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Discussione: Sofferenza

  1. #1
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di promises78
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    Sofferenza

    Ciao a tutti.

    Ho una curiosità.
    Forse è un argomento molto generico però mi interessava.

    Come trattate la sofferenza?
    Ci sono approcci diversi tra una psicoterapia e l'altra?

    Tutti gli articoli che vi vengono in mente o le esperienze personali saranno ben accette!!!

    Grazie a tutti...
    Foglia che cade nel fiume, anche se il fiume la porta via, muta l'aspetto del fiume...


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  2. #2
    Partecipante Assiduo L'avatar di Popino79
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    Ma cosa intendi per sofferenza?


    Amatevi, ma non tramutate l'amore in un legame. Lasciate piuttosto che sia un mare in movimento tra le sponde opposte delle vostre anime. Colmate a vicenda le vostre coppe, ma non bevete da una sola coppa, scambiatevi il pane, ma non mangiate da un solo pane. Cantate e danzate insieme e insieme siate felici, ma permettete a ciascuno di voi d'essere solo
    Kahlil Gibran

  3. #3
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di promises78
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    La sofferenza delle persone che vengono in terapia.
    Il dolore che provano di fronte a lutti o perdite varie...la sofferenza di chi non comprende perchè le/gli succedono certe cose.
    Foglia che cade nel fiume, anche se il fiume la porta via, muta l'aspetto del fiume...


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  4. #4
    Partecipante Assiduo L'avatar di Popino79
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    Una domandona che non può ricevere una risposta univoca.
    La sofferenza è un sentimento molto personale che dipende da tanti fattori come tu dici, chi per una perdita, chi per una malattia grave (un tumore), chi per un problema economico, chi per un problema sessuale, chi invece è ossessionato da pensieri intrusivi molto pesanti...
    Il peso che sente la persona è ugualmente determinato da tanti fattori (un esempio banale: a me muore il cane e rimango triste per 3 giorni, tu rimani depresso per 1 anno). La verità è nel modo in cui ognuno affronta la vita, e come sfrutta gli strumenti che ha disposizione per conoscere e "camminare" nel mondo.


    Ogni sofferenza ha una sua voce (alcune parlano nel silenzio, altre non stanno mai zitte), e noi dobbiamo saperla riconoscere e sopratutto saperla ascoltare.
    Non mi sento di rispondere alla domanda sul "come fare", in quanto ogni caso è a sè e ogni persona può rispondere meglio ad un tipo di trattamento piuttosto che ad un altro. In ogni caso, possiamo disporre di 1.000 tecniche diversificate, ma dal mio punto di vista "l'ascolto", e l'essere empatici è già buona parte del lavoro. Dobbiamo dire poco in terapia (dal mio punto di vista), aspettare i tempi maturi, saperli riconoscere. Il paziente ha tutte le risorse dentro di sè. Le deve riconoscere, e imparare ad usare (come il bambino quando esplora il mondo). Ci vuole tempo, pazienza, ma sopratutto una buona gestione dell'assimetria relazionale, un buon bilanciamento tra disimpegno e invischiamento.
    Ultima modifica di Popino79 : 09-11-2007 alle ore 14.50.48


    Amatevi, ma non tramutate l'amore in un legame. Lasciate piuttosto che sia un mare in movimento tra le sponde opposte delle vostre anime. Colmate a vicenda le vostre coppe, ma non bevete da una sola coppa, scambiatevi il pane, ma non mangiate da un solo pane. Cantate e danzate insieme e insieme siate felici, ma permettete a ciascuno di voi d'essere solo
    Kahlil Gibran

  5. #5
    Penso che per affrontare la sofferenza dei nostri clienti dobbiamo inanzitutto starci dentro senza l'ansia di dover trovare una qualche formula che possa alleviarla.Nel nostro lavoro le acquisizioni sono sempre provvisorie, il dubbio e l'incertezza appartengono alla natura stessa della nostra professione,soprattutto quando ci troviamo davanti a interrogativi che toccano i grandi temi dell'esistere:la morte,la sofferenza, la malattia ,l'amore,la solitudine....Per questo motivo, tentare di costruire modelli di intervento e metodi di approccio alla sofferenza rimane una spinta che, seppur legittima,svela tutta la sua illusorietà.L'unico medtodo è costituito dalla relazione e l'intersoggettività.
    Nel mio modo di vedere, posso stare nella sofferenza dell'altro se sono in grado di restare in contatto con le mie ombre, se ho guardato la mia disperazione , la mia sofferenza , se mi sono lasciata attraversare da queste emozioni, non con l'occhio dell'intelletto ma con l'inquietudine dell'ignoto.

  6. #6
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di promises78
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    Intanto vi ringrazio molto per le risposte...

    quindi secondo voi comunque se si riesce ad affrontare la propria sofferenza si riesce anche con la giusta relazione a "gestirsi" anche quella altrui?

    Ve lo chiedo perchè io ho più facilità a gestire la mia sofferenza e a "sopportarla" che a reggere la sofferenza delle altre persone...
    Foglia che cade nel fiume, anche se il fiume la porta via, muta l'aspetto del fiume...


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  7. #7
    Partecipante Affezionato
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    le ombre...

    mi è piaciuta la risposta che ti ha dato lucedall'ombra, e mi sento di farti una provocazione benevola (perchè lo stare con la sofferenza sarà arduo compito di noi tutti ... e avremo sempre tanto da imparare a proposito...) io non credo si tratti di "sopportare" la nostra sofferenza, come dici tu, ma di conoscerla proprio, il transfert è terribile, e quando la sofferenza altrui ci fa male...forse dovremmo addentrarci nel nostro territorio prima di tutto e capire che cosa ci sta dicendo, se ti fa star male vuol dire che qualcosa dentro di te ti sta parlando, e che non è ancora risolto, e che non ti permetterà di stare nella sofferenza dell'altro perchè la tua è celata là sotto e fa il diavolo a quattro. questo non significa, credo, di essere persone fredde a cui le cose non fanno caldo nè freddo, ma arginare le lacune permettendo di poter contenere "il male".
    interessante comunque la tua domanda!

  8. #8
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di ziogargamella
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    dal mio punto di vista, anche se parlo alla luce di un orientamento teorico preciso, il compito del terapeuta non è togliere la sofferenza del paziente, in primis perchè noi non abbiamo questo potere miracoloso, ed in secondo luogo perchè la sofferenza che ci portiamo dentro fa parte di noi, del nostro essere e del nostro vivere. Quello che allora come terapeuti dobbiamo e dovremmo fare è aiutare il pz a leggere questa sofferenza, condurlo per mano alla sua scoperta, aiutarlo perchè si possa adoperare in una rilettura e in una rielaborazione. La sofferenza e il dolore fanno parte di noi, per i motivi più svariati. Toglierli sarebbe come levare una parte di noi. Non saremmo noi stessi. Quello che invece dobbiamo adoperarci per "rimuovere" è tutto ciò che alla sofferenza fa da contorno: il pregiudizio, le seghe mentali, le nostre costruzioni; su questi aspetti occorre lavorarci perchè vengano "estirpati", lasciando il dolore "netto", al quale, una volta pulito e rimarginato da questi aspetti che ho menzionato, non potremo altro che affezionarci e vederci con esso, poichè noi stessi.

  9. #9
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    Ciao a tutti.

    Ho una curiosità.
    Forse è un argomento molto generico però mi interessava.

    Come trattate la sofferenza?
    Ci sono approcci diversi tra una psicoterapia e l'altra?

    Tutti gli articoli che vi vengono in mente o le esperienze personali saranno ben accette!!!

    Grazie a tutti...

    Beh, sai...in psicologia ci sono tanti approcci, è vero. Ma mi piace pensare che tutti siamo concordi su due cose: che questi approcci possono essere visti come tante strade che portano a un obiettivo comune (quello che il paziente si riappropri della sua vita e viva una vita meno invalidante) e che la sofferenza di per sè si esprime in tanti modi, tanti quanti sono i disturbi e l'intensità del dolore. La Depressione per esempio non è "una sola" ma ha diverse gamme di espressione che non sempre è facile riconoscere (pensa soltanto alla depressione cosiddetta bipolare).
    Non ci sono contrasti netti nella sofferenza (o soffri o non soffri, o soffri molto o soffri poco), tutt'altro: esistono infinite sfumature che in realtà esprimono la singolarità e l'unicità della persona che abbiamo davanti.
    Proprio per questo, possiamo avere un approccio, possiamo basarci sul DSM IV (il manuale diagnostico dei disturbi mentali che ci dà delle linee guida per la diagnosi), possiamo avere dei test...ma poi abbiamo il dovere di calarci sull'unicità di quella persona, che vive la sua sofferenza in un modo solo suo, perchè solo sua è la sua esperienza di vita e solo sua è la sua visione del mondo (anche del suo problema).
    Proprio per questo non è facile rispondere alla tua domanda in poche parole e in maniera esatta, perchè problemi diversi hanno alla base sofferenze diverse e coinvolgono spesso non solo il paziente ma anche le sue figure di riferimento.
    Posso dirti solo che la seduta terapeutica è centrata sul colloquio che poi a seconda dei metodi utilizza modalità diverse.
    Nell'approccio che ho studiato per esempio, si pongono delle domande prima aperte e poi sempre più specifiche per fare una diagnosi differenziale e capire nel più breve tempo possibile qual'è la diagnosi.
    Per farti un esempio: se arriva una persona che dice "sto male" devo sapere porre anche quelle domande specifiche che mi permetteranno di distinguere se siamo sul versante fobico (delle paure), sul versante depressivo oppure su quello ossessivo (per farti un esempio). E devo farlo sulla base di quello che porta il paziente, non solo su cosa gli accade ma anche come reagisce a ciò che gli accade. Poi nel colloquio si utilizzano riformulazioni, ristrutturazioni del problema e tecniche che abbiamo dovuto apprendere durante gli studi, con l'obiettivo di modificare il suo sistema di percezione e reazione alla realtà. Da una seduta ad un'altra si danno delle indicazioni pratiche di comportamento da eseguire e nella seduta successiva il paziente porterà tutte le sue sensazioni, tutto ciò che ha fatto in quell'arco di tempo.
    E' un pò lunga da spiegare...molti di noi hanno dovuto studiare per più di 10 anni per apprendere queste cose.
    Ultima modifica di valevalens : 14-11-2007 alle ore 01.16.53

  10. #10
    Partecipante Super Esperto L'avatar di valevalens
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    dal mio punto di vista, anche se parlo alla luce di un orientamento teorico preciso, il compito del terapeuta non è togliere la sofferenza del paziente, in primis perchè noi non abbiamo questo potere miracoloso, ed in secondo luogo perchè la sofferenza che ci portiamo dentro fa parte di noi, del nostro essere e del nostro vivere. Quello che allora come terapeuti dobbiamo e dovremmo fare è aiutare il pz a leggere questa sofferenza, condurlo per mano alla sua scoperta, aiutarlo perchè si possa adoperare in una rilettura e in una rielaborazione. La sofferenza e il dolore fanno parte di noi, per i motivi più svariati. Toglierli sarebbe come levare una parte di noi. Non saremmo noi stessi. Quello che invece dobbiamo adoperarci per "rimuovere" è tutto ciò che alla sofferenza fa da contorno: il pregiudizio, le seghe mentali, le nostre costruzioni; su questi aspetti occorre lavorarci perchè vengano "estirpati", lasciando il dolore "netto", al quale, una volta pulito e rimarginato da questi aspetti che ho menzionato, non potremo altro che affezionarci e vederci con esso, poichè noi stessi.
    Vero quello che dici: la sofferenza fa parte della vita.
    Ma il nostro compito è quello di fare in modo che la sofferenza non diventi invalidante e condizionante. Tutti soffriamo, anche gli psicologi (anzi, tanti psicologi purtroppo più dei loro stessi pazienti) però dobbiamo distinguere il livello di sofferenza.

  11. #11
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di promises78
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    Beh, sai...in psicologia ci sono tanti approcci, è vero. Ma mi piace pensare che tutti siamo concordi su due cose: che questi approcci possono essere visti come tante strade che portano a un obiettivo comune (quello che il paziente si riappropri della sua vita e viva una vita meno invalidante) e che la sofferenza di per sè si esprime in tanti modi, tanti quanti sono i disturbi e l'intensità del dolore. La Depressione per esempio non è "una sola" ma ha diverse gamme di espressione che non sempre è facile riconoscere (pensa soltanto alla depressione cosiddetta bipolare).
    Non ci sono contrasti netti nella sofferenza (o soffri o non soffri, o soffri molto o soffri poco), tutt'altro: esistono infinite sfumature che in realtà esprimono la singolarità e l'unicità della persona che abbiamo davanti.
    Proprio per questo, possiamo avere un approccio, possiamo basarci sul DSM IV (il manuale diagnostico dei disturbi mentali che ci dà delle linee guida per la diagnosi), possiamo avere dei test...ma poi abbiamo il dovere di calarci sull'unicità di quella persona, che vive la sua sofferenza in un modo solo suo, perchè solo sua è la sua esperienza di vita e solo sua è la sua visione del mondo (anche del suo problema).
    Proprio per questo non è facile rispondere alla tua domanda in poche parole e in maniera esatta, perchè problemi diversi hanno alla base sofferenze diverse e coinvolgono spesso non solo il paziente ma anche le sue figure di riferimento.
    Posso dirti solo che la seduta terapeutica è centrata sul colloquio che poi a seconda dei metodi utilizza modalità diverse.
    Nell'approccio che ho studiato per esempio, si pongono delle domande prima aperte e poi sempre più specifiche per fare una diagnosi differenziale e capire nel più breve tempo possibile qual'è la diagnosi.
    Per farti un esempio: se arriva una persona che dice "sto male" devo sapere porre anche quelle domande specifiche che mi permetteranno di distinguere se siamo sul versante fobico (delle paure), sul versante depressivo oppure su quello ossessivo (per farti un esempio). E devo farlo sulla base di quello che porta il paziente, non solo su cosa gli accade ma anche come reagisce a ciò che gli accade. Poi nel colloquio si utilizzano riformulazioni, ristrutturazioni del problema e tecniche che abbiamo dovuto apprendere durante gli studi, con l'obiettivo di modificare il suo sistema di percezione e reazione alla realtà. Da una seduta ad un'altra si danno delle indicazioni pratiche di comportamento da eseguire e nella seduta successiva il paziente porterà tutte le sue sensazioni, tutto ciò che ha fatto in quell'arco di tempo.
    E' un pò lunga da spiegare...molti di noi hanno dovuto studiare per più di 10 anni per apprendere queste cose.
    Molto interessante la tua spiegazione...per questo ti ringrazio molto.

    Però quello che mi interessava davvero è come gestisci la tua di sofferenza correlata a quella del paziente. E' inevitabile, se no saremo dei robot, in qualche modo percepire la sofferenza del paziente. A svariati livelli certo, ma c'è. Questo mi interessa...cioè il controtransfert di questa sofferenza come lo affrontate?
    Foglia che cade nel fiume, anche se il fiume la porta via, muta l'aspetto del fiume...


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  12. #12
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    dal mio punto di vista, anche se parlo alla luce di un orientamento teorico preciso, il compito del terapeuta non è togliere la sofferenza del paziente, in primis perchè noi non abbiamo questo potere miracoloso, ed in secondo luogo perchè la sofferenza che ci portiamo dentro fa parte di noi, del nostro essere e del nostro vivere. Quello che allora come terapeuti dobbiamo e dovremmo fare è aiutare il pz a leggere questa sofferenza, condurlo per mano alla sua scoperta, aiutarlo perchè si possa adoperare in una rilettura e in una rielaborazione. La sofferenza e il dolore fanno parte di noi, per i motivi più svariati. Toglierli sarebbe come levare una parte di noi. Non saremmo noi stessi. Quello che invece dobbiamo adoperarci per "rimuovere" è tutto ciò che alla sofferenza fa da contorno: il pregiudizio, le seghe mentali, le nostre costruzioni; su questi aspetti occorre lavorarci perchè vengano "estirpati", lasciando il dolore "netto", al quale, una volta pulito e rimarginato da questi aspetti che ho menzionato, non potremo altro che affezionarci e vederci con esso, poichè noi stessi.

    Penso di essere molto d'accordo con te. E' vero che noi dobbiamo essere preparati ad affrontare determinate situazioni. Ed è vero che dobbiamo elaborare la nostra sofferenza prima di tutto, però non si può eliminare. Cioè questa c'è anche se la conosciamo. E piuò essere che alcune dinamiche proprie del setting ce la facciano riaffiorare...volevo solo sapere da voi, visto che io studio da una vita psicologia ma faccio un altro lavoro.
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  13. #13
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    Molto interessante la tua spiegazione...per questo ti ringrazio molto.

    Però quello che mi interessava davvero è come gestisci la tua di sofferenza correlata a quella del paziente. E' inevitabile, se no saremo dei robot, in qualche modo percepire la sofferenza del paziente. A svariati livelli certo, ma c'è. Questo mi interessa...cioè il controtransfert di questa sofferenza come lo affrontate?
    Durante la specializzazione abbiamo dovuto lavorare molto su noi stessi e sulla gestione emotiva di ciò che un paziente può suscitare durante la seduta. Si può provare dolore e sofferenza, ma deve essere sempre mantenuta al di sotto di certi limiti. Almeno nel mio approccio, il focus è spostato sulla sintonizzazione con il paziente e sull'utilizzo di tecniche di comunicazione, nonchè sul raggiungimento di un obiettivo e di una proiezione mentale su un futuro senza quel problema che aiuta sia il paziente che il terapeuta. Un pò lungo da spiegare nel dettaglio...
    Inevitabilmente si sente la sofferenza dell'altro, ma è importante che non ci sia una fusione tra me e il paziente. In altre parole, devo sempre tenere a mente chi sono io e cosa faccio lì e chi è la persona che ho davanti, questo per evitare un eccessivo coinvolgimento emotivo che rischierebbe di mandare tutto a monte. Ciò non significa avere freddezza, ma significa riuscire a sentire emotivamente ciò che l'altro suscita in me per poterlo utilizzare ai fini della terapia. Anche perchè questa risonanza emozionale alla fine mi comunica delle informazioni utili. Il colloquio non è una chiaccherata dove se l'altro mi parla di un problema e soffre, soffro anch'io e torno a casa con un fardello. No, deve essere un percorso in cui si utilizzano le resistenze, i blocchi e pure il disagio che può coinvolgere lo psicologo, che deve essere empatico ma focalizzato comunque su un problema da risolvere e che deve evitare soprattutto di portarsi a casa il problema. Con il tempo si impara a farlo, è una specie di "regola" che dobbiamo avere per non auto-condizionarci e rischiare di fare scelte sbagliate presi dall'emotività.

  14. #14
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    dal mio punto di vista, anche se parlo alla luce di un orientamento teorico preciso, il compito del terapeuta non è togliere la sofferenza del paziente, in primis perchè noi non abbiamo questo potere miracoloso, ed in secondo luogo perchè la sofferenza che ci portiamo dentro fa parte di noi, del nostro essere e del nostro vivere. Quello che allora come terapeuti dobbiamo e dovremmo fare è aiutare il pz a leggere questa sofferenza, condurlo per mano alla sua scoperta, aiutarlo perchè si possa adoperare in una rilettura e in una rielaborazione. La sofferenza e il dolore fanno parte di noi, per i motivi più svariati. Toglierli sarebbe come levare una parte di noi. Non saremmo noi stessi. Quello che invece dobbiamo adoperarci per "rimuovere" è tutto ciò che alla sofferenza fa da contorno: il pregiudizio, le seghe mentali, le nostre costruzioni; su questi aspetti occorre lavorarci perchè vengano "estirpati", lasciando il dolore "netto", al quale, una volta pulito e rimarginato da questi aspetti che ho menzionato, non potremo altro che affezionarci e vederci con esso, poichè noi stessi.
    Beh, non sono del tutto d'accordo. La sofferenza fa parte della vita, è indubbio. Ma se uno si rivolge allo psicologo è perchè vuole uscire da una situazione e vivere meglio e noi, avendo studiato questo, dobbiamo essere in grado di farlo e di farlo al massimo, mettendoci anche in discussione per vedere quanto un cambiamento può essere ostacolato da una resistenza del paziente così come di una terapia che è inefficace. Questo ci fa crescere perchè ci dice come psicologi anche dove stiamo sbagliando.
    Ogni approccio ha fin dalla prima seduta un obiettivo che è l'obiettivo/aspettativa che ha il paziente. Esempio. Un panicante avrà l'obiettivo di non avere più attacchi di panico che sono la sua sofferenza. Non possiamo fare miracoli certo, ma dobbiamo sapere in che modo possiamo fare emergere le sue risorse affinchè la persona superi la sua sofferenza. Che poi il suo sintomo, una volta risolto ci riveli che dietro c'era una sofferenza maggiore questo non ci deve far dire "è giusto che non gli tolga questa sofferenza" perchè è proprio lì che quella sofferenza ci comunica il nocciolo del problema su cui dovremmo intervenire. Il paziente dovrebbe termirare il percorso con lo psicologo per lo meno riappropriandosi della sua vita e con il suo problema risolto.

  15. #15
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di ziogargamella
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    Beh, non sono del tutto d'accordo. La sofferenza fa parte della vita, è indubbio. Ma se uno si rivolge allo psicologo è perchè vuole uscire da una situazione e vivere meglio e noi, avendo studiato questo, dobbiamo essere in grado di farlo e di farlo al massimo, mettendoci anche in discussione per vedere quanto un cambiamento può essere ostacolato da una resistenza del paziente così come di una terapia che è inefficace. Questo ci fa crescere perchè ci dice come psicologi anche dove stiamo sbagliando.
    Ogni approccio ha fin dalla prima seduta un obiettivo che è l'obiettivo/aspettativa che ha il paziente. Esempio. Un panicante avrà l'obiettivo di non avere più attacchi di panico che sono la sua sofferenza. Non possiamo fare miracoli certo, ma dobbiamo sapere in che modo possiamo fare emergere le sue risorse affinchè la persona superi la sua sofferenza. Che poi il suo sintomo, una volta risolto ci riveli che dietro c'era una sofferenza maggiore questo non ci deve far dire "è giusto che non gli tolga questa sofferenza" perchè è proprio lì che quella sofferenza ci comunica il nocciolo del problema su cui dovremmo intervenire. Il paziente dovrebbe termirare il percorso con lo psicologo per lo meno riappropriandosi della sua vita e con il suo problema risolto.
    Certamente l'obiettivo di chi giunge in terapia è togliere la sofferenza, il dolore, per tornare ad uno stato di benessere soggettivo. E' normale che sia cosi, sarebbe preoccupante se cosi non fosse. Il punto è che il terapeuta gia in fase di assessment non deve cadere in questa trappola legata ad una precisa richiesta del paziente a cui noi non possiamo rispondere. Perchè poi sulle aspettative della terapia ci si gioca il futuro della terapia stessa. Per questo in fase di assessment è sempre importante mettere dei paletti ben saldi, facendo percepire al pz che la strada sarà lunga, tortuosa, difficile, che richiederà grandi energie perchè solleverà alti livelli di sofferenza. E allo stesso tempo in questa fase è sempre opportuno far passare l'idea che tu terapeuta non possiedi doti magiche tali che faranno passare il dolore e la sofferenza del pz. Ma che allo stesso tempo possiedi degli strumenti che ti permetteranno di comprenderla, di capire da cosa nasce, di prenderla cosi a due mani e di poterla affrontare. E che con la terapia tu paziente imparerai a conoscerli, scoprendoli e imparando a padroneggiarli. Che poi venga tolta è un discorso diverso, e, ripeto, non dipende da noi (purtroppo..o per fortuna). Perchè poi il pz fuori dalla seduta ha una sua vita con tutti gli aspetti positivi e negativi che una vita inevitabilmente ha. Quindi il cambiamento non è legato alla sofferenza che viene tolta, ma alla possibilità da parte del pz di essere guidato alla scoperta di quegli strumenti che gli permetteranno di comprendere i suoi processi di funziomanento. Grazie alla comprensione di sè allora il cambiamento è possibile. Ma il terapeuta è bene che, in fase di vaglio delle aspettative di trattamento, sottolinei bene questo aspetto. Come ho gia detto prima poi, la sofferenza non verrà tolta. Impareremo a convivere con essa, a rielaborarla, a rileggerla, e tutto ciò sarà possibile in primis grazie al lavoro di condivisione iniziato in seduta.
    Ultima modifica di ziogargamella : 14-11-2007 alle ore 18.07.26

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