il 'nulla' cioè la 'morte' intesa come 'nulla'. Il divenire quindi 'include' la 'morte' come ''uno fra i tanti'' eterni che nell'uomo si manifestano sopraggiungendo da una fonte 'inesauribile' (l'Essere): l'aporia del nulla è stata trattata con massimo rigore da E.Severino che con dimostrazioni molto complesse arriva a certe conclusioni. Infine ''secondo le individuali possibilità'' significa praticamente 'disporre delle cose a proprio piacimento' trattandole come 'nulla'. Significa praticamente incrementare la volontà di potenza per poter disporre della terra come il luogo della consumazione degli enti perchè, a ben vedere, l'età della tecnica che tutti viviamo pone radici in quell'antico terreno tragico-greco che vede il divenire come annientamento e che quindi crede che l'uomo sia ''chiamato'' a ''combattere'' il divenire cercandolo di contenere con strumenti sempre più appropriati: mito,filosofia,scienza sono tutte ''forme del contenimento'' del dolore e della morte vista come annientamento. Ma questa battaglia ingaggiata un giorno ormai lontano porterà realmente al ''trionfo sulla morte''? Non sarà ancora una volta il divenire 'che tutto include in sè' a mostrarsi come incontrovertibile evidenza?
    Concludendo questi pensieri un pò confusi (per forza di cose) dico che la psicoterapia è si un modo per sperimentare la felicità, ma una ''felicità diversa'' , che non sia quella della tradizione occidentale che la vede come 'opposta al dolore', o comunque 'estranea' a quel divenire che 'contiene tutte le cose' e che nell'uomo si manifestano; perchè una felicità di tal fatta è ''effimera'' (effimera perchè vuole 'imporsi'...) ed è proprio quella che spinse Schopenhauer a definire la vita come ''pendolo''...La felicità 'vera' risiede invece nella consapevolezza di un ''fluire eterno di eterni'' oppure nella consapevolezza di una ''tensione infinita di opposti'' che ''mai si escludono'' eppur si ''spingono'' sempre (con moto trasformativo) nel luogo presso cui la 'contraddizione' (che dalla loro opposizione deriva), è già da sempre risolta.
    Mi fermo.

    Saluti,
    Luigi

    Ciao Luigi, volevo chiederti se in questa bella spiegazione - per la quale ti faccio i miei complimenti - ti riferisci al concetto di trasformazione degli enti, in continua evoluzione, sia in regressione che in evoluzione, ma pur sempre destinati ad essere presenti su questa terra, (dato che non abbiamo esperienza diretta di una effettiva asenza definitiva sperimentata) in forma diversa, come ad es., un uomo di oggi, può essere un fiume o un sasso di domani, per essere un pò "concreti" ma suppongo tu capisca bene ciò che voglio dire. Inoltre, se essa, si riferisce anche, riguardando il concetto della morte, ai due tipi di termporalità presi in considerazione dalla filosofia e dalla fisica (come ad es Pryrogine ) cioè al tempo lineare ed al tempo circolare.

    Naturalmente, non mi addentro oltre, essendo il tuo campo, però posso dire che sono ben pochi quelli che credono che il dolore non faccia parte della vita, ed eliminabile in modo totale, oppure che lo sia possibile la presenza di una felicità costante; ciò non porterebbe ad evoluzione personale ed antropologica. Certamente esso deve poter permettere di esere esperito senza derive particolari e tale da essere pensabile e superabile pe fare poi spazio ad altro, come il benessere.
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 30-03-2009 alle ore 20.03.45
    Gaia

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    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da Pietro Abelardo Visualizza messaggio
    Così ad istinto avrei risposto di sì.
    Ma riflettendoci un po'...

    La felicità (uno stato d'animo positivo, nel significato comune del termine) è anche una questione di contesto. Voglio dire, se ti capita una sfiga non so se è tanto sensato che tu sia felice lo stesso.

    Quindi il fine della psicoterapia non può essere far diventare le persone felici in qualsiasi situazione.
    Il fine è il bene della persona ed è qualcosa di più della felicità.

    Che cos'è il bene della persona?
    E' relativo all'etica implicita o esplicita dei vari approcci psicoterapeutici. Ma ognuno tende verso la propria idea di bene.
    Bella risposta, molto sensata; il bene cella persona é qualcosa in più della felicità ed il concetto di bene, in ambito psicoterapeutico, é relativo all'etìca dei vari approcci
    Io aggiungerei anche all'etica del singolo psicoterapeuta, che dovrebbe avere una certa levatura morale per svolgere questa professione, propprio perché ognuno, compreso il singolo che adun certo approccio fa riferimento, ha sempre una sua personale idea di bene, oltre a quella condivisa.
    Gaia

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  15. #15
    Pietro Abelardo
    Ospite non registrato

    Riferimento: Psicoterapia e felicità

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    Bella risposta, molto sensata; il bene cella persona é qualcosa in più della felicità ed il concetto di bene, in ambito psicoterapeutico, é relativo all'etìca dei vari approcci
    Io aggiungerei anche all'etica del singolo psicoterapeuta, che dovrebbe avere una certa levatura morale per svolgere questa professione, propprio perché ognuno, compreso il singolo che adun certo approccio fa riferimento, ha sempre una sua personale idea di bene, oltre a quella condivisa.
    Condivido e aggiungo a mia volta che è proprio questa etica personale del terapeuta (che cosa è il bene e come si raggiunge) ad essere il fattore terapeutico principale.

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