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Discussione: Lettera di Correale

  1. #1
    Postatore OGM L'avatar di willy61
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    Lettera di Correale

    Sul sito P.O.L.-IT compare una bella, interessante e lunga lettera di Antonello Correale sulle persone affette da disturbi di personalità dello spettro borderline.

    Mi è piaciuta, mi ha toccato anche in alcune zone dolenti. La riporto. Curioso di vedere cosa ne pensate.

    LETTERA APERTA DI ANTONELLO CORREALE AI LETTORI DI POL.it........

    Caro Bollorino,
    sono stato spinto a scrivere questa lettera, a te e ai lettori di Pol.it, da molte riflessioni, suscitate in me dalla partecipazione ad alcuni eventi importanti, che hanno caratterizzato il mondo della psichiatria italiana in questi ultimi tempi. Sto pensando, in particolare, alle Giornate Ascolane del maggio 2007 e alla giornata organizzata dal Ministro della Salute a Roma su “Le relazioni che curano”.
    Entrambi i momenti, come d’altronde molti altri in questo periodo, hanno visto confluire molti interventi e molte opinioni, provenienti da varie parti d’Italia e da diverse scuole scientifiche e di pensiero. Tra tutti i temi, però, ho creduto di individuare un filo conduttore, che mi ha fatto condensare nella mente una serie di pensieri che desidero fortemente comunicare.
    Un primo punto di questo filo conduttore mi sembra quello della stigma, inteso come quell’atteggiamento mentale, purtroppo ancora molto diffuso, che non si limita soltanto, a tendere ad allontanare dalla scena pubblica le persone affette da disturbi mentali, ma si spinge purtroppo fino a offuscare le capacità di giudizio nei confronti di queste persone, accecando e ostruendo la possibilità di comprensione, di identificazione e di empatia.
    Ho spesso pensato come, spesso, il disturbo mentale stimoli una specie di behaviourismo inconscio, un comportamentismo semplificato e semplificante, anche in persone di buona volontà, intendendo per comportamentismo, non tanto la scuola di pensiero, ma un atteggiamento mentale, che tende a valutare gli esseri umani esclusivamente sulla base delle loro azioni e del loro comportamento. Può essere presente comprensione, altruismo, protezione, ma non capacità di identificazione, quell’appassionato desiderio di vedere, di osservare il mondo con altri occhi, che la parte migliore di una certa fenomenologia e di una certa psicoanalisi, ci hanno insegnato. Trovo che questa visione comportamentistica inconscia – valutare una persona soltanto per quello che fa e non anche per quello che prova, sente o sperimenta – costituisca un effetto dello stigma altrettanto grave e drammatico di un’attiva esclusione sociale e affettiva.
    Il secondo punto o nodo del filo conduttore di cui sto parlando, cui sono stato spinto a pensare, è quello del disturbo borderline, inteso non solo come uno specifico disturbo della personalità, ma come il prototipo di un tipo di giovane, uomo o donna, perseguitato, al suo interno, da un senso profondo di inquietudine, precarietà e insoddisfazione e che cerca nell’azione impulsiva e incontrollata un tentativo di alleggerire questo senso interiore di vuoto, assenza di finalità, mancanza di senso, ricorrendo a comportamenti eccitanti, a rituali o schemi sociali stereotipati – il maschilismo, la concorrenzialità sfrenata, l’adesione fideistica a bande, spesso a contenuto quasi anti-sociale – e infine all’abuso di sostanze. Il borderline, insomma, come spia di un disagio giovanile diffuso, tipico del nostro tempo, che punta tutto sulla soddisfazione immediata, sull’abolizione e negazione della funzione costruttiva del tempo, inteso sia come memoria, che come progettualità verso il futuro, sullo svincolamento da un’autorità generazionale, che non riconosce più, ma di cui sente nel fondo una profonda nostalgia. Vorrei ora arrivare all’affermazione che mi sta più a cuore e che deriva dalla saldatura tra loro dei due punti o nodi che ho toccato in un unico filo conduttore: lo stigma e il borderline, inteso come metafora concreta del disagio di una situazione giovanile. Non si può pensare che, nel presente momento storico, lo stigma più grave, più violento, più cieco, sia rivolto proprio verso questi aspetti borderline della situazione giovanile?
    Io sono convinto che la lotta perché tutte le persone affette da disturbi di tipo psicotico partecipino a pieno diritto alla vita della società civile sia fondamentale e sono convinto che ogni sforzo in questo senso sia importante e ricco di implicazioni, non solo etiche, ma anche scientifiche e umane. Ma per un’eccessiva, anche se comprensibile e anche eticamente condivisibile, concentrazione su questo punto, non rischiamo di farci, per così dire, troppo catturare dal tema della psicosi e dimenticare così, che, accanto agli psicotici, vivono moltissimi giovani sofferenti, che noi cataloghiamo come disturbi del carattere, e che sono di fatto profondamente emarginati, lontani dai servizi, sfiduciati nella sanità pubblica, spesso preda dell’abuso di sostanze o di una piccola malavita, che può determinare un’emarginazione sociale altrettanto grave della delinquenza vera e propria?
    Dall’abuso di sostanze si considera sempre più il problema di ordine pubblico, peraltro importante e ineliminabile, e sempre meno la questione scientifica e sociale che ne è alla base. D’altro canto, il disturbo borderline è ormai sinonimo di persona fastidiosa e violenta, che viene spesso palleggiata dai servizi finchè alla fine qualcuno non possa più rinviarne la delega.
    Peraltro, i servizi psichiatrici tendono a suddividersi in piccoli gruppi di professioni, che procedono in parallelo, processo di per sé portatore anche di elementi positivi. Ma, per disturbi di questo tipo, sono necessari gruppi integrati, collaborazione tra servizi, forte intreccio tra medicina e psichiatria, stretta interazione tra livello psicoterapico, sociale, riabilitativo e medico.
    Io sono convinto, infatti, che la grande forza, l’idea-guida, che i servizi hanno costituito in questi anni, sia data proprio dall’integrazione tra momento individuale della cura e momento collettivo o gruppale. Da un lato, l’incontro a due, nell’intimità preziosa e irripetibile del rapporto preferenziale e privilegiato col proprio operatore di riferimento. Dall’altro, l’apprendimento di forme varie e articolate di rapporto sociale, nelle residenze, nei centri diurni, nei gruppi di auto-aiuto, nelle innumerevoli forme della riabilitazione. Ognuno dei due momenti senza l’altro resta parziale e il lavoro d’équipe ne costituisce la sintesi, unica e insostituibile.
    Inoltre, credo che un merito storico indistruttibile di Basaglia sia costituito dal fatto, che combattendo lo stigma sulla psicosi, egli ci ha costretto a reintegrare dentro di noi il “negativo” che la psicosi rappresenta: intendendo per negativo il problema ontologico, come direbbe Ballerini, che la psicosi pone a tutti noi: la presenza della realtà, il nostro contatto con essa, la possibilità di credere, addirittura, che una realtà esista. L’idea di Basaglia era che chi si pone in fondo all’animo questi problemi, sia una persona più ricca, più piena e più completa, perché porsi col nostro psicotico il problema della realtà e del significato dell’esistenza propria e degli altri, significa aprirsi al mondo e contestare autorità false, luoghi comuni e posizioni stereotipate e mistificanti. E di questo, dovremmo, per così dire, “ringraziare” gli psicotici.
    Ma adesso, le cose sono ulteriormente cambiate. Ora i problemi si sono allargati e concernono non soltanto un senso di fallimento dell’identità, lo statuto della “presenza” nel mondo, la messa in discussione di una realtà rigida, che lo psicotico ci costringe a interrogare, un’autorità che ci spinge a decifrare.
    Ora l’identità è diffusa e proteiforme e la realtà sembra essere messa in discussione, non nella sua presenza, ma per il suo darsi solo come consumo, oggetto d’uso, rapidissimo usa e getta per un piacere immediato e transitorio. La nostra società non è più francamente autoritaria, ma subdola nel proporre un piacere universale, inteso come obiettivo indiscutibile, e la valorizzazione di un’identità gruppale e transitoria, per coprire un vuoto di idee, di progettazione e in fondo anche emozionale. Io credo che i borderline costituiscano allo stesso tempo la denuncia e la caricatura di questa situazione giovanile, il massimo della adesione e paradossalmente il massimo della ribellione a questo mondo, che ai giovani viene proposto: come se il comando “sii giovane!”, “sii forte!”, “sii bello”, “goditi la vita” e non pensare a nulla, al tempo stesso li affascinasse e li terrorizzasse.
    Di fronte a una situazione di questo tipo, dobbiamo ancora pensare che la psicosi sia tuttora il nostro unico problema? O non dobbiamo pensare che, accanto alla situazione drammatica degli psicotici cronici e degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, si profili la situazione, altrettanto drammatica, di migliaia di giovani, pressoché abbandonati a se stessi, che si trovano di fronte Sert impoveriti di risorse e servizi psichiatrici spaventati dalle loro intemperanze o asfissiati dal fatto che le già scarse risorse sono inevitabilmente già tutte assorbite dal trattamento degli psicotici cronici?
    Vorrei concludere questa mia lettera, colla proposta che il disturbo borderline sia considerato come una delle priorità dei progetti di salute mentale, certo come oggetto di studio, scientifico ed epidemiologico e non come apertura di centri specializzati, almeno finché dell’argomento non si sia raggiunta una conoscenza molto più approfondita, e che si instaurino, in modo più ampio possibile, osservatori e centri di studi, dislocati nel territorio, che permettano agli operatori, impegnati con questa patologia, di sentire che le istituzioni sorreggono, appoggiano e addirittura incoraggiano i loro sforzi per orientare questi giovani a rischio di dimenticanza o addirittura di criminalizzazione.
    Sono consapevole del fatto che il problema principale è quello delle scarse risorse dei servizi, ma ritengo che proposte come questa – centrata maggiormente su un momento di studio e di approfondimento che di incremento di attività – siano compatibili colle attuali potenzialità e comunque possano contribuire a mettere in moto, laddove sia possibile, progetti innovativi orientati in questa direzione.
    Sono molto desideroso di conoscere il tuo parere e quello di altri colleghi, lettori e no, di Pol.it, su questi temi.
    Un cordiale saluto e un grazie di cuore.

    Antonello Correale


    Buona vita

    Guglielmo
    Dott. Guglielmo Rottigni
    Ordine Psicologi Lombardia n° 10126

  2. #2
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    Dico subito che non ho compreso bene parte del discorso.
    Solo 2 considerazioni: borderline e disagio giovanile sono 2 cose che credo sia utile tenere ben distinte: ci sono legami tra di essi,ma gli interventi sono diversi.
    è però vero che il tipo di cultura nella quale viviamo probabilmente favorisce più esiti borderline piuttosto che,ad esempio,nevrotici.
    Rispetto ai servizi sanitari.
    Non credo che il problema sia tanto il considerare il disturbo borderline solo nei suoi aspetti comportamentali; e non è neanche solo la scarsità di risorse (è però vero che sono più utili terapie integrate).Spesso il problema è anche di formazione;in realtà il disturbo borderline,come in generale i disturbi di personalità,è meno conosciuto e riconosciuto dei disturbi di asse I (sempre che la sua conoscenza non si limiti ai comportamenti antisociali,che tra l'altro,non sono una specificità del border).Studi più ampi su questi temi e sulla terapia sono piuttosto recenti,e in Italia non si brilla per l'aggiornamento.Ovviamente,aggiornati o no,se mancano i fondi si fa poco.
    Insomma in questo campo in Italia mi sembra domini l'approssimazione,il più o meno,il forse; manca la precisione e a volte la preparazione.

  3. #3
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    a me è piaciuto molto il discorso di Antonello Correale.
    Sarà che l'ho incrociato spesso quest'anno passato. Invernata.
    Parla spesso, insieme a M. Rossi Monti, di Border e se ne intende davvero molto. In questi anni hanno messo su una riflessione puntuale e stringente. Nei minimi particolari, nelle minime differenziali.

    Credo ci ponga nella lettera davanti ad alcuni pericoli che esistono. La riduzione e lo stigma. Riduzione e condanna, riduzione al comportamento esteriore, come fermarsi solo all'uso o al consumo di droghe senza provare a comprendere. Fermarsi allo spiegare e al condannare/ curare poi il sintomo.
    Il parallelo tra giovani e border non credo sia tutto così peregrino.
    Se pensiamo a livello sociale, alla scarsa progettualità di cui anche io mi sento protagonista, al livello di occupazione che varia di mese in mese, alla nuova emigrazione al nord non vedo come la NOSTALGIA e la disforia (di cui tanto parlano negi convegni MRMonti e ACorreale) non possano rappresentare bene e meglio le prerogative della generazione mia, o subito sotto la mia.
    La nota su psicoanalisi e fenomenologia, come pratiche portatrici di senso, ricercanti senso lontano da comportamentismi anche inconsci, dice Antonello C., mi trova molto molto in linea. La distinzione unica, a mio parere, magari è quel che voglio dipingermi ma ci lavoro da tempo, può essere vista nella ricerca di una spiegazione, di una causa.
    L'istituzione poi, quanto importante nella cura del border.
    Che poi penso a tal proposito... se border=condizione giovanile penso allora al rapporto dei giovani di oggi con le istituzioni, prima scolastiche e poi mediche. Alla protesta ed ad una sorta di ribasso, di gioco al ribasso di cui siamo testimoni. Non credo sia questione di aggiornamento, forse a scuola si,comunque si studia. Ci si studia.
    Un saluto.
    Non so quanto ho scritto di buono o meno. Ma scritto.
    poco ma scritto.
    salute
    "... per favore Dio, per favore Knut Hamsun, non abbandonatemi adesso." (J. Fante)



    http://youtube.com/watch?v=jjXyqcx-mYY

  4. #4
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di el loco
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    a me è piaciuto molto il discorso di Antonello Correale.
    Sarà che l'ho incrociato spesso quest'anno passato. Invernata.
    Parla spesso, insieme a M. Rossi Monti, di Border e se ne intende davvero molto. In questi anni hanno messo su una riflessione puntuale e stringente. Nei minimi particolari, nelle minime differenziali.

    Credo ci ponga nella lettera davanti ad alcuni pericoli che esistono. La riduzione e lo stigma. Riduzione e condanna, riduzione al comportamento esteriore, come fermarsi solo all'uso o al consumo di droghe senza provare a comprendere. Fermarsi allo spiegare e al condannare/ curare poi il sintomo.
    Il parallelo tra giovani e border non credo sia tutto così peregrino.
    Se pensiamo a livello sociale, alla scarsa progettualità di cui anche io mi sento protagonista, al livello di occupazione che varia di mese in mese, alla nuova emigrazione al nord non vedo come la NOSTALGIA e la disforia (di cui tanto parlano negi convegni MRMonti e ACorreale) non possano rappresentare bene e meglio le prerogative della generazione mia, o subito sotto la mia.
    La nota su psicoanalisi e fenomenologia, come pratiche portatrici di senso, ricercanti senso lontano da comportamentismi anche inconsci, dice Antonello C., mi trova molto molto in linea. La distinzione unica, a mio parere, magari è quel che voglio dipingermi ma ci lavoro da tempo, può essere vista nella ricerca di una spiegazione, di una causa.
    L'istituzione poi, quanto importante nella cura del border.
    Che poi penso a tal proposito... se border=condizione giovanile penso allora al rapporto dei giovani di oggi con le istituzioni, prima scolastiche e poi mediche. Alla protesta ed ad una sorta di ribasso, di gioco al ribasso di cui siamo testimoni. Non credo sia questione di aggiornamento, forse a scuola si, comunque si studia. Ci si studia.
    Un saluto.
    Non so quanto ho scritto di buono o meno. Ma scritto, dopo un mese di riflessione.
    Mi santivo pronto.
    "... per favore Dio, per favore Knut Hamsun, non abbandonatemi adesso." (J. Fante)



    http://youtube.com/watch?v=jjXyqcx-mYY

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