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Discussione: La mia esperienza

  1. #1
    Braveheart84
    Ospite non registrato

    La mia esperienza

    Ripensavo ultimamente alla mia esperienza con la terapia breve strategica, conclusa da poco. Ebbene, nonostnate abbia avuto dei miglioramenti, in finale sono più deluso che soddisfatto. Ammetto che io sono un tipo un po' testardo, e quando mi fisso con certe cose è difficile che desisto Il fatto cmq è che le mie perplessità non si basano su aria fritta, ma su atteggiamenti concreti della mai dott.ssa. (ormai ex).
    Significativo poi è stato l'ultimo colloquio dove mi sono congedato: lei, ovviamente, non era d'accordo, adducendo svariate motivazioni. In primis, mi ha detto che da lei, alcune persone, sono rimaste in terapia per ben cinque anni. Ho storto la bocca di fronte a questa affermazione, perché come ben sapete, è impensabile che una terapia BREVE STRATEGICA duri cinque anni! Eppure non m'immagino nulla, perché anceh sul contratto che ho firmato c'era scritto chiaro e tondo: "Terapia breve strategica". E perché io sarei dovuto trattenermi, se gli stessi fondatori di tale metodo dichiarano che non dovrebbe superare le venti-trenta sedute? Questo è un punto.
    L'altro: ciò che mi ha dato fastidio è la sua prepotenza. Una prepotenza fatta sicuramente in buona fede, ma io la vedo così: se io volevo parlare di una cosa, anzi spess volero parlare di certe cose, lei cercava subito di chiudere la questione dicendo "ormai è roba passata" "era uno stronzo". Ma non solo: in certi casi, pure in tono lievemente alterato, mi ha intimato di smetterla di parlare del passato. Ma, porca miseria, ma se io pago, oltretutto bisgona pure parlare di quello che vuoi tu?
    Terza questione: certe sedute hanno sfiorato il paternalismo. Mi cheido, perché ho poca esperienza: ma uno psicologo può intimare il proprio paziente ad alzarsi presto la mattina, a seguire le lezioni universitarie? Ma per queste cose non ci sono i genitori, o al massimo gli amici?
    Durante l'ultimo colloquio, lei mi ha detto questa frase: "Non siamo mai obbiettivi con noi stessi". Vero. Compresa lei. E' obbiettivo qualcuno che dice che la psiconalisi non serve a niente, che i perché non servono, imponendo il suo modo di vedere le cose al paziente così che si lavori come vuole lei? NOn credo.
    Confesso che mi sono altamente pentito di non avergli detto queste cose in faccia. Lei mi pare uan brava persone, sotto certi aspetti mi ha aiutato molto, e forse questo mi ha fatto desistere da dirgli certe cose. Ma invece mi rendo conto che avrei dovuto dirglielo.
    Da questa mia esperienza poi faccio una considerazione generale: ho la netta impressione che il rapproto paziente-psicologo sia unilaterale. I pareri dello psicologo sono indiscutibili, e se il paziente mette in dubbio qualcosa gli viene risposto che sono le sue difese, che risponde così perché non vuole cambiare (come mi è stato risposto a me), ecc. Insomma: lo psicologo pare trascendentale. Ma invece lo psicolog, essendo anche lui un UMANO, non dovrebbe mettersi continuametne in discussione, invece di mettersi su un piedistallo?
    Grazie a tutti per essere arrivati fin qua.
    Ultima modifica di Braveheart84 : 20-09-2007 alle ore 16.27.25

  2. #2
    Terza questione: certe sedute hanno sfiorato il paternalismo. Mi cheido, perché ho poca esperienza: ma uno psicologo può intimare il proprio paziente ad alzarsi presto la mattina, a seguire le lezioni universitarie?
    Dal mio punto di vista dipende dalla problematica che il paziente porta... partendo dal presupposto che tutto va concordato e non può essere una decisione unilaterale del terapeuta. Per esempio con un paziente depresso c'è la necessità di farlo riattivare... di solito io concordo all'inizio piccole attività piacevoli (concordare significa per me che lui capisca perchè deve riprendere a fare qualcosa e che lui mi dica che quelle cose è in grado di farle...) dopodiche gli do come homework di fare quelle cose (e queste sono proprio prescrizioni) e alla seduta successiva verifico gli homework e se non gli ha fatti discutiamo il perchè...
    non so se tu intendi questo per paternalismo...

  3. #3
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    Caro Braveheart,
    la tua storia mi colpisce a più di un livello, ma non mi stupisce.
    La terapia strategica, come ben sai, non si occupa dei "perchè": "il passato non si cambia" è la loro ferrea convinzione. Quello che deve cambiare sono le soluzioni con cui ti sei approcciato al problema, che alla lunga, lo hanno mantenuto e/o amplificato.
    Gli strategici, a mio avviso, non hanno capito (dimenticando proprio l'assunto costruttivista che rese famoso Watzlawick) che il fatto che loro non si chiedano perchè, non ricerchino significati mantenendosi ad un livello "pragmatico", non significa nè che non esistano, nè che tantomeno non siano quesiti importanti (se non fondanti) per il paziente.
    Non è omettendoli nè squalificandoli che scompaiono.
    La tua terapeuta, dal tuo racconto, non ha tenuto conto di questo dato.
    Qui si attacca la tua sacrosanta critica di "paternalismo" che ai cognitivisti viene rigirata con il termine di "pedagogismo": se hai avuto problemi d'ansia/panico, come mi sembra di dedurre, ti sei trovato a vivere un paradosso...
    Per essere indipendente dovevi dipendere dalle istruzioni di qualcuno che per giunta NON è un tuo genitore...

    Il prezzo della guarigione? O un ricatto?

    Santiago
    Ultima modifica di Santiago : 20-09-2007 alle ore 20.06.09
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  4. #4

  5. #5
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Sono d'accordo con Santiago, sorvolare sul "perchè" può voler dire non cogliere ciò che il paziente vive e sente, non coglierlo nel profondo.
    Il paziente si deve riattivare da solo - e non deve essere riattivato dal terapeuta - perchè ciò vuol dire che si può porre ad un livello differente di organizzazione soggettuale. Se è il terapeuta che gliela impone, magari con tempi affrettati e senza che il paziente ne capisca le ragioni, non cambia, si adatta...

    Un saluto
    gieko

  6. #6
    Certo il paziente si deve riattivare da solo... noi dobbiamo concetrarci sul perchè è depresso... quando ha ben capito che è depresso perchè la sua vita fa schifo cosa farà? ah gia si deprimerà ancora di più...
    evidentemente le parole
    concordare significa per me che lui capisca perchè deve riprendere a fare qualcosa e che lui mi dica che quelle cose è in grado di farle...)
    e
    e se non gli ha fatti discutiamo il perchè...
    sono passate inosservate....
    cmq se vogliamo parlarle di esperienze io ho fatto una psicoanalisi per elaborare una perdita e ho capito benissimo perchè non riuscivo a elaborarla... ma questo non mi faceva stare bene. quando ho iniziato a stare bene? quando mi sono dato e mi hanno dato due calci nel culo e ho iniziato a riattivarmi...
    e sapete qual'è il problema? il problema è che se riavessi un'altra perdita simile starei male uguale e saprei benissimo il perchè non riesco ad elaborarla ma che finchè qualcuno non mi da due calci nel culo per farmi riprendere il piacere di fare le cose continuerei a crogiolarmi nel mio dolore....
    Il cambiamento comporta sforzo, il perchè è importante ma non basta... poi c'è il giusto tempo per tutto ma se uno mi paga per avere un aiuto e abbiamo concordato che il problema è la depressione e ci sono studi che dimostrano che questo approccio è efficace quanto i farmaci nel fare diminuire i sintomi depressivi e in più è maggiormente efficace nel prevenire le ricadute... io glielo devo dare... è un dovere deontologico...
    Il capire il perchè non fa cambiare.... di questo sono straconvinto!
    Leggo di ricatti... ricattare non vuol dire minacciare altri di un danno per ricavare un vantaggio? come ho già scritto 5689 volte io concordo le prescrizioni (ma qualcuno non vuole leggere) è quindi gia è una cavolata dire che minaccio, ma manca anche il secondo ingradiente del ricatto cioè il vantaggio mio... che vantaggio ho io se il paziente si adatta o sta meglio prima (come dice gieko)? che fatturo meno?
    Sono d'accordo che non si deve squalificare il perchè o il passato e penso che per capire bene cosa fare sia un prerequisito fondamentale raccogliere la storia del problema, capire da dove nasce, ecc. ma se sto 50 sedute su questo sono altresì convinto che non aggiungo molto alla comprensione e il paziente continua a stare male.

  7. #7
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di Ale_è_Ale
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    Mi intrometto in questa discussione, che mi ha attirata come il miele...

    rifacendomi al primo post, di apertura, di Braveheart, e alle domande che pone alla fine...
    Prima cosa: trasuda sfiducia, e questo è decisamente importante... anche se tenta di riparare ("sicuramente in buona fede" e frasi simili) Braveheart non si fida, e non è una colpa, è un fatto. Non ci fida di quella terapeuta, e i dubbi sono iniziati probabilmente dalla prima o seconda seduta... Non so se a ragione o a torto, non ci si può imporre di fidarsi di qualcuno...
    Allo stesso modo però, non vale il discorso "io pago, io decido di cosa parlare, quando farlo". Io mi rivolgo a un dentista, e non gli dico quando farmi l'otturazione... alla fine, sì la decisione è del paziente, non è un TSO, chiaro... ma credo che non sempre si possa esplicitare il tutto e per tutto al paziente/cliente del piano di lavoro...

    Insomma, ci si rivolge ad un professionista e già questo è un atto di fede, ci si mette nelle mani di uno che ne sa più di noi, che sia l'avvocato o lo psicologo. Gli si dà un incarico...

    Lo psicologo non è trascendentale, ma non è un amico con cui parlare davanti a una tazza di caffè, è uno specialista nel suo campo, e la preparazione che lo mette in una posizione un po' diversa da quella del paziente. Gli strumenti che utilizza non sempre possono essere spiegati al paziente, anche con un occhio alla pianificazione....

    Io personalmente non sono una gran entusiasta delle terapie brevi strategiche 5-20 sedute, sponsorizzate inizialmente dalle assicurazioni oltreoceano, stile pacchetto completo...

    Ho fatto abbastanza casino?

    Ale
    Alessandra -------<---<---@


    "(...) I riflettori chiudono gli occhi, le lampade contemporaneamente chiudono le palpebre, e la folla spalanca la sua enorme bocca per l'applauso (...)" F. Depero; Notturno Metropolitano; da Prose Futuriste


    "Great Karen Walker!" - "Honey, what's going on with your hair?" - "Give me a Martini, and don't waste room with those olives!"

  8. #8
    Giurato di Miss & Mister OPs L'avatar di Parsifal
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    è una questione un po' laterale,ma è importante.
    Il cambiamento dipende da due fattori: capire pèerchè sto male e capire che cosa potrei fare di diverso per non stare male.
    la prima consapevolezza non implica affatto la seconda.

  9. #9
    Braveheart84
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da Ale_è_Ale
    [B]
    rifacendomi al primo post, di apertura, di Braveheart, e alle domande che pone alla fine...
    Prima cosa: trasuda sfiducia, e questo è decisamente importante... anche se tenta di riparare ("sicuramente in buona fede" e frasi simili) Braveheart non si fida, e non è una colpa, è un fatto. Non ci fida di quella terapeuta, e i dubbi sono iniziati probabilmente dalla prima o seconda seduta... Non so se a ragione o a torto, non ci si può imporre di fidarsi di qualcuno...
    Solo negli ultimi tempi la fiducia è calata. In parte ho mitigato alcuni sintomi nella parte iniziale. Però ammetto che il nodo centrale del mio problema non è stato mai toccato, ma si parlava sempre di cose secondarie. E su questo sono deluso ovviamente.

    Allo stesso modo però, non vale il discorso "io pago, io decido di cosa parlare, quando farlo". Io mi rivolgo a un dentista, e non gli dico quando farmi l'otturazione...
    Ok, ma se io vado dal dentista è perché mi fa male un dente. Ma come devo reagire se il quello invece di trapanarmi il dente cariato mi tocca quello sano? Oppure magari ho più denti cariati e me ne cura solo alcuni, dicendo magari che se perdo un molare non è la fine del mondo? Stessa cosa ha fatto con la mia terapeuta: ha curato certi aspetti, ma ne ha trascurati altri.


    Lo psicologo non è trascendentale, ma non è un amico con cui parlare davanti a una tazza di caffè, è uno specialista nel suo campo, e la preparazione che lo mette in una posizione un po' diversa da quella del paziente. Gli strumenti che utilizza non sempre possono essere spiegati al paziente, anche con un occhio alla pianificazione....
    Il fatto che lo psicologo abbia una preparazione dietro alle spalle non deve essere qualcosa su cui crogiolarsi per non mettere mai in discussione il suo operato. E sopratutto quando mi si dice che gli altri metodi non servono a niente ma solo il suo, qualche dubbio mi viene se permettete.


    Sul fatto poi se serve o meno sapere il perché di un problema: per me è fondamentale conoscerne le cause, ma dato che non siamo tutti uguali, è logico che per alcuni potrebbe non bastare, o ancora meglio essere ininfluente. Ma quando mi si dice in assoluto che comprendere i perché non serve a una mazza, si cade allora nei discorsi da fattuchiera.
    Ultima modifica di Braveheart84 : 21-09-2007 alle ore 00.55.24

  10. #10
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    caro vincentvang, non metto in dubbio che tu applichi una tecnica in perfetta buonafede e per il bene del paziente, ma per me rimane il fatto che dal mio punto di vista si perdono dei dati importanti non tanto per una comprensione fine a sè stessa, che siamo d'accordo non serva a molto, quanto per una possibilità di aprirsi al nuovo che può essere anche frutto di questa (ma non solo).
    Mi spiego meglio: credo che il paziente porti un disagio perchè "funziona" secondo una rigidità di significati soggettuali che gli impediscono di significare in maniera differente. Non cogliere la modalità di funzionamento profondo del paziente (il che non significa semplicemente dire che "è depresso", ma giungere alla struttura identitaria, a come si è costituito come soggetto) significa non mettere in moto il paziente ma, appunto smuoverlo. E questo, checchè tu ne dica non è cambiamento perchè le motivazioni possono essere comprese razionalmente ma non viene toccata la struttura che sostiene il sintomo.
    Mi sembra che, al di là dei contenuti, quando un paziente non si sente compreso, come probabilmente è successo a Braveheart, è perchè non vengono colte delle sue motivazioni profonde. A questo punto hai voglia a concordare homework: uno ti potrà anche stare a sentire e farli, ne potrete discutere quanto volete, ma se manca ll'atteggiamento di fondo del terapeuta rimane lo stesso, il paziente rischia di rimanere quello che si continua a deprimere perchè la sua vita è uno schifo.
    In questo senso mi sento di dire anche ad Ale è Ale che lo psicoterapeuta può essere benissimo professionale ascoltando il paziente in tutto ciò che dice (le libere associazioni sono l'esempio più estremo di ciò) ed applicando rigorosamente il suo metodo di lavoro, dal momento che è tenuto a curare il processo terapeutico e non i contenuti che vi sono posti (che sono di pertinenza del paziente).
    Infine per Parsifal: non penso che, quando avviene un cambiamento sia per forza necessario capirne il perchè (vedi concetto di insight), ma non credo neanche che sia una questione di "cosa potrei fare di diverso per non stare male", di tipo razionale. Il cambiamento avviene perchè, grazie alla terapia, è possibile una modalità di funzionamento generale più ampia e vasta relativa a molti altri livelli oltre che a quello razionale.

    Un saluto a tutti
    gieko

  11. #11
    Braveheart84
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da gieko
    Infine per Parsifal: non penso che, quando avviene un cambiamento sia per forza necessario capirne il perchè (vedi concetto di insight), ma non credo neanche che sia una questione di "cosa potrei fare di diverso per non stare male", di tipo razionale. Il cambiamento avviene perchè, grazie alla terapia, è possibile una modalità di funzionamento generale più ampia e vasta relativa a molti altri livelli oltre che a quello razionale.

    Un saluto a tutti

    E' proprio questo il punto. Se la terapia si basa sull'assunto "cosa potrei fare per non stare male", a questo punto faccio prima a parlare con un amico o con un genitore, risparmiando pure bei soldini. E negli ultimi tempi la mia terapia così era impostata.
    Saluti

  12. #12
    Giurato di Miss & Mister OPs L'avatar di Parsifal
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    No non avete capito il punto.
    Se una persona costruisce se stessa e la realtà in un determinato modo,non è sufficiente,anche se è fondamentale,che arrivi a capire perchè è arrivato a questo tipo di costruzione.Questo può permettergli di togliere a questo tipo di costruzione un carattere di necessità,la persona diventa più libera.
    Se ci si ferma qui,però,rimane il vuoto,non un'alternativa.
    la mia imporessione è che questo sia il limite di alcuni approcci terapeutici,cioè la mancanza di questo secondo tipo di intervento

  13. #13
    Giurato di Miss & Mister OPs L'avatar di Parsifal
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    Rispetto a questioni più specifiche.
    Sì un terapeuta che conosce i meccanismi di un paziente può fare bene a insistere perchè vada a lezione o perchè smetta di pensare a uno stronzo.Non parlo della tua situazione perchè non la conosco,ma se un pazinete si continua a chiudere in strade senza uscita è anche eticamente doveroso farglielo notare e chiedergli di modificare qualcosa,anche perchè altrimenti la terapia rischia di essere inutile.E se una terapia è improduttiva è opportuno che il terapeuta la interrompa.

  14. #14
    Partecipante Esperto L'avatar di Santiago
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    Originariamente postato da Parsifal
    No non avete capito il punto.
    Se una persona costruisce se stessa e la realtà in un determinato modo,non è sufficiente,anche se è fondamentale,che arrivi a capire perchè è arrivato a questo tipo di costruzione.Questo può permettergli di togliere a questo tipo di costruzione un carattere di necessità,la persona diventa più libera.
    Se ci si ferma qui,però,rimane il vuoto,non un'alternativa.
    la mia imporessione è che questo sia il limite di alcuni approcci terapeutici,cioè la mancanza di questo secondo tipo di intervento

    La responsabilità che ha un terapeuta non è quella di far capire le ragioni per cui il paziente è diventato come è diventato. In questo modo accetteremmo la "versione" del paziente sui suoi rapporti, sulle loro finalità, sulla sua storia. Se rimaniamo nelle premesse del paziente, pur con tutte le tecniche del mondo, non otteremmo niente di più che un cambiamento "superficiale".
    Il terapeuta di contro dovrebbe cambiare i contesti entro cui il paziente vive determinati emozioni. Deve costruirne di nuovi, di dissonanti da quelli con cui si presenta in seduta. Cambiare i contesti non invalida i vissuti emotivi del cliente, li risignifica. E in tal modo si trova ad esperirne di nuove, congruenti e promulganti la nuova narrazione che si sta co-costruendo.

    Il passato non si cambia: si può cambiare il modo con cui ce lo si racconta... l'effetto è quello di avere davanti a noi un "nuovo" passato...

    Santiago
    Ultima modifica di Santiago : 21-09-2007 alle ore 10.01.27
    "Soltanto i pesci non sanno che è acqua quella in cui nuotano, così gli uomini sono incapaci di vedere i sistemi di relazione che li sostengono" L. Hoffmann

  15. #15
    Partecipante Leggendario L'avatar di gieko
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    Ancora una volta sono d'accordo con Santiago, e mi sembra che il punto sia proprio questo...

    Originariamente postato da Parsifal
    No non avete capito il punto.
    Se una persona costruisce se stessa e la realtà in un determinato modo,non è sufficiente,anche se è fondamentale,che arrivi a capire perchè è arrivato a questo tipo di costruzione.Questo può permettergli di togliere a questo tipo di costruzione un carattere di necessità,la persona diventa più libera.
    Se ci si ferma qui,però,rimane il vuoto,non un'alternativa.
    Non si parla di togliere il vecchio e sostituire con il nuovo, come si può fare con i pezzi di un motore. Si parla di una graduale modifica della struttura che, lungi dal lasciare il vuoto, permette significazioni che prima non erano possibili, restituisce libertà di "funzionare" in maniera più flessibile e completa. Questa è l'alternativa.

    Originariamente postato da Parsifal
    ma se un pazinete si continua a chiudere in strade senza uscita è anche eticamente doveroso farglielo notare e chiedergli di modificare qualcosa
    Se il paziente si chiude in alcune strade, come dici, è perchè non ha la possibilità di accadere ad un livello diverso per affrontarle, e questo avviene perchè si è strutturato in quel senso. Quindi è inutile "forzarlo" verso altre strade, se non le può vedere. Deve essere il paziente, con l'aiuto del terapeuta che gli mostra le discrepanze tra ciò che desidera e ciò che, per struttura, gli rende impossibile realizzarlo, a darsi soluzioni e significati più ampi e liberi.
    gieko

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