• Opsonline.it
  • Facebook
  • twitter
  • youtube
  • linkedin
Visualizzazione risultati 1 fino 6 di 6
  1. #1
    Partecipante Assiduo L'avatar di marco_84
    Data registrazione
    24-12-2006
    Messaggi
    146

    il ruolo terapeutico dell'interpretazione

    Nell'ambito di una psicoterapia psicoanalitica, qual è la funzione dell'interpretazione dell'analista? o meglio, l'esplicitare materiale inconscio, nel momento in cui il terapeuta ritiene che il paziente possa accettarlo, a che serve in pratica?
    Ad esempio è interessante per il paziente riconoscere i meccanismi inconsci che lo spingono a riattualizzare certe situazioni, ma questa consapevolezza dovrebbe produrre un cambiamento?
    Non capisco in che modo l'analista sfrutta a fini terapeutici l'emergere del materiale inconscio che sottende un sintomo comunicandolo al paziente...
    « Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio » G. Debord

  2. #2
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di manuelas
    Data registrazione
    19-11-2004
    Residenza
    modena
    Messaggi
    1,268
    mamma che domanda complicata
    fammi capire bene se ti riferisci ad un contesto teorico specifico...
    da dove viene questo dubbio?
    intanto elaboro la risposta

  3. #3
    Partecipante Assiduo L'avatar di marco_84
    Data registrazione
    24-12-2006
    Messaggi
    146
    in effetti sono riuscito a complicare una domanda semplice...
    In una terapia psicoanalitica, quale giovamento trae il paziente che si sente dire dal terapeuta qualcosa come "il tuo comportamento manifesto X è il riflesso di questa cosa inconscia Y", oppure "il contenuto latente del tuo sogno è questo: ..."

    Una volta che il paziente scopre una parte del suo inconscio...a che gli giova?
    sicuramente la psicoanalisi cura non solo attraverso l'interpretazione, ma mi piacerebbe capire in che modo quest'ultima può essere considerata terapeutica.
    « Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio » G. Debord

  4. #4
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    2,312
    Questa è tutt'altro che una domanda semplice, perchè ritengo che il concetto di "interpretazione" sia tra i più centrali ma anche tra i più discussi all'interno della psicoanalisi.
    La risposta è necessariamente complessa, quindi, e credo che in questa sede non si possa che accennare ad alcune chiavi di lettura sul concetto. Non penso di essere assolutamente in grado di dare una risposta esaustiva alla tua domanda, ma tento lo stesso di scrivere alcune osservazioni che potranno essere arricchite da altri e, soprattutto, da uno studio approfondito dell'argomento.
    Penso che ci siano alcuni argomenti che è bene considerare, impliciti nella domanda:
    1. che cosa è l'interpretazione?
    2. su che cosa si basa?
    3. e, infine, perchè è efficace?
    Ovviamente non ci sono risposte univoche.

    1. Per tentare di approcciare la prima domanda trovo utile considerare l'evoluzione della teoria psicoanalitica. Si può infatti unanimamente considerare l'interpretazione come riferita al transfert, ma questo concetto assume valenze diverse. Credo che un filo conduttore sia il progressivo passaggio da una teoria pulsionale, ad una del deficit, alle teorie contemporanee (modelli interpersonali o relazionali, o di campo psicoanalitico). Nella prima accezione il transfert è collegabile all'espressione delle pulsioni libidiche o aggressive, nella seconda all'espressione di bisogni arcaici del Sè che non sono stati rispecchiati dall'ambiente (vd. Winnicott o Kohut), nell'ultima l'accento viene posto sulla relazione ed interazione tra analista e paziente (vd. Stolorow, Mitchell, Baranger, Ferro, etc...). L'oggetto dell'interpretazione cambia profondamente.

    2. La seconda domanda rimanda al passaggio avvenuto tra una visione positivistica ed una sempre più relativisitica e costruttivista in psicoanalisi, e all'emergere di una psicologia bi-personale a fianco di una mono-personale. L'interpretazione si può fondare su basi differenti, fatto che ha alcune importanti implicazioni. In una visione positivista e mono-personale (Freud, psicologia dell'Io), l'interpretazione ha carattere di collegamento diretto, di tipo causa effetto perchè radicata su un concetto biologico (la pulsione) e perchè ritiene che l'osservatore (l'analista) sia neutrale ed obbiettivo. Il progressivo coinvolgimento della figura dell'analista mediante il concetto di controtransfert (e qui è bene ricordare i lavori pioneristici di Ferenczi e, molti anni dopo di Racker) ha spostato l'accento su i vissuti dell'analista suscitati dal paziente (vedi il concetto di identificazione proiettiva nei kleiniani e soprattutto in Bion), iniziando a relativizzare la portata dell'interpretazione ai deficit dell'ambiente. Infine, la nozione di partecipazione attiva di analizzando ed analista alla relazione, ha fatto sì che si arrivasse ad una concezione di interpretazione come possibile ipotesi di funzionamento, co-costruita (autori importanti sono Hoffmann, Mitchell, Aron).

    3. L'ultima domanda è veramente ampia e complessa. Credo che ci sia un filone principale, che va da Freud fino ai giorni nostri, ovviamente con numerose specificità legate ai singoli autori, che attribuisce valore terapeutico all'interpretazione in quanto facilitante l'elaborazione di ciò che è inconscio, sia essa la pulsione freudiana o stati mentali arcaici e dissociati (gli elementi beta in Bion, il "conosciuto non pensato" in Bollas, le proto-emozioni in Ferro, tanto per citarne alcuni). L'interpretazione restituisce quindi posto alla coscienza. Lungo un'altra linea credo che l'interpretazione restituisca al paziente il riconoscimento di alcuni bisogni primari: è la linea di Winnicott e Kohut, ad esempio. In questo caso l'interpretazione colma dei deficit originari. Penso che un altro punto di vista sull'interpretazione e sul suo valore terapeutico sia costituito dal fatto che con esso è possibile creare una tensione positiva tra una dimensione statica ed una dinamica, tra essere e divenire, rimettendo in moto una possibilità di equilibrio tra queste due polarità. Si rimette, cioè in moto con l'interpretazione una dialettica bloccata dalla patologia consentendo al paziente (e all'analista) di uscire da posizioni rigide e chiuse, per accedere a nuovi livelli di coerenza, più complessi ed organizzati.

    Mi rendo conto che ho tralasciato aspetti importantissimi ed altri concetti ed autori (come Lacan o Ricoer e il punto di vista ermeneutico sull'interpretazione, ma qui credo che ikaro ne sappia molto di più), ma spero di essere stato d'aiuto.

    Un saluto
    Ultima modifica di gieko : 25-11-2007 alle ore 16.13.41
    gieko

  5. #5
    Partecipante Assiduo L'avatar di marco_84
    Data registrazione
    24-12-2006
    Messaggi
    146
    Grazie per la risposta.... mi interessa particolarmente il terzo punto che hai trattato, in quanto come paziente, capita di sentirsi fare un interpretazione plausibile, e subito dopo lo "stupore" iniziale, pensare "ok, bello... e allora?"
    anche se non nego che può essere uno spunto da cui partire per fare associazioni ecc...
    Ultima modifica di marco_84 : 25-11-2007 alle ore 16.40.40
    « Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio » G. Debord

  6. #6
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
    Data registrazione
    28-03-2004
    Residenza
    Milano
    Messaggi
    2,312
    Credo che se l'interpretazione "coglie" aspetti importanti il suo ruolo diventi quello di spingere a riorganizzazioni di significato ed emozioni, di qui il suo ruolo terapeutico. Ovviamente ci sono due considerazioni da fare. Non è UNA interpretazione a produrre tale scarto: bisogna introdurre un criterio temporale, considerando anche i tempi del soggetto e della coppia analitica.
    Altra considerazione è che possono capitare degli eventi, anche apparentemente banali, che sbloccano il processo e producono uno scarto notevole, in un processo a volte ristagnante per molto tempo. In questi casi il lavoro interpretativo fatto fino ad allora fornisce un retroterra utile a dare significato a tali elementi e a produrre cambiamento.
    gieko

Privacy Policy