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  1. #1
    psycone
    Ospite non registrato

    sull'analisi della domanda

    Vorrei aprire un dibattito sulla teoria della tecnica dell'-analisi della domanda- in psicologia clinica.
    Da chi la conosce mi piacerebbe sapere cosa ne pensa.

  2. #2
    Partecipante Esperto L'avatar di saperessere
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    13-10-2005
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    Ferrara
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    Posso solo dirti che ritengo che fare domande debba diventare un vero punto di forza.
    Al punto che si trova molta bibliografia al riguardo.
    Provo a fare una prima distinzione:
    Domande aperte e domande chiuse
    Io personalmente classifico chiuse tutte quelle domande che prevedono come risposta un SI' o un NO.
    Penso siano accuratamente da evitare.
    Considero aperte tutte quelle domande che prevedono la possibilità di più risposte. Io le identifico quando cominciano con:
    Come
    Cosa (a cosa pensi, a cosa ti riferisci)
    Quando
    Quanto
    Quali (In quale modo, in quali occasioni)
    Dove
    Chi (Con chi, per chi)
    Che

    A queste aggiungerei:
    In che senso?
    Cosa intendi esattamente?

    Le domande chiuse sono esami, generano ansia in chi le riceve e in chi aspetta la risposta. Es.: "Esci con me stasera?"

    Le domande aperte consentono di raccogliere molte più informazioni.
    Es.:" Scusi sa l'ora?" Risposta "Sì". "Che ore sono?" Risposta "Sono le 10"

    Più che una tecnica specifica. Penso ci siano stati molteplici contributi sull'argomento.
    Spero di aver capito l'argomento. Se ho sbagliato, sono pronto a cospargere il capo di cenere.
    Chi non è impegnato a risorgere, è impegnato a morire. Bob Dylan

  3. #3
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    ciaociao, penso che Psyone si riferisse a quei momenti delle conversazioni cliniche o di consulenza che "analizzano" la domanda di cambiamento da parte del cliente/utente.
    Cosa mi sta domandando? Come mai oggi? Cosa si aspetta? Da chi viene la domanda (analisi dell' inviante)? Se dovesse dare un voto da 1 a 10 alla sua motivazione a venire qui, quanto darebbe? E come mai? Se la sua domanda di cambiamento in un futuro prossimo sarebbe soddisfatta, pensa che starebbe meglio?
    E cosa pensa che cambierebbe nella sua vita quotidiana e di relazione? Rispetto alle sue relazioni strette, chi pensa che rimarrebbe più sorpreso e meno sorpreso rispetto al suo eventuale cambiamento? Ecc...
    Ho messo in relazione " il termine "domanda" con "cambiamento" però non necessariamente, nella domanda del cliente/utente, c'è un' effettiva richiesta di cambiamento. Si tratta di quei casi dove l' utenza (soprattutto in contesti pubblici) domanda la diagnosi da certificare.

    Esistono svariati modi di intendere teoricamente e pragmaticamente l' analisi della domanda. Io ho la tendenza ad agire per il cambiamento già dall' analisi della domanda, attraverso ridefinizioni di significato e lavoro sulle relazioni. Considero l' analisi dell' inviante come momenti essenziali dell' analisi della domanda e quasi ad ogni incontro "ritorno" a parlare per un pò di cosa mi domanda "oggi" il cliente/utente.
    ciaociao

  4. #4
    psycone
    Ospite non registrato
    l'analisi della domanda come dicevo prima è una teoria della tecnica dell'intervento psicologico-clinico, ovvero è il modo di fondo di impostare l'intervento clinico.
    Essa è l'elaborazione, ora più che decennale, della ricerca di un metodo -specifico- (sottolineo, specifico) della prassi psicologica; elaborazione condotta dal prof.Renzo Carli dell'univ.di Roma, con altri studiosi del Circolo del Cedro (Paniccia, Lancia; Montesarchio,Grasso, ect..).
    Si sono posti il problema, da molti di noi sentito, di costruire la competenza specifica dell'intervento psicologico-clinico:
    cioè va bene le psicoterapie, ma qual'è la competenza che la psicologia può autonomamente esprimere?, finendola di appoggiarsi alla psicoterapia e ai suoi metodi?
    A me la loro proposta è risultata profondamente interessante, in quanto è venuta incontro ad alcune cose che non mi convincevano, e che per certi aspetti ho visto non convincere anche molti psicologi:
    - intanto ha dato una risposta alla confusione che molti di noi hanno sempre lamentato tra intervento psicologico-clinico e psicoterapia, con l'esito che sappiamo che almeno il 70% e più, alla fine, non trovando chiarezza nel metodo psicologico si buttano nella formazione in psicoterapia........come dire che diversi anni di laurea sono stati "solo" propedeutici alle scuole di specializzazione
    - non mi convinceva l'impostazione di fondo delle psicoterapie, che grossomodo si rifanno (se lette bene) al modello medico:
    il paziente lamenta un disturbo/sofferenza, viene da noi (spesso solo dopo che siamo diventati psicoterapeuti) e noi cerchiamo di applicare una tecnica per la sua cura.....come si vede anche i termini spesso utilizzati mimano il modello medico (paziente, disturbo, cura)
    - la proposta dell'analisi della domanda veniva poi incontro ad un mio percorso di ricerca che partiva da questa visione:
    serve un metodo per una diversa lettura dei problemi su cui intervenire e del modo d'intervento che parta dalla dinamica dell'interazione sociale, che le impostazoioni correnti non soddisfano...in genere queste immmaginano l'uomo in un modo..poi il deficit, lo scarto, e allora l'intervento per potenziare quello che manca, ect..tutto un modo che io chiamo "letteratura" (e quanta letteratura in libri e riviste di psicoterapia..) perchè non tiene conto dell'intenzionalità e dell'uso pretestuale dell'interazione e quindi anche quella tra un terapeuta e un cliente........quanti di noi sia nell'immaginario che poi nella pratica non si sono confrontati con interazioni cliniche dove sentiamo che in fondo non riusciamo ad elaborare la domanda del cliente (lo chiamo così), sentendo in noi e in lui un blocco, o pensiamo che siano resistenze, non vera motivazione, ect. o cadiamo nella tentazione di prescrivere consigli, suggerimenti (su questo tipo di interazioni ho visto interrompere celermente un sacco di conoscenti e amici che avevano intrapreso colloqui con psicologi o terapeuti)...ci sono domande, e nuove utenze che non riescono ad essere intercettate da un modo classico di fare intervento
    x Accadueo l'analisi della domanda è un processo, che non si spiega ed esaurisce con delle domande iniziali....infatti tu cogli un pò il senso, ma lo esaurisci di nuovo nell'impostazione classica di immaginare l'aspettativa del cliente da un lato (vuole questo, vuole quello, cosa si aspetta..)e poi di aspettarti tu stesso che possa avere utilità per il cliente rispondere letteralmente a quello che gli chiedi, senza esplorare con lui il senso "collusivo" della sua richiesta

  5. #5
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    Ciao Psycone,

    Originariamente postato da psycone
    x Accadueo l'analisi della domanda è un processo, che non si spiega ed esaurisce con delle domande iniziali....
    sono d' accordo, infatti non ho mai parlato di domande iniziali...
    Naturalmente, il tipo di domande che ho scritto sopra non "esaurivano" il ventaglio delle possibilità per l' analisi della domanda. Per me, rappresentano le aree tematiche dell' analisi della domanda; invece di esprimerle a livello teorico le ho espresse a livello pragmatico, avendo in mente che dalle risposte dei clienti/utenti, si generano altre domande che fanno venir meno la mia immaginazione --->
    infatti tu cogli un pò il senso, ma lo esaurisci di nuovo nell'impostazione classica di immaginare l'aspettativa del cliente da un lato (vuole questo, vuole quello, cosa si aspetta..)
    Quoto adesso la frase per intero perchè è interessante:
    infatti tu cogli un pò il senso, ma lo esaurisci di nuovo nell'impostazione classica di immaginare l'aspettativa del cliente da un lato (vuole questo, vuole quello, cosa si aspetta..)e poi di aspettarti tu stesso che possa avere utilità per il cliente rispondere letteralmente a quello che gli chiedi, senza esplorare con lui il senso "collusivo" della sua richiesta
    nel mio caso, questo momento avviene quando è "chiara" la domanda dell' utente nella nostra relazione e non nella mia immaginazione. E' a questo punto che, come ho scritto nel post precedente, ho la tendenza ad agire per il cambiamento già dall' analisi della domanda, attraverso ridefinizioni di significato e lavoro sulle relazioni. In pratica, tradotto con i termini che hai utilizzato tu, mi aspetto che possa avere utilità per il cliente rispondere letteralmente a quello che gli chiedo (domando).

    Faccio un esempio non clinico. Mio cugino mi racconta che non riesce ad avere amicizie. Avendo già parecchie informazioni rispetto alla sua vita sociale, inizio a fare domande sul significato che ha, per lui, l' amicizia. Domanderò cosa significano per lui le relazioni che frequenta con alcuni ragazzini e, sempre secondo lui, che idea hanno di amicizia questi ragazzini e se loro considerano mio cugino un amico. Ed altro ancora...
    Quello che mi interessa, non è che mio cugino impari la definizione che io ho in mente di amicizia, ma che sia lui a costruirsene una "nuova", perchè quella "vecchia" non andava più bene nel qui ed ora.
    Per me questo è agire sulla domanda. Nel momento in cui mi rendessi conto che questo tipo di "azione" non ha effetti, inizio a pensare che la domanda sia un' altra, quindi inizio a fare altri tipi di domande. E' un pò come seguire le ipotesi nel processo terapeutico.

    ci sono domande, e nuove utenze che non riescono ad essere intercettate da un modo classico di fare intervento
    sono d' accordo. Tu cosa proponi?

    ciaociao

  6. #6
    Postatore Compulsivo L'avatar di ste203xx
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    Esistono svariati modi di intendere teoricamente e pragmaticamente l' analisi della domanda. Io ho la tendenza ad agire per il cambiamento già dall' analisi della domanda, attraverso ridefinizioni di significato e lavoro sulle relazioni. Considero l' analisi dell' inviante come momenti essenziali dell' analisi della domanda e quasi ad ogni incontro "ritorno" a parlare per un pò di cosa mi domanda "oggi" il cliente/utente.
    Accadueò vorrei tando legge il trascritto di qualche tuo colloquio

  7. #7
    psycone
    Ospite non registrato
    x accadueo e non solo ovviamente...

    l'esempio che fai di tuo cugino ci può servire a spiegare quello che si sta dicendo
    Prima di tutto, l'esempio come dici tu non è clinico, ma fai capire che ti comporteresti allo stesso modo se la questio fosse posta da un cliente, ovvero mostri con l'esempio il tuo modo di operare:
    per la mia visione della clinica già qua c'è una cosa che non mi convince, tratteresti la richiesta del cliente alla stregua di come ti poni con tuo cugino(sennò non avresti fatto simile esempio), non rilevando la differenza di setting e relazione.
    Ma facciamo finta che il caso di tuo cugino sia un caso clinico, ovvero il resoconto del primo contatto con un cliente, ok?
    dove il succo del colloquio sia il lamentarsi del fatto di non avere amicizie.
    La tua trattazione, che ricalca alcuni approcci terapeutici che non mi convincono come dicevo nei precedenti post, anch'essa non mi convince, intanto d'istinto(lasciamo da parte per adesso le teorizzazioni), perchè è come presuppore (e la cosa non la sento assolutamente) che la persona può trovare rimedio a ciò che denuncia lavorando direttamente e unicamente sul cognitivo, sul riflettere sull'immagine dell'amicizia, sul cosa ne pensa, come la vede, ect.....questo sì che lo puoi fare con tuo cugino, ma ti farebbe forse incartare se usi questo approccio con l'immaginario cliente che porta una richiesta equivalente!
    Cos'è allora che non viene considerato?
    Non viene considerato quello che con tuo cugino non puoi considerare...la pregressa relazione che c'è fra voi due
    Ovvero, il fatto che voi vi simbolizzate (avete una posizione emotiva che avete nel tempo reciprocamente costruito) in un certo modo, per cui tu per es. sei il cugino grande cui chiedere consiglio, ect.. e tu rispondi interessato...dove il senso (simbolico) della richiesta di tuo cugino poteva essere...l'essere rassicurato del tuo interesse verso di lui,verso il suo cruccio, ect..
    Ora, secondo me, in questo specifico caso, è la rassicurazione ricevuta ciò che cercava (potremmo dire ...cercavate, per la relazione che avete inconsapevolmente costruito) prima di tutto tuo cugino...
    Cosa vuol dire questa lettura simbolica per il caso clinico?
    Vuol dire che, nel caso di tuo cugino, questo è un aspetto che, dato che è agito da entrambi, non puoi (ma sopratutto non occorre, non conviene, a meno che diventare paranoico) analizzare, perchè specie all'atto non ci pensi, non lo vedi...ciò che è agito non si può contemporaneamente vedere, cioè pensare emotivamente.
    Ma in un caso clinico, questa dimensione simbolica diventa importante
    Anzi nell'analisi della domanda è il presupposto.
    Se un cliente arriva ponendo a fondamento della sua domanda il lamentarsi di non avere amicizie (come di non avere questo quello, ect.) si può realisticamente pensare che si può intervenire colludendo con la sua richiesta in modo letterale?a me questa cosa non mi ha mai convinto,questo è il punto.
    Mi fa pensare che si finisce come il cliente stesso magari è già finito varie volte con le persone con cui si è lamentato, in fondo con un problema che non si sblocca sulla base di una comunicazione diciamo razionale.
    perchè? perchè il problema posto è un pretesto
    In un certo senso (e specifico in un certo senso) ciò che viene lamentato, non è il problema...e se non è il problema a nulla porta imbarcarsi con l'altro su una qualsiasi discussione letterale della richiesta
    Se un cliente arriva lamentandosi che non ha amicizie, la cosa si deve tenere in considerazione, ma sopratutto dove vuole arrivare quest'uomo che agisce l'emozione di lamentarsi con me? e,ipotesi, magari lo fa allo stesso modo con cui tende a farlo anche nella sua vita fuori', e magari inconsapevolmente vuole convincermi che chissà di chi è la colpa, o che lui è fragile,ect o vuole trasmmettermi il suo senso di impotenza(si,si, ma non c'è niente da fare...)..e magari ci vuol far fare la fine di quelli a cui in genere si rivolge...o vuole sentirsi dire ma come mai mentre lei ha delle qualità, ect.., ovvero la simbolizzazione che vuole costruire, proporre, cio in cui vuole emotivamente infilare la relazione tra sè e lo psicologo.
    Il punto è che il tipo di relazione che si aspetterebbe di costruire, in gran parte la propone allo stesso modo che conosce, con cui si relaziona fuori, che è poi il modo non funzionale che probabilmente ha originato la sua richiesta...restando nell'esempio si potrebbe ipotizzare che lo stesso non ha amicizie proprio per questa sua invasiva modalità monocorde di proporsi con atteggiamento lamentoso...
    In un certo senso il cliente ripropone, nella proposta collusiva (emotiva, di modalità di costruire la relazione) con cui si presenta allo psico, il problema per cui viene,..il problema è nella domanda (nelle modalità collusive).
    C'è un testo interessante per quello che stiamo dicendo:
    Psicopterapie a confronto,un caso visto da sei terapeuti di Dumont e Corsini ed.McGraw-hill, con la presentazione di Renzo Carli che sottolinea come tutti gli approcci presentati (i più in voga oggi negli U.S.A) sono accomunati dall'ignoramento della dimensione simbolica della relazione clinica

  8. #8
    Super Postatore Spaziale L'avatar di Accadueo
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    Ciao Psycone,

    Originariamente postato da psycone


    l'esempio che fai di tuo cugino ci può servire a spiegare quello che si sta dicendo
    Prima di tutto, l'esempio come dici tu non è clinico, ma fai capire che ti comporteresti allo stesso modo se la questio fosse posta da un cliente, ovvero mostri con l'esempio il tuo modo di operare:
    per la mia visione della clinica già qua c'è una cosa che non mi convince, tratteresti la richiesta del cliente alla stregua di come ti poni con tuo cugino(sennò non avresti fatto simile esempio), non rilevando la differenza di setting e relazione.
    Si.. dipende dalla domanda e dal cliente/utente, mi capita di relazionarmi con il cliente alla stregua di come mi pongo con mio cugino (naturalmente evitando pranzi domenicali assieme e altro al di fuori dello studio).

    Ma facciamo finta che il caso di tuo cugino sia un caso clinico, ovvero il resoconto del primo contatto con un cliente, ok?
    dove il succo del colloquio sia il lamentarsi del fatto di non avere amicizie.
    La tua trattazione, che ricalca alcuni approcci terapeutici che non mi convincono come dicevo nei precedenti post, anch'essa non mi convince, intanto d'istinto(lasciamo da parte per adesso le teorizzazioni), perchè è come presuppore (e la cosa non la sento assolutamente) che la persona può trovare rimedio a ciò che denuncia lavorando direttamente e unicamente sul cognitivo, sul riflettere sull'immagine dell'amicizia, sul cosa ne pensa, come la vede, ect.....questo sì che lo puoi fare con tuo cugino, ma ti farebbe forse incartare se usi questo approccio con l'immaginario cliente che porta una richiesta equivalente!
    Sono "un cugino" o "un cognitivo" ?
    Personalmente credo che non sia possibile lavorare solo sul piano cognitivo. Alle idee sono "sempre" associate emozioni e viceversa. Se io ti facessi domande sull' amicizia, queste attiverebbero emozioni che connetti alle tue idee sull' amicizia. Se cambiassi idea di amicizia, cambieresti anche le emozioni (oltre che ai comportamenti e quindi relazioni).
    La matematica mi fa schifo ma poi arriva un professore che la spiega in maniera splendida e da grande decido che voglio fare il matematico.




    Se un cliente arriva ponendo a fondamento della sua domanda il lamentarsi di non avere amicizie (come di non avere questo quello, ect.) si può realisticamente pensare che si può intervenire colludendo con la sua richiesta in modo letterale?a me questa cosa non mi ha mai convinto,questo è il punto.
    Mi fa pensare che si finisce come il cliente stesso magari è già finito varie volte con le persone con cui si è lamentato, in fondo con un problema che non si sblocca sulla base di una comunicazione diciamo razionale.
    Ma infatti se dovesse accadere (per me molto positivo) che il cliente riproponga i modi di relazionarsi con gli amici, io ne parlerei su un livello meta, ovvero gli direi come mi sento emotivamente e cognitivamente rispetto alle sue proposte relazionali e parleremmo "su" questo aspetto.. parlare di quello che sta avvenendo in seduta.





    Se un cliente arriva lamentandosi che non ha amicizie, la cosa si deve tenere in considerazione, ma sopratutto dove vuole arrivare quest'uomo che agisce l'emozione di lamentarsi con me? e,ipotesi, magari lo fa allo stesso modo con cui tende a farlo anche nella sua vita fuori', e magari inconsapevolmente vuole convincermi che chissà di chi è la colpa, o che lui è fragile,ect o vuole trasmmettermi il suo senso di impotenza(si,si, ma non c'è niente da fare...)..e magari ci vuol far fare la fine di quelli a cui in genere si rivolge...o vuole sentirsi dire ma come mai mentre lei ha delle qualità, ect.., ovvero la simbolizzazione che vuole costruire, proporre, cio in cui vuole emotivamente infilare la relazione tra sè e lo psicologo.
    Questo genere di domande sono molto importanti. Io tendo a formularle in maniera differente:
    Che emozioni si generano quando le persone si lamentano con me? E come mi ci relaziono generalmente? Come mi sento quando capisco che qualcuno vuole allearsi con me? E cosa faccio?
    E se uno fa il fragile o l' impotente, tendo a proteggerlo o mi fa arrabbiare? Quando uno parla delle sue qualità, tendo a rinforzarle, a minimizzarle o a ignorarle? Ecc..


    Il punto è che il tipo di relazione che si aspetterebbe di costruire, in gran parte la propone allo stesso modo che conosce, con cui si relaziona fuori, che è poi il modo non funzionale che probabilmente ha originato la sua richiesta...restando nell'esempio si potrebbe ipotizzare che lo stesso non ha amicizie proprio per questa sua invasiva modalità monocorde di proporsi con atteggiamento lamentoso...
    In un certo senso il cliente ripropone, nella proposta collusiva (emotiva, di modalità di costruire la relazione) con cui si presenta allo psico, il problema per cui viene,..il problema è nella domanda (nelle modalità collusive).
    quindi se cambia modo (comunque funzionale) di relazionarsi con il terapeuta ha conosciuto altri modi (funzionali) per relazionarsi con le persone fuori dallo studio...
    Riguardo all' ipotesi (nel tuo esempio) del non avere amicizie per la sua invasiva modalità monocorde di proporsi con atteggiamento lamentoso può essere una "tua" idea che parte dalla premessa che se uno è lamentoso non ha amicizie.. invece, se "io" ho in mente che è possibile essere lamentosi ed avere amicizie, cambia il modo di "vedere" e di lavorare.
    ciaociao

  9. #9

    Riferimento: sull'analisi della domanda

    l'analisi della domanda è un cumulo di banalità, desunte da altre teorie e dal senso comune, e riproposto in un linguaggio volutamente oscuro e desueto per farle sembrare interessanti e creare posti di lavoro

  10. #10
    Johnny
    Ospite non registrato

    Riferimento: sull'analisi della domanda

    Citazione Originalmente inviato da Francesco R. Visualizza messaggio
    l'analisi della domanda è un cumulo di banalità, desunte da altre teorie e dal senso comune, e riproposto in un linguaggio volutamente oscuro e desueto per farle sembrare interessanti e creare posti di lavoro
    questa è una delle tipiche affermazioni di voi filosofi che volete fare i tuttologi senza sapere nulla di Psicologia. Di cosa parli se non sai neanche cosa è l'analisi della domanda!??
    Ultima modifica di Johnny : 10-09-2010 alle ore 08.24.34

  11. #11
    Partecipante Esperto
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    Riferimento: sull'analisi della domanda

    veramente sono iscritto a psicologia, e l'analisi della domanda la studio e la sto studiando.
    del tutto ovviamente è solo un mio parere personale, non la verità rilevata.
    un illustre psichiatri di mia conoscenza ha definito l'analisi della domanda "il peggior male che abbia attraversato la psicoterapia italiana" (cito testualmente).
    se non sei d'accordo basta dire che non sei d'accordo e motivare la tua posizione argomentando.
    quanto alla filosofia, come saprai, molti insegnanti del corso di laurea in psicologia sono laureati in filosofia.

  12. #12
    Johnny
    Ospite non registrato

    Riferimento: sull'analisi della domanda

    Citazione Originalmente inviato da Vertigoz Visualizza messaggio
    veramente sono iscritto a psicologia, e l'analisi della domanda la studio e la sto studiando.
    del tutto ovviamente è solo un mio parere personale, non la verità rilevata.
    ma io infatti avevo risposto a Francesco R. tu non avevi neanche scritto in questo thread sei Francesco R.?


    se non sei d'accordo basta dire che non sei d'accordo e motivare la tua posizione argomentando.
    non sono d'accordo per il seguente motivo: come ben saprai l'intervento in Psicologia e in Medicina sono profondamente diversi. Un medico si basa, appunto, sul "modello medico" che è prescrittivo, cioè il paziente arriva con un problema e il medico gli dice cosa deve fare o cosa deve prendere . Se vado dal medico perché mi ho una contusione al braccio, mi prescrive di prendere qualcosa (farmaci, ecc.) o di fare qualcosa (stare a riposo) e se voglio guarire è bene che segua le sue prescrizioni altrimenti la contusione non mi passa. Così vale per tutte le malattie

    L'intervento in Psicologia invece è radicalmente diverso, perché non si basa sulla prescrizione ma sulla committenza (termine usato da Carli e Paniccia) perché il paziente che giunge dallo Psicologo porta un problema ("sono timido", "non riesco a fare qualcosa") ma non è detto che quello sia il problema reale e che sia quello il problema su cui intervenire. Ci si deve sempre chiedere, al primo incontro, cosa il paziente ci chiede davvero, cosa si cela dietro la sua domanda, quindi analizzare vari aspetti: perché viene proprio adesso, viene di sua spontanea volontà o è inviato, se è inviato da chi? perché?è motivato?quali conseguenze ha il problema chenella sua vita, come influenza le relazioni con gli altri, nell'immagine che ha di sè stesso? ecc....e tante altre domande, che tutte insieme permettono di "analizzare la domanda". Ad esempio se una madre arriva e dice "mia figlia adolescente non è più come prima, faccia qualcosa" non è detto che questo sia l'obiettivo dell'intervento, perché se la madre non accetta il fatto che la figlia sta crescendo è un problema della madre, non della figlia. Spesso le madri arrivano con la fotografia della figlia da bambina e dicono "vede? questa è mia figlia, guardi come era carina, adesso invece fuma, si è fatta un tatuaggio, esce la sera, ecc..." . Se lo Psicologo interviene per bloccare lo sviluppo alla figlia (quindi fermandosi solo alla domanda esplicita) sta mettendo in atto una "collusione" con la madre, che è sbagliata perché asseconda una fantasia patologica, e questa collusione la si evita proprio facendo l'analisi della domanda! Questo era un esempio banale ma era per far capire che l'analisi della domanda permette di comprendere quali bisogni stanno dietro la richiesta di aiuto, quale è la richiesta implicita, che è quella su cui bisogna fondare l'intervento, evitando collusioni con le fantasie del paziente che a volte possono essere indicative di dinamiche patologiche, perciò assecondarle sarebbe errato.
    Quindi l'intervento dello Psicologo a differenza del Medico, non è prescrittivo ma viene costruito insieme al cliente, partendo proprio dall'analisi della domanda.


    un illustre psichiatri di mia conoscenza ha definito l'analisi della domanda "il peggior male che abbia attraversato la psicoterapia italiana" (cito testualmente).
    mi pare un po' esagerato, non è che per caso ha aggiunto che è anche la causa della fame nel mondo???
    poi chi è questo illustre psichiatra? se fai il nome magari capiamo meglio. Lo Psichiatra non è Dio che rivela la verità assoluta.
    Come ben saprai la Psichiatria è un ramo della Medicina e quindi si basa sul "modello medico", lo Psichiatra non è un esperto di Psicologia. Infatti molti psichiatri dopo la specializzaione in Psichiatria fanno anche quella in Psicoterapia per integrare le conoscenze medico-psichiatriche, non saranno tutti impazziti se lo fanno.
    Secondo me il peggior male che abbia attraversato la Psicoterapia italiana sono i manicomi, i TSO, l'elettroschock, tutti interventi di una certa Psichiatria molto organicista e riduzionista che tratta la psiche come se fosse un pezzo del corpo.

    Considerare un "male" l'analisi della domanda, che permette di capire cosa ci chiede il paziente, mi pare un'assurdità. Certo non è facile, perché bisogna restare nell'incertezza, spesso invece dà più sicurezza inquadrare le persone in categorie e dargli una pastiglia, ma curare la psiche non è come curare un raffreddore, è un po' più complesso , e la complessità va presa in considerazione e non evitata.

    quanto alla filosofia, come saprai, molti insegnanti del corso di laurea in psicologia sono laureati in filosofia.
    la mia critica non era rivolta ai filosofi in generale, ma in particolare a quelli che criticano la Psicologia perché non riescono a capire che non è più un ramo della filosofia (dal 1879 anno della nascita della Psicologia scientifica per opera di Wundt). In genere queste critiche mi capita di sentirle da parte di laureati in materie umanistiche (quindi non solo filosofia) perché spesso confondono la Psicologia con la Psicoanalisi, o perché sono fermi alla Psicologia di inizio '900 (comportamentismo e primo cognitivismo), o non hanno ben chiaro quel sia l'oggetto di studio della Psicologia (che non è la "psiche" in senso filosofico, ma sono i comportamenti e i processi cognitivi).
    Ma, ripeto, fortunatamente non tutti hanno questo genere di idee.


    ho avuto alcuni docenti laureati in Filosofia (per forza visto che anni fa non esistevano ancora la facoltà di Psicologia), ma oltre a questo erano anche ricercatori o comunque "specializzati" in psicologia
    Ultima modifica di Johnny : 11-09-2010 alle ore 03.22.45

  13. #13
    Partecipante Esperto
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    Riferimento: sull'analisi della domanda

    > ma io infatti avevo risposto a Francesco R. tu non avevi neanche scritto in questo thread sei Francesco R.?

    sì.

    > non sono d'accordo per il seguente motivo:

    sono d'accordo. ma non è un'idea molto originale, è ampiamente condivisa. carli ha avuto il solo merito, se di merito si può parlare, di averci basato su un intero sistema filosofico (e non utilizzo questo termine a caso).

    > ma non è detto che quello sia il problema reale e che sia quello il problema su cui intervenire.

    questo è quello che fanno tutti gli psicoterapeuti. ancora una volta, niente di particolarmente originale.

    > mi pare un po' esagerato, non è che per caso ha aggiunto che è anche la causa della fame nel mondo???

    no, però ha specificato che nella pratica è violenta con i pazienti. un conto è la teoria, un conto è come si sostanzia nella pratica.

    > poi chi è questo illustre psichiatra? se fai il nome magari capiamo meglio. Lo Psichiatra non è Dio che rivela la verità assoluta.

    non ti dico il nome, ovviamente per ragioni di privacy. è comunque uno psicoterapeuta, con una cultura di tipo psicoterapeutico, non medico e psichiatrica. il fatto che non sia dio è certo, ma questo vale anche per carli.

    > Secondo me il peggior male che abbia attraversato la Psicoterapia italiana sono i manicomi, i TSO, l'elettroschock

    siamo d'accordo, ma oramai è banale prendersela con quel tipo di psichiatria che non esiste più. i pregiudizi sugli psichiatri vanno aggiornati.

    > la mia critica non era rivolta ai filosofi in generale, ma in particolare a quelli che criticano la Psicologia perché non riescono a capire che non è più un ramo della filosofia

    io sono laureato in filosofia, ma sto prendendo una seconda laurea in psicologia, spero che non me ne vorrai per questo. quanto alla distinzione psicologia/filosofia è molto meno netta di quanto potresti immaginare. l'analisi della domanda di carli è pura teoria, senza conferme empiriche. è l'opera di un filosofo (e neanche molto bravo a parer mio).

    per il resto. sei un po' didascalico (wundt 1879, citi carli quasi alla lettera), il che mi fa pensare che non hai maturato un pensiero sufficientemente critico su quello che studi e ti "bevi" tutto. ma il problema non è tuo, ma del tuo corso di laurea.

    cordialità

  14. #14
    Johnny
    Ospite non registrato

    Riferimento: sull'analisi della domanda

    Citazione Originalmente inviato da Vertigoz Visualizza messaggio
    no, però ha specificato che nella pratica è violenta con i pazienti. un conto è la teoria, un conto è come si sostanzia nella pratica.
    secondo te in che modo può essere una "pratica violenta" l'analisi della domanda?



    siamo d'accordo, ma oramai è banale prendersela con quel tipo di psichiatria che non esiste più. i pregiudizi sugli psichiatri vanno aggiornati.
    questo genere di psichiatria riduzionista e organicista esiste ancora, l'elettroshock viene comunemente utilizzato in molti servizi di psichiatria. Nella lista mi ero dimenticato la lobotomia, ecco questa è l'unica ptratica che oggi non esiste più. Per quato riguarda gli psicofarmaci è ovvio che un loro uso oculato e affiancato alla psicoterapia può essere positivo, ma spesso vengono usati in modo indiscriminato per "sedare" i pazienti a vita

    io sono laureato in filosofia, ma sto prendendo una seconda laurea in psicologia, spero che non me ne vorrai per questo. quanto alla distinzione psicologia/filosofia è molto meno netta di quanto potresti immaginare. l'analisi della domanda di carli è pura teoria, senza conferme empiriche. è l'opera di un filosofo (e neanche molto bravo a parer mio).
    Carli è psicoanalista, come saprai prima degli anni '70 non esistevano ancora le facoltà di psicologia e prima del 1989 se non erro le scuole di psicoanalisi non erano chiuse a psicologi e medici, quindi anche se Carli è filosofo, è comunque competente nel suo campo ed è psicoanalista. Il libro sull'analisi della domanda comunqe è stato scritto anche da un'altra autrice che è psicologia e psicoterapeuta

    per il resto. sei un po' didascalico (wundt 1879, citi carli quasi alla lettera), il che mi fa pensare che non hai maturato un pensiero sufficientemente critico su quello che studi e ti "bevi" tutto. ma il problema non è tuo, ma del tuo corso di laurea.
    perché dici che cito Carli quando dico la data di nascita della Psicologia? non accetto comunque che tu giudichi il mio senso critico e il corso di laurea in cui ho studiato solo perché non siamo d'accordo su un argomento, se io la penso in questo modo è perché in base a ciò che so ho maturato il mio pensiero, sta a te cercare di farmi cambiare idea con valide argomentazioni.

    ciao
    Ultima modifica di Johnny : 12-09-2010 alle ore 15.42.53

  15. #15
    Partecipante Esperto
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    Riferimento: sull'analisi della domanda

    io non ho nessuna intenzione di farti cambiare idea, né tantomeno di discutere con te. e non perché non ne abbia voglia, ma perché non porterebbe a niente (se non a una perdita di tempo per entrambi)

    il motivo per cui giudico negativamente il tuo senso critico è il fatto che parli dell'analisi della domanda e delle sue applicazioni esattamente come ne parlerebbe carli, con le sue stesse identiche parole. ci sei arrivato tu a quelle conclusioni o ci è arrivato lui? non mi è chiaro. questo al paese mio si chiama lavaggio del cervello, ma dal momento che il lavaggio del cervello ha avuto effetto non ne hai sentore.

    il motivo per cui mi permetto di giudicare il tuo corso di laurea, è perché purtroppo ho vissuto sulla mia pelle (visto che all'università ci sto per una ragione o per l'altro da una quindicina d'anni) sia la differenza tra il corso di laurea in filosofia e quello in psicologia a livello di approfondimento (almeno a Roma e alla Sapienza, non sto facendo un discorso generale sulla psicologia e la filosofia), sia dal vecchio ordinamento prima al nuovo ordinamento ora. e ti assicuro che la qualità è scaduta da 8 a 3-4. ma tu questo non lo puoi sapere.

    quello che ti consiglio è di non studiare solo l'analisi della domanda e di non stare a sentire solo carli ma di documentarti, di chiedere, di informarti (anche al di fuori dei testi che ti fanno studiare all'univesità) e di sentire anche altre campane senza preconcetti. con l'analisi della domanda, il giorno che ti verrà sotto uno schizofrenico paranoide con manie di grandezza non andrai molto lontano. né il giorno che ti sarà chiesto di fare una selezione del personale. lo sai che gli psicologi sono i meno richiesti in quest'ambito? ti sei chiesto perché? perché di solito sono gravamente impreparati ma al tempo stesso convinti di esserlo.

    ancora una volta cordialità,
    (non rispondo oltre, perché quello che ti dovevo dire te l'ho detto)

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