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  1. #1
    Giuliamd
    Ospite non registrato

    omosessualità: i terapeuti

    Ieri ho ricevuto la telefonata di una paziente in analisi da alcuni mesi, che mi ha comunicato la sua decisione di cambiare terapeuta perché ne ha trovata una omosessuale come lei.
    Non si tratta del fatto che si trovi male con me, anzi, abbiamo sbrogliato alcune questioni serie, ma cambia semplicemente perché l'altra ha il suo stesso orientamento sessuale.
    Al di là del movimento che questa paziente sta facendo, e che credo di poter identificare bene, mi sto chiedendo se sia corretto che gli psico-professionisti dichiarino il loro orientamento sessuale ai pazienti (vale per tutti, ovviamente).
    Ho avuto altre pazienti omo, ma è la prima volta che mi interfaccio con una simile questione.
    Vi ringrazio se sarà possibile avviare un dibattito.

  2. #2
    NuvolaRossa
    Ospite non registrato
    Ma perchè quando si parla di questa tematica non si immola mai nessuno? poco tempo fa uno psicologo omosex aveva postato qualcosa ma nessuno gli rispose.
    Vabbè, polemiche di poca importanza.
    Innanzi tutto ciao Giuliamd, io sono psicologa del lavoro e di questo più o meno mi occupo quindi posso darti solo il mio parere. Sia a detta dei pochi psicologi veterani che conosco, sia a detta di persone comuni che si avvicinano alla psicoterapia, omosessualità viene considerata una devianza, una malattia insomma. E' pensiero diffuso nell'ambiente gay che l'essere omosex non è visto di buon occhio nemmeno dai terapeuti. Probabilmente, forse, la tua pazienta si è sentita più accolta dalla collega in quanto omosex come lei, quindi più a suo agio (oltre che per il possibile movimento che hai individuato). No?

  3. #3
    Partecipante Esperto L'avatar di elettra1
    Data registrazione
    20-03-2006
    Residenza
    PALERMO
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    271
    ...Già...viene vista come una devianza, una malattia, nonostante non lo sia...Io penso che ci sia ancora molto ignoranza e pregiudizio nei confronti di lesbiche e gay..In quanto al dirlo o no...bè, personalmente io, se lo fossi, non lo direi..Temerei di influenzare in qualche modo il setting...Secondo me, il terapeuta deve essere il neutrale possibile...Kissà, magari la circostanza ha reso necessaria questa "dichiarazione" da parte della terapeuta.

  4. #4
    Partecipante Esperto L'avatar di tatee
    Data registrazione
    21-10-2004
    Residenza
    Firenze
    Messaggi
    497
    Anche secondo me un terapeuta serio non dovrebbe dichiarare il suo orientamento sessuale, così come il suo orientamento politico e la sua o meno fede religiosa.
    Ogni informazione potrebbe andare a discapito della relazione terapeutica.
    A parte questo mi indigna moltissimo sapere che ci sono ancora terapeuti che considerano l'omosessualità una devianza: in fin dei conti è stata eliminata anche dal DSM!
    Datemi libri, frutta, vino francese, un buon clima e un po' di musica fuori dalla porta, suonata da qualcuno che non conosco.
    Keats

  5. #5
    Giuliamd
    Ospite non registrato
    Finalmente qualcuno che risponde!!!! Grazie!!!!
    Di certo io non considero l’omosessualità una devianza, poiché da insegnamenti di altro genere, non psicologici intendo, abbraccio la teoria che la sovrappopolazione del pianeta comporti per forza di cose, essendo noi una specie molto legata da un punto di vista psicologico collettivo, che nascano più persone omosessuali e persone che non possono avere figli di quanto non accadesse in passato. Poi ovviamente prende il sopravvento il solito peccato originale, chiamiamolo così, la superbia, e si cerca di “guarire” i gay e di far partorire chi per natura non ci è portato. Vabbe’.
    Quindi non è certamente una mia riluttanza nel considerare la questione dell’omosessualità il problema che si è creato, anche perché l’omosessualità qui non era vissuta dalla paziente come un problema. Il problema, casomai, era che 1°) si era “fatta” di tutto durante l’adolescenza e 2°) che il suo orientamento affettivo teneva di ben poco conto aspetti di sentimento, ma si trattava di impellenti voglie sessuali e stop. Tutto materiale che con il fatto che fosse gay c’entrava ben poco. Già era scappata via da una psicologa che le aveva detto chiaro che con il tema dell’omosessualità non voleva avere nulla a che spartire, mentre a me la cosa non fa fare un plissè. Anzi. Uno dei maggiori aiuti per me stessa, quest’anno, l’ho avuto da un collega gay. Non è il gay che conta, è il cervello che c’è dentro.
    Certamente, come dice NuvolaRossa, si è sentita più accolta dalla collega omosessuale, ma quel che mi chiedo è proprio la questione sollevata poi da Elettra1 e tatee: non è un’impronta troppo personale sul setting dichiarare che si è gay? Allora, di questo passo, dovrei aver fatto la mia analisi (e tutti i lavori introspettivi successivi) solo con un altro medico, o con una donna, o con una mamma, o con una qualsiasi altra cosa che anche io sono già, e per quale motivo?
    Ma a questo punto mi chiedo: con un/una paziente gay si dovrebbe quindi evitare accuratamente di dare indizi sul proprio orientamento sessuale?
    La terapeuta non ha dichiarato nulla, credo che fosse nota nell’ambiente gay per il fatto di essere gay, la paziente è andata a colpo sicuro.
    Jung diceva che gli ebrei dovrebbero essere analizzati da ebrei, perché la loro ricchezza simbolica è superiore a quella di altre componenti etniche. Ma vale lo stesso per i gay????

  6. #6
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di Ale_è_Ale
    Data registrazione
    22-07-2005
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    Nord Est...
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    1,046
    Vi chiedo scusa a priori... non sono una professionista, figuriamoci, sono appena al secondo anno......

    però questa discussione è interessante.......

    Non so ancora immaginarmi seduta sull'altra sedia, francamente...
    Forse, però, il fatto che la terapeuta sia gay non è stata una dichiarazione, ma una conferma... la paziente lo può aver intuito, aver fatto qualche ricerca (tipo il nome gliel'ha suggerito qualche conoscente o un'amica...)...

    A quel punto, di fronte ad una domanda esplicita, se la terapeuta avesse glissato rielaborando la questione, o negato, sarebbe stato forse controproducente ai fini della terapia...

    Nella mia esperienza è capitato che l'analista facesse riferimento a qualche esperienza personale, in maniera del tutto sottile direi, ma credo si tratti di una mediazione; l'eccessiva "opacità" può interrompere la comunicazione, no?
    La prima cosa che mi viene in mente a riguardo è "Allora anche Lei (terapeuta) è umana...!" per quanto si cammini sempre sul filo del rasoio......

    Alessandra
    Alessandra -------<---<---@


    "(...) I riflettori chiudono gli occhi, le lampade contemporaneamente chiudono le palpebre, e la folla spalanca la sua enorme bocca per l'applauso (...)" F. Depero; Notturno Metropolitano; da Prose Futuriste


    "Great Karen Walker!" - "Honey, what's going on with your hair?" - "Give me a Martini, and don't waste room with those olives!"

  7. #7
    Giuliamd
    Ospite non registrato
    Ciao Ale!

    Originariamente postato da Ale_è_Ale
    Forse, però, il fatto che la terapeuta sia gay non è stata una dichiarazione, ma una conferma... la paziente lo può aver intuito, aver fatto qualche ricerca (tipo il nome gliel'ha suggerito qualche conoscente o un'amica...)...
    A quel punto, di fronte ad una domanda esplicita, se la terapeuta avesse glissato rielaborando la questione, o negato, sarebbe stato forse controproducente ai fini della terapia...
    Sì, è possibile che sia andata così.

    Originariamente postato da Ale_è_Ale
    Nella mia esperienza è capitato che l'analista facesse riferimento a qualche esperienza personale, in maniera del tutto sottile direi, ma credo si tratti di una mediazione; l'eccessiva "opacità" può interrompere la comunicazione, no?
    La prima cosa che mi viene in mente a riguardo è "Allora anche Lei (terapeuta) è umana...!" per quanto si cammini sempre sul filo del rasoio......Alessandra
    Sono del tutto d'accordo. L'asetticità estrema è una falsità, soprattutto di questi tempi, in cui il problema maggiore per la gente è proprio la mancanza di figure di riferimento che sappiano gestire gli stati emotivi e il sentimento.

    Tuttavia continuo a chiedermi a quale proiezioni sia più adatta una terapeuta gay per una paziente gay, e non me ne viene in mente nessun'altra se non quella narcisistica.
    MI chiedo se un cambio di terapia basato solo sull'orientamento sessuale del terapeuta non sia in fondo un coltello a doppia lama, per il terapeuta, soprattutto.

  8. #8
    Partecipante Veramente Figo L'avatar di Ale_è_Ale
    Data registrazione
    22-07-2005
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    1,046
    Originariamente postato da Giuliamd
    (...)Tuttavia continuo a chiedermi a quale proiezioni sia più adatta una terapeuta gay per una paziente gay, e non me ne viene in mente nessun'altra se non quella narcisistica.
    Mi chiedo se un cambio di terapia basato solo sull'orientamento sessuale del terapeuta non sia in fondo un coltello a doppia lama, per il terapeuta, soprattutto.
    A me (e quel che scrivo va preso con le molle, ovviamente) sembra più un colpo di coda della paziente, questo cambio di terapeuta... I vecchi modelli sono duri a morire, anche davanti ai successi ottenuti con la prima terapeuta...

    Io non so se sia corretto, ma in questo caso vedo i due terapeuti come strumenti, e la paziente che decide... non so quanto questo sia funzionale, o "aiutante" nella terapia, ma può essere un atto della paziente per tentare di riprendersi il "suo controllo", uno di quei momenti di regressione tenace, magari ripetendo qualche modello che le aveva dato sicurezza in precedenza... nel senso che stavolta ha scelto di cambiare analista per via dell'orientamento sessuale, ma una volta può aver applicato questo criterio ad amicizie, scelte di lavoro e cose simili, scelte che le hanno infuso un senso di potere, di controllo su ciò che accade nella sua vita...

    Dopodichè, io non so come ci si comporti "deontologicamente" in queste situazioni, se il nuovo analista si sarebbe potuto rifiutare, o se ci sono altre procedure... non so se il cambiamento sia avvenuto in una settimana, se le sedute erano molto frequenti, se la paziente ha congedato la prima analista prima di iniziare con la seconda, o se per un breve periodo si sono sovrapposte le terapie, e non so come ci si comporti in questi casi, comunque......

    Bella discussione!

    Alessandra
    Alessandra -------<---<---@


    "(...) I riflettori chiudono gli occhi, le lampade contemporaneamente chiudono le palpebre, e la folla spalanca la sua enorme bocca per l'applauso (...)" F. Depero; Notturno Metropolitano; da Prose Futuriste


    "Great Karen Walker!" - "Honey, what's going on with your hair?" - "Give me a Martini, and don't waste room with those olives!"

  9. #9
    Giuliamd
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da Ale_è_Ale
    A me (e quel che scrivo va preso con le molle, ovviamente) sembra più un colpo di coda della paziente, questo cambio di terapeuta... I vecchi modelli sono duri a morire, anche davanti ai successi ottenuti con la prima terapeuta...
    può essere un atto della paziente per tentare di riprendersi il "suo controllo", uno di quei momenti di regressione tenace, magari ripetendo qualche modello che le aveva dato sicurezza in precedenza...
    Dunque, magari è di un qualche interesse sapere che ho portato questa fuoriuscita al corso di formazione in psicodramma junghiano, e il gruppo mi è stato molto utile.
    Le cose che sono emerse sono abbastanza interessanti, le parti che la conduttrice di turno mi ha fatto giocare piuttosto pesanti e indispensabili al pensiero. Queste parti sono state:
    la tossicodipendenza della paziente (passato con tossicodipendenze varie e ora da farmaci, ovviamente, visto che i recettori sono stati ben strapazzati e che ha allucinaizoni visive), tossicodipendenza che è apparsa non separabile dalla sua struttura, e che la porta a cadere nella trappola del "tu non mi puoi capire perché non ti è successo" (la regressione tenace di cui parla Ale);
    la sua eterofobia: già, perché in fondo è lei che mi ha discriminata perché non sono uguale a lei; questa parte è stata faticosa da giocare, perché era difficile entraci in contatto; mi spiego; io nei panni della paziente facevo fatica a entrare in contatto con la sua fobia per la diversità, quindi ho avuto la percezione di come sia una parte molto invisibile, per lei;
    il suo vissuto delle persone che discriminano l'omosessualità, da cui è apparso che lei vuole mantenere una distanza assoluta;
    la nuova terapeuta, lavoro sull'immaginario questo; chi giocava la parte (prima che la giocassi io) ha assunto un atteggiamento molto seduttivo, che è stato il riassunto emotivo/intuitivo di chi osservava lo psicodramma da fuori: "è venuta da me perché io l'ho affascinata", frase davanti alla quale sono scoppiata a ridere di cuore, e ho detto "non ci credo". Questa risata ha risollevato il gruppo.
    Alla fine della scena mi sentivo come una casa in cui ci fossero tutte le finestre aperte e una bella corrente che girava e buttava all'aria tutto. Quel che è emerso durante la condivisione è stato importante. Intanto, l'aspetto del vissuto legato alla tossicodipendenza, come descritto più sopra, elemento che per ignoranza della questione io non ho calcolato; poi mi è venuto in mente che nell'ultima seduta avevamo lavorato sodo sui suoi ultimi 4 legami sentimentali, dove una seduzione vissuta in modo brutale (e non un sentimento) era stata la spinta che l'aveva portata a cercare questi 4 rapporti, che poi non erano iniziati o erano finiti subito male. E qui entrano le cose che mi sono sfuggite, e devo chiedermene il perché. Non ho avuto il tempo materiale di analizzare da un punto di vista transferale che cosa stesse mettendo in scena, oltre alla sua vita concreta, con questi contenuti, ma evidentemente era esposto il tasto della seduzione da giocare, e io non ho rappresentato un campo adatto a questo tema, perché, benché non sia un aspetto che mi manca, non me lo gioco in terapia e soprattutto non me lo gioco in forma sessuale e con una donna. Entra inoltre il problema della sorpresa: come mai mi ha sorpreso questo suo movimento? A questo non so rispondere, se non riflettendo sul fatto che il lavoro pareva funzionare bene, i contenuti di spessore stavano emergendo, contenuti davvero di livello. E quindi o io sono distratta da altro, cosa possibile perché ho in corso una grossa preoccupazione, oppure non ho fiutato che la paziente è scissa in due parti, di cui una lavora sodo in terapia, e l'altra è l'aspetto dissociato, che ha agito per conto suo trascinandosi dietro il resto di lei. La terza questione è stato il mio "non ci credo" rispetto al fatto che l'altra terapeuta potesse essere un elemento di fascinazione per la paziente, e il problema è proprio che alle volte sono le cose in cui non crediamo quelle che accadono.
    In seno alla discussione, che si è rivivacizzata anche al di fuori del gruppo, è emerso l'aspetto di mancanza di deontologia della collega, che ha preso in carico la paziente senza fare una telefonata di esplorazione (ma qui non sappiamo che cosa la paziente le abbia raccontato); e il fatto che in seno alla comunità terapeutica la questione dell'esporre o no il proprio orientamento sessuale da parte del terapeuta è una questione calda e dibattuta. I terapeuti gay si chiedono se sia il caso o no di mostrare questo aspetto. Ma la domanda che mi faccio io, e che continuo a farmi, è se sia il caso che gli etero facciano trasparire o no il loro orientamento sessuale: perché finché i terapeuti omosessuali continueranno a porre la questioni in questi termini autoriferiti, la discriminazione è reciproca, e non se ne viene a capo.
    Eventuali altri contributi sono graditi, anche in là nel tempo. Saluti a tutti.

  10. #10
    Partecipante Affezionato L'avatar di Marcella4
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    21-01-2004
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    92
    io penso che analizzare anche il non analizzabile sia la vera arma a doppio taglio, ed è il paziente a non essere compreso in questo caso.
    dobbiamo necessariamente far rientrare tutto ciò che accade, nei nostri schemi di matrice psicoanalitica (e simili)? o possiamo tollerare che ci sono eventi che si spiegano ed esistono anche al di fuori del nostro setting. il setting ci permette di vedere solo ciò che rientra negli eventi possibili della nostra teoria di riferimento (e dico quel "solo" sapendo che, comunque, non è poco), mentre il "setting" che è la realtà tutta, va ben al di là.
    saper questo non vuol dire deporre le armi del proprio mestiere, bensì tollerare:
    a. che realmente la nostra paziente desideri un terapeuta gay.
    b. che il nostro modello funzionasse comunque bene per lei e lei si trovasse bene con noi, ma ciò non è bastato.
    c. che non è "colpa" (termine improprio, consentitemelo) di nessuno dei due.
    se non pensiamo questo, i pazienti rischiano di restare intrappolati nel nostro setting, e noi con loro.
    è sempre molto difficile sottrarsi a certi imbrigliamenti in cui i freudiani e discendenti riescono a tirarti dentro. non trovate che il tutto rischi di diventare una sorta di fede? perché a mio avviso la scienza (ammesso che di scienza di tratti), deve essere umile e tener conto che il proprio è "solo" uno dei tanti approcci, uno dei tanti punti di vista..e come tale..da integrare con gli altri punti di vista. alternativa a questo: una grande presunzione. ciascun modello è da collocare al posto e al momento giusto. solo così lo si può poi tirare indietro al momento giusto.
    saluti da un'amante della psicoanalisi che però ha scelto altro.

  11. #11
    Giuliamd
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da Marcella4
    tollerare:
    a. che realmente la nostra paziente desideri un terapeuta gay.
    b. che il nostro modello funzionasse comunque bene per lei e lei si trovasse bene con noi, ma ciò non è bastato.
    c. che non è "colpa" (termine improprio, consentitemelo) di nessuno dei due.
    saluti da un'amante della psicoanalisi che però ha scelto altro.
    Ciao. Sì, certo, le cose che dici sono alla base del mio rapporto con il mondo. Fortunatamente anche io non faccio solo la psicanalista e son quanto di meno intruppabile ci sia sulla Terra (la mia formazione è stata multiforme e anche nell'ambito junghiano le persone che ho seguito sono stati assai fuori degli schemi, un nome su tutti Silvia Montefoschi).
    Per quanto riguarda il punto a connesso ai punti b e c, niente da eccepire sul fatto che una persona voglia rifilarsi il terapeuta a sua gusto e misura*, ma perché non parlarne? Il fatto di non parlarne, capisci, fa escludere che si tratti di un movimento consapevole. Il problema è nato qui. Non nel fatto che uno cambi terapeuta.
    Quanto al setting, non sono mai stata freudiana o kleiniana o affini, nonostante abbia certa esperienza anche pratica di questi metodi. Il setting rigido non fa per me. La mentalità rigida neppure. Ma questo non pretendo traspaia da qui.

    *in tal caso teniamo presente che se non ti fai di eroina o di moscato non puoi capire il paziente tossicodipendente o alcoolista ... o no?

  12. #12
    Partecipante Affezionato L'avatar di Marcella4
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    21-01-2004
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    92
    capisco.
    ma scusa una domanda, come mai il titolo è sull'omosessualità se poi non era quello il problema, bensì un discorso di più ampio respiro che possiamo applicare anche a tossicodipendenza, o che vale anche nel caso in cui un paziente prenda una qualsivoglia decisione senza parlarne prima con il terapeuta, che fa supporre un movimento inconsapevole?
    a me viene spesso in mente il caso di dora.

  13. #13
    Giuliamd
    Ospite non registrato
    Originariamente postato da Marcella4
    capisco.
    ma scusa una domanda, come mai il titolo è sull'omosessualità se poi non era quello il problema,
    Al momento in cui ho aperto il post, il problema sembrava quello. Poi la vita è dinamica e le cose si trasformano. Capisco che tra gli psicoterapeuti ci vogliano cent'anni prima di cambiare le idee .... L'immobilità non è il mio forte.

    Rimane invece aperta la questione che riguarda i terapeuti omossessuali. E anche gli etero, a questo punto.

  14. #14
    Partecipante Affezionato L'avatar di Marcella4
    Data registrazione
    21-01-2004
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    92
    beh sai, ho notato che alcuni omosessuali si fidano maggiormente se anche il loro terapeuta è omosessuale.
    forse perché non è il loro mestiere, e quindi pensano che la cosa possa essere tanto rilevante, ma noi sappiamo che non lo è.. forse perché alcuni terapeuti o psicologi, allo stato attuale, mostrano ancora molti pregiudizi.
    ovviamente parlo della realtà della mia regione. spero altrove sia diversa la cosa.

  15. #15
    Partecipante Assiduo L'avatar di marco_84
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    146
    A proposito.... è vero che la SPI non accetta di formare terapeuti omosessuali?
    « Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio » G. Debord

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