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  1. #1
    L'avatar di Haruka
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    [ARTICOLO su PSICOTERAPIA]Che ne pensate?

    Sono alla continua ricerca di info dettagliate sul futuro da psicologo clinico.. e oggi girando per la rete ho trovato un libro "virtuale" scritto da Adalberto Bonecchi... nn so' sinceramente chi sia [lol sicuramente sara' qualche famosssssissssimo prof ]
    Pero' mi è parso interessante il primo capitolo relativo allo psicoterapeuta..
    Ve lo faccio leggere primo perche' mi pare interessante e secondo perche' mi piacerebbe cominciare a capirne un po' di piu' e, come al solito, devo "verificare" le fonti che trovo
    Un saluto :ciao2:

    --
    QUALITA' E LIMITI DELLO PSICOTERAPEUTA
    di Adalberto Bonecchi

    Il lavoro dello psicoterapeuta
    Il lavoro dello psicoterapeuta ha un gusto particolare. Seduti nella nostra poltrona, ascoltiamo i problemi di persone che non abbiamo cercato, ma verso cui sviluppiamo una notevole empatia. In parte strizzacervelli, istrioni o ministri di un culto esoterico, non siamo in effetti nulla di tutto ciò, ma esseri umani che sanno di dover passare anche attraverso queste maschere per poter aiutare altri esseri umani nell'indagine e nella trasformazione della loro mente.
    In quei momenti, il nostro compito è la responsabilità, cioè la capacità di offrire una risposta che doni senso al paziente: un senso individuale, che egli dovrà trovare nella propria storia, nel proprio mondo e -perché no?- nel proprio futuro.
    Un lavoro, il nostro, con molti oneri e pochi onori, se non quello, inestimabile, di aver proficuamente accompagnato un essere umano per un tratto -forse il più importante- della sua esistenza e di averlo messo in grado di navigare autonomamente nella vita.
    Come scegliere lo psicoterapeuta?
    Probabilmente, per quanto riguarda la scelta del terapeuta, i giorni passati dal futuro paziente indagando e valutando le qualità di diversi professionisti non sono spesi inutilmente, ma anzi costituiscono una necessaria introduzione al percorso analitico vero e proprio: in questo arco di tempo, infatti, egli può articolare la propria domanda, che inizialmente è di solito una generica aspirazione al cambiamento, per darle una forma più precisa, che la renda accoglibile.
    Nella scelta di un terapeuta non è di particolare importanza la sua scuola di appartenenza, in quanto essa è solo una delle componenti che favoriscono l'instaurarsi del transfert -la delicata relazione del paziente verso il terapeuta- ma non la principale. Anzi, nel caso in cui il terapeuta ricopra in una scuola un ruolo istituzionale rilevante, ciò può favorire il sorgere di interessi estranei alla terapia, che con il tempo si riveleranno particolarmente controproducenti.
    Considerazioni simili valgono anche per il curriculum del proprio potenziale terapeuta. La sua frequentazione di maestri o scuole prestigiose non è infatti di per sé una garanzia che egli abbia anche saputo metabolizzare questi incontri. Anzi, è possibile che egli abbia semplicemente accumulato esperienze per compensare le carenze del proprio lavoro interiore.
    Chi cerca un terapeuta dovrebbe ricordarsi la storia di quell'aspirante allievo che viaggiò per giorni e giorni con l'unico scopo, una volta raggiunto il maestro a cui intendeva affidarsi, di osservare come si sarebbe allacciato le scarpe... Egli era infatti certo che la storia personale, le teorie e soprattutto le realizzazioni interiori di quel maestro sarebbero emerse anche nel suo gesto più banale. Lo stesso vale nella scelta del terapeuta, in quanto è preferibile non lasciarsi abbagliare da provocanti speculazioni teoriche o da sfavillanti certificati istituzionali, ma vagliare la consistenza spicciola e quotidiana del terapeuta a cui si è interessati.
    In questa operazione, possono risultare utili i suggerimenti di amici e conoscenti che già lo frequentino? Sì e no. Sì, perché certamente persone di fiducia sono in grado di fornire valide testimonianze, che permettono una prima valutazione del tutto generale; no, perché la scelta del terapeuta è sempre una scelta squisitamente individuale, basata su un certo feeling, che deve essere sperimentato direttamente, ad esempio partecipando alla sua dimensione pubblica. Questa è in primo luogo costituita dalle conferenze che egli tiene e dai libri che scrive, tra le cui righe si devono cogliere le sue qualità umane, perché la relazione terapeutica è essenzialmente un incontro tra due esseri umani: la tecnica può mediare questo rapporto, ma non cancellarlo.
    Tuttavia, se è importante prendere le distanze dall'estremo che privilegia le qualità "oggettive" del curriculum professionale del terapeuta, non per questo si deve cadere nell'estremo opposto, considerando la psicoterapia un semplice incontro empatico: poiché in fondo un certo feeling è possibile verso chiunque, trovarsi in sintonia con un altro essere umano non costituisce di per sé una prova sufficiente della sua abilità terapeutica. Occorre quindi che il terapeuta a cui ci si rivolge goda anche di un certo riconoscimento tra i propri colleghi e più in generale nella comunità intellettuale. Fortunatamente, dopo che le rigide ortodossie hanno mostrato tutti i propri limiti, si sta ora sviluppando tra i terapeuti più sensibili una stima trasversale, che tiene conto delle loro capacità umane e professionali, più che delle scuole di appartenenza. Di questa stima, o della sua assenza, è il caso che l'aspirante paziente tenga in qualche modo conto.
    Da dove vengono i pazienti?
    Fondamentalmente esistono due vie, che potremmo scherzosamente definire traffichina ed eroica, attraverso le quali uno psicoterapeuta si costruisce nel tempo la propria "clientela". La prima consiste nel divenire amici del maggior numero possibile di operatori ben collocati nell'ambiente sanitario, nel farsi pubblicità con mezzi eticamente più o meno discutibili, nel cercare posizioni di prestigio in associazioni e organizzazioni professionali...: si tratta, come si può constatare, di una via eminentemente esterna, che viene percorsa nella convinzione che poiché i pazienti provengono dal mondo è nel mondo che si deve cercarli.
    La via eroica, invece, è interiore e sorge dalla consapevolezza che la clientela è un effetto collaterale della propria crescita, quindi dell'essere più che dell'apparire. E' una via nella quale si ha fiducia nelle proprie capacità, oltre che in una sorta di "intelligenza di fondo" del mondo: non va a cercare i pazienti, ma li aspetta, perché sa che il proprio lavoro interiore emana un magnetismo che attirerà altri. La via traffichina può dunque sembrare a prima vista più vantaggiosa, ma presenta vari inconvenienti: infatti, solitamente essa è poco interessante, perché trova pazienti scarsamente motivati; è rischiosa, perché dipende da circostanze esterne; è poco remunerativa, perché sul piano psicologico non eleva l'autostima e su quello economico non permette un lavoro costante, in grado di rinnovarsi continuamente.
    La via eroica è forse lenta all'inizio, ma i suoi risultati con il tempo divengono più solidi, numerosi e soddisfacenti: in essa, si ha infatti l'impressione di una perfetta sintesi tra la propria crescita interiore e il successo professionale.
    Come accogliere il paziente? Un terapeuta che comprenda la delicatezza della propria posizione non sceglie i pazienti, ma li accoglie: non va cioè alla ricerca di pazienti ideali, pronto a entusiasmarsi non appena incontri qualcuno che paia possedere i requisiti da lui prediletti. Questa prudenza può non essere facile per gli analisti didatti, in quanto -se non hanno un'ottima capacità introspettiva- per essi è relativamente spontaneo desiderare allievi brillanti. Quando questo desiderio si incontra con quello dell'allievo di avere un didatta importante, risulta evidente quale pericolosa alleanza possa instaurarsi.
    No, un terapeuta non sceglie i propri pazienti. Questo naturalmente non significa che egli non abbia una griglia selettiva, ma piuttosto che essa si applica a chi già gli si è rivolto e vaglia soprattutto una qualità dell'aspirante paziente: la sua onestà intellettuale. Senza di essa, infatti, altre doti quali l'intelligenza, la determinazione o la costanza valgono poco. E' solo il non arretrare innanzi a ciò che si incontra che renderà possibile la terapia e che anche nei momenti di maggiore difficoltà sosterrà il lavoro interiore.
    Se il terapeuta nota l'onestà intellettuale del candidato -il che comprende anche la sincerità della domanda- allora non può non accoglierla, quali che siano le proprie disponibilità di tempo e di energie: le "liste di attesa", infatti, si addicono forse ad altri professionisti, ma certo non agli psicoterapeuti.
    Ciò però si riferisce a domande fortemente rivolte a uno specifico terapeuta. Nel caso invece di pazienti "inviati" (ad esempio da medici) o che comunque non abbiano fatto un'approfondita e motivata scelta del terapeuta, questi può sentirsi più libero di gestire la domanda tenendo conto delle proprie disponibilità di tempo.
    Il riconoscimento dello psicoterapeuta.
    La nostra professione ha finalmente avuto quel riconoscimento legislativo che ci ha tolto da una situazione spiacevole e a volte imbarazzante. Chi infatti tra noi, dichiarando a un estraneo la propria professione, non ha avvertito almeno una volta l'aleatorietà sociale del modo in cui si guadagna da vivere? Ora le cose sono cambiate e la nostra esistenza è formalmente riconosciuta, grazie a una regolamentazione dell'attività psicoterapeutica che era divenuta inevitabile.
    Questo riconoscimento ha comportato dei costi, il principale dei quali probabilmente consiste nell'aver creato forche caudine di controllo -sia nella formazione sia nella pratica quotidiana- attraverso cui si deve inevitabilmente passare: ciò può a volte dare l'impressione che la burocrazia rischi di soverchiare l'intelligenza, ma questo in linea di massima è un falso problema, perché la vera intelligenza, lungi dal confondersi con la sregolatezza, sa riconoscere che la burocrazia è un mezzo e non un fine: la sa quindi usare senza farsene appesantire eccessivamente. Tuttavia, non è però nemmeno il caso di essere ottimisti, in quanto vi è sempre il rischio che la burocrazia possa prendere il sopravvento su una reale formazione professionale e, quel che più conta, su un effettivo sviluppo interiore.
    La psicoterapia sta infatti vivendo un momento di grande normalizzazione, in parte necessario, ma in cui vi è il pericolo di perdere quella tensione interiore che è il vero combustibile della nostra pratica quotidiana e senza la quale essa risulterebbe noiosa e ben poco soddisfacente. Dubito che le attuali scuole di psicoterapia sappiano sempre riconoscere, apprezzare e coltivare questo fuoco interiore.
    Selvaggi e abusivi.
    La regolamentazione dell'attività psicoterapeutica ha tra l'altro avuto il merito di sostituire alla figura del selvaggio quella dell'abusivo. Se infatti in precedenza "selvaggio" era un insulto potenzialmente riferibile a chiunque non appartenesse alla propria scuola, ora esso non ha più senso, in quanto la vera questione non è più immaginaria, ma legale e quindi simbolica, cioè regolata da una terza istanza che si muove non specularmente, ma appunto in nome della legge.
    Non vi sono dunque più selvaggi, ma abusivi, cioè soggetti non in regola con le leggi dello stato, in quanto esercitano una professione senza la necessaria autorizzazione. Siamo così passati dal giudizio opinabile all'individuazione di un reato: dal selvaggio all'abusivo, appunto.
    Resta il rammarico di come questo percorso sia metaforicamente cosparso di cadaveri di valenti colleghi, bloccati solo da difetti formali che per nulla inficiano le loro già riconosciute qualità terapeutiche. Su alcuni che sono giunti alla meta sospirata del riconoscimento legale solo grazie alla correttezza formale è invece il caso di stendere un pietoso velo...
    L'isolamento dello psicoterapeuta. E' oramai appurato che la professione dello psicoterapeuta presenta parecchi rischi di stress. Tra le sue cause principali vi è certamente l'isolamento in cui viene condotta la pratica clinica: lunghe ore trascorse in un ambiente ristretto a far da supporto a un transfert positivo o negativo in cui spesso è difficile riconoscere qualcosa del proprio essere sono la condizione esistenziale quotidiana di molti psicoterapeuti. Così facendo, però, anche l'individuo psicologicamente più solido rischia come minimo di incontrare alcuni problemi d'identità, perché si trova costretto a escludere dalla propria giornata lavorativa quanto egli avverte per sé più vitale e significativo. Questo naturalmente avviene anche in altre professioni, ma forse lo psicoterapeuta, proprio per il suo allenamento alla verità, è più portato ad avvertire con sofferenza una tale situazione. Inoltre, l'etica gli proibisce quegli "sfruttamenti" sessuali, economici o di potere che possono almeno momentaneamente costituire importanti tornaconti secondari di altre professioni. Che fare, dunque? A partire dalla mia esperienza personale e dall'incontro con diversi colleghi, ritengo vi siano fondamentalmente due soluzioni. La prima è interna alla pratica lavorativa e consiste nel renderla maggiormente "vera": si tratta infatti, pur continuando a tenere conto del transfert e del controtransfert, di abbandonare sempre più i comportamenti stereotipati che hanno in qualche modo permesso di iniziare a lavorare e di riuscire invece nell'incontro con l'altro a suonare melodie sempre più fluide. Fuor di metafora, ciò significa vivere la terapia tenendo conto non solo della posizione in cui il paziente ci colloca, ma anche del modo in cui noi la occupiamo. La tecnica infatti, più che una negazione del nostro desiderio, è il momento in cui noi lo integriamo nella funzione terapeutica. Ogni terapeuta minimamente avvertito conosce che differenza vi sia, alla fine di una seduta, tra l'aver svolto un ruolo -in modo anche brillante e "intelligente"- e l'aver invece interagito profondamente con il paziente. Quando questo accade, il nostro senso di isolamento e di alienazione cessa perché, pur avendo tenuto conto della teoria e della tecnica, sentiamo di aver vissuto la nostra umanità, che in quei momenti si sviluppa nella funzione terapeutica.
    Sul versante esterno, invece, il senso di isolamento viene superato costruendosi una vita affettiva e relazionale solida, capace di costituire un valido punto di riferimento anche nei momenti più delicati della pratica professionale. Curiosamente, la famiglia dello psicoterapeuta, assente per ovvi motivi dalla clinica, lo è di solito anche dalle teorizzazioni sulla sua figura e sulla sua funzione, quasi come se ogni mattina egli si materializzasse miracolosamente in studio, pronto poi a sparire di nuovo al termine di una dura giornata lavorativa. Ma che cosa rappresenta effettivamente per lui questa famiglia? Sarebbe facile e suggestivo rispondere lanciandosi in un volo pindarico e definirla ad esempio il porto in cui egli trova finalmente rifugio... in attesa di dormire il sonno del giusto. Tutto questo risulterebbe certamente in parte vero -sebbene non sempre: basti pensare alla situazione familiare disastrosa di molti terapeuti- ma io preferisco definire la famiglia del terapeuta come un luogo di esistenza, in cui reintegrare nel proprio sé quelle parti con cui eventualmente durante la giornata egli è rimasto poco in contatto. Naturalmente è il caso di ricordare, seppure sia una verità ovvia, che perché questo avvenga è necessario che il terapeuta trascorra effettivamente del tempo con la propria famiglia, sapendo rinunciare al momento opportuno a sedute, convegni e ogni altra situazione mondana fonte di ulteriore distrazione.
    Una volta, a una paziente che simpaticamente mi rimproverava per un'assenza di qualche giorno, risposi ridendo che le vacanze del terapeuta -viaggio e soggiorno inclusi- dovrebbero essere pagate dai pazienti... Esse infatti si possono intendere non come una fuga privata dagli impegni pubblici, ma come un momento rigenerativo, che dona energia alla pratica lavorativa e dunque l'arricchisce. La paziente, particolarmente intelligente e capace di sorridere del proprio transfert, si disse d'accordo... ma solo su un piano teorico.
    Queste soluzioni all'isolamento del terapeuta sono però possibili solo se egli ha saputo proseguire il proprio addestramento mentale: in caso contrario, egli sarà condannato a quei palliativi di cui purtroppo la storia del movimento psicoterapeutico ci ha offerto tristi esempi.
    Il guaritore ferito.
    E' forse il terapeuta, per riprendere una formula suggestiva, un guaritore ferito? In un certo senso egli ha sì sperimentato una ferita, ma è auspicabile che mediante la propria analisi sia riuscito a cicatrizzarla: ciò infatti gli permetterà, osservandola, di rievocare la sofferenza passata e di sviluppare così una maggior empatia verso il paziente. Tutto questo, però, vale per la sofferenza nevrotica, che raddoppia il dolore a cui tutti in quanto esseri umani siamo esposti. Per questo ultimo tipo di sofferenza -legata ad esempio alla malattia fisica e alla morte propria o di chi ci è più caro- non c'è invece guarigione, almeno al livello psicologico usuale. Ad essa il terapeuta, come chiunque altro, è vulnerabile. Più in particolare, però, la sua vulnerabilità consiste nel trovarsi esposto alla vita senza cercare difese nevrotiche o, peggio ancora, psicotiche. E' la vulnerabilità di chi ha coraggio e prova amore per la verità. Sebbene infatti il terapeuta non sia, per ovvi motivi, un essere perfetto, è importante che la sua formazione lo spinga a evitare le paure e le falsità più comuni, che rendono la vita apparentemente sopportabile per la maggior parte delle persone, seppure a prezzo di una notevole meschinità sul piano esistenziale. Senza queste protezioni, egli cerca di passare dignitosamente gli anni che gli sono concessi su questa terra.
    Idealizzazione e onnipotenza.
    Sebbene una forte idealizzazione da parte del paziente nei confronti del terapeuta sia inevitabile, per quest'ultimo essa può rappresentare un veleno. Infatti, nel caso non la sappia ascoltare nella sua precisa collocazione transferale, egli sarà portato all'esaltazione narcisistica derivante dal credervi o allo sconforto più cupo per il fatto di non esservi all'altezza. Tra l'altro, più è forte l'idealizzazione del terapeuta da parte del paziente, maggiore sarà l'attacco in seguito portatogli. Quando questo avviene, ci troviamo in un momento particolarmente dialettico dell'esperienza, in cui il terapeuta, se non è paralizzato dal timore di un'eventuale interruzione del rapporto, potrà lavorare molto proficuamente. Sarà infatti in grado di portare il paziente a non agire eccessivamente l'attacco, aiutandolo così a sostituire l'elaborazione del proprio materiale inconscio alla ripetizione di meccanismi stereotipati: in questi momenti, veramente si comprende come la nostra non sia una pratica rituale, ma anzi comporti vigilanza e capacità d'intervento. Intervento analitico, naturalmente, e non controtransferale.
    Il fuoco del terapeuta.
    Perché molti psicologi, che abbandonano il servizio sanitario pubblico per lavorare privatamente, falliscono? Il loro curriculum formativo spesso è valido e l'esperienza clinica notevole, ma quando si tratta di instaurare un rapporto diretto con il paziente, non mediato dall'istituzione, essi non hanno più alcun modello di riferimento. Anzi, spesso falliscono addirittura a monte perché -per dirla un po' crudamente- non riescono nemmeno a trovare i clienti... Non sanno infatti rischiare e mettersi in gioco, insomma esistere, senza la garanzia della mamma-istituzione: divenuti ormai burocrati della terapia, non riescono più a indovinare la scommessa esistenziale che la nostra pratica privata comporta. Cose che capitano, quando si pretende di lavorare privatamente senza avvertire dentro di sé un fuoco che arde: questo non è un lavoro per i tiepidi.
    Le quattro realizzazioni.
    Uno psicoterapeuta privato può realizzarsi a quattro livelli. Economico, perché la sua pratica, pur senza arricchirlo particolarmente, gli consente una vita materiale più che dignitosa; professionale, perché dopo anni di duro e costante impegno le sue capacità sono riconosciute; esistenziale, perché il nostro è un lavoro che permette di impiegare e sviluppare le proprie migliori qualità umane; spirituale, perché possiamo liberarci dai più grossolani punti di vista egoici ed egoistici, considerando la vita e la morte in una prospettiva non solo materiale. E' però importante che le realizzazioni più sottili non prescindano da quelle più grossolane, al fine di ottenere uno sviluppo individuale armonico e graduale: la spiritualità non è infatti una compensazione per il fallimento economico o professionale, ma nasce da una relativizzazione degli indispensabili successi materiali.
    Una concezione elitaria dello psicoterapeuta. Con gli anni, ho sviluppato una concezione elitaria dello psicoterapeuta. Come è infatti possibile occuparsi del destino altrui, senza una forte tensione esistenziale e senza una percezione del rischio che ogni attimo della vita comporta?
    Questa concezione elitaria dello psicoterapeuta non rinvia quindi alla sua origine familiare o al suo censo, ma alla sua capacità di attraversare l'esistenza con un senso della tragedia che, seppur grave, non rende meno agile il passo.
    Purtroppo, è legittimo temere che la formazione ora richiesta ai futuri psicoterapeuti non sempre faciliterà questa dimensione, ma anzi spingerà spesso verso una passione per le utili frequentazioni e un gusto della "normalità" che, se riscontrato in un paziente, farebbe rabbrividire uno psicoterapeuta sensibile.
    Ad esempio, gli psicoterapeuti sono a volte molto preoccupati dal loro futuro pensionistico. Purtroppo, però, questa esigenza "assistenziale" spesso va a discapito di ogni tensione teorica, professionale e prima ancora esistenziale, quasi come se la preoccupazione per il futuro impedisse di vivere pienamente e degnamente il presente.
    Chi avrà mai il coraggio di proporre a tutti noi psicoterapeuti una sorta di voto: lavorare sino a che mente e corpo ci sosterranno?

  2. #2
    L'avatar di Haruka
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    ehm
    ok magari era troppo lungo


  3. #3
    Haru io l'ho anche letto ma nn saprei proprio cosa dire
    cmq sto Bonecchi nn lo conosco neanch'io
    [“Tutte le lettere sono d'amore”]>>Yellow Letters

  4. #4
    SuperManu
    Ospite non registrato
    Sono contenta che stai studiando :wink:
    Mi è piaciuta un sacco il paragrafo " il lavoro dello psicoterapeuta"
    Mi sono esaltata per 5 minuti
    Certo non conoscere Bonecchi


    Peccato che non lo conosca nemmeno io però è un cifrotto simpatico

  5. #5
    synapsis
    Ospite non registrato

    Bonecchi

    Non lo conosco neppure io e, devo dire, ho resistito alla tentazione di cercare notizie su di lui, mentre leggevo l'articolo. Ho resistito, perchè non volevo farmi suggestionare e desideravo gustarmi, liberamente, pensieri e riflessionei BELLISSIME!!!!!
    GRAZIE HARUKA veramente grazie.
    Buono studio e buona domenica

  6. #6
    Ospite non registrato
    Ciao a tutti,
    anche io non avevo mai sentito Adalberto Bonecchi, ma direi che mi ha affascinato molto la sua concezione di psicoterapeuta.
    Ho trovato qualcosa su di lui.

    Adalberto Bonecchi (Lodi, 1952) ha iniziato a lavorare giovanissimo come psicoterapeuta e psicanalista a Milano
    Ha fondato e diretto per alcuni anni la rivista interdisciplinare Frammenti (1978-1982 ), che rappresentò una particolare esperienza formativa, ma che risentiva troppo del clima culturale dell'epoca.

    In seguito, ha pubblicato La saggezza freudiana ( Franco Angeli, 1988 ), La via dell'amore ( Tranchida, 1989 ), La collina ritrovata ( Tranchida, 1990 ), Psicoterapia e meditazione ( Oscar Mondadori, 1991), Psicologia e Buddhismo (Tranchida, 1992), e L'abbandono della sofferenza ( Tranchida, 1994 ), oltre a numerosi articoli in riviste e raccolte specializzate.

    Dopo un'intensa attività come scrittore, conferenziere e membro di diverse associazioni psicoanalitiche, venne necessariamente il tempo del silenzio. Attualmente conduce una vita molto riservata ed è semplicemente iscritto all'Ordine degli Psicologi (Lombardia, n°314 ).

    Ecco qualcosa che parla di lui:

    http://it.geocities.com/adalberto_bo...ini_00001b.htm
    http://it.geocities.com/mente_mito/

    http://web.tiscali.it/no-redirect-ti...ic/webbon1.htm (ARTICOLO:EDUCARE GIOCANDO)

    http://web.tiscali.it/no-redirect-ti...ic/webbon2.htm (ARTICOLO: LA CURA TRA OCCIDENTE ED ORIENTE)

    A presto

  7. #7
    L'avatar di Haruka
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    bellissimo, grazie!!

    ps: lo so' che è fuori tema ma.. qualcuno di voi conosce Ulisse Mariani?

  8. #8
    Ospite non registrato
    Ciao haruka
    purtroppo non conosco Ulisse Mariani, ma si potrebbe sempre fare una ricerchina su di lui.
    Tu cosa ci dici a proposito?

  9. #9
    L'avatar di Haruka
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    che ha scritto un libri splendido "La porta di Latta e altre storie" che vi consiglio troppo

  10. #10
    Partecipante Affezionato L'avatar di Lele
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    Ciao, Haruka io conosco Ulisse Mariani, lavora a Viterbo ed è molto conosciuto, Cosa vuoi sapere?
    Lele

  11. #11
    L'avatar di Haruka
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    Originariamente postato da Lele
    Ciao, Haruka io conosco Ulisse Mariani, lavora a Viterbo ed è molto conosciuto, Cosa vuoi sapere?
    lo conosci?
    io ho letto un suo libro e ne sono rimasta estasiata.. trovo sia un uomo di una sensibilita' e di una intelligenza unica..!!
    Lo conosci di persona!?

  12. #12
    Partecipante Affezionato L'avatar di Lele
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    Non so se sia lo stesso Ulisse Mariani di cui parli tu! Non so nemmeno se abbia scritto quel libro. L'Ulisse Mariani di cui so qualcosa non proprio di persona, ma per fama (sai come é.. a Viterbo ci conosciamo tutti! Se lavoriamo nella stessa azienda) è uno psicologo del Sert.
    Ho una collega che però lavora con lui ad alcuni progetti nelle scuole (disagio giovanile, tabagismo e droghe..) se ti interessa posso metterti in contatto con lui! E' facile.. è un collega!
    fammi sapere...
    Lele

  13. #13
    Ospite non registrato

    Tale Giancarlo Gramaglia

    CIAO A TUTTI, mi chiedevo se qualcuno di voi ha mai sentito parlare di un certo Giancarlo Gramaglia, psicoterapeuta in Torino e che in un sito di filosofia
    http://utenti.lycos.it/filosofiaedin...filoantica.htm viene cosi' presentato:

    http://members.tripod.it/illaboratorio/ è il sito di una associazione psicoanalitica fondata da un amico, Giancarlo Gramaglia, psicoanalistia D.O.C. Visitatelo e scoprirete finalmente qualcosa di vero sulla psicoanalisi!

    Qualcosa di vero sulla psicoanalisi. E cosa??
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    A proposito di psicoterapia date anche uno sguardo alla discussione PSICOTERAPIA------------>SCIENZA DELL'ANIMA iniziata da un articolo di Umberto Galimberti

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