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  1. #1
    Partecipante L'avatar di max.nettuno
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    terapia breve centrata sulla soluzione

    Non so se ne avete mai sentito parlare. E' una terapia imparentata con la strategica. Dagli studi di Milton Erikson e Gregory Bateson sono poi partite alcune scuole di psicologia in USA, vedi quella di Palo Alto con Watzlawick(terapia strategica) e poi quella di Milwaki con De Shazer (terapia centratata sulla soluzione).

    Proprio di De Shazer ho appena finito di leggere "More than miracles" (in italiano non so se sia uscito). E' un approccio molto pragmatico e non direttivo, orientato alla soluzione (e non al problema e tanto meno alle sue ipotetiche cause passate) e dove la soluzione stessa è costruita dal paziente stesso con il terapeuta che svolge il ruolo di facilitatore. Si propone più volte durenate le (poche) sedute la rappresentazione di una situazione futura in assenza del problema, chiedendo al paziente cose del tipo "Se domani il problema non ci fosse più, da cosa te ne accorgeresti? Cosa faresti di diverso?". Usando sempre un linguaggio in positivo (es. esortando il paziente a riforumlare frasi del tipo "se non avessi più il problema, NON farei questo o quest'altro"). Come nella terpia strategica e nella cognitiva, in questo tipo di terapia si propongono dei "compiti" al paziente, che però non rispettano protocolli standard, bensì sono elaborati dal apziente stesso.

    E' un approccio centrato sulla persona, tipico della psicologia umanistica, fortemente pragmatico, perché non esiste una vera e propria teoria quanto piuttosto un riferimento generale all'epistemologia costruttivista, fondamentalmente sistemico (perché nasce come terapia familiare e si fanno domande del tipo "in assenza del problema, cosa farebbero di diverso tua moglie/marito/figlio/a se il problema non ci fosse? ecc.").

    Questo tipo di terapia, affermano gli autori, è stata usata e si è dimostrata valida peer diverse patologie (PTSD, abuso, dipendenza, depressione, ecc.).

    Purtroppo i fondatori di questa terapia (dai quali andrei volentieri a fare un training) sono tutti morti...e ahimé anche quelli di Palo Alto....(a parte Nardone). Non so se in Italia qualcuno conosce questo modello. In America la scuola è chiusa, in England invece esistono dei corsi sull'argomento...ma temo che non sia un approccio molto conosciuto in genere. Forse, a differenza della strategica dove, a mio parere, è fondamentale il carisma del terapeuta perché possa avvenire un cambiamento nel paziente, questo approccio centrato alla soluzione lo vedo molto più abordabile...

    Qualche commento?

    Non so se magari questo approccio è una fotocopia di altri approcci (perché è da poco che mi interesso di psicologia) oppure è veramente qualcosa di orginale e nuovo e soprattuto, a detta degli autori, efficace. Infatti il paziente viene aiutato a superare un problema specifico non focalizzandosi su concetti troppo astratti come "il Sè" ad esempio. Quando poi il paziente, avrà un altro problema, tornerà in terapia per quello specifico....non si vuole "ristrutturare" la personalità...

    ciao, Max
    Il viaggio è la meta.

  2. #2
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    Riferimento: terapia breve centrata sulla soluzione

    Citazione Originalmente inviato da max.nettuno Visualizza messaggio
    Non so se ne avete mai sentito parlare. E' una terapia imparentata con la strategica. Dagli studi di Milton Erikson e Gregory Bateson sono poi partite alcune scuole di psicologia in USA, vedi quella di Palo Alto con Watzlawick(terapia strategica) e poi quella di Milwaki con De Shazer (terapia centratata sulla soluzione).

    Proprio di De Shazer ho appena finito di leggere "More than miracles" (in italiano non so se sia uscito). E' un approccio molto pragmatico e non direttivo, orientato alla soluzione (e non al problema e tanto meno alle sue ipotetiche cause passate) e dove la soluzione stessa è costruita dal paziente stesso con il terapeuta che svolge il ruolo di facilitatore. Si propone più volte durenate le (poche) sedute la rappresentazione di una situazione futura in assenza del problema, chiedendo al paziente cose del tipo "Se domani il problema non ci fosse più, da cosa te ne accorgeresti? Cosa faresti di diverso?". Usando sempre un linguaggio in positivo (es. esortando il paziente a riforumlare frasi del tipo "se non avessi più il problema, NON farei questo o quest'altro"). Come nella terpia strategica e nella cognitiva, in questo tipo di terapia si propongono dei "compiti" al paziente, che però non rispettano protocolli standard, bensì sono elaborati dal apziente stesso.

    E' un approccio centrato sulla persona, tipico della psicologia umanistica, fortemente pragmatico, perché non esiste una vera e propria teoria quanto piuttosto un riferimento generale all'epistemologia costruttivista, fondamentalmente sistemico (perché nasce come terapia familiare e si fanno domande del tipo "in assenza del problema, cosa farebbero di diverso tua moglie/marito/figlio/a se il problema non ci fosse? ecc.").

    Questo tipo di terapia, affermano gli autori, è stata usata e si è dimostrata valida peer diverse patologie (PTSD, abuso, dipendenza, depressione, ecc.).

    Purtroppo i fondatori di questa terapia (dai quali andrei volentieri a fare un training) sono tutti morti...e ahimé anche quelli di Palo Alto....(a parte Nardone). Non so se in Italia qualcuno conosce questo modello. In America la scuola è chiusa, in England invece esistono dei corsi sull'argomento...ma temo che non sia un approccio molto conosciuto in genere. Forse, a differenza della strategica dove, a mio parere, è fondamentale il carisma del terapeuta perché possa avvenire un cambiamento nel paziente, questo approccio centrato alla soluzione lo vedo molto più abordabile...

    Qualche commento?

    Non so se magari questo approccio è una fotocopia di altri approcci (perché è da poco che mi interesso di psicologia) oppure è veramente qualcosa di orginale e nuovo e soprattuto, a detta degli autori, efficace. Infatti il paziente viene aiutato a superare un problema specifico non focalizzandosi su concetti troppo astratti come "il Sè" ad esempio. Quando poi il paziente, avrà un altro problema, tornerà in terapia per quello specifico....non si vuole "ristrutturare" la personalità...

    ciao, Max


    Per quello che la conosco (da un punto di vista più epistemologico che terapeutico), è una prospettiva molto interessante, in quanto riesce a trovare una sintesi intelligente fra il modo di operare di Milton Erickson e le istanze coevolutive della tradizione batesoniana.

    Apprezzo, soprattutto, il presupposto costruttivo che vede nel "paziente" un soggetto che vuole collaborare col terapeuta all'opera di cambiamento; senza questa collaborazione e senza il ruolo attivo del "paziente" non può esserci evoluzione che incida significativamente sulle modalità di autoorganizzazione e di autopercezione del soggetto in terapia (singolo o famiglia).
    E' la prima impostazione terapeutica, a quello che mi risulta, che, proprio per il ruolo attivo assegnato al soggetto in terapia e il presupposto cooperativistico che la anima, ha relativizzato, fino a farlo scomparire, il concetto di "resistenza".

    Interessante anche la centratura sul concetto di soluzione, invece che su quello di problema.

    "I disturbi (...) sono come le serrature di porte che si aprono su una vita più soddisfacente. (...) Sembra (...) chiaro che per trovare le soluzioni occorrono le chiavi, non le serrature; e che i passe partout (di vario tipo) aprono più serrature diverse".

    In questa prospettiva (da certi punti di vista molto vicina al costruttivismo radicale) l'intervento "deve soltanto 'adattarsi' in modo che ne scaturica la soluzione. Non occorre che si conformi perfettamente alla complessità della serratura".

    E' molto più importante, invece, che si costruiscano le basi per una collaborazione fra terapeuta e soggetto in terapia.

    Da un punto di vista epistemologico, era una prospettiva che avrebbe potuto avere un ruolo importante nello sviluppo delle pratiche terapeutiche.

    Purtroppo, a quanto sembra (e tu me lo confermi), non è stata sviluppata (o non si è diffusa più di tanto), mentre, invece, si sono diffuse le scuole che impostano il rapporto col paziente in termini "strategici" e "tattici".
    Ma una partita a scacchi (metafora che piace a questi ultimi) è altra cosa [rispetto ai possibili risultati di (deutero)apprendimento] di una prospettiva che sollecita le corde della collaborazione e della partecipazione attiva del soggetto alla propria trasformazione.
    Mi piace.
    Ultima modifica di Hermes Ankh : 11-08-2008 alle ore 20.46.04


    "L'onda non riesce a prendere
    il fiore che galleggia:
    quando cerca di raggiungerlo
    lo allontana"

    (Rabindranath Tagore)

  3. #3
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    Riferimento: terapia breve centrata sulla soluzione

    Citazione Originalmente inviato da max.nettuno Visualizza messaggio
    Non so se ne avete mai sentito parlare. E' una terapia imparentata con la strategica. Dagli studi di Milton Erikson e Gregory Bateson sono poi partite alcune scuole di psicologia in USA, vedi quella di Palo Alto con Watzlawick(terapia strategica) e poi quella di Milwaki con De Shazer (terapia centratata sulla soluzione).

    Proprio di De Shazer ho appena finito di leggere "More than miracles" (in italiano non so se sia uscito). E' un approccio molto pragmatico e non direttivo, orientato alla soluzione (e non al problema e tanto meno alle sue ipotetiche cause passate) e dove la soluzione stessa è costruita dal paziente stesso con il terapeuta che svolge il ruolo di facilitatore. Si propone più volte durenate le (poche) sedute la rappresentazione di una situazione futura in assenza del problema, chiedendo al paziente cose del tipo "Se domani il problema non ci fosse più, da cosa te ne accorgeresti? Cosa faresti di diverso?". Usando sempre un linguaggio in positivo (es. esortando il paziente a riforumlare frasi del tipo "se non avessi più il problema, NON farei questo o quest'altro"). Come nella terpia strategica e nella cognitiva, in questo tipo di terapia si propongono dei "compiti" al paziente, che però non rispettano protocolli standard, bensì sono elaborati dal apziente stesso.

    E' un approccio centrato sulla persona, tipico della psicologia umanistica, fortemente pragmatico, perché non esiste una vera e propria teoria quanto piuttosto un riferimento generale all'epistemologia costruttivista, fondamentalmente sistemico (perché nasce come terapia familiare e si fanno domande del tipo "in assenza del problema, cosa farebbero di diverso tua moglie/marito/figlio/a se il problema non ci fosse? ecc.").

    Questo tipo di terapia, affermano gli autori, è stata usata e si è dimostrata valida peer diverse patologie (PTSD, abuso, dipendenza, depressione, ecc.).

    Purtroppo i fondatori di questa terapia (dai quali andrei volentieri a fare un training) sono tutti morti...e ahimé anche quelli di Palo Alto....(a parte Nardone). Non so se in Italia qualcuno conosce questo modello. In America la scuola è chiusa, in England invece esistono dei corsi sull'argomento...ma temo che non sia un approccio molto conosciuto in genere. Forse, a differenza della strategica dove, a mio parere, è fondamentale il carisma del terapeuta perché possa avvenire un cambiamento nel paziente, questo approccio centrato alla soluzione lo vedo molto più abordabile...

    Qualche commento?

    Non so se magari questo approccio è una fotocopia di altri approcci (perché è da poco che mi interesso di psicologia) oppure è veramente qualcosa di orginale e nuovo e soprattuto, a detta degli autori, efficace. Infatti il paziente viene aiutato a superare un problema specifico non focalizzandosi su concetti troppo astratti come "il Sè" ad esempio. Quando poi il paziente, avrà un altro problema, tornerà in terapia per quello specifico....non si vuole "ristrutturare" la personalità...

    ciao, Max
    Ti vorrei fare una domanda, con la premessa che non conosco qs specifico approccio, ma solo i due aspetti della tbs, tra qs seconda do De Sharez, centrata sulla soluzione, a livello teorico.
    Hai detto che è efficace nei casi ad es., di abuso, ma gli abusi, molto spesso, possono comportare dei disequilibri o modificazioni nella personalita' di chi li subisce. In che modo, puo', se lo sai, dato che sembra una teoria promettente, colmare qs contraddizione, nel caso si verifichi? Oppure, si propone solo di far uscire la persona dalla situazione immediata e rimanda eventualmente ad altri qs intervento, se servisse?
    Se una persona subisce un abuso, come si puo' farle pensare cosa "accadere se l'abuso non ci fosse stato?" o si propone di farle trovare la chiave della soluzione di problemi cosi' grossi,che in genere, in modo visibile o meno provocano cambiamenti importanti nella personalita', nelle relazioni ed altro, cercando da sola delle "soluzioni" sintomatiche senza intervenire sul resto, in alcun modo?
    Spero di essere riuscita a spiegare il mio dubbio e ti sarei grata, se ne sai qualcosa (nel senso che mi è sembrata nuova anche per te, voglio dire), questo aspetto.
    Grazie

    Ciao
    Gaia

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  4. #4
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    Riferimento: terapia breve centrata sulla soluzione

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    Ti vorrei fare una domanda, con la premessa che non conosco qs specifico approccio, ma solo i due aspetti della tbs, tra qs seconda do De Sharez, centrata sulla soluzione, a livello teorico.
    Hai detto che è efficace nei casi ad es., di abuso, ma gli abusi, molto spesso, possono comportare dei disequilibri o modificazioni nella personalita' di chi li subisce. In che modo, puo', se lo sai, dato che sembra una teoria promettente, colmare qs contraddizione, nel caso si verifichi? Oppure, si propone solo di far uscire la persona dalla situazione immediata e rimanda eventualmente ad altri qs intervento, se servisse?
    Se una persona subisce un abuso, come si puo' farle pensare cosa "accadere se l'abuso non ci fosse stato?" o si propone di farle trovare la chiave della soluzione di problemi cosi' grossi,che in genere, in modo visibile o meno provocano cambiamenti importanti nella personalita', nelle relazioni ed altro, cercando da sola delle "soluzioni" sintomatiche senza intervenire sul resto, in alcun modo?
    Spero di essere riuscita a spiegare il mio dubbio e ti sarei grata, se ne sai qualcosa (nel senso che mi è sembrata nuova anche per te, voglio dire), questo aspetto.
    Grazie

    Ciao

    Ps: volevo specificare che non mi è davvero chiaro in che modo possa agire migliorando la situazione generale della persona se essa ha ad es., subito un qualche tipo di abuso, neppure su che tipo di sintomi potrebbe intervenire in casi del genere e come.

    Vi ringrazio se riuscite in qualche modo a farmi capire qs aspetto.

    Ciao.
    Gaia

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  5. #5
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    Riferimento: terapia breve centrata sulla soluzione

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    Se una persona subisce un abuso, come si puo' farle pensare cosa "accadere se l'abuso non ci fosse stato?"

    Ps: volevo specificare che non mi è davvero chiaro in che modo possa agire migliorando la situazione generale della persona se essa ha ad es., subito un qualche tipo di abuso, neppure su che tipo di sintomi potrebbe intervenire in casi del genere e come.

    Vi ringrazio se riuscite in qualche modo a farmi capire qs aspetto.

    Ciao.

    Ciao, RosadiMaggio.
    Io, personalmente, ho letto diverse cose di Steve de Shazer, ma non mi sono mai imbattuto nel trattamento di "abusi" come tu hai inteso.
    Non so se dipenda dal fatto che mi è sfuggito qualcosa (max.nettuno potrebbe, forse, precisare cosa intendeva), ma, da quello che so, il Brief Family Therapy Center di Milwaukee ha lavorato molto sugli abusi di sostanze stupefacenti e, soprattutto, di alcolici, negli anni Ottanta. (Da quello che conosco, dovrebbero essere stati Haley e Madanes ad interessarsi -ma non mi sono mai curato di approfondire la cosa- degli abusi sessuali e della violenza subita ed agita).
    In questo campo (abuso di alcolici ed altre sostanze che possono dare dipendenza), la prospettiva centrata sulle soluzioni ha ottenuto importanti successi, rivalutando e stimolando le risorse insite nell'individuo: il terapeuta definisce la finalità dell'intervento insieme al paziente (posizione collaborativa e di responsabilizzazione del soggetto in terapia), e se la strategia si dimostra inefficace, la responsabilità dell'insuccesso viene attribuita alla tecnica (che verrà modificata) e non al paziente (fra parentesi: questo è uno dei motivi che mi affascina nella prospettiva).
    Puoi vedere, se la questione ti interessa, in italiano, il testo di Berg Kim Insoo e Scott D. Miller, Quando bere diventa un problema, pubblicato da Ponte alle Grazie.

    Inoltre, devi tenere presente che la tecnica di de Shazer non potrebbe prevedere una domanda tipo
    "come potrebbe essere la tua vita se l'abuso non ci fosse stato?", ma tipo "come potrebbe essere la tua vita se l'abuso non costituisse più per te un problema?".

    Ciao, spero di avere risposto al tuo dubbio (almeno, per quanto di mia conoscenza).
    Ultima modifica di Hermes Ankh : 13-08-2008 alle ore 01.41.17


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  6. #6
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    Riferimento: terapia breve centrata sulla soluzione

    Hermes Ankh, sono propèrio felice di sapere che non sono l'unico a interessarmi della cosa. E ne sai veramente parecchio!

    Rosadimaggio, credo che Hermes Ankh abbia risposto molto bene al tuo dubbio. Personmalmente non ho ancora letto l'applicazione di questa tecnica a disturbi specifici (quali abusi, ma sul libro che ho letto si parlava proprio di abusi sessuali e non di sostanze..ma ripeto, nel libro che ho letto è solo citato il fatto che la tecnica è apllicabile con successo anche in questi casi), so solo che viene usata ampiamente, però da diversi "practitioner" sparsi un pò per il mondo (in quanto, appunto sia il sito della scuola di Milwakee che la scuola proprio oramai, morti gli autori, non c'è più. Però hanno formato molta gente, in America e Europa e altrove).

    Io personalmente sto meditando di andare a fare un training sull'argomento a Londra, dove c'è un centro che offre formazione prorpio su questa tecnica e che, affermano loro, la applicano sui casi più disparati. E' un centro di counseling e terapia, oltre che di training, ed è citato nel libro che ho letto tra le scuole che si occupano proprio di "Solution Focused Brief Therapy". Di fatto, per quello che ne so io finora, in Italia questa tecnica non viene insegnata. In Europa, la insegnano appunto a Londra presso il Brief Therapy Practice. Questo il link Brief Therapy Practice - Homepage
    Il viaggio è la meta.

  7. #7
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    Riferimento: terapia breve centrata sulla soluzione

    Citazione Originalmente inviato da max.nettuno Visualizza messaggio
    Personmalmente non ho ancora letto l'applicazione di questa tecnica a disturbi specifici (quali abusi, ma sul libro che ho letto si parlava proprio di abusi sessuali e non di sostanze..ma ripeto, nel libro che ho letto è solo citato il fatto che la tecnica è apllicabile con successo anche in questi casi)....
    Ho fatto una veloce indagine e ho trovato solo questa ricerca (successiva ai testi da me letti, quando mi interessavo della questione), relativa agli studi sui successi applicativi della terapia centrata sulla soluzione dei problemi, che possa essere collegata ai temi dell'abuso e della violenza (mentre la maggior parte degli studi tratta di abuso di alcolici):

    Lee MY, Greene GJ, Uken A, Sebold J, Rheinsheld J (1997) Solution-focused brief group treatment: a viable modality for domestic violence offenders?
    Journal of Collaborative Therapies, IV, 10-17.
    [Sciotto study: 117 clients, 1993-1997; standard 6 sess completed by 88. 7% (6) reoffend.
    Plumas study: 1994-1996: 34 clients completed 7 of 8 standard sess. 3% (1) reoffend. (Not yet published: 17% reoffend at 6 yr followup) (pcmhs@psln.com) (uken@ips.net)]


    "L'onda non riesce a prendere
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  8. #8
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    Riferimento: terapia breve centrata sulla soluzione

    Vi ringrazio entrambi per le risposte e le indicazioni date.

    Un saluto sia a max.nettuno che ad Hermes Ankh
    Gaia

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  9. #9
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    il terapeuta definisce la finalità dell'intervento insieme al paziente (posizione collaborativa e di responsabilizzazione del soggetto in terapia), e se la strategia si dimostra inefficace, la responsabilità dell'insuccesso viene attribuita alla tecnica (che verrà modificata) e non al paziente (fra parentesi: questo è uno dei motivi che mi affascina nella prospettiva).

    Non conosco la tecnica in questione, ma questo punto mi pare paradossale o quantomeno contraddittorio: da un lato si responsabilizza il paziente, dall'altra lo si deresponsabilizza attribuedo l'insuccesso alla tecnica (!), c'è qualcosa che non torna, almeno mi pare, o forse è necessario definire che cosa si intende per "responsabilità"...

    Saluti,
    ikaro

  10. #10
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    Riferimento: terapia breve centrata sulla soluzione

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Non conosco la tecnica in questione, ma questo punto mi pare paradossale o quantomeno contraddittorio: da un lato si responsabilizza il paziente, dall'altra lo si deresponsabilizza attribuedo l'insuccesso alla tecnica (!), c'è qualcosa che non torna, almeno mi pare, o forse è necessario definire che cosa si intende per "responsabilità"...

    Saluti,
    ikaro

    La mia è solo un'ipotesi, con nessuna pretesa di precisione, pero', forse la coerenza dell'affermazione secondo qs approccio, fatta potrebbe essere nella sua premessa:" Se la strategia si dimostra inefficace...".

    Ciao
    Gaia

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  11. #11
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    Riferimento: terapia breve centrata sulla soluzione

    La mia è solo un'ipotesi, con nessuna pretesa di precisione, pero', forse la coerenza dell'affermazione secondo qs approccio, fatta potrebbe essere nella sua premessa:" Se la strategia si dimostra inefficace...".
    Peggio ancora, perchè sarebbe esattamente la replica di 1 modello medico/ortopedico per cui se il farmaco non funziona lo cambiamo, ma in tutto questo la responsabilità del soggetto dove sta? Nella compliance alla terapia, come nel modello medico, appunto?

    Ciao!

  12. #12
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    Riferimento: terapia breve centrata sulla soluzione

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Peggio ancora, perchè sarebbe esattamente la replica di 1 modello medico/ortopedico per cui se il farmaco non funziona lo cambiamo, ma in tutto questo la responsabilità del soggetto dove sta? Nella compliance alla terapia, come nel modello medico, appunto?

    Ciao!
    Grazie per la risposta, pero' la mia era una semplice ipotesi non conoscendo l'approccio, quindi credo che il tuo dubbio rimane intatto, a meno che io non abbia fornito una possibile risposta involontaria; spero che gli interessati diretti possano risponderti rispetto al paradosso o almeno contraddizione che a te sembra di cogliere.

    Ciao.
    Ultima modifica di RosadiMaggio : 13-08-2008 alle ore 19.03.24
    Gaia

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  13. #13
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    Riferimento: terapia breve centrata sulla soluzione

    Citazione Originalmente inviato da ikaro78 Visualizza messaggio
    Non conosco la tecnica in questione, ma questo punto mi pare paradossale o quantomeno contraddittorio: da un lato si responsabilizza il paziente, dall'altra lo si deresponsabilizza attribuedo l'insuccesso alla tecnica (!), c'è qualcosa che non torna, almeno mi pare, o forse è necessario definire che cosa si intende per "responsabilità"...

    Saluti,
    ikaro
    In effetti, la formulazione che ho riportato, quasi alla lettera, per comodità, dalle note di copertina del libro che ho citato [“il terapeuta definisce la finalità dell'intervento insieme al paziente, e se la strategia si dimostra inefficace, la responsabilità dell'insuccesso viene attribuita alla tecnica (che verrà modificata)”], non rende ragione della complessità della posizione di de Shazer e corre il rischio di portare fuori strada.


    Per questo, provo, ora, a riprendere in maniera più organica, anche se sintetica, la questione.
    Preciso, pero, in anticipo (anche per evitare eventuali possibili diatribe, che non mi interessano, sui fondamenti epistemici e/o sull'efficacia delle varie prospettive, in campo terapeutico), che il mio interesse non è legato alla psicoterapia, ma a capire le possibili implicazione dell'epistemologia sottesa alla posizione di de Shazer (così come, in un'ottica multioculare, di altri autori e prospettive riferibili agli orientamenti costruttivistico e sistemico) in campo educativo.


    Steve de Shazer è noto, in primo luogo (almeno per quanto riguarda la riflessione epistemologica sui modelli di terapia), per aver proposto che la terapia della famiglia sia formulata in termini di “cooperazione” famiglia-terapeuta, anziché di resistenza, potere o controllo.
    Questo, sostiene B. P. Keeney, uno studioso che ha sviluppato, in una sintesi molto interessante, le implicazioni epistemologiche del pensiero di Bateson, in relazione alle pratiche terapeutiche, “aiuta a rammentare al terapeuta che egli è sempre parte di un sistema più ampio” (L'estetica del cambiamento).


    Scrive de Shazer (Chiavi per la soluzione in terapia breve): “il cambiamento terapeutico è un processo di interazione che coinvolge tanto il cliente quanto il terapeuta (...) Si possono vedere clienti e terapeuta come persone che stanno costruendo insieme la realtà di un problema (...) Sembra quindi logico che i terapeuti considerino l'attività di interazione come uno sforzo di collaborazione nel quale essi e i loro clienti costruiscono congiuntamente un problema che possa essere risolto.”


    Un secondo principio tipico della prospettiva di de Shazer, ripreso da Milton Erikson, è che il sintomo vada inteso come parte della soluzione e che, insieme ad altre risorse del paziente, confluisca nella costruzione del percorso di cambiamento. Si tratta, in specifico, per de Shazer, di creare, insieme al cliente (“Ogni cliente reca la chiave della soluzione: il terapeuta deve sapere dove guardare”), uno scenario evolutivo in cui il sintomo possa essere relativizzato e il problema superato.
    Questa posizione ricorda, in parte, quella (di tipo coeducativo) che, negli stessi anni, veniva costruita, in Italia, in campo educativo, con il nome di “sfondo integratore”. Questo è il motivo principale per cui mi sono interessato, nei miei studi, di de Shazer.
    E', comunque, nel senso specificato sopra (cooperazione fra terapeuta e paziente nella costruzione di uno scenario evolutivo), non in altri, che si può parlate di posizione attiva del soggetto in terapia (e, quindi, anche se il termine da me utilizzato non è dei migliori, di sollecitazione della sua personale e responsabile collaborazione).


    Una terza questione discende direttamente da queste premesse: la relativizzazione delle tecniche (delle singole “tecniche”, ovviamente, non della prospettiva) utilizzate in terapia.
    Le soluzioni vanno costruite, per de Shazer, in una continua ricerca e in un continuo adattamento, da parte del terapeuta e delle tecniche da questi utilizzate, alle modalità comunicative del soggetto in terapia. Anche le tecniche, quindi, vanno ripensate e ridefinite, nel corso della ricerca. Non perché le tecniche non siano importanti (anzi: la dimensione tecnica fa parte dello specifico che il terapeuta porta nel rapporto terapeutico), ma perché le tecniche servono solo, per de Shazer, nella misura in cui sono in grado di sostenere la costruzione, in una collaborazione fra terapeuta e paziente, di scenari evolutivi che consentano al problema di essere superato.
    Se la terapia fallisce (e, con questo, ritorniamo alla frase messa, forse a ragione, in discussione), non è corretto, per de Shazer, ipotizzare una “resistenza” da parte del paziente, ma vuol dire che qualcosa non ha funzionato nel processo terapeutico (e questo, a volte, può anche dipendere da un uso di tecniche non adeguate, da parte del terapeuta).
    Questo, al di là della formulazione poco felice che ho riportato, è quello che intende (da quanto ho compreso) de Shazer.

    Per quanto mi riguarda, lo ripeto, non sono interessato alla psicoterapia (quindi, neppure a difendere una prospettiva particolare).
    Se mi è, però, permesso (anche in riferimento a diversi dibattiti in corso nel forum), direi che, penso anche in campo terapeutico (oltre che in quello educativo, di cui mi occupo direttamente), le mappe della realtà, proprie di una posizione, non possono essere considerate le uniche, né è possibile ragionare nei termini di "più adatto di", in una specie di darwiniana sopravvivenza del "più adatto".
    Proprio de Shazer, e con questo concludo, ci suggerisce che "Varie mappe terapeutiche si adattano a varie costruzioni dei problemi, ma potrebbero adattarvisi altrettanto bene altre mappe. Il problema può essere costruito in più modi e quindi si potrebbero sviluppare con successo altri tipi di adattamento (...)
    E' importante osservare che le soluzioni non dipendono interamente né dalla creatività del terapeuta e/o del gruppo di terapia né da quella del cliente. La fonte della creatività 'risiede' nel rapporto di collaborazione tra i due sottosistemi. La creatività è un 'sovrappiù' della loro visione multioculare o delle loro varie descrizioni della situazione problematica. Certo, le tecniche del terapeuta mirano a promuovere lo sviluppo di soluzioni creative, e l'intervento creativo delle tecniche più utili in una qualsiasi situazione particolare è il sovrappiù prodotto dalla visione multioculare del gruppo e/o del sistema terapeuta-paziente"
    (Chiavi per la soluzione in terapia breve).
    Ultima modifica di Hermes Ankh : 14-08-2008 alle ore 01.30.32


    "L'onda non riesce a prendere
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  14. #14
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    Riferimento: terapia breve centrata sulla soluzione

    Citazione Originalmente inviato da RosadiMaggio Visualizza messaggio
    La mia è solo un'ipotesi, con nessuna pretesa di precisione, pero', forse la coerenza dell'affermazione secondo qs approccio, fatta potrebbe essere nella sua premessa:" Se la strategia si dimostra inefficace...".

    Ciao
    Mi sono accorto solo dopo avere inviato il post che la formulazione, ripresa dal retro di copertina del libro che ho citato, poteva lasciare adito a interpretazioni non corrispondenti al pensiero di de Shazer.
    Per quanto mi riguarda "strategia inefficace" è un errore materiale (dovrebbe essere letto "terapia inefficace"), anche se, poi, mi sono accorto che, nel retro di copertina del libro, è riportato proprio "strategia".
    E "tecnica" va intesa in relazione alle singole tecniche utilizzate dal terapeuta nel contesto della relazione terapeutica (considerata in termini di cooperazione) e, quindi, del processo terapeutico.

    Non ripeto quanto già scritto nel post precedente, in risposta a Ikaro (il cui rilievo, effettivamente, rispetto ai termini utilizzati, è pertinente), ma vorrei aggiungere un'ultima cosa.

    La prospettiva di de Shazer (ma anche quella di Keeney e Ross, che è uno sviluppo dell'epistemologia di Bateson) mi interessano, particolarmente, da un punto di vista educativo.

    Intanto, perchè permettono di ragionare in termini di processo di coeducazione.
    In secondo luogo, perché aiutano a chiarire che, in un processo comunicativo complesso (come la relazione educativa, ma, penso, anche quella terapeutica), il compito del dell'educatore (del terapeuta) non è "cambiare" l'altro (il paziente), ma costruire, insieme al discente (al paziente), uno scenario evolutivo in cui l'elemento disfunzionale (problemi di apprendimento, ad esempio, per quanto riguarda il processo educativo) viene a perdere la propria forza invalidante.
    Questo l'educatore (il terapeuta) può farlo, soprattutto, agendo su quello che lui stesso porta nella relazione (le proprie modalità costruttive, le tecniche, le proprie modalità comunicative...).

    Questo è importante, anche se pensiamo la relazione in termini di "accoppiamento strutturale" (Maturana e Varela), invece che di coeducazione (come io preferisco).
    Se pensassimo, infatti, ad un intervento che ha la pretesa di cambiare l'altro, ricadremmo nel più bieco comportamentismo.
    Cambiando ciò che portiamo nella relazione, proprio per la ricorsività sistemica della stessa (o, per Varela e Maturana, per l'accopiamento strutturale, per cui, cambiando uno dei soggetti implicati anche l'altro è costretto, per mantenere l'accoppiamento, a percorrere cambiamenti struttuarali), contribuiamo a creare le condizioni di un percorso evolutivo.
    E' in questo senso che il terapeuta (come l'educatore) è chiamato a costruire, in itinere, i propri strumenti tecnici, adattandoli, di volta in volta, allo specifico contesto relazionale.
    Ciao.
    Ultima modifica di Hermes Ankh : 14-08-2008 alle ore 09.38.12


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  15. #15
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    Riferimento: terapia breve centrata sulla soluzione

    Ciao Hermes, per quanto riguarda la delucidazione circa la frase citata, devo dire che secondo me, era abbastanza deducile che l'autore volesse evitare di attribuire il possibile insuccesso ad una resistenza del paziente, ma a qualcosa che facesse parte di un processo comune, come una tecnica o una fase del processo terapeutico, data l'ottica co-costruttiva in cui sembra collocarsi e che ci sono momenti in cui un terapeuta, puo' riconoscere che la strada prescelta, non era quella adatta e qd, modificarla.
    Certamente, non conoscendo la tecnica specifica, non sapevo se fosse sufficientemente fondata come ipotesi o no; non so se sono riuscita a rendere cio' che volevo dire, circa l'aspetto che era stato oggetto di interesse, cmq, ti ringrazio per tutti i chiarimenti, a livello teorico dell'applicazione delle "tecniche" anche circa l'aspetto educativo, oggetto di tuo interesse che hai dato.

    Ciao
    Gaia

    Tessera n° 15 Club del Giallo

    Guardiana Radar del Gruppo insieme a Chiocciolina4

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