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  1. #1
    Partecipante Affezionato L'avatar di rainulfo
    Data registrazione
    20-05-2005
    Residenza
    milano
    Messaggi
    119

    [B]Progetto psicologia salute[/B]

    Ciao a tutti, sto cercando aiuto per stilare un progetto indirizzato alle case di cura. Vorrei proporre qualcosa per il supporto ai pazienti con patologie tumorali...
    - comunicazione della diagnosi
    - supporto in caso di interventi chirurgici demolitivi (mastectomie, colonstomie...)
    - supporto ai pazienti in chemioterrapia (vomito anticipatorio...)
    - supporto ai pazienti destinati alle cure palliative
    - supporto al paziente terminale
    - supporto alla famiglia
    - qualsiasi altra idea...

    Io mi trasferirò a settembre in provincia di Brescia (a Coccaglio - zona franciacorta). Farò l'EDS a Novembre, ma ritengo che si possa già iniziare da adesso a formulare qualche ipotesi di lavoro in modo da essere pronti per proporre un progetto articolato per i primi dell'anno prossimo.

    Fatevi sentire!!!!!!


  2. #2
    Partecipante
    Data registrazione
    05-03-2005
    Residenza
    provincia Varese
    Messaggi
    53
    Io ti consiglio una formazione agli operatori, oltre che uno sportello di ascolto e supporto...la tua idea è molto interessante, molto vasta ma penso sarà efficace!

  3. #3
    samy
    Ospite non registrato
    molto bella la tua idea,so che inm un ospedale di milano hanno fatto una cosa simile...penso che l'unico ostacolo sia tovare i finanziamenti,so che in quell'ospedale,ad es. c'è perchè la famiglia di un bambino deceduto per tumore ha finanziato il progetto...cmq in bocca al lupo...è una cosa che ritengo utilissima

  4. #4
    Partecipante Affezionato L'avatar di monic2004
    Data registrazione
    21-10-2004
    Residenza
    asti
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    73
    Bella idea, molto impegnativa... ti consiglio di rivolgerti all' unità di cure palliative del tuo ospedale o al centro ( o ambulatorio) di terapia del dolore... il personale di solito è disponibile e " bisognoso" di aiuto nella gestione della relazione con pz. portatori di patologie invalidanti ed i loro care giver; saranno loro ad indicarti a chi ti puoi rivolgere (di solito l' ufficio formazione dell' asl), magari sanno con precisione la persona a cui rivolgrsi e magari hanno già fatto richiesta di un supporto di questo tipo loro stessi....Andrei direttamente come dire... "sul posto"... In bocca al lupo!

  5. #5
    Partecipante Assiduo L'avatar di orsogatto
    Data registrazione
    18-08-2005
    Residenza
    Torino
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    155
    Rainulfo, io andrò controcorrente ma ti dico.. pensaci bene.
    se, come mi sembra di capire, sei alle "prime armi", non è un pò prematuro buttarsi a capofitto a lavorare in un campo delicato e complesso come quello delle patologie tumorali?
    ti dico questo perchè, nel corso del mio tirocinio, mi è spesso capitato di assistere, in qualità di osservatrice, ai colloqui con pazienti affetti da gravi tumori e penso che non siano sufficienti laurea ed abilitazione per assistere in modo proficuo un malato terminale.. ma ci vuole una formazione specifica, una lunghissima esperienza.. ed anche una grande forza e consapevolezza..

  6. #6
    Partecipante Super Figo L'avatar di ikaro78
    Data registrazione
    06-07-2004
    Residenza
    Milano
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    1,975
    Originariamente postato da orsogatto
    Rainulfo, io andrò controcorrente ma ti dico.. pensaci bene.
    se, come mi sembra di capire, sei alle "prime armi", non è un pò prematuro buttarsi a capofitto a lavorare in un campo delicato e complesso come quello delle patologie tumorali?
    ti dico questo perchè, nel corso del mio tirocinio, mi è spesso capitato di assistere, in qualità di osservatrice, ai colloqui con pazienti affetti da gravi tumori e penso che non siano sufficienti laurea ed abilitazione per assistere in modo proficuo un malato terminale.. ma ci vuole una formazione specifica, una lunghissima esperienza.. ed anche una grande forza e consapevolezza..
    Sottoscrivo.
    Ho fatto 1 tesi e 1 tirocinio in ambito psico-oncologico: laurea, tirocinio e abilitazione non sono sufficienti. O almeno non per portare avanti 1 progetto del genere da solo, secondo me è necessaria la collaborazione/supervisione di 1 collega più esperto.

    Saluti,
    ikaro

  7. #7
    miriam76
    Ospite non registrato
    Ciao....credo che in molti ospedali, soprattutto in Lombardia, si siano già organizzati in svariati modi per supportare la famiglia ed il malato oncologico.
    Negli ultimi anni la tendenza è anche quella di formare gli operatori, soprattutto gli infermieri.
    Resta comunque una bella idea.

  8. #8
    Partecipante Esperto L'avatar di saperessere
    Data registrazione
    13-10-2005
    Residenza
    Ferrara
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    425
    Sto pensando ad una cosa simile da un po'.
    Alcune considerazioni:
    a) Ho lavorato con pazienti e famiglie in situazioni di assistenza domiciliare oncologica; sono del parere che si debba puntare alla minor invasività possibile nei confronti dei pazienti. Dare fiducia ai singoli operatori è faticoso; introdurne uno nuovo (lo psicologo), in certi casi, significa richiedere ulteriori sforzi.
    b) Alcuni pazienti quando gli è stato detto che in ospedale era disponibile uno psicologo hanno risposto "Ho un cancro, non sono mica matto"
    c) Forse può diventare interessante usare le famiglie e i caregivers di riferimento come veicoli di educazione sanitaria sulla malattia e sulle aspettative di vita.
    d) Tieni presente che spesso l'arrivo devastante della malattia all'interno di una famiglia, sconvolge equilibri che in certi casi erano già precari: su 40 casi seguiti nel 2005, nell'80% dei casi la malattia aveva solo scoperto dei "nervi", cioè portato alla luce problematiche relazionali interne alla famiglia, che erano rimaste sopite per anni.
    e) Per concludere l'obiettivo oggetto del progetto, potrebbe essere la costituzione di gruppi di auto-aiuto tra famiglie, costituiti con la "scusa" dell'educazione sanitaria, per poi vedere le dinamiche che vengono fuori. Dico "scusa" perchè se partiamo subito dichiarando alle famiglie che l'obiettivo è l'auto-aiuto, scatterà la paura di mettersi in discussione e la gelosia della propria unica condizione di sofferenza.
    Spero di aver dato un contributo. Se hai voglia di buttardi, buttati, preparati bene, ma buttati.
    Se vuoi sono a disposizione e ti terrò informata se faccio anch'io passi avanti.
    Ciao, complimenti e buon lavoro
    Chi non è impegnato a risorgere, è impegnato a morire. Bob Dylan

  9. #9
    Partecipante Affezionato L'avatar di rainulfo
    Data registrazione
    20-05-2005
    Residenza
    milano
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    119
    Ciao a tutti,
    volevo rassicurarvi sul fatto che lavoro da sei anni in un reparto di oncologia come infermiera... nel frattempo mi sono laureata in psicologia e quando parlo di un intervento sul paziente oncologico so bene di cosa parlo...
    Sto facendo il tirocinio nel reparto di cure palliative, tirocinio per la maggior parte centrato sul paziente oncologico e la sua famiglia.

    Visto che a settembre dovrò cambiare città e visto che la situazione lavorativa per gli psicologi è quella che è, vorrei riuscire a stilare un progetto ben definito da presentare nelle case di cura per il supporto a questo tipo di utenza.
    Se ti presenti con qualcosa di concreto hai più probabilità di trovare lavoro.
    Cmq grazie a tutti per i vostri consigli.


  10. #10
    Partecipante Affezionato L'avatar di rainulfo
    Data registrazione
    20-05-2005
    Residenza
    milano
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    119
    per saperessere
    L'idea relativa ai gruppi aveva sfiorato anche me, ma il mio tutor me l'ha un po' sconsigliato, soprattutto con patologie che portano a exitus nel giro di breve tempo. I pazienti vedono morire a poco a poco i membri del gruppo e non è una situazione facile da gestire.
    Se poi tu parli di gruppi rivolti solo ai caregivers allora il discorso cambia.
    Io comunque pensavo, restringendo un po' il campo, di cominciare a partire dalla comunicazione della diagnosi e di affiancare i pazienti nelle prime fasi di terapia.
    Sto facendo adesso delle interviste sulla qualità della vita e sulla qualità del tempo della vita, che comprende domande anche sui rapporti familiari... alcuni pazienti dopo l'intervista, che ti assicuro avere un carico emotivo non indifferente, chiedono un supporto.
    Questo potrebbe essere un punto di partenza.
    Uno così non si sente "matto", ma si rende conto che è disponibile un aiuto e che non è così sbagliato chiederlo.
    Il mio obiettivo è però di riuscire a creare un qualcosa ad hoc.
    L'idea di un'intervista che ti permetta di contattare il paziente e di esplorare con lui l'impatto della diagnosi, le sue paure, le sue risorse interne e i legami (non sempre i famigliari rappresentano le figure di elezione che il paziente vorrebbe avere vicino...).
    Non so se capisci cosa intendo...
    Essendo un'intervista i pazienti in linea di massima acconsentono. Sono pochi quelli che rifiutano di raccontare la loro storia. Poi alla fine dell'intervista lascio i recapiti dello studio di psicologia dell'ospedale e devo dire che alcuni pazienti si fanno vivi. Alcuni mi hanno confidato che non pensavano che ci fosse un servizio di questo tipo (per il solito discorso che la parola psicologo fa venire in mente il MATTO).

    Tu cosa pensi di un approccio al paziente di questo tipo?

    Tra le altre cose, con il mio tutor, stiamo cercando di creare un protocollo di comunicazione della diagnosi di cancro ai bambini della pediatria, che racchiuda anche una spiegazione degli effetti collaterali delle chemioterapie, perchè sia importante farle, eccetera. In questo ambito hai della bibliografia da consigliarmi? Non riesco a trovare molto...

    Grazie per i tuoi consigli, sicuramente mi farò viva non appena riuscirò a farmi venire in mente qualcosa...

    Ciao

  11. #11
    Partecipante Esperto L'avatar di saperessere
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    13-10-2005
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    Ferrara
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    425
    [QUOTE]Originariamente postato da rainulfo
    [B]per saperessere
    Sto facendo adesso delle interviste sulla qualità della vita e sulla qualità del tempo della vita, che comprende domande anche sui rapporti familiari... alcuni pazienti dopo l'intervista, che ti assicuro avere un carico emotivo non indifferente, chiedono un supporto.
    Questo potrebbe essere un punto di partenza.
    ..... lui l'impatto della diagnosi, le sue paure, le sue risorse interne e i legami (non sempre i famigliari rappresentano le figure di elezione che il paziente vorrebbe avere vicino...).
    Non so se capisci cosa intendo...


    Capisco, capisco. Sono d'accordo sul fatto che "non sempre i familiari", ecc,ecc. Averti detto che ho trovato molti problemi familiari irrisolti, mi fa riconoscere in quello che dici la verità.
    Penso che ci siano aspetti culturali di appartenenza che creano, a volte, profonde differenze tra una zona e un'altra. Tieni anche presente che le diverse legislazioni regionali, prevedono o meno la presenza ufficiale degli psicologi negli ospedali e questo crea differenze culturali di approccio alla figura, notevoli. Per cui quello che nella mia zona rappresenta un problema, ("non sono mica matto") in altre forse lo è meno .
    Sulla bibliografia, non ti sono di molto aiuto. Ci sono i vari referenti regionali della SIPO, Soc. It. di Psiconcologia, che forse ti possono essere utili, www.siponazionale.it
    Sicuramente in merito alla comunicazione della diagnosi, soprattutto ai bambini, ci sono, come saprai, scuole di pensiero diverse. L'idea mia personale è sempre quella di misurare l'invasività di nuove figure professionali, in un contesto, la vita del paziente, già difficile da un punto di vista esistenziale e relazionale. Nei casi che ho visto io l'alleanza con le famiglie era comunque fondamentale, però in certi casi si trattava di ridisegnare, anche parzialmente, le relazioni interne, in termini di equa suddivisione del peso dell'assistenza, quindi la famiglia diventa caregiver, non il singolo "designato"
    Se riusciamo ad avere una percezione certa della risorse disponibili a reggere l'impatto, va bene tutto.
    Sono costretto a fermarmi, perchè l'argomento è vasto e ancora privo di certezze, anche se bisognoso sempre più di soluzioni

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