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  1. #1

    Informazione/disinformazione...

    ...è dall'inizio della guerra che ne voglio parlare con voi...ma nn confidando troppo nelle mie capacità dialettiche nn avevo ancora osato.
    Oggi ho letto questo articolo: (che potete trovare anche >>QUI<<

    Ernest Hemingway, testimone e cronista di due guerre europee, riferì così (cito a memoria) il commento di un ufficiale americano addetto al servizio stampa delle forze armate: «Se fosse per me, non direi ai giornalisti neppure che la guerra è scoppiata. A guerra finita, racconterei quello che è successo». Il desiderio di quell’ufficiale si è parzialmente avverato. Sappiamo che vi è una guerra e crediamo di vederne gli effetti (il fumo e i lampi nel cielo di Bagdad, i carri nel deserto, la fila indiana dei prigionieri iracheni), ma non possiamo verificare le notizie. Nell’era della comunicazione globale, dell’email e dei satellitari, la guerra è avvolta da un’impenetrabile nuvola di reticenza, imprecisioni e informazioni manovrate. Questa «nuvola» ha una storia che comincia in Vietnam negli anni ’60. Quella guerra fu il primo conflitto televisivo nella storia del mondo. I giornalisti di carta stampata, microfono e telecamera godettero, con qualche eccezione, di una straordinaria libertà. Erano negli accampamenti dove i soldati americani ammazzavano con la droga il tempo e la paura. Erano nella giungla, dove i soldati rischiavano continuamente la morte. Erano nei villaggi, dove la rabbia esplodeva talvolta, come a My Lai, in brutali rappresaglie. Erano negli aeroporti, da dove partivano i body bags , i sacchi dei cadaveri, per l’ultimo viaggio di ritorno.
    Gettata nelle case americane e nei campus universitari, questa massa di informazioni creò un fronte interno, forse più insidioso della giungla vietnamita. Anche se molti europei non colsero la gravità del fenomeno, l’America di Johnson e Nixon fu scossa da un’ondata di rabbia popolare e di disobbedienza civile che sfiorò per alcuni mesi la soglia delle crisi rivoluzionarie.
    Fu quello il momento in cui i responsabili politici e militari delle forze armate americane giurarono a se stessi che mai più avrebbero combattuto a quel modo. Per evitarlo occorrevano due condizioni: in primo luogo armi moderne, tecnologicamente rivoluzionarie, che permettessero ai soldati di colpire senza morire; in secondo luogo il controllo totale dell’informazione. Di questa strategia abbiamo fatto una prima esperienza durante Desert Storm , nel ’91, quando i giornalisti ricevettero spesso, per tutta informazione, dei video di cui nessuno poteva dire con esattezza quando e dove fossero stati realizzati. E ne abbiamo avuto la conferma durante la missione in Kosovo e la guerra afghana, dove l’uso delle forze irregolari della Cia e l’intreccio dei rapporti con i baroni della guerra sono emersi gradualmente dopo il crollo del regime talebano.
    Oggi la politica della reticenza si è arricchita di una variante. Insieme al silenzio sul reale risultato delle operazioni militari, registriamo un fenomeno apparentemente contrario: una straordinaria quantità di immagini che danno a chi le vede la sensazione di conoscere tutto in presa diretta, insieme a una quantità di notizie non verificabili, diffuse con i più svariati mezzi dell’informazione globale. I primi ad accorgersene sono i giornalisti (alcuni dei quali, quattro soltanto nella giornata di ieri, per vedere da vicino la realtà, hanno già perso la vita o sono dispersi). L’altra sera un conduttore della Cnn ha chiesto a una collega accreditata presso il Dipartimento di Stato: «Siamo davvero sicuri che i corrispondenti, diffondendo queste notizie, non facciano il gioco di qualcuno?». La giornalista ha risposto sorridendo: «Non sarebbe la prima volta». Un grande reporter americano scrisse un giorno: «I giornalisti non fabbricano le notizie, le consegnano come il lattaio consegna il latte al mattino». Ma quello, almeno, era latte buono. Come lo è quello di chi racconta ciò che vede, senza nessuna lente.


    Cosa ne pensate?E cosa ne pensate della guerra mediatica che gli US stanno affiancando a quella "sul campo"?
    [“Tutte le lettere sono d'amore”]>>Yellow Letters

  2. #2
    L'avatar di laura81
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    11-10-2002
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    Pavia
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    Penso che sia una situazione che molti riterrebbero vergognosa, per il semplice fatto che a volte si ha una "fiducia" quasi cieca nell'informazione che ci propongono i media più accreditati e spesso è difficile mettere in dubbio una notizia che ascoltiamo al telegiornale o che leggiamo su un quotidiano!
    Dall'articolo che ci hai proposto posso evincere che l'informazione è più che mai pilotata, proprio nelle questioni più delicate e importanti, come durante la guerra... che dire?
    E' sicuramente una condizione inaccettabile!
    "Non è bello ciò che è bellico ma è bello ciò che è pace!" *aniki docet*

    There are 10 kinds of people in the world; those that understand binary and those that don't.

    ... dai diamanti non nasce niente
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  3. #3
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di LaRoby
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    Tutto ciò che ci perviene da qualcun altro (che sia un amico fidato o il giornalista televisivo) non è e non sarà mai la verità "assoluta". Guardo anche io la televisione e leggo anche io i giornali, con l'amara consapevolezza che ciò che vedo e ciò che sento è da prendere con il "beneficio del dubbio". E' molto brutto questo, mi avvilisce un pò..... tant'è che a volte preferisco chiudere occhi e orecchie e attendere che finisca tutto.
    "Anche a me piacerebbe condividere il resto della vita con una persona, ma non riesco a farlo con uno che non amo, solo perchè non c'è di meglio. La medaglia d'argento. Conosco un sacco di persone che stanno con la medaglia d'argento, la seconda classificata, piuttosto che star sole." (Il giorno in più - F. Volo)

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